Lo spazio dell'uomo e della legge

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Testo

MORALE
lo spazio dell’uomo e delle legge

Quando alla fine del XX secolo i processi penali intentati contro i presunti responsabili degli orrori perpetrati nei confronti degli ebrei dall’assurda morale nazista e fascista e dalla cieca condanna di una popolazione europea trascinata dai fervori che quella morale cercava di diffondere (tanto era essenziale il consenso, più o meno taciturno, della gente, per consentire un tale potere ad una tale dittatura), quando appunto questi processi si avviavano alla conclusione, emergeva chiaramente un problema di “criterio di giudizio”, nel valutare cioè l’importanza da attribuire al contesto storico-legislativo nel quale si erano inserite certe azioni individuali che in quelle sedi o a Norimberga venivano giudicate; se il senso di colpa e la morale individuale potevano o no superare gli obblighi della legge allora vigente.
A questo proposito non sono pochi i casi di difesa da tali accuse basati proprio sulla necessità di rispettare la legge e di presentarsi come un cittadino che altro non ha fatto se non adeguarsi alla legislazione o ad ordini superiori che gli imposero certi comportamenti.
La Arendt racconta mirabilmente il processo contro Eichmann nel quale appunto l’imputato si difende mostrando se stesso come un buon cittadino ligio alle leggi e al dovere; questa difesa crolla presto (tanto che né i giudici né gli stessi avvocati sembrano darle tanto peso) perché i logori temi degli “ordini superiori” e dell’”azione di stato”, già discussi a Norimberga, “Davano l’impressione che fatti senza precedenti potessero essere giudicati in base a criteri già noti”; la straordinarietà e la novità degli eventi in questione escludevano cioè ogni metro di giudizio precedentemente adottato; secondo l’analisi della scrittrice non sono che illusioni (è ancora grande il disorientamento, lo stato di confusione morale e lo shock dei crimini umani appena commessi), destinate di lì a poco a realizzarsi e a configurarsi come esigenze vere e proprie.
Ma siamo già ai nostri giorni, quando si è formata una certa mentalità dopo un lunghissimo processo storico di trasformazioni.
V secolo a.C.; Atene; tale Eufileto viene assolto dall’accusa di omicidio per aver ucciso un certo Eratostene, trovato un giorno a letto con la moglie, caso per cui la legge ateniese prevedeva la possibilità di uccisione dell’adultero (il fqonov dikaiov, il giusto delitto); così Eufileto può permettersi di basare la propria difesa sul fatto che egli ha agito così non per vendetta o per gelosia, ma per il bene dello stato, comportandosi in modo da obbedire alle leggi e al suo dovere di cittadino. Erano altri tempi, verrebbe da dire; il fatto è che allora la cultura della collettività comportava un bisogno di sicurezza nell’apparato statale tale per cui le scelte e le responsabilità individuali dovevano necessariamente coincidere con il bene pubblico, il rispetto delle leggi, la ragion di Stato.
Il centro della questione viene affrontato in maniera sistematica, molti secoli dopo, dal Manzoni che, da cattolico indignato contro i costanti pregiudizi che hanno determinato la morte di tanti presunti untori (cioè coloro che secondo il credo popolare girovagavano in città diffondendo la peste) si scaglia con tagliente ironia contro giudici, poliziotti, investigatori, e in secondo luogo la gente comune, nella “Storia della Colonna Infame” (1840).
Manzoni, pur tenendo conto dei condizionamenti esterni e dell’ambiente storico su cui si inserivano i processi e le condanne contro gli untori, non li ritiene una valida scusante per tutti coloro che, pur potendo metter fine a tali abusi, hanno preferito chiudere gli occhi per ascoltare vane chiacchiere della gente e superstizioni popolari, mettendo così in primo piano la responsabilità individuale del singolo giudice, magistrato, investigatore; la morale (vedi il Manzoni giansenista) può opporsi in qualche modo all’apparato legislativo, e tanto più può superare un’ideuzza popolare diffusasi solo perché più comoda e sbrigativa.
L’analisi di Manzoni non realizza in realtà come si stesse verificando un rapido cambiamento filosofico in questo senso, ma non possiamo aspettarci di più dallo scrittore che è essenzialmente influenzato dall’idea, tutta cattolica, della libertà del singolo, dell’uomo, che intuisce però il fatto che già dall’Ottocento si manifesta quest’esigenza di rinnovamento morale. Che si completerà ai nostri giorni.
Così nel Novecento Leonardo Sciascia realizza che oggi ci sentiamo molto vicini alle tesi storiche di Manzoni che guarda alle responsabilità individuali, percependo così, con l’occhio dell’intellettuale, l’odierna esigenza di adattare le leggi alla moralità, e non viceversa. Quella che negli anni cinquanta era un’illusione, vagamente intuita ma non realizzata a fondo, diventa certezza ai giorni nostri; Eufileto si salva in nome di una morale subordinata alla legge civile: morale era semplicemente tutto ciò che rispettava le leggi e le metteva in pratica.
Oggi, dopo le esperienze filosofiche del Settecento, Kant per primo, e soprattutto dopo i terribili disastri del secolo scorso, si afferma la necessità di costruire uno stato a partire dall’etica e dalla responsabilità individuale, non più a formare il cittadino in base a precetti a priori.

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