Contestazione degli anni '60-'70

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Testo

Tesina: LA CONTESTANZIONE DEGLI ANNI 60’-70’
INTRODUZIONE
A partire dagli anni ‘60-’70, la cultura è stata fortemente influenzata da caratteri di costume che hanno determinato numerose svolte nei vari settori: dal letterario al musicale, dal figurativo al teatrale, questi mutamenti derivano dal ribaltamento del modo di vedere le cose e quindi anche da un nuovo stile di vita. Alla base di questi fenomeni possiamo individuare una tendenza generale: LA CONTESTAZIONE. La cultura della contestazione ha interessato soprattutto il mondo giovanile, manifestandosi sia in America che in Europa con atteggiamenti ribellistici, provocatori, anticonformisti e trasgressivi. All’origine della rabbia giovanile stava la contestazione del sistema capitalistico borghese, l’ansia per un futuro su cui pesava il pericolo di una guerra atomica ed il violento scontro generazionale. I giovani rifiutavano la propria società, accusata di appiattire l’uomo, dequalificare l’intellettuale e mercificare tutto, anche l’arte ed il pensiero.
_LA STORIA_
LE ORIGINI DELLA RIVOLTA GIOVANILE
Il movimento giovanile degli anni sessanta segnò la maturazione culturale e politica di una nuova generazione, che intendeva opporsi al sistema istituzionale postbellico. Nato nelle università statunitensi, particolarmente sensibile ad un rinnovamento dell’istruzione e dei processi di selezione, il movimento assunse anche i caratteri di una lotta per l’eguaglianza tra bianchi e neri, contro ogni forma di discriminazione razziale. La crisi che attraversò questi anni fu il risultato di un lungo periodo segnato da squilibri in campo politico, economico e sociale. Inoltre molto contraddittoria fu la politica statunitense che da un lato, ha combattuto in difesa della democrazia contro le barbarie naziste, infatti, era considerata da molti il simbolo della libertà e della giustizia, dall’altro vive sotto l’incubo della guerra fredda, costantemente minacciata dal rischio di un conflitto nucleare. La guerra in Vietnam rappresentava proprio questo carattere ipocrita della politica Usa.
_Le interne contraddizioni della politica statunitense_
Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati negli Usa, da una crescita quasi ininterrotta e da un irrigidimento politico nei confronti delle organizzazioni sindacali e di qualsiasi forma di dissenso politico e culturale. A partire dalla seconda metà degli anni ’50, il clima di relativa pace sociale andò degenerando, in seguito all’emergere di movimenti di protesta autonomi rispetto alle forze sindacali e politiche: i movimenti etnici ed il movimento giovanile.
Immediatamente dopo il conflitto, l’America conobbe un notevolissimo aumento dei redditi privati che favorirono una grande espansione dei consumi in particolare nel settore dei beni durevoli, contribuendo in modo decisivo alla crescita del decennio successivo. Gli anni della guerra avevano prodotto anche altri fenomeni significativi, destinati ad influenzare a lungo la società americana, innanzi tutto la ridistribuzione della popolazione determinata dal deflusso dei bianchi dalle zone centrali delle grandi città ed una forte ripresa d’emigrazione nera dal Sud verso le aree urbane, seguita, dopo la guerra, da un forte flusso d’immigranti di colore dai Carabi e dal Messico.
Le tensioni tra le razze si manifestarono a più riprese, i conflitti razziali scoppiati nella città di Detroit (1943) furono le prime avvisaglie della tendenza allo scontro razziale che avrebbe attraversato tutto il dopoguerra.
Il dopoguerra registrò anche alcune importanti correzioni di rotta, destinate a chiudere quelle “eccessive aperture a sinistra”, limitando l’azione e lo sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori con una legge del 1947, che più che restringere l’attività dei sindacati, contribuiva a creare, nell’economia americana, una rigida frattura nel paese.
In campo politico e culturale, durante la guerra fredda, si restrinsero notevolmente gli spazi per il dissenso in nome della lotta al comunismo, una vera e propria “caccia alle streghe”, che colpì gli ambienti sindacali e l’industria culturale. Sul piano economico gli anni cinquanta, furono caratterizzati da una fase di crescita quasi ininterrotta fino al 1958, sostenuta inizialmente dalla guerra in Corea e poi dal consolidarsi del complesso militare - industriale. Il clima politico fu poco conflittuale all’interno quanto aggressivo in politica estera.
Dal punto di vista del sociale i conflitti razziali si andarono accentuando per tutto il decennio degli anni ’50. La classe operaia manifestò a più riprese la propria insoddisfazione per il lavoro, con agitazioni extrasindacali. Negli ultimi anni ’50 si spezzò quindi quell’equilibrio che aveva caratterizzato gli Usa tra il 1947 e il 1957, fondato sulla stretta separazione tra i contrasti e le contraddizioni crescenti in campo sociale e nella sfera politica, totalmente dominata dalla guerra fredda e quindi da un’ideologia patriottica che non lasciava spazio al conflitto interno. Il clima si modificò rapidamente sul finire degli anni cinquanta, si ebbero i primi segni di una seria contraddizione, che metteva in discussione la diffusa fiducia nella presidenza repubblicana e nella sua politica di non intervento nell’economia.
Nel 1960, il giovane candidato J. F. Kennedy vinse le elezioni. Il programma politico del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, indicava una nuova “frontiera” per la società propugnando una lotta contro la segregazione razziale, le “sacche” di miseria la sperequazione economica e fiscale esistente tra le classi sociali, riscosse un largo consenso tra i sindacati industriali, la popolazione giovanile ed i ceti intellettuali progressisti. La presidenza Kennedy segnò l’ultimo tentativo degli Usa di presentarsi al mondo non solo come superpotenza capace di guidare il pianeta verso la prosperità; iniziò anche un periodo di crisi ideologica e politica profonda, all’interno e sul piano internazionale. Per quanto riguarda quest’ultimo argomento, la politica oscillava tra i progetti di rilancio dell’influenza americana sui paesi emergenti del terzo mondo e la tendenza ad arroccarsi contro la crescita dell’influenza sovietica: come dimostrarono la crisi di Cuba del 1962, ed il coinvolgimento nella guerra in Vietnam.
Nel 1963 Kennedy fu assassinato in circostanze del tutto ignote, quest’avvenimento segnò l’avvio di una crisi cronica di tutto il sistema istituzionale federale affermatosi dopo la guerra civile; ma segnò anche, più in generale, l’inizio di un periodo segnato da tensioni, politiche e sociali, irrisolte.
Il successore di Kennedy, L. B. Johnson si trovò ad affrontare il principale problema del conflitto razziale. Molte rivolte a cicli ricorrenti sconvolsero molti dei principali ghetti neri tra il 1964 ed il 1968. Di fronte allo sviluppo del movimento nero il presidente tentò una politica di contenimento, ampliando le spese assistenziali e agevolando la formazione di un partito politico composto di persone di colore. Una politica che ebbe un successo parziale e contribuì, insieme con la guerra in Vietnam, ad allargare il deficit del bilancio federale. I parziali successi della politica assistenziale di Johnson non bastarono a frenare la crisi profonda che attraversava il paese. Il modello separatista e radicale del movimento nero si estese ad altri gruppi sociali, ad altre minoranze di colore (portoricani, messicani) ed allo stesso movimento giovanile, che andava radicalizzandosi in conseguenza del massiccio reclutamento di giovani per la guerra in Vietnam.
_La crisi delle istituzioni scolastiche_
L’ordine politico delle società sviluppate dell’Occidente e anche quello di alcuni paesi “satellite” dell’Urss, fu scosso in modo simultaneo da un movimento spontaneo che aveva per protagonisti soprattutto i giovani. Improvvisa e per certi versi imprevedibile, la rivolta giovanile si manifestò sotto forma di ribellione violentemente critica nei confronti dell’ordine dominante. L’istituzione più presa di mira dal movimento fu quella scolastica, attraversata proprio in quegli anni da una profonda crisi.
Negli anni del dopoguerra, le istituzioni scolastiche di tutti i paesi industrializzati dell’Occidente videro un aumento massiccio delle iscrizioni a tutti i livelli, dalle elementari fino l’università. L’aumento demografico era determinato da cause “naturali”, (il baby boom che si era protratto negli Usa ed in Europa dalla fine degli anni cinquanta, aveva raggiunto alla fine degli anni sessanta l’università, che fu l’epicentro e punto di partenza dei movimenti giovanili), ma aveva anche motivi di ordine culturale e sociale. L’allargamento dell’istruzione era uno degli obiettivi essenziali del welfare state; il divario nei livelli dell’istruzione, era uno dei principali fattori di sperequazione tra le classi, e il fatto che i bambini e adolescenti fossero collocati fin dall’infanzia in fasce d’istruzione differenziate era una negazione di quell’eguaglianza di opportunità che nei paesi occidentali era ormai considerata una necessità vitale della democrazia. Lo Stato doveva quindi intervenire per superare il divario, unificando l’istruzione obbligatoria (come si fece in Italia con la nascita della scuola media unica), portando l’obbligo scolastico ad età più elevate, provvedendo con borse di studio e speciali interventi all’educazione superiore per gli strati più poveri. L’istruzione oltre che uno strumento di eguaglianza sociale, era considerata un valore in sé: la pienezza della democrazia richiedeva cittadini consapevoli, e quindi istruiti, e d’altra parte il diritto all’educazione era uno dei nuovi diritti dell’uomo che le costituzioni postbelliche avevano affiancato a quelli più tradizionali formulati all’epoca della rivoluzione francese. Accanto all’intervento pubblico, gli anni cinquanta e sessanta videro un progressivo ampliarsi della disponibilità da parte delle famiglie di tutti i ceti alla spesa per l’educazione dei figli.
La spesa pubblica e privata, per l’istruzione, crebbe quindi in modo consistente in tutti i paesi del mondo industrializzato, mentre il ceto degli insegnanti diveniva, in tutti i paesi avanzati, una delle categorie sociali più massicce.
Ma accanto alle tensioni organizzative, altre e più importanti [m1][m2]se ne manifestavano, a livello politico e culturale.
