La vita Nuova tra Guinizzelli e Calvalcanti

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Testo

L’inquietudine permanente delle rime
Fin dai suoi esodi poetici Dante mostra di non seguire un unico modello e di utilizzare tecniche differenti. Le diverse fasi e tendenze del suo sperimentalismo sono consegnate alle Rime, una raccolta composita di versi che coprono un arco di tempo ventennale, dal 1283 fino ai primi anni dell’esilio, e che neppure l’autore immaginò come “libro”, come raccolta organica.
L’opera unitaria della lirica dantesca sarà la Vita nuova; nelle Rime manca invece un ordinamento qualunque, è incerta la cronologia, è soprattutto assente una linearità progressiva. In esse non c’è -uno “sviluppo” stilistico chiaro e distinto, ma un processo d’inquietudine permanente.- (G.Contini), un’ansia di perfezionamento che porta Dante ad appropriarsi dei modi e sperimentarvi le forme (temi, scelte metriche, lessico) che l tradizione poetica del suo tempo gli offriva. Proprio la ricerca formale è probabilmente il nucleo di partenza di questi componimenti. Lo stesso Contini ha individuato nelle Rime due poli fondamentali d’ispirazione: da una parte una “tecnica aspra”, che volutamente si scontra con il linguaggio e cerca di piegarlo a nuove esigenze interiori.
La vita nuova tra Guinizzelli e Cavalcanti
Sia per assumerne la materia e la modalità “dolce”, sia per rifiutarla in vista di una tecnica “aspra”, tutta la poesia giovanile di Dante ruota intorno alla cruciale esperienza stilnovista. Il momento massimo dell’adesione dantesca allo stilnovo è offerto dalla Vita Nuova che rappresenta una sorta di sistemazione e di bilancio di tutta la poesia giovanile dell’autore.
L’origine dell’opera va rintracciata dopo la morte di Beatrice, datata nel 1290. Dante attraversò allora un momento di crisi profonda, che adombrò nell’episodio del nuovo amore per la donna gentile. Ma infine respinse la tentazione di dimenticare la memoria della sua gentilissima o di ridurla a elemento puramente dottrinale. Nacque appunto così, per reazione, la Vita Nuova, in cui la donna amata viene riletta come figura beatificante, che salva l’uomo, mentre l’amore, soprattutto al rischioso influsso dei sensi, è inteso come amore-carità, riflesso dell’amore di Dio nel mondo. Il sentimento per Beatrice diviene così un puro ideale, al di fuori di qualsiasi competizione con l’istituto del matrimonio: l’esercizio ascetico di perfezionamento resta su un piano completamente diversi da quello della realtà quotidiana.
Perciò, tra i due possibili modelli di poesia d’amore Dante ha optato per il primo. Questo imponeva l’espulsione dalla Vita Nuova di parti importanti della sua cospicua produzione giovanile; una trentina circa di componimenti già scritti furono esclusi. Altri frutti più sperimentali e periferici del suo apprendistato poetico sono invece stati accolti nel libello della Vita Nuova ma, risistemati alla luce di un saldo criterio ideologico, ricevono un senso complessivo nuovo.
Una scelta di poetica
Scegliere Guinizzelli invece di Cavalcanti non fu facile per Dante; innanzitutto perché la Vita Nuova presuppone come interlocutore costante proprio Cavalcanti e poi perché nelle rime dell’amor doloroso ritorna buona parte delle caratteristiche che Cavalcanti attribuisce all’amore. Cavalcanti può rimanere nella veste, semmai, di anticipatore, secondo la funzione profetica svolta dal Battista nei riguardi di Cristo.
Le caratteristiche della Vita Nuova dipendono dunque da questa fondamentale scelta di poetica: il rifiuto dell’esperienza drammatica cavalcantiana e il ritorno a Guinizzelli comportano l’opzione per la dimensione della beatitudine invece della dimensione della sollecitudine.
La Vita Nuova propone, sul modello ciceroniano del De amicitia, un amore disinteressato e puro, tale cioè da bastare a se stesso, da non avere bisogno del contraccambio. La poesia celebra la civiltà della gratuità, il cui valore supremo è riconosciuto nel dono metafisico di sé, con totale abbandono e senza alcuna rivalsa: un mondo del tutto alternativo a quello della storia, in preda alla lupa, cioè alla cupidigia dei subiti guadagni.
La novità della vita nuova
Dante era ben consapevole della grande novità del libello giovanile incentrato giusto sull’idea del rinnovamento, umano e poetico insieme.
La vita dell’autore è nuova perché essa è stata rinnovata da Amore. E nove sono le rime. Nella prosa che le precede, si dice che la lingua l’ha dettata quasi da sola, mossa dall’ispirazione: il Purgatorio proclamerà che la base dello stilnovo è proprio questa fedeltà all’ispirazione. In questo passo del Purgatorio, Dante rivela la propria straordinaria coscienza critica e autocritica.
Il rinnovamento indotto nella Vita Nuova non si esaudisce nell’arco dei suoi 42capitoli; la continua tensione di Dante al superamento di ogni esperienza configura una costante evoluzione umana e stilistica.
Struttura e linguaggio della vita nuova
La Vita Nuova comprende 31 liriche (25 sonetti, 4 canzoni, una ballata e una stanza di canzone), disposte all’interno di 42 capitoli e collegate l’una all’altra dal filo costante di un commento in prosa, che dichiara la ragione di ciascuna poesia. I componimenti poetici sono cronologicamente anteriori alla stesura finale dell’opera.
L’idea della fusione prosa-poesia veniva a Dante dal modello del prosimetrum medievale.
Un modello più vicino gli era offerto dalle biografie o vidas dei trovatori provenzali. Che erano generalmente accompagnate da una serie di esposizioni o razos, in cui si spiegavano e commentavano le poesie più importanti.
La Vita Nuova è dunque un’autobiografia poetica di tono assai particolare. I contenuti si presentano non allo stato narrativo puro,bensì filtrati dalla memoria e dalla letteratura. All’interno infatti del libro de la memoria, ampio e ricco, l’autore compie una selezione e un’interpretazione: il proemio afferma di voler riferire non semplicemente gli avvenimenti occorsi, ma la loro sentenza, il loro significato: questa ricerca di senso riguarda anche la riflessione e il giudizio sulla propria poesia.
Dell’esperienza d’amore da cui è nata la Vita Nuova non possiamo più conoscere i connotati reali. Quale che sia stata la storia autentica del rapporto tra Dante e Beatrice, nell’opera esso si risolve come totalmente poetico, divenuto cioè un oggetto solo letterario. L’amore per Beatrice viene narrato secondo le regole di due codici fondamentali: da una parte gli schemi della letteratura agiografica (cioè quella che racconta le vite dei santi), dall’altra i codici dell’amor cortese.
Simbolismo e tradizