Pirandello: Il vitalismo

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Testo

Luigi Pirandello
Pirandello nacque ad Agrigento da una famiglia borghese. S’iscrisse all’università di Palermo, poi a Roma in lettere. Si stabilì a Roma e si dedicò interamente alla letteratura.
In seguito all’allagamento della miniera di zolfo in cui il padre aveva investito tutto il patrimonio e la dote della nuora, provocò il dissesto economico della famiglia.
Il fatto fu drammatico per lo scrittore, perché la moglie ebbe una crisi che sfociò nella follia. La convivenza con la donna fu un vero tormento a causa della sua gelosia. Dopo alcuni disagi economici, a causa dei quali P. passò da una vita d’agio borghese ad una condizione di piccolo borghese. Venne a contatto con il mondo teatrale, grazie al quale ebbe molto successo.
P. inizialmente si era iscritto al partito fascista per ottenere appoggi da parte del regime, ben presto però si distaccò da esso.
Il vitalismo
Alla base della visione del mondo pirandelliana c’è una concezione vitalistica: tutta la realtà è vita, è un continuo divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro, un flusso continuo.
Tutto ciò che si stacca da questo flusso, si irrigidisce e comincia a morire.
Noi facciamo parte di questo continuo divenire, ma tendiamo a cristallizzarci in forme individuali, in una realtà e una personalità che noi stessi ci diamo.
Questa personalità è un’illusione e scaturisce solo dal sentimento soggettivo che noi abbiamo del mondo, ci fissiamo in una “forma”.
Ciascuna di queste forme non è altro che una maschera, che noi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è sempre una stessa persona ma un fluire di stati in perenne trasformazione. Egli nega la teoria dell’Io, poiché in un individuo coesistono più individui ignoti e noi stessi.
Vi è un indebolimento dell’Io, il quale perde la sua identità e si frantuma in una serie di stati incoerenti. È questo il periodo dell’affermarsi di tendenze spersonalizzanti nella società: l’istaurarsi del capitale monopolistico, l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo, riducendola priva di relazioni; il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame personale con gli altri e diviene una particella isolata nella forma anonima. I personaggi pirandelliani hanno la coscienza di questa inconsistenza dell’Io e sono smarriti e addolorati, poiché hanno la sensazione di non essere nessuno. La maschera che l’individuo porta e che gli altri gli danno, è come una trappola: la società appare come qualcosa di fittizio che isola l’uomo della vita. Il campione di società su cui l’opera distruttiva di P. si esercita è l’Italia giolittiana e postbellica: in particolare, la critica di P. si appunta sulla condizione del piccolo borghese mentre il teatro predilige ambienti alto borghesi. L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola è la famiglia, l’altra trappola è quella economica, costituita dalla condizione sociale e dal lavoro. Per lui la società in quanto tale è condannabile, la sua critica feroce delle istituzioni borghesi non propone alternative. L’unica via di salvezza che si da ai suoi personaggi è la fuga nell’immaginazione che trasporta verso un “altrove” fantastico (Il treno ha fischiato).
Il rifiuto della vita sociale fa si che il personaggio si esclude, si isola, guardando gli altri dall’esterno della vita, rifiutando di assumere la sua “parte”.
È quella che P. definisce anche “filosofia del lontano”: essa consiste nel contemplare la realtà come da un’infinita distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata tutto ciò che l’abitudine ci fa considerare “normale”, e in modo quindi da coglierne l’assurdità e la mancanza di senso.
Il relativismo conoscitivo
Il reale è multiforme; non esiste una prospettiva privilegiata da cui osservarlo; le prospettive sono infinite. Non esiste una verità oggettiva, ognuno ha le sue verità, che nascono dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Deriva da qui una incomunicabilità fra gli uomini, poiché essi fanno riferimento alla realtà propria.
Questa incomunicabilità genera il senso di solitudine dell’individuo che si scopre nessuno. La posizione di P., viene quindi abitualmente fatta rientrare nell’ambito del Decadentismo. Alla base del Decadentismo, vi è una condizione spirituale, basata sulla fiducia in un ordine misterioso che unisce tutta la realtà in un sistema di analogie che collegano l’Io e il mondo. Se per il Romanticismo e il Decadentismo l’interiorità era il centro del reale, ora questo centro scompare, il soggetto da entità assoluta diviene “nessuno”.
L’umorismo
Dalla visione del mondo scaturiscono anche la concezione dell’arte e la poetica di P. Possiamo trovarle in vari saggi, tra cui il più importante è L’umorismo. Nell’opera umoristica la riflessione non si nasconde, non è una forma di sentimento.
Nasce il “sentimento del contrario”, che è l’aspetto principale dell’umorismo di P. La riflessione nell’arte umoristica coglie così il carattere molteplice e contraddittorio della realtà. Se coglie il ridicolo di una persona o di un fatto, ne individua anche il fondo dolente, o viceversa.
La sua è un’arte “fuorichiave”, un’arte che tende a scomporre, a fare emergere incoerenze e contrasti, in quanto lo scrittore da un lato crea e dall’altro critica ciò che ha creato. È l’arte moderna, perché riflette la coscienza di un mondo non più ordinato ma frantumato. Questa oltre ad essere l’arte moderna è soprattutto la poetica di P. stesso, le sue opere, sono tutti testi umoristici, in cui coesistono tragico e comico, da cui emerge il senso di un mondo frantumato al limite dell’assurdo.
Le Poesie e le Novelle
P. compone poesie per un trentennio sin dall’età di sedici anni, egli rifiuta le soluzioni delle più avanzate correnti contemporanee, il Simbolismo, il Futurismo, l’Espressionismo. P. scrisse novelle più intensamente nei primi quindici anni del ‘900, negli anni successivi divenne culminante l’attività teatrale, si tratta di una produzione ricchissima, nata per la pubblicazione su quotidiani o riviste. È possibile distinguere le novelle collocate in una Sicilia contadina da quelle focalizzate su ambienti piccolo borghesi, quelle Romane. P. anche nella Sicilia contadina coglie il grottesco della vita, la casualità che fa saltare ogni idea di mondo ordinato.
Il fu Mattia Pascal
È il terzo romanzo di P. fu pubblicato nel 1904 a puntate sulla rivista “La nuova antologia” nello stesso anno in volume. È la storia paradossale di un piccolo borghese imprigionato nella “trappola” di una famiglia insopportabile e di una misera condizione sociale, che per un caso si trova improvvisamente libero e padrone di se: diviene autosufficiente grazie ad una cospicua vincita e apprende di essere ufficialmente morto, in quanto la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un annegato. Però, invece di approfittare della liberazione dalla “forma” per vivere senza assumere maschere, si sforza di costruirsi un’identità nuova. In lui resta insuperabile l’attaccamento alla vita sociale, alla “trappola”, quindi egli soffre perché la sua identità falsa lo costringe all’esclusione dalla vita degli altri. Decide di rientrare nella sua vecchia identità, tornando in famiglia, ma scopre che la moglie si è risposata ed ha avuto una figlia da un altro.Non gli resta dunque che adattarsi alla sua condizione, consapevole di non essere più nessuno. In quest’opera si assiste per la prima volta all’utilizzo dell’umorismo. La realtà viene distorta ridotta all’assurdo, ma al di là del riso che questo suscita, vi è la sofferenza del protagonista; scatta dunque il “sentimento del contrario”, tragico e comico sono indissolubilmente congiunti. La novità investe anche l’impianto narrativo, non troviamo più la narrazione in terza persona da parte di un narratore esterno, ma il romanzo è raccontato dal protagonista stesso, in forma retrospettiva; inoltre il racconto è focalizzato non sull’io narratore , ma sull’io narrato, sul personaggio mentre vive i fatti, vi è quindi un punto di vista soggettivo, mutevole, che non fornisce una prospettiva certa sugli eventi. P. alla narrazione unisce la riflessione su di essa: “metanarrativa”.

Il teatro
L’interesse di P. per il teatro ha radici lontane, che risalgono ancora agli anni ’90, ma i testi scritti in questo periodo non vengono ancora rappresentati. P. scrive anche vari testi in dialetto, alcuni dei quali verranno successivamente tradotti in italiano, è un teatro che gioca sulla deformazione e sull’assurdo.
Il contesto teatrale che il P. rappresenta è quello del dramma borghese che si incentra sui problemi della famiglia e del denaro. Si tratta di un dramma serio che si basa sulla riproduzione fedele della vita quotidiana ma portata all’esagerazione. In questi drammi P. sconvolge due capisaldi del teatro borghese- naturalistico: la verisimiglianza e la psicologia. In P. gli spettatori non hanno l’illusione di trovarsi d fronte ad un mondo “naturale”, del tutto simile a quello in cui sono abituati a vivere,ma vedono un mondo stravolto, ridotto alla parodia e all’assurdo, in cui i casi della vita normale sono forzati all’estremo tanto da sembrare artificiosi. I personaggi non sono coerenti ma contraddittori. A tutto ciò corrisponde un linguaggio fatto di continue interrogazioni, esclamazioni, mezze frasi, che impediscono l’identificazione emotiva degli spettatori, inducendoli a vedere la scena in una prospettiva straniata. Inizialmente il teatro di P. ebbe scarso successo, perché il pubblico non era abituato a questo tipo di spettacolo. P. si accosta decisamente alla poetica del teatro “grottesco”, il “grottesco” non è che la forma che l’arte “umoristica” assume sulla scena.
Il Teatro nel teatro
P. scrive “Sei personaggi in cerca di’autore”, i sei personaggi a cui allude il titolo (un padre, una madre, un figlio, una figliastra, una bambina, un giovinetto), sono nati vivi dalla mente di un autore, ma questi si è rifiutato di scrivere il loro dramma, basato su conflitti familiari e lutti strazianti. Così si presentano sul palco scenico dove una compagnia sta provando una commedia, affinché gli attori diano al loro dramma quella forma che l’autore non volle fissare.
Così P. mette in scena l’impossibilità di scriverlo a causa della mediocrità dei personaggi. Il dramma suscita l’indignazione del pubblico, ma in seguito andrà in contro ad un trionfale successo. Quest’opera è l’esempio chiaro del metateatro di P., dove, attraverso l’azione scenica, si discute del teatro stesso. Altri esempi di metateatro sono: Ciascuno a suo modo, Questa sera si recita a soggetto, Enrico IV.
Il “Pirandellismo”
La successiva produzione drammatica di P., che prosegue tra gli anni ’20 e i ’30, tende a riprodurre gli schemi di quella precedente, ma in maniera alquanto stanca, in forme macchinose e artificiose.
È questa la fase che è stata definita “Pirandellismo”.
I miti e le novelle
Sul finire degli anni ’20, si ha in P. un vero e proprio cambiamento. Se prima la sua poetica si basava sull’“umorismo” e sul “grottesco”, adesso invece compaiono tendenze irrazionalistiche e mistiche, che tendono a stabilire un contatto con l’Essenza delle cose. Se nel periodo precedente la natura appare estranea, ora uomo e natura corrispondono e l’arte diventa il mezzo per rintracciare la vera essenza delle cose. Anche il linguaggio cambia, diventa lirico ispirato. Il testo più significativo è I giganti della montagna, l’opera affronta un problema che assilla lo scrittore, quello della posizione dell’arte, in particolare quella teatrale, nella realtà moderna, industriale, in rapporto con il mercato e il pubblico. Questo cambiamento può essere rintracciato nel periodo storico in cui Pirandello si trova a vivere. Inizialmente è un periodo inquieto a causa dell’istaurarsi del fascismo, successivamente si passa ad un periodo più tranquillo e quindi ad un ritorno all’ordine. Nell’ultimo periodo della vita di P. si avverte un bisogno di autenticità, di vitalità genuina, che si manifesta come ritorno alla natura, come emersione incontrollata di istinti profondi o come regressione all’infanzia, significative sono le novelle: I piedi nell’erba, Il chiodo. Altre novelle si collocano in un clima surreale, e addirittura allucinato, è il caso di: C’è qualcuno che ride. Le forze emergenti dall’inconscio possono essere sane e vitali, ma possono al contrario veicolare impulsi aggressivi e distruttivi, come nel caso di: Soffio, Una giornata, Di sera, un geranio.

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