La scuola, istituzione per sua natura basata sul rapporto di autorità e sulla netta separazione dal mondo esterno, appariva in contraddizione con i mutamenti della condizione giovanile, che andavano nella direzione di una crescente autonomia, sociale ed anche economica, e di un pieno inserimento nella realtà sociale e culturale del mondo in cui vivevano. La scuola , così diveniva un importante terreno di aggregazione, ma anche il bersaglio di critiche ed agitazioni destinate ad allargarsi dall’istituzione scolastica all’insieme della società.
_Il movimento per i diritti civili negli Usa_
Il movimento americano per i diritti civili aveva costituito, fin dall’inizio degli anni sessanta, il prototipo di questa dinamica.
Nato nelle università del Nord, il movimento studentesco si era dato come obiettivo essenziale la piena attuazione di quella democrazia americana che la costituzione prometteva ma che la società aveva, almeno in parte, negato in vario modo, cioè con la repressione nei confronti dei comunisti e della sinistra, con il militarismo diffuso, con la persistenza della segregazione razziale in particolare nel Sud.
Proprio al Sud, negli anni cinquanta era venuto maturando un movimento nero per l’eguaglianza, diretto dalle comunità di colore.
Uno degli atti più significativi fu il boicottaggio degli autobus di Montgomery, Alabama, lanciato nel 1955 per protesta contro la segregazione delle razze. Nel 1959 la Corte Suprema americana ordinò la fine della segregazione nelle scuole, questo fu uno dei più importanti risultati conseguiti dal movimento.
A questo punto si temeva che lo sviluppo del movimento nero portasse alla fine dell’esclusione di fatto della popolazione di colore dal voto, praticata in tutto il Sud, con l’aiuto dell’organizzazione razzista del Ku Klux Klan.
In appoggio al movimento nero del Sud, gli studenti di molte università del Nord degli Stati Uniti diedero inizio alle “marce al Sud”, massicce campagne d’invio di militanti durante l’estate, con il compito di proteggere il diritto al voto della popolazione di colore.
Come risposta vi furono assassini e linciaggi, mentre i tradizionali leader politici assumevano posizioni di aperto sostegno alla violenza. Nonostante tutto il movimento ottenne significativi successi politici, contribuendo al superamento della segregazione.
A partire dal 1963-64, le agitazioni dei neri si svilupparono rapidamente anche nelle grandi città del Nord degli Usa. Qui però il problema non era la segregazione istituzionale, la rivendicazione della piena uguaglianza coi bianchi infatti, non si accompagnava (come nel movimento per i diritti civili del Sud) con la volontà di un’integrazione sociale totale nella “comunità dei bianchi”, ma al contrario si voleva preservare la diversità e la specificità, culturale e sociale. Eguaglianza e diversità, soppressione dei privilegi bianchi ma autogoverno dei neri nella loro comunità.
_La nascita della “nuova sinistra”_
L’espressione “nuova sinistra” nacque nel 1960, dal sociologo americano Wright Mills, uno degli intellettuali che più influenzarono i movimenti giovanili. Gli elementi di novità nei movimenti giovanili erano vari e molteplici. Innanzitutto era ritenuto estremamente importante il riferimento alle lotte dei popoli del terzo mondo, alle rivoluzioni del mondo arabo, dell’Asia e di Cuba. L’Unione Sovietica era ritenuta insieme con gli Usa, dell’ordine da abbattere. In secondo luogo, la nuova sinistra rifiutava la convinzione, comune alla sinistra tradizionale, secondo cui l’evoluzione storica lavorava necessariamente in favore dell’emancipazione del proletario e dei popoli oppressi. Il timore di una “razionalizzazione” capitalistica che integrasse i ceti proletari dei paesi avanzati nello sfruttamento dei popoli del terzo mondo, sopprimendo ogni spazio reale di dissenso, rendeva la ribellione una necessità morale oltre che un compito politico.
Infine la nuova sinistra era assai diffidente nei confronti dell’organizzazione di tipo leninista e proponeva forme di agitazione e di aggregazione che valorizzassero la partecipazione di massa ai processi decisionali.
Nel corso degli anni sessanta, mentre negli Usa il movimento per i diritti civili prima e l’opposizione studentesca alla guerra del Vietnam poi facevano delle organizzazioni come la Sds (Student for democratic society) una forza politica di grande peso, in Europa il movimento della “nuova sinistra” toccava un’area minoritaria ma crescente.
IL SESSANTOTTO
La fine del decennio del 1960 è passato alla storia come il “momento dei giovani” più teso di quegli anni: il Sessantotto. Quell’anno è passato alla storia come un periodo di violente rivoluzioni, manifestatesi in grandi movimenti di massa che hanno coinvolto gli studenti, gli operai e le donne.
Il 1968 è stato per molti versi un anno eccezionale, nel quale grandi movimenti di massa socialmente disomogenei (operai, studenti e gruppi etnici minoritari) attraversarono, con la loro carica contestativa, quasi tutti i paesi del globo e sembrarono far vacillare governi e sistemi politici in nome di una trasformazione radicale in nome di una trasformazione radicale della società. Il fatto saliente di questo straordinario insieme di eventi è che esso percorse trasversalmente i blocchi, manifestandosi all’Est come all’Ovest, e le tradizionali divisioni tra Nord e Sud del pianeta, interessando il centro del sistema capitalistico ed i paesi del Terzo mondo, pur caricandosi, in questo ideale itinerario, di valenze politiche, contenuti e protagonisti differenziati.
Le cause comuni ai diversi movimenti rimandano alla interdipendenza planetaria dei processi politico - sociali ed all’omogeneità strutturale delle società industrializzate. Inoltre ovunque nel Sessantotto viene espressa e rappresentata anche in forma violenta, l’inadeguatezza dei sistemi politici e culturali dominanti rispetto l’elevato grado raggiunto dallo sviluppo dei rapporti sociali. Da questo punto di vista il 1968 svolse un ruolo di radicale modernizzazione, dilatandosi alla politica, ai modelli culturali, alle forme del linguaggio e della comunicazione, perfino nel campo della moda. In tutto il mondo la rivolta trovò il proprio epicentro nelle università.
La rivoluzione popolare ed il socialismo divennero gli obiettivi strategici del movimento, che si pose tra l’altro in posizione assai critica rispetto ai partiti storici della classe operaia ed alla loro tradizione riformista. L’omogeneità ideologica che fu la caratteristica del movimento di rivolta sul piano internazionale può essere ricondotta ad un nucleo essenziale composto da un insieme di egualitarismo e liberalismo, di umanesimo e radicalismo.

L’INCONTENIBILE PROPAGAZIONE DEL MOVIMENTO
Le agitazioni promosse dai movimenti giovanili si diffusero in vaste aree del pianeta tra la fine del 1967 e l’autunno del 1968. Francia, Cecoslovacchia e Germania occidentale furono attraversate da crisi politiche di vasta portata; in Polonia questo periodo segnò l’inizio di movimenti destinati a svilupparsi ulteriormente in seguito.
_La morte di Che Guevara_
Nel settembre 1967, i militanti boliviani annunciarono la morte di Ernesto Che Guevara. Leader della guerriglia a Cuba e poi, dopo la vittoria della rivoluzione, ministro dell’economia del nuovo regime socialista, si era allontanato dall’isola l’anno precedente per creare un focolaio guerrigliero nella montagna della Bolivia. Nella primavera del 1967, era stato reso noto un suo appello ai rivoluzionari del mondo, dal titolo . Compito dei rivoluzionari, secondo Guevara, era affiancare il Vietnam con numerosi altri movimenti insurrezionali in tutte le aree del mondo, che vanificassero l’azione “di polizia” della superpotenza americana, garantendo la vittoria del Fronte nazionale di liberazione in Vietnam e la sconfitta dell’imperialismo statunitense. La morte in combattimento in territorio boliviano nel 1967 contribuì a fare di Che Guevara un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione. La sua tensione ideale divenne un esempio per l’utopia rivoluzionaria che contraddistinse la protesta studentesca europea alla fine degli anni sessanta.
A partire dal novembre 1967, in diversi paesi europei si diffusero agitazioni studentesche: dapprima concentrata nelle università, che vennero occupate e dove il movimento tentò di dar vita a forme di “controeducazione” alternativa a quella ufficiale, l’opposizione “extraparlamentare”, come all’epoca veniva definita, progettava di investire progressivamente l’intera società.
_Un grande movimento che percorre il mondo intero_
La Germania federale, ormai risollevatasi dal conflitto e dove con la costruzione del muro di Berlino (1961) russi ed americani avevano giocato una delle ultime partite della guerra fredda, fu la prima a raccogliere il messaggio del Movement d’oltre atlantico e nel 1967 dall’Università Libera (Freie Universitat) di Berlino ovest partì la protesta. Anche qui gli studenti denunciavano il corpo accademico accusandolo di “regime oligarchico”, respingevano i seminari e le assurde prove d’esame, rifiutavano procedimenti di taylorizzazione dell’attività intellettuale che in nome della professionalità negavano uno sviluppo culturale completo, avanzando come i loro precursori di Berkley o della Columbia University di New York l’idea di una formazione “multipolare”, dove avessero spazio i bisogni materiali e spirituali di ognuno.
Tali tematiche, di derivazione marcusiana, innestarono ben presto una forte componente politica rappresentata dalla Lega degli studenti socialdemocratici tedeschi, fautrice di un socialismo con forti contenuti anarchico - libertari che rifiutava senza mezze misure sia il modello orientale che quello dei partiti socialisti ufficiali.
Caratterizzato da una politicizzazione più forte della precedente esperienza americana, il movimento studentesco tedesco tentò di far seguire alle occupazioni delle facoltà e alle manifestazioni di piazza un’intesa col movimento operaio, promuovendo iniziative contro la presenza di basi militari degli Stati Uniti sul suolo della repubblica federale e cercando di orientare i lavoratori verso una prospettiva anti - capitalistica, ma senza successo. A beneficiare della contestazione giovanile fu la Socialdemocrazia, interrompendo la ventennale egemonia governativa democristiana con le elezioni del 1969; mentre per il movimento cominciava il declino. Stretto tra la criminalizzazione operata dalle grandi testate giornalistiche, una durissima repressione della polizia non disgiunta dall’uso spregiudicato delle provocazioni (la prima consegna delle molotov agli studenti pare fu opera degli stessi servizi di sicurezza di Bonn), la diffidenza infine dell’opinione pubblica timorosa di vedere compromesso l’incipiente benessere, anche il movimento studentesco subì un processo di disarticolazione.
