Populismo

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Testo

POPULISMO
La letteratura del primo ‘800 manifesta, rispetto alla plebe, atteggiamenti non sempre coerenti, spesso è persino difficile stabilire se si tratti di una massa dai caratteri poco definiti o se non sia piuttosto un “popolo” nell’ accezione ideologicamente più matura del termine. E’ indubbia la presenza, sia in Manzoni che nel Belli, di uno sfondo plebeo, che vive per lo più di espedienti e che spesso è costretto a saltare i pasti; ricordiamo, per esempio, l’ episodio in cui Renzo, recatosi a casa dell’ amico Tonio per invitarlo in osteria, provoca una duplice letizia: quella dello stesso invitato ma, soprattutto, quella dei suoi familiari, assai contenti di poter mangiare anche la sua porzione di polenta. Scenari non dissimili sono quelli intorno ai quali Belli costruisce i suoi più celebri sonetti in dialetto romanesco; in quello intitolato “La bbona famijja” egli fa parlare, presumibilmente, una delle voci più giovani: scopriamo dal suo racconto che in quella casa > viene messa in tavola una frittata e, mangiate >, la cena è già terminata. Ovviamente non si può dar totale credito a queste simili rappresentazioni del mondo plebeo; qualche esagerazione va messa in conto, né i sonetti di Belli riescono sempre ad essere esenti da note polemiche. Il rischio di tale atteggiamento polemico è che esso si traduca in un >. Il sospetto è che, talora, qualche forzatura ideologica, di tutt’ altro segno rispetto a quella di Belli, affiori anche nell’ opera di Manzoni. Occorre in primo luogo stabilire a quale concetto di popolo l’autore milanese si riferisca per oggettivare i suoi giudizi anche quando essi sono condizionati da un paternalismo, di cui possiamo, oppure no, condividere la valenza morale. Sulla scorta del Baldi preciseremo allora che: >. In realtà, il > inteso come movimento politico di origine russa, tende invece a vedere nel popolo l’ affidabile depositario di un sistema dei valori onesto ed autentico, non sminuito dall’ ingordigia delle classi superiori. E’ pur vero che questo movimento risulta operativo tra il 1850 ed il 1880: il dato cronologico non è trascurabile, poiché se ne ricava la complessiva estraneità ideologica da parte di Manzoni, che completa la terza edizione del suo romanzo nel 1842. Ancora una volta, il parere di Baldi ci guida nel considerare una sorta di > del populismo manzoniano di cui possiamo considerare la legittimità solo nell’ ottica >. Si tratta, del resto, anche dell’ ottica nella quale vanno inquadrati i memorialisti di età risorgimentale del calibro di Massimo d’ Azeglio, che non fece mai mistero della sua totale adesione al modello liberale che chiamava in causa un coinvolgimento diretto e consapevole della plebe. Di queste masse cittadine, Manzoni teme la foga violenta e distruttiva; non a caso, nei capitoli relativi al tumulto di San Martino e alle scempiaggini del popolo milanese nell’ assalto ai forni, due campi semantici vengono costantemente utilizzati: uno riconduce agli istinti primordiali delle bestie, l’ altro alla pericolosità dell’ elemento liquido che si espande in tutte le direzioni e porta, come ogni fiume in piena, devastazione e morte. Se dunque pensiamo ad un Manzoni populista-paternalista, sarà il caso di riferirsi ad un atteggiamento misericordioso e comprensivo delle umili condizioni di vita degli nelle campagne e non dei fomentatori di tumulti che abitano nelle città. Questi ultimi sono rappresentati >, definizione con la quale Manzoni recupera l’ espressione> usata nel “Fermo e Lucia”. L’autore, del resto, dovette anche rendersi conto che una coscienza popolare era nettamente in crescita: lo dimostra il fatto che la parola> è usata solo una volta nella prima edizione, per poi diventare ricorrente nell’ ultima. Il fatto è che dinanzi a questa folla vociante ed affamata, l’ autore non riesce ad applicare alcun rimedio cristiano: più volte insiste sul fatto che, se fossero davvero >, >, non scenderebbero in piazza o almeno, pur protestando in modo pacifico, non distruggerebbero ciò che è frutto del loro stesso lavoro. Manzoni, dunque, teme >, di cui, invece, scrittori come Ippolito Nievo auspicano l’ intervento. Non va dimenticato che Nievo fu tra i primi ad evidenziare che il vero problema dell’ Ottocento italiano era quello di trovare strumenti capaci di garantire alle grandi masse , sia rurali che cittadine, la partecipazione al movimento nazionale. Un abisso sembra dischiudersi tra una simile ideologia e quella di Giovanni Verga, esente da qualunque accento populista, tutt’altro che incline ai facili paternalismi nei confronti dei >. Il rigido conservatorismo di un proprietario terriero di Sicilia si riversa in una dimensione letteraria che ha scelto di fare a meno della pietà cristiana perché ne riconosce la sostanziale inutilità. L’immobilismo storico si traduce nella rigida fissità di quell’ > esposto nella novella “Fantasticheria”. Esistono leggi arcaiche ed immutabili che tendono a negare il valore reale del progresso sociale ed economico; è a queste leggi che la voce narrante, nel corso della novella, sembra appellarsi quando spiega alla stupita signorina Catanese il senso del >. Non c’ è,tuttavia, alcuna aspirazione populista da parte di Verga quando egli sottolinea ( non in termini di encomio ma come dato di fatto) > di marinai aggrappati ad uno scoglio da cui unicamente possono sperare salvezza. E’ comprensibile che ad un osservatore esterno venga da esclamare, proprio come la signorina: >. Una risposta anti-populista può risolvere, quasi con tragica ironia, ogni perplessità. Dall’ esterno non comprendiamo, semplicemente perché guardiamo la vita dall’ altra parte del cannocchiale.

Claudia Nucci
Liceo Classico

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