La Francia, colpita da una grave crisi recessiva, era attraversata da un profondo malessere sociale, quando agli inizi del 1968 cominciarono a sorgere nelle università e nei licei parigini accanto ai Comitati di base del Vietnam anche Comitati d’azione, strutture associative giovanili che il 14 febbraio indissero una giornata nazionale per la libertà sessuale, occupando simbolicamente mense universitarie e Case dello studente. In marzo l’università di Nanterre, alla periferia della capitale, un giovane anarchico di origini tedesche promosse il blocco delle lezioni ed un’immediata assemblea generale che decise l’occupazione dell’ateneo. Questo fu un movimento dalle caratteristiche marcatamente libertarie, attorno al quale, si polarizzò in breve l’attenzione degli studenti francesi e si affermarono gli slogan tipicamente anarchici (ad esempio “L’immaginazione al potere”) che disegnarono la particolare fisionomia del sessantotto francese.
Gli avvenimenti divennero incalzanti, in un crescendo di occupazioni, manifestazioni, scontri con la frangia studentesca fascista di Occident ed ancora più con la polizia che procedeva a centinaia di arresti. Intellettuali come il filosofo Sartre, prendevano posizioni a favore degli studenti, le cui iniziative assunsero nel quartiere degli universitari toni rivoltosi con barricate e con migliaia di agenti e di giovani impegnati negli scontri. Contemporaneamente gli operai si indirizzavano verso l’occupazione delle fabbriche, scavalcando il sindacato ed ignorando le critiche avanzate dal Partito comunista nei confronti degli studenti, accusati di rappresentare un segmento della borghesia, cosicché il 14 maggio la capitale francese fu attraversata da una prima gigantesca manifestazione unitaria tra i due movimenti seguita subito da altre nei giorni successivi. Il governo appariva impotente a fronteggiare la situazione, limitandosi ad evitare lo scontro diretto tra le forze dell’ordine ed i manifestanti e ad isolare Parigi mediante un cordone sanitario affidato all’esercito, senza però a riuscire ad impedire che venisse dato alle fiamme l’edificio della Borsa, simbolo del capitalismo. Ebbero allora inizio le trattative tra sindacati e padronato, che si conclusero rapidamente col riconoscimento di incrementi salariali, la riduzione dell’orario di lavoro, un parziale annullamento delle ritenute per gli scioperi effettuati ed altri miglioramenti economici o normativi. L’accordo rappresentava per i lavoratori un indubbio successo.
Per il movimento studentesco, le cui meteoriche vicende avevano lasciato un segno profondo nella stessa cultura.
Per il potere era il ritorno alla normalità, ma De Gaulle nonostante l’esito favorevole alle elezioni tenutesi in giugno dovrà abbandonare definitivamente la scena politica neppure un anno più tardi.
Tra la fine degli anni ’60 e gli inizi del successivo decennio la contestazione studentesca era intanto proliferata un po’ in tutti i continenti. In Giappone l’organizzazione giovanile di sinistra Zengakuren raccoglieva il forte sentimento anti - americano e promuoveva scontri furibondi con la polizia.
In tutta l’America latina le università erano diventate palestre di mobilitazione anti - governativa, mentre a Città del Messico nell’ottobre 1968 una grande manifestazione studentesca, indetta contestualmente all’inizio delle Olimpiadi per denunciare lo sfruttamento imperialistico del paese, fu affrontata dall’esercito che uccise oltre un centinaio di studenti.
Nel luglio - agosto 7968, il movimento occidentale conosceva una pausa, mentre nuove agitazioni si sviluppavano nell’Irlanda del Nord. La minoranza cattolica di città come Belfast e Derry, da sempre oggetto da parte della maggioranza protestante di un predominio irrispettoso dei suoi diritti civili, aveva dato luogo da parecchi anni a forme di lotta clandestine e terroristiche. L’influenza dei movimenti studenteschi europei, e del marxismo, favorì lo sviluppo di forme di lotta di massa, duramente represse dalle truppe speciali britanniche.
Contemporaneamente, in Cecoslovacchia, un movimento di critica all’immobilismo e all’autoritarismo dello Stato socialista, avviato inizialmente da alcuni gruppi intellettuali, raccoglieva, intorno a sé un vasto consenso: nel Partito comunista e nello Stato cecoslovacco andò formandosi una nuova leadership, decisa ad introdurre riforme sia nell’apparato economico sia nell’apparato statale, favorendo anche l’introduzione cauta e sperimentale di forme di pluralismo e di libertà d’opinione. La “primavera di Praga” che ebbe origini in parte indipendenti rispetto alle agitazioni giovanili negli altri paesi, fu solo una delle manifestazioni di crisi del socialismo.
Nell’agosto 1968, l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe di Varsavia, mise bruscamente fine al tentativo, avviato all’inizio dell’anno dalla nuova leadership del partito, di riformare dall’interno lo Stato socialista, salvandone le istituzioni fondamentali ma introducendo alcune riforme economiche e politiche in senso liberale. Le riforme ipotizzate erano andate muovendosi essenzialmente in tre direzioni: introduzione in alcuni settori economici di forme di mercato e di iniziativa individuale; allargamento della libertà di parola e di stampa, introduzione in sostanza di una cauta “libertà di dissenso” e di critica; maggiore rispetto dei diritti della persona da parte dello Stato socialista.
A differenza dai fatti in Ungheria di dodici anni prima, non era in corso in Cecoslovacchia un’insurrezione popolare, ma un esperimento riformista condotto dalle autorità ufficiali dello Stato e del partito, con un ampio successo popolare.
In Polonia , una massiccia agitazione studentesca portò all’occupazione del Politecnico di Varsavia, repressa dalla polizia, e alla formazione si gruppi intellettuali marxisti critici nei confronti del regime, che avrebbero svolto una funzione di rilievo in relazione alle successive agitazioni operaie del 1970 e, più tardi, degli anni ottanta.
In Jugoslavia, la rivolta degli studenti di Belgrado del marzo 1968, si concluse con l’accoglimento di alcune richieste e con una presa di posizione del maresciallo Tito in favore della critica e della mobilitazione di massa anche in regime socialista.
Nella Cina comunista, il Sessantotto rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale, un movimento popolare, concentrato prevalentemente nelle università e tra le giovani generazioni, ed animato da un forte spirito critico nei confronti della burocratizzazione del partito. La nuova fase di questo movimento che aveva preso le mosse nel 1966 fu aperta dall’azione delle Guardi rosse, gruppi organizzati, e spesso armati, di giovani che avviarono una vasta campagna contro gli intellettuali ed i funzionari del partito, per combattere i “quattro vecchiumi”: le vecchie idee, la vecchia cultura, la vecchie tradizioni, le vecchie abitudini. Esso rappresentò un fenomeno spontaneo di ribellione delle giovani generazioni contro un potere centrale che aveva assunto i caratteri, comuni a tutti i regimi, comunisti, di una casta
chiusa e privilegiata.
Questo conflitto che si era aperto nella società cinese venne rapidamente utilizzato dal gruppo dirigente maoista per regolare i conti con la minoranza riformista raccoltasi attorno a Chu en Lai e Deng Xiaoping. Mao intendeva proseguire nel modello di sviluppo basato su un processo di industrializzazione funzionale alla crescita agricola e sulla centralità del partito.
La rivoluzione culturale, che tra il 1967 ed il 1969 sfiorò i caratteri di una vera e propria guerra civile, si esaurì già nei primi anni settanta, lasciandosi dietro le spalle anche una scia di sangue che non risparmiò nemmeno il vertice comunista: misteriosa rimase, infatti, la scomparsa di Chu en Lai nel piano dello scontro tra Mao ed il gruppo “revisionista”.
LA CONTESTAZIONE DEGLI ANNI ‘60-’70 IN ITALIA
Tra l’immediata ricostruzione postbellica e le soglie degli anni ’70, da paese ancora essenzialmente agricolo l’Italia si era trasformata in uno dei primi paesi industriali del mondo. Si erano in tal modo verificate una crescita eccezionale del prodotto interno (tra il 1958 ed il 1963), della produttività media del lavoro ed una consistente accumulazione di capitali utilizzati negli investimenti; e si era impennato anche il reddito medio per abitante, con un innalzamento del tenore di vita che segnava per l’Italia l’ingresso nella civiltà dei consumi.
Questi mutamenti strutturali, con le correlative modificazioni culturali e di costumi, incisero a fondo anche sul tessuto della società civile. Questa divenne più variegata e manifestò esigenze di partecipazione democratica, d’ammodernamento del sistema politico e dell’amministrazione pubblica, di ampliamento delle libertà civili e di maggiore giustizia sociale, che non sempre furono fatte proprie con la necessaria prontezza da Stato e governi. Proprio questo distacco fra società civile e società politica, fu alla radice delle laceranti tensioni che percorsero il paese tra il 1968 e la fine degli anni ’70.
_Il Sessantotto italiano_
Alcune occupazioni di facoltà si erano già verificate nel 1966 come frutto di un ravvivato dibattito politico suscitato dall’avvento del centro - sinistra e dei mutamenti sociali in atto nel paese (l’abbandono delle campagne, la tumultuosa crescita numerica degli operai, la proliferazione dei ceti medi urbani). Fu però l’anno successivo che le agitazioni s’intensificarono e si sintonizzarono sulle esperienze del movimento studentesco americano e tedesco, innestatosi su un’attiva tradizione politica rappresentata dalla rivista torinese “Quaderni rossi”, dal movimento trotzkista, dai marxisti - leninisti usciti dal PCI nei primi anni ’60 e fortemente critici di un post - stalinismo che giudicavano involutivo.
Agli studenti s’indirizzarono anche le simpatie di molte riviste progressiste che sprovincializzarono il dibattito politico - culturale e fecero da cassa di risonanza, riferendo cronache ed interventi sulle agitazioni italiane e straniere. Tuttavia i principali orientamenti di fondo destinati ad incidere sull’azione rivendicativa degli studenti si delinearono all’interno delle università.
Una prima prospettiva emerse dai documenti e dal manifesto che accompagnavano a Torino l’occupazione del Palazzo Campana, sede della facoltà di Lettere, dove appariva un cadavere ossificato con parrucchino e medaglie, ad indicare la sclerosi delle istituzioni accademiche ed a suggerire tutta l’urgenza di soluzioni riformatrici.
Un’altra proposta veniva dalle Tesi della Sapienza (sede dell’università pisana, anch’essa occupata) che ampliavano le ambizioni della protesta studentesca, ravvisandovi forti potenzialità politiche rinnovatrici e che implicavano una spregiudicata valorizzazione della spontaneità e delle energie creative del mondo giovanile.
Da Trento (dov’era da poco sorta una facoltà di Sociologia) giungeva un documento contro l’università negativa nel quale, unificando l’ideologia marcusiana ed il progetto politico dell’Sds tedesco, era posto sotto accusa l’intero sistema del sapere ufficiale, riflesso di un dominio economico e politico capitalistico, contro cui, in ultima analisi, s’invitavano gli studenti a concentrare le iniziative di lotta.
All’inizio del 1968 le occupazioni si estesero a macchia d’olio, coinvolgendo dapprima facoltà come Architettura, Lettere, Scienze Politiche e poi tutte le altre. Si affermarono ovunque i metodi assembleari ed iniziarono i “controcorsi” promossi dagli stessi studenti su temi d’attualità. Insieme con una nuova didattica però, gli studenti imparavano anche a fronteggiare i tentativi d’infiltrazione fascista ed a proteggere le loro iniziative dalle ritorsioni della magistratura o dall’intervento della polizia.
La contestazione dilagava e le masse giovanili assaporavano tutto il fascino di libertà prima sconosciute: i vincoli di dipendenza familiare si allentavano, si abbattevano molti tabù sessuali, si diffondeva un nuovo modo di vivere e socializzare. Quando poi il 1° marzo si verificò a Roma, dinanzi alla facoltà di Architettura di Valle Giulia, uno scontro con la polizia, gli studenti compresero con un certo stupore che persino alle forze dell’ordine poteva talvolta capitare di essere costrette ad indietreggiare. Allora il movimento, forte del successo ed appoggiato dagli ambienti progressisti, rimbalzò impetuosamente nelle stesse scuole superiori, dove ancora erano sufficienti i capelli fluenti dei ragazzi o le minigonne delle ragazze per far scattare provvedimenti disciplinari.
Scendevano intanto in lotta i lavoratori per la riforma delle pensioni e contro le disparità retributive su base regionale e nonostante la diffidenza dei sindacati nei confronti degli studenti, si concretizzarono le prime forme di attiva solidarietà tra le due componenti sociali. Praticando forme di lotta più incisive di quelle tradizionali o puntando su rivendicazioni egualitaristiche, i lavoratori facevano proprio l’irriverente radicalismo della contestazione giovanile e in alcune grandi fabbriche del Nord (Pirelli, Alfa Romeo) nacquero i Comitati unitari di base, organismi sindacali che rappresentavano direttamente gli operai, al di fuori della mediazione dei sindacati ufficiali.
Il Sessantotto si concluse con una sconfitta, perché il movimento non riuscì a passare da una critica corrosiva ad una proposta concreta di alternativa alla modernità capitalistica.
Esso tuttavia diede un rilevante apporto all’ingresso sulla scena di nuovi soggetti politici, a partire dalle donne, e contribuì a porre sul tappeto la necessità di un’azione riformatrice in vari campi dei diritti civili (divorzio, aborto, sistema carcerario e manicomiale, rispetto dei diritti dei militari di leva).
_L’autunno caldo del 1969_
La tensione sociale toccò il culmine nell’autunno del1969 il cosiddetto “autunno caldo”, quando s’inasprì la vertenza dei metalmeccanici (la categoria operaia più forte) per il rinnovo del contratto di lavoro. A questo punto ebbe inizio la “strategia della tensione” che con l’utilizzo sapiente apporti diversi e mai chiariti, mirava al ripristino dell’ordine anche mediante il ricorso ad attentati sanguinosi da addebitare ai sessantottini. Alla strage milanese di Piazza Fontana, dove il 12 dicembre una bomba ad alto potenziale esplosivo collocata nella Banca dell’Agricoltura provocò 16 morti (subito attribuiti dalle autorità e all’unisono dalla stampa, agli anarchici, ma la versione ufficiale si sgretolò rapidamente, mentre sospetti più fondati si addensavano su gruppuscoli di neofascisti collegati ai servizi segreti), seguì l’accordo sindacale che poneva fine alla vertenza dei metalmeccanici: “il contratto nazionale dei metalmeccanici”. Esso fu assai favorevole per la classe operaia in discussione, e servì da modello per i contratti via via conclusi dalle altre categorie. Il contratto garantiva aumenti salariali uguali per tutti, ed un miglioramento delle indicizzazioni della scala mobile. Fu introdotta inoltre la settimana da quaranta ore e vennero ridotte le differenze tra le varie categorie di lavoratori, con l’abolizione di quelle più basse. Infine vennero riconosciute dagli industriali le forme organizzative emerse nelle lotte, come i Consigli d’azienda e le assemblee.
A coronamento della loro azione vittoriosa, i sindacati ottennero nel 1970 l’emanazione di una legge, lo “Statuto dei lavoratori”, che allentava il controllo dei datori di lavoro sui dipendenti, riduceva la possibilità di comportamenti antidemocratici degli imprenditori ed introduceva il principio della “giusta causa” per i licenziamenti.
La riconquistata stabilità sociale (che pur tuttavia apriva lacerazioni in seno al movimento operaio, i cui vertici sindacali divenivano oggetto di contestazione da parte di numerosi settori di base) segnò anche l’indebolimento del movimento studentesco, al quale del resto venivano forniti alcuni riconoscimenti come la liberalizzazione degli accessi universitari, la liberalizzazione dei corsi e dell’esame di maturità, il diritto di assemblea nelle superiori.
I DIFFICILI ANNI ’70
del 1969-73 conseguente all’autunno caldo ampliò la quota del lavoro dipendente nella ripartizione del reddito nazionale. Il sistema retributivo italiano si allineò così a quello dei paesi più avanzati dell’Europa occidentale, e per controverso si ebbero una compressione dei profitti ed una riduzione degli investimenti.
Di conseguenza si abbassò il tasso di crescita medio del reddito nazionale e peggiorò la bilancia dei pagamenti, soprattutto in seguito alla crisi petrolifera iniziata nel 1973; si ebbe poi un’impennata dell’inflazione dovuta alla tensione dei prezzi dell’energia e delle materie prime d’importazione.
Il periodo tra il 1969 e l’inizio degli anni ’80 fu quindi critico sul terreno monetario e finanziario e vide un alternarsi sussultorio di fasi di ristagno e di ripresa; nel complesso però, si trattò solo di un rallentamento, non di un’interruzione della crescita dell’economia del paese.
Tuttavia nel vissuto collettivo e nella memoria storica degli italiani quella fase fu considerata come un intermezzo oscuro ed inquietante, anche perché le tensioni sociali ed economiche non trovarono una risposta valida da parte dei governi, che tra 1968 e 1976 continuarono generalmente ad avere una fisionomia di centro - sinistra.
L’insicurezza e le difficoltà furono poi accentuate dal dispiegarsi della sopra citata “strategia della tensione che prese l’avvio con la strage di Piazza Fontana a Milano. Il “terrorismo nero” proseguì negli anni seguenti con uno stillicidio di attentati mirati a seminare il panico tra la popolazione, che culminarono nella strage di Piazza della Loggia a Brescia (nel maggio 1974 dove, durante una manifestazione antifascista, esplose una bomba che fece otto morti), nell’attentato al treno Italicus nell’agosto 1974 (dodici morti) e nella gravissima esplosione avvenuta nell’agosto 1980 nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Bologna, che fece ottantacinque vittime.
_Il terrorismo_
Ad acuire l’atmosfera di disagio e di tensione sopravvennero poi la nascita e gli sviluppi del “terrorismo rosso”, che reclutò i suoi aderenti nei gruppi più estremisti della sinistra extraparlamentare. Secondo l’analisi ideologica - dottrinaria dei leader di queste frange della contestazione, il PCI aveva tradito la causa della rivoluzione, era divenuto riformista, ed andava combattuto allo stesso modo del sistema capitalistico e dei partiti della borghesia.
Bisognava quindi passare sul terreno della violenza e della lotta armata condotta dalla clandestinità, per cercare di accelerare il corso della storia e della rivoluzione, facendo leva sulle contraddizioni sociali per abbattere in uno scontro finale il capitalismo e lo stato borghese.
Agendo nella clandestinità, organizzazioni come le Brigate rosse, i Nuclei armati proletari, Prima linea, attuarono decine di rapimenti, ferimenti, omicidi: giuristi e magistrati, giornalisti, pubblici funzionari, ufficiali, dirigenti d’azienda furono coinvolti.
Nel 1970 iniziarono così la loro attività i nuclei della prima e più decisa organizzazione di estrema sinistra italiana, quella delle Brigate rosse, creata da Renato Curcio.
Nel 1978 Aldo Moro presidente del partito della DC, venne rapito dalle Brigate rosse, che uccisero i cinque agenti della sua scorta. Proprio nel giorno in cui si formò il governo di solidarietà nazionale, il 16 marzo. La DC non accetta lo scambio che le brigate rosse gli propongono, cioè il suo ritorno a sé stessa e l’assunzione delle responsabilità per la vita di Moro. Dopo 55 giorni di prigionia egli venne assassinato.
Moro faceva parte di una corrente della Democrazia cristiana che ritenevano necessario arginare la crisi economica e sconfiggere il terrorismo, ritenendo ormai necessario l’ingresso dei comunisti nel governo.
La tragica morte del leader democristiano diede più forza a quei settori della classe dirigente, democristiana e non, che osteggiavano la presenza dei comunisti nella maggioranza.
Quest’azione segna il momento culminante del terrorismo, ma anche l’inizio del suo declino.
_La sconfitta del terrorismo_
Dopo l’uccisione di Aldo Moro le BR sono come scomparse nel sottosuolo della clandestinità. Nella loro azione però, è presente una grande contraddizione fra il successo militare, per certi versi strepitoso, ed il risultato politico, minimo o addirittura controproducente. L’avanguardia rivoluzionaria ha ricreato un’organizzazione leninista, il partito dei pochi, dei pochi, dei puri, la punta di diamante, l’organizzazione ferrea la quale impegnata in obiettivi limitati, quasi tutti militari, funziona; ma al momento di tradurre il successo militare in fatto politico ci si trova in pieno buio.
L’azione repressiva dello Stato di fronte agli “opposti estremismi” restò a lungo debole ed incerta; alla fine però, le forze dell’ordine attuando arresti, interrogatori e torture, riuscirono a smantellare l’intero movimento clandestino.
“Facendo i conti” si può tuttavia ammettere che le perdite di vite sono innumerevoli sia da una parte che dall’altra, la questione di importanza decisiva è però un’altra: c’è stato terrorismo prima della rivoluzione comunista e prima della rivoluzione francese, e continuerà ad essercene. Il quesito di fondo, la domanda senza risposta è come possa in ogni epoca riproporsi il divorzio fra volontà e senso del reale.
LA LETTERATURA
I burrascosi cambiamenti storici e sociali degli anni ’60 hanno avuto echi e risonanze anche nei campi delle arti figurative, della letteratura, della musica e nella morale di ogni persona.
SUGGESTIONI STRANIERE
L’incidenza delle suggestioni e degli esempi stranieri è ben più larga e complessa in questo negli altri periodi precedenti, e ciò per ovvi motivi: la straordinaria efficienza degli strumenti d’informazione; l’industria editoriale che ormai opera su prospettive internazionali; l’omologazione dei comportamenti di vita e dei problemi, conseguente all’esistenza di una civiltà di massa che fa sì che certi atteggiamenti o bisogni o malesseri, siano essenzialmente propri non di una regione o di una nazione, ma abbiano dimensione internazionale.
E’ su queste basi che sorge e fiorisce una letteratura volta a contestare i valori e l’essenza della società capitalistica, fenomeno che si verifica in Inghilterra come in Francia; in America come in Italia.
_La letteratura come contestazione della società capitalistica_
A partire dagli anni Cinquanta si sviluppa in Europa quel tipo di società o di civiltà nella quale ancora viviamo. Si tratta di quella “società industriale nella fase del capitalismo avanzato” o di quella “civiltà di massa” delle quali ormai i sociologi hanno esaminato tutte le caratteristiche: che vanno dal consumismo ai persuasori occulti (che attraverso una serie di canali di comunicazione trasformano l’uomo in consumatore diretto), dall’omogeneizzazione del gusto collettivo alla mercificazione di qualsiasi tipo di valori. Questo aspetto è connesso o meglio si identifica col discorso della cosiddetta industria culturale. Quest’ultima è causa ed effetto assieme di una situazione tipica della società odierna. Cioè: il mercato dell’arte si allarga a dismisura, la richiesta dei beni culturali non si diversifica da quella dei prodotti industriali, poiché anch’essi sono simboli di promozione sociale, prima ancora che di promozione culturale. Ciò comporta la riduzione del prodotto artistico a merce che segue le leggi del mercato: è la domanda a determinare l’offerta, e quindi la produzione, ed è il sistema a provocare la domanda. In ultima analisi, il prodotto artistico per essere fruibile ed accetto al mercato deve essere gradevole, aproblematico, cioè omologo al sistema. Di conseguenza il raggiungimento di questo obiettivo pone una pesante ipoteca sull’attività dell’artista che condizionato dalle leggi del mercato, si può ridurre a docile produttore di asettici beni di consumo. A questo proposito scrive Theodor W. Adorno: .
In questa situazione è abbastanza agevole capire come mai, a partire circa dalla fine degli anni Cinquanta, si sia avuto nel mondo letterario, e soprattutto in quello delle arti figurative, un pullulare di ricerche, sperimentazioni, “neoavanguardie”. Di fronte alla negatività di certi fenomeni prodotti dall’industria culturale, scrittori ed artisti hanno tentato, isolatamente o legandosi in “scuole” o “gruppi”, la contestazione della prassi e dei valori della società di massa, con una varietà di atteggiamenti e di soluzioni che nelle arti figurative sembra avere assunto una volontà eversiva più marcata che nella letteratura. E’ però indispensabile sottolineare che quel sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche di penetrazione e di condizionamento, ha tale potere di mercificare ogni prodotto culturale, che riesce a strumentalizzare anche quest’arte di contestazione a fini commerciali, presentandolo con l’attrattiva della novità. E così, a livello di costume, il sistema commercializza la contestazione giovanile e ne canonizza un abbigliamento rituale, realizzando così grossi affari; ad un diverso livello, mercifica e banalizza i moduli dell’arte informale; riduce il recupero dell’arte popolare a mode naïf , del rustico, del primitivo.
_L’intellettuale al bivio_
Tutto ciò rende esplicita la situazione di difficoltà nella quale opera l’intellettuale, al quale si presentano tutto sommato due vie: o rifiutare completamente i canali di comunicazione offerti dalla società di massa e crearne altri alternativi, oppure sfruttare quei canali, penetrarvi e lavorare per contrabbandare e diffondere servendosi appunto del loro capillare potere. La prima (diffusione attraverso letture pubbliche o canali non ufficiali: circoli di categoria, piazze, mercati, ecc.), ha limitate capacità di penetrazione o vita non facile; la seconda parte rischia l’effetto di fare via via dimenticare ai protagonisti gli iniziali propositi...
L’intellettuale quindi si ritrova in una posizione di “stallo” e comprende che, nella società di massa, non gli vengono offerte le stesse possibilità di una volta. In effetti, oggi nessuno può credere che poeti ed intellettuali possano “cambiare il mondo”: troppi sono i condizionamenti ed i rapporti di forza che costituzionalmente sono loro avversi. D’altra parte, anche i termini dell’opposizione e della contestazione di questi ultimi decenni hanno presentato non poche ambiguità, e tanto ciò che era apparso come virulenta protesta e volontà di rinnovamento era in realtà più una fuga che una lotta, più un rifiuto disimpegnato che una concreta proposta alternativa.
_Alcune fra le più significative manifestazioni letterarie straniere_
I movimenti e le opere più importanti in cui vengono affrontati questi problemi e si sperimentano le nuove soluzioni, verranno riprese nella produzione italiana di poco posteriore. Essi sono:
• nell’area inglese il movimento dei cosiddetti angry young men del quale vanno segnalati: Ricorda con rabbia di Osborne, una feroce satira contro i miti ed i luoghi comuni del perbenismo inglese; La cucina di Arnold Wesker, una lucida rappresentazione del lavoro trasformato in alienazione;
• nell’area americana il movimento della beat generation (generazione bruciata, perduta) che ha trovato i suoi testi esemplari nel romanzo Sulla strada (1957) di Jack Kerouac, registrazione ma allo stesso tempo modello di comportamento, di un atteggiamento di rifiuto dei valori correnti che si estrinseca nel viaggiare senza meta, nella disponibilità all’avventura ed alla ricerca attraverso la droga, il jazz, il sesso;
• nell’area tedesca l’azione del Gruppo 47 e la produzione di Gunter Grass.
Nella suddetta letteratura si possono individuare due orientamenti (con la frequente coesistenza di tutti e due magari nello stesso autore):
1. Il primo si estrinseca nel rifiuto della società e suggerisce delle soluzioni di salvezza individuale: propone di sfuggire all’alienazione ed alla standardizzazione dell’uomo contemporaneo attraverso una dilatazione ed una riappropiazione dell’io da attuare tramite le più varie esperienze quali la droga, la vita comunitaria hippie, la scoperta della forza primigenia dell’eros, la mistica orientale. Di questo orientamento sono espressione Kerouac e Ginsberg.
2. Il secondo atteggiamento si estrinseca invece nell’impatto diretto e violento con la realtà storico - sociale, nel mettere in luce i funzionamenti dei meccanismi di condizionamento su cui si regge. Ne derivano quindi tipi di rappresentazione orientati non verso il radicale quanto innocuo rifiuto globale, ma attrezzati di consapevolezza, gravidi di una vasta gamma di incidenze su un preciso contesto storico. Il rifiuto cioè non approda come nel primo caso alla fuga, ma si traduce in opposizione.
E’ da queste opere e dai loro autori che gli intellettuali italiani prendono spunto, creando comunque uno stile ed una narrativa propri.
LA LETTERATURA ITALIANA
Il bisogno di creare qualcosa di nuovo, di più conforme alla società che stava nascendo verso la fine degli anni Cinquanta, nasceva dalla crisi di quel movimento che aveva dominato la scena letteraria (e non solo), dal dopoguerra fino alla metà degli anni ’50 circa: il Neorealismo.
_La crisi del neorealismo_
Dopo la Seconda guerra mondiale, nel campo letterario si è notevolmente estesa la “cultura dell’impegno”, che ha portato alla nascita di una classe di intellettuali “impegnati”. Essi hanno fatto del rinnovamento della coscienza e della lotta ideologica il punto di base delle loro opere letterarie. In particolare, in Italia, l’impegno neorealistico ha fortemente contribuito alla nascita di un modello di intellettuale, che ha fatto della letteratura uno strumento per indagare sul reale e cercare di migliorarlo.
Il concetto di letteratura impegnata, “militantistica” (elaborato nel decennio 1945-55 attraverso il dibattito critico e la produzione narrativa) si è ormai definitivamente logorato e svuotato. Si è infatti assistito al progressivo orientarsi della narrativa verso toni elegiaci o memoriali che sono la conseguenza di uno spostarsi dal piano della rappresentazione storica al piano della rappresentazione esistenziale. A questo si aggiunga la polemica, di Pasolini, contro il prospettivismo connesso ai canoni del neorealismo, contro cioè un’arte falsata da volontariste fiducie, un po’ troppo meccanicamente “positiva” e didascalica. E ancora il prepotente interesse al linguaggio ed alla componente stilistico - formale dell’opera.
Ma questa crisi del neorealismo, questo rifiuto, che assumerà sempre maggiori polemiche, di una linea narrativa che solo pochi anni prima era stata quella dominante, sono da collegare anche ad un complesso processo di revisione ideologica che agita e sommuove le forze di sinistra (e non solo in Italia). Non si tratta solo di una crisi circoscritta al piano della prassi politica o dell’ideologia, ma di una crisi di vasta portata culturale che investe anche la critica letteraria e la concezione dell’arte. Ossia : attraverso un intenso dibattito condotto soprattutto su riviste, vengono discusse e superate le imposizioni critiche della sinistra culturale dal 1945 in poi, e cioè: la battaglia per il realismo; la valutazione del prodotto artistico fortemente condizionata da preoccupazioni di impegno ideologico - politico; la polemica contro temi e moduli del decadentismo; il concetto dell’arte come rispecchiamento (ossia che l’opera d’arte esprima le condizioni storiche e sociali da cui trae origine). Si coglie in questi dibattiti la volontà di tentare metodologie nuove, una disponibilità sempre maggiore a “sperimentare”, l’impegno di arricchire e di aggiornare, al passo con la cultura straniera, ed un certo rigorismo marxista ufficiale. Le principali riviste di questo tipo: Officina, Rendiconti, Il Menabò, Il Verri, I Quaderni Piacentini.
Per concludere: si possono capire il ’68 e le laceranti trasformazioni verificatesi nel decennio che l’ha seguito solo rifacendosi al travaglio, alle polemiche, ai processi di revisione ed alla volontà di riformulazione che sono già ben evidenti fra il ’55 ed il ’60.
_Potere economico e letteratura_
Questo fermento di dibattito politico - culturale, questa fitta trama di ricerche e di aggiornamento nascono dalla necessità di trovare nuovi ed adeguati strumenti che permettano di conoscere la realtà sociale italiana che ora è ben diversa da quella che dieci anni prima si presentava agli intellettuali del Politecnico.
La società italiana, infatti, vive in quegli anni (approssimativamente dal 1954-55 al 1960-63) quel periodo che è stato definito del boom economico: la ripresa produttiva che si verifica non elimina i vecchi squilibri né porta ad uno sviluppo omogeneo delle varie regioni italiane, ma permette però specie nelle zone storicamente “privilegiate”, quindi sedi già della concentrazione industriale, un livello di vita ed una quota di benessere che sono fatti nuovi nella storia italiana. Il capitalismo, lungi dall’avviarsi a quella crisi mortale ipotizzata da Marx, dimostra una sorprendente capacità di sviluppo, ed anziché adottare le vecchie tecniche dello scontro frontale col proletario, ricorre ad una strumentale invischiante strategia che alterna il pugno di ferro col guanto di velluto. Le profonde trasformazioni che questo stato di cose apporta anche nel settore culturale sono già state precedentemente prese in esame: la reificazione del prodotto culturale e la sua riduzione a merce; il conseguente condizionamento dell’artista costretto a rispondere alle esigenze dei consumatori che chiedono prodotti d’intrattenimento, fruibili con facilità; la vischiosa serie di legami tra editori e grandi organi d’informazione, tra autori e critici, tra case editrici e giudici dei premi letterari, tra artisti e mercanti d’arte.
Questa situazione ripropone il problema di venti anni prima, sia pure in termini diversi, dei rapporti fra letteratura e potere. Allora erano le ideologie ed il potere politico a minacciare un pesante condizionamento, mentre ora era il potere economico, meno clamorosamente visibile ma più corruttore.
I PROTAGONISTI DI QUESTA NUOVA LETTERATURA
PIER PAOLO PASOLINI
Pasolini è stato un protagonista della vita culturale italiana di questo periodo di grandi mutamenti, alla ribalta sia per la sua omosessualità, sia per le sue posizioni polemiche nei confronti della società contemporanea, che suscitarono reazioni violente ed astiose.
Nel panorama recente delle nostre lettere, all’incirca dalla crisi del neorealismo in poi, Pasolini si presenta come “segno di contraddizione”, come un artista che nella varietà delle sue esperienze (poesia, narrativa, critica, cinema), ha vissuto intensamente i problemi di questi anni.
_Vita, scritti e ideologie_
nato a Bologna nel 1922 da madre friulana e padre romagnolo, trascorse l’infanzia in Emilia, Lombardia, Veneto ed è vissuto dal 1943 al 1949 a Casarsa, nel Friuli. Laureatosi in lettere con una tesi su Pascoli, si dedicò al giornalismo ed alla letteratura, e negli ultimi tempi al cinema.
Tra le tappe della sua attività in prosa, ricordiamo: Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959).
Per la poesia, invece: La meglio gioventù in dialetto friulano (1954); Le ceneri di Gramsci (1957); La religione del mio tempo (1962); Poesia in forma di prosa (1964); Transumanar e organizzar (1971).
Per il cinema: Accattone (1962); Il Vangelo secondo Matteo (1964); Teorema (1969); Medea (1969). All’attività creativa va aggiunta l’attività critica e saggistica: gli scritti raccolti in Passione e ideologia (1960), Empirismo critico (1972), Scritti corsari (1975) spaziano dalle questioni specificatamente letterarie, già affrontate nella rivista Officina (1955-58) di cui è condirettore, all’analisi della società e del costume contemporanei.
Una tragica ed oscura vicenda ha troncato la sua attività: nel novembre 1975 Pasolini è stato assassinato a Roma.
La formazione giovanile di Pasolini è inserita nel clima dell’ermetismo ed è incentrata sulla “venerazione della poesia” vista come valore assoluto e sacro. A questa fase corrispondono varie opere in dialetto friulano ma anche in lingua italiana. Il poeta vede l’arcaico Friuli contadino, come un mondo incontaminato trasformato nella sua contemplazione in un Eden mitico, identificandolo con la sua stessa giovinezza; siamo quindi nell’ambito di una sensibilità ancora romantico - decadente. Nonostante la mentalità giovanile nei versi delle prime opere, tuttavia si può notare come in esse si veda qualcosa di torbido e sofferto: l’ombra del peccato e della morte. Pasolini, infatti, non è mai riuscito a vivere il suo slancio sessuale con immediata innocenza e spontaneità: il suo vitalismo è sempre stato turbato dal senso di colpa che ha le sue radici nella formazione cattolica. Dal punto di vista ideologico il poeta bolognese, come molti altri scrittori nel dopoguerra, sentì il fascino dell’ideologia di sinistra. Per lui però il marxismo fu fondamentale, non come ideologia vissuta in modo totale, ma come uno stimolo all’impegno civile. Elemento essenziale della dottrina di Pasolini è la contraddizione di fondo tra slancio irrazionalistico e senso di colpa presente in sé, ma fu sempre consapevole di ciò, dell’inconciliabile opposizione tra le due tendenze; frutto di questo rapporto conflittuale sono alcune delle sue poesie come Le ceneri di Gramsci, sentimento presente anche nel romanzo Ragazzi di vita.
Elemento che accomuna Pasolini alla narrativa di questi anni è il populismo, con la differenza che il sottoproletariato per lui non è portatore di valori sociali positivi nei valori della borghesia, ma è qualcosa di irrimediabilmente “altro” rispetto ad essa, una negazione totale ed oggettiva dei suoi valori. Anche l’uso insistito del dialetto romanesco non risponde alle esigenze realistiche e documentarie del naturalismo ottocentesco o neorealismo contemporaneo. Infatti, se da un lato è squisita operazione letteraria basata su una ricerca filologica dell’altro, corrisponde ad un bisogno di immersione totale in quella materia così vitale e torbida al tempo stesso, di regressione in quella pura fisicità al di qua di ogni coscienza.
Durante gli anni ’60 la posizione di Pasolini nei confronti della società muta radicalmente. Lo scrittore aveva, per così dire, scommesso sulla capacità di resistenza e di non integrabilità dei suoi “ragazzi di vita” e dei suoi “violenti”; ma alla luce degli anni Sessanta e Settanta, ha perso. Egli si rende conto dolorosamente che con il boom economico e l’affermarsi della civiltà dei consumi il sottoproletario è venuto ad appiattirsi nella società, perciò Pasolini decide di condurre una lotta più accanita contro il “nuovo fascismo” consumistico che punta all’omologazione totalitaria del mondo cancellando ogni differenza individuale, sociale e negando la libertà. Questa polemica contro la civiltà inevitabilmente approda al molto discutibile vagheggiamento di un’incorrotta, ed autentica civiltà contadina fatta come l’attuale, ma fatta di consumatori di beni estremamente necessari. Inoltrandosi con sempre maggiore ostinazione su questa strada, Pasolini ha incontrato molte polemiche e le “guardinghe” distanze dei compagni di strada che non sono approdati come lui al rifiuto della civiltà.
_Ragazzi di vita_
Questo romanzo fu scritto da Pasolini nel 1955, i suoi protagonisti sono degli adolescenti della periferia di Roma, sottoproletari con alle spalle famiglie sfrattate, ammucchiate insieme ad altre famiglie in stanze o corridoi di edifici fatiscenti. Sono personaggi emarginati dalla città normale e rispettabile, non integrati in un contesto sociale di lavoro o di scuola. Sembra di assistere alla storia di adolescenti che non sono mai stati bambini, in loro c’è la voglia di giocare innocentemente, e nessuno di loro è ingenuo. La strafottenza, la tracotanza, la malizia e la prepotenza, sono talmente naturali da sembrare quasi congeniti; non esistono rapporti umani basati sull’amicizia, sui vincoli familiari o d’amore. La povertà e la disperazione che regolano in questo romanzo non guardano in faccia a niente e nessuno: per gioco si può decidere di bruciare uno del gruppo, per rabbia si può reagire accoltellando la propria madre, per necessità si rubano i soldi di tasca ad un amico con il quale ci si stava divertendo poco prima. Il fiume è il punto di ritrovo dei personaggi, metafora dello scorrere del tempo: come la vita così il fiume scorre verso un’unica direzione in un rinnovarsi del sempre uguale, questa vite hanno tutte un destino simile...
L’acqua ha un ruolo centrale, fa parte di una sorta di rito iniziatico: si attraversa il fiume per dimostrare di essere grandi, molti del gruppo muoiono compiendo questo rito. E’ un fiume torbido ed inaffidabile, una metafora più che somigliante al tipo di vita che si ritrovano i personaggi paolani, già minati dalla nascita. Anche in questo romanzo, come del resto nella maggior parte delle sue opere, sono gli istinti più naturali dell’uomo a fare da padroni: fame, sonno, sesso, sono sempre presenti.
Il linguaggio utilizzato nei discorsi è il romanesco, soprattutto con imprecazioni e frasi smozzicate. Il linguaggio utilizzato è sconvolto ed anomalo, infatti ricorre ad un intarsio dialettale che nello stesso periodo si giustappone a movenze e lessico letterari e che è apparentemente motivato da scrupoli realistici, ma resta spesso gratuito gioco letterario.
_Le ceneri di Gramsci_
Le ceneri di Gramsci è parte della raccolta La poesia pubblicata nel 1957 la quale rappresenta il punto più alto della poesia pasoliana. Essa consiste in undici poemetti tra i quali c’è Le ceneri di Gramsci che costituisce, nel panorama letterario del Novecento, un’opera fondamentale, che rifiuta i toni stessi della poesia novecentesca.
Anticipando e negando le neoavanguardie, questa poesia si rifà ad una tradizione precedente, anche nella forma metrica, costituita da poemetti in terzine. Un’opera di grande impegno civile e sperimentalismo formale in cui il poeta rappresenta in tutta la loro drammaticità le contraddizioni, consapevolmente vissute, del proprio pensiero.
Pasolini ha un’enfasi molto presente nel discorso, ed un atteggiamento populistico e giacobineggiante.
Le ceneri di Gramsci è il poemetto centrale di tutta l’opera; composto nel 1954, si apre con un inizio lento, con ritmo cadenzato. Vi è contrasto tra il laico cimitero in cui è sepolto Gramsci ed il lontano battere delle incudini dal quartiere popolare di Testaccio, non lontano da lì, ma già un altro mondo, un’altra vita. Il Gramsci di quel cimitero non è quello della prigionia, della lotta, “non padre, ma umile fratello”, quindi indifeso e solitario. E’ riscontrabile in questa idealizzazione di Gramsci, la figura del fratello partigiano assassinato: anch’egli giovane ed indifeso. Ma il centro del poemetto si sposta sulla figura del poeta, mentre Gramsci viene preso, ripreso e abbandonato più volte con un ritmo spezzato quasi a testimoniare la difficoltà di una precisa definizione. Come se il poeta, volgendo lo sguardo direttamente su di sé, acquistasse maggior forza, maggior interesse.
Il popolo assume una valenza di sincerità, quasi religiosa:
Gramsci rappresenta una dimensione storica, a cui il poeta si riferisce, ma che non intende come portatrice di progresso, che vede esclusivamente nella vitalità prorompente del popolo.
_Scritti corsari_
Scritti corsari è l’ultimo libro pubblicato da Pasolini (1978) e raccoglie gli articoli scritti dall’autore, apparsi prevalentemente sul Corriere della sera tra il 1973 e il 1975, inoltre contiene una sezione di documenti allegati. Ma è molto più che una raccolta di articoli, interviste, recensioni, è piuttosto un libro che il lettore deve ricostruire: “E’ lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa ed incompleta. E’ lui che deve ricongiungere i passi lontani che però si integrano.” Nati dall’occasione questi scritti hanno una singolare unità, anche perché nei fili che ne compongono il tessuto è sempre ben visibile “l’arte scontrosa o mestiere’ dell’autore.
Il vero scandalo di questi scritti è nella loro severità. Essi toccano fatti che coinvolgono, in modo patente o oscuro, la vita e la coscienza di milioni di uomini. Sono duri, aspri, “scandalosi” argomenti che Pasolini affronta senza indulgenza, senza approssimazioni. Il lettore degno della “scandalosa ricerca” trova qui degli scritti di “attualità”, certo non effimeri, in cui si cerca di decifrare la fisionomia degli anni a venire. La tragica morte dello scrittore e le reazioni che ne sono seguite rivelano la terribile qualità profetica, il sicuro presagio nascosti in questo libro.
PAOLO VOLPONI
Nato ad Urbino nel 1924, dove è vissuto sino al conseguimento della laurea in legge, Paolo Volponi si è segnalato nella sua prima attività come poeta con Il ramarro, 1948 e L’antica moneta, 1955, ed ha raggiunto risultati notevoli: nel 1960 gli fu conferito per Le porte dell’Appennino il premio Viareggio per la poesia. Assunto nel 1950 alla Olivetti, conduce una serie di inchieste in Abruzzo, in Calabri; in Sicilia e dopo, lavora alla direzione delle relazioni aziendali sino al 1971. Pubblica intanto nel 1962 il suo primo romanzo Memoriale che è incentrato sul mondo della fabbrica e del lavoro industriale: una realtà che lo scrittore per la sua specifica attività ha potuto osservare e studiare. Partecipa con vivaci interventi al dibattito culturale e politico degli anni Settanta, ma l’attività alla quale soprattutto si dedica è la narrativa: pubblica nel 1965 La macchina mondiale, nel 1974 Corporale. Già da quattro anni lavora alla Fiat, in principio come consulente sul tema dei rapporti tra fabbrica e città, in seguito quale segretario generale della fondazione Agnelli. Nel 1975 gli viene richiesto di dare le dimissioni dalla Fiat in seguito ad una dichiarazione di voto in favore del PCI. Dopo un breve impegno alla Radiotelevisione italiana, nel 1980 esce una raccolta col titolo Poesie e poemetti. Tre anni più tardi viene eletto senatore nelle liste del PCI come dipendente. Nel 1991 entra a far parte del gruppo di senatori di Rifondazione comunista e nel 1992 è eletto di nuovo senatore, carica che però abbandona per motivi di salute dopo un anno.
Nell’agosto 1994 Paolo Volponi muore nell’ospedale di Ancona dove era stato ricoverato nel reparto neurologico.
_La fabbrica alienante_
Con Memoriale Volponi si inserisce appieno nel problema ”letteratura e industria” che era un argomento fondamentale del dibattito politico - culturale.
Questo libro narra la storia, raccontata in prima persona, di un contadina Canavese, Albino Saluggia, il quale assunto come operaio in una grande fabbrica torinese vive drammaticamente lo sradicamento dalle sue abitudini e dal suo mondo, viene travolto dall’ingranaggio oppressivo e totalizzante della fabbrica, scopre angosciosamente un volto nemico in ogni aspetto del mondo che lo circonda e approda così ad un’irrimediabile nevrosi. Questo però, non è che un paradigma di quel processo di alienazione, di perdita della propria individualità al quale la civiltà industriale sottopone l’uomo, nel caso specifico l’operaio. La vicenda del protagonista che si configura come caso clinico, serva ad esemplificare vistosamente un rapporto tra singolo e contesto sociale: la sua nevrosi, paranoia, è emblema dell’alienazione che riguarda un’intera società.
Volponi non si limita ad una naturalistica descrizione della vita di fabbrica, ma ne rappresenta la forza fagocitante nell’intimo dell’uomo cui non resta altro scampo che la malattia.
_Dalla conflittualità all’utopia_
La macchina mondiale riprende la struttura narrativa di Memoriale ed è una narrazione - confessione in prima persona, ma la problematica che affronta è molto più complessa ed articolata.
Anteo Crocioni, il protagonista, è un contadino marchigiano che persegue un suo ideale generoso ed irrealizzabile: contaminando dimensione visionaria ed idee “scientifiche”, si logora per la stesura di un tratto filosofico - scientifico e per la costruzione di una macchina che sarà una sorta di “uomo nuovo”, con le qualità ma senza i limiti dell’uomo attuale. In conflitto con la società per questa sua vocazione rivoluzionaria, braccato, umiliato ed offeso, Anteo Crocioni, in attesa di questa costruzione che avverte sempre più irrealizzabile, vagheggia una società libera e sincera, che abbia bruciato ogni scoria di violenza e di sfruttamento e si regga sulle leggi scintillanti della ragione.
Il professor Girolamo Aspri, protagonista di Corporale, è il terzo personaggio - emblema di Volponi. Intellettuale lacerato da insanabili traumi, Girolamo, vive con angoscia la ricerca di una figura paterna che attenui la sua insicurezza: per un po’ pensa di averla trovata nella figura di Stalin, ma la storia ben presto lo delude; funzionario del PCI, impiegato dell’industria, emarginato per le sue posizioni “rivoluzionarismo utopistico”, coinvolto un po’ per sua iniziativa un po’ per caso in un’inestricabile serie di avventure, difficoltà, tentativi, in perenne incontro - scontro col suo amico Overath che lo nega e nel contempo lo completa, il protagonista istituisce con la natura, coi luoghi, con gli altri un rapporto di tipo carnale, è caratterizzato da una voracità di vita che però è compenso e denuncia insieme del suo groviglio di frustrazioni.
In ultimo orienta tutta la sua attività ad un unico ossessionante scopo che non riuscirà a realizzare (per un suo incidente e per la malvagità degli “altri”): costruirsi un rifugio atomico che assicuri sopravvivenza e rinnovamento insieme.
L’analisi della società contemporanea ostile all’uomo, il disagio e la conflittualità dell’individuo che in essa è ingabbiato sono qui riproposti con una straordinaria varietà di moduli di rappresentazione. I temi accennati (meccanismi totalizzanti, disagio, conflittualità) si calano in personaggi a tutto tondo che soffrono delirano, combattono.
Anteo Crocioni, Girolamo Aspri, fra l’altro pur partendo come Albino Saluggia dalla conflittualità e dal disagio, approdano però, diversamente da lui, ad una disposizione o dimensione agonistica sostenuta dalla prefigurazione delirante e lucida insieme, visionaria e “scientifica”, di un’umanità rinnovata, diversa, pulita.
Volponi ha cara l’idea che la nevrosi, e al limite la follia, possano offrire la più acuta interpretazione di una società prigioniera di valori codificati ed imposti; che l’irregolare, proprio perché portatore di scandalo, contenga una carica eversiva più pura e violenta.
LA FILOSOFIA
Per quanto riguarda il pensiero filosofico, le radici profonde della contestazione si possono senz’altro far risalire alle teorie di Marx e, per aspetti non direttamente politici, alla psicoanalisi di Freud.
Questi aspetti sono alla base dell’elaborazione filosofica dei pensatori che si raccolgono nella “scuola di Francoforte” che ha esercitato sicuramente una più diretta influenza sui movimenti studenteschi.
Il filosofo più famoso, considerato l’ispiratore vero e proprio della contestazione, fu Herbert Marcuse, di origine tedesca che, proprio negli anni ’60, vive negli Usa ed insegna nelle università Californiane al centro della rivolta.
Prima di sviluppare il discorso su Marcuse, non si può non fare riferimento ad Adorno, il maestro e filosofo più importante della scuola di Francoforte, il quale pone, col suo pensiero, alcuni fondamenti che resteranno alla base delle idee dei vari movimenti studenteschi.
THEODOR W. ADORNO
Nato nel 1903 a Francoforte, Adorno studiò filosofia e musica. Nel 1931 divenne libero docente nella sua città natale, ma con l’avvento del nazismo abbandonò la Germania, recandosi prima in Inghilterra, e poi negli Stati Uniti. Tornato in Germania nel 1950, diresse il rinato istituto per la ricerca sociale, insegnando filosofia e sociologia all’Università di Francoforte. Morì in Svizzera nel 1969. Fra le sue opere più significative troviamo Dialettica dell’illuminismo (1947) e Dialettica negativa (1966).
_Ragione e realtà dopo Auschwitz_
Adorno ritiene che dopo Auschwitz, gran parte delle tradizionali visioni del mondo, siano divenute semplice “spazzatura” e che la filosofia, se vuol davvero essere al passo coi tempi, debba rompere con il proprio passato. Infatti i filosofi anziché criticare la realtà si sono per lo più dedicati ad elogiarla, sforzandosi di darne una spiegazione coerente e globale. Ma così facendo, essi sono stati costretti a razionalizzare l’irrazionale, ad unificare il diverso, ad armonizzare il disarmonico, mediante un’operazione chiaramente mistificatrice, e culminata, con l’hegelismo, in un’illusoria fagocitazione dell’oggetto nel soggetto.
_Il compito della filosofia_
A questa filosofia idealistica che ingabbia il mondo in una totalità di concetti astratti che fa riferimento solo a sé stessa e che assume un atteggiamento di giustificazione e conservatore verso la società presente, Adorno contrappone una filosofia materialistica, che, partendo dal presupposto secondo cui “l’oggetto può essere pensato solo dal soggetto, ma resta sempre di fronte a questo come altro”, insiste sul non - identico, sul contraddittorio, sul disarmonico e sul particolare, rinunciando al mito della “totalità pacificata”.
In tal modo la filosofia del dopo Auschwitz assume, nel mondo contemporaneo, un ruolo centrale e programmaticamente rivoluzionario.
_Critica “dell’industria culturale”_
Secondo Adorno, uno degli aspetti più caratteristici e vistosi dell’odierna società tecnologica è la creazione del gigantesco apparato dei media (giornali, cinema, pubblicità, televisione, dischi, ecc.). adorno ha denunciato l’impero dei media come il più subdolo strumento di manipolazione delle coscienze impiegato dal “sistema” per conservare se stesso e tenere sottomessi gli individui.
Inizialmente aveva usato il termine “cultura di massa”. Rendendosi conto del carattere “ideologico” di tale espressione, che potrebbe far pensare ad una cultura spontanea della massa stessa, e respingendola, in seguito aveva usato la locuzione “industria culturale”, che, alludendo alla “preordinata integrazione, dall’alto, dei suoi consumatori”, attira subito l’attenzione sul fatto che il consumatore non è per nulla, come si vorrebbe far credere, il sovrano, il soggetto di tale industria, bensì il suo oggetto.
L’industria culturale suscita i bisogni e determina i consumi degli individui, rendendoli passivi ed etero - diretti, annullandoli come persone e riducendoli ad una massa informe, tant’è vero che persino il tempo del divertimento, che dovrebbe essere il momento della libera creatività individuale, è divenuto qualcosa di programmato, poiché è l’industria culturale stessa che stabilisce modalità ed orari del divertimento stesso, facendo, di quest’ultimo, una sorta di prolungamento del lavoro nell’epoca del tardo capitalismo.
Attraverso l’industria culturale il sistema impone quindi valori e modelli di vita funzionali al dominio di classe delle minoranze, creando vaste zone di consenso. Tanto più che essa costituisce e assomma in sé medesima, l’ideologia più vitale per il neocapitalismo: l’idea della “bontà” del sistema e della “felicità” degli individui eterodiretti che lo costituiscono.
HERBERT MARCUSE
Marcuse incentra la sua attenzione sulla polemica contro la società repressiva e la difesa dell’individuo e delle sue istanze di felicità, portando avanti un tentativo di sintesi originale tra marxismo e freudismo. Le sue opere più significative sono Eros e civiltà (1955) e L’uomo a una dimensione (1964).
_Civiltà e repressione_
Alla base di Eros e civiltà sta la convinzione, mutata da Freud, che la società ha potuto svilupparsi solo in virtù della repressione degli istinti, e in particolare della ricerca del piacere, la quale secondo la psicanalisi costituisce la molla fondamentale dell’essere umano. Infatti, la società è riuscita ad accrescere la produttività e a mantenere l’ordine, solo impedendo all’individuo la libera soddisfazione delle sue pulsioni. Freud riteneva la repressione un costo inevitabile della civiltà, Marcuse ritiene, invece, che non sia la civiltà in quanto tale ad essere repressiva, bensì quel tipo particolare di civiltà che è la società di classe. In altre parole, Freud, secondo Marcuse, non distinse fra rimozione di base (cioè un certo controllo degli istinti richiesto dalla vita sociale) ed un surplus di rimozione richiesto dalla particolare forma storica di civiltà delineatasi in Occidente. Quest’ultima è stata completamente sottomessa a ciò che Marcuse chiama il “principio della prestazione”, ossia alla direttiva di impiegare tutte le energie psico - fisiche dell’individuo per scopi produttivi e lavorativi.
Il principio di prestazione, riducendo il singolo ad un’entità per produrre, ha represso la richiesta umane di felicità e di piacere, comportando diserotizzazione del corpo umano e la cosiddetta “tirannide genitale”, ossia la riduzione della sessualità a puro fatto genitale e procreativo. In tal modo, il fine della vita, anziché essere quello di godere con gli altri del nostro stare al mondo, è divenuto il lavoro e la fatica, che gli uomini hanno finito per accettare come qualcosa di naturale, o come la giusta punizione per qualche colpa commessa, “introiettando” nella propria psiche la rimozione, secondo il processo che Marcuse descrive come “autorepressione dell’individuo represso”. Tuttavia, la civiltà della prestazione non ha potuto far tacere completamente gli impulsi primordiali verso il piacere, la cui memoria è conservata dall’inconscio e dalle sue fantasie.
_La critica del “Sistema” e il “Grande rifiuto”_
In uno scritto successivo, dal titolo L’uomo a una dimensione, Marcuse riprende e radicalizza i vari motivi di critica della società tecnologica avanzata. L’uomo a una sola dimensione è l’individuo alienato della società attuale, colui per il quale la ragione si è identificata con la realtà, perciò non scorge più il distacco tra ciò che è e ciò che deve essere; sicché per lui, al di fuori del sistema in cui vive, non ci sono altri possibili modi di esistere. Il sistema tecnologico, infatti, ha la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di stordire l’individuo in un frenetico universo consumistico e pur identificandosi con “l’amministrazione totale” dell’esistenza, si ammanta di forme pluralistiche e democratiche, che però sono puramente illusorie, poiché la decisioni, in realtà, sono sempre nelle mani di pochi. La stessa tolleranza di cui tale società si vanta, è unicamente una tolleranza repressiva, poiché il suo “permissivismo” funziona solo a proposito di ciò che non mette in discussione il sistema stesso.
Tuttavia, la società tecnologica non riesce ad imbavagliare tutti i problemi, a cominciare dalla contraddizione di fondo che la costituisce: quella fra il potenziale ossesso dei mezzi atti a soddisfare i bisogni umani e l’indirizzo conservatore di una politica che nega a taluni gruppi l’appagamento dei bisogni primari e stordisce il resto della popolazione con l’esaurimento di bisogni fittizi. Tale situazione fa sì che il soggetto rivoluzionario non sia più quello individuato dal marxismo classico, ossia il lavoratore salariato, ormai completamente “integrato” nel sistema, bensì quello rappresentato dai gruppi “esclusi delle società opulente, ovvero dal .
_Le forze mondiali della Rivoluzione_
Anziché fermarsi ad un pessimistico “Grande rifiuto” fine a sé stesso, Marcuse, negli anni successivi a L’uomo a una dimensione, ha continuato a riflettere sui possibili soggetti rivoluzionari in grado di abbattere il Sistema, mettendo in luce come la sorti della rivoluzione mondiale siano affidate ad un vasto schieramento di forze, di cui fanno parte sia i gruppi del “dissenso” dei paesi avanzati (dal sottoproletario agli studenti), sia i “dannati” del Terzo Mondo, sia il proletario occidentale ancora politicamente attivo (come quello francese o italiano). Fiducioso nell’azione simultanea di queste forze il filosofo è piuttosto scettico sulla loro azione isolata e spontaneista.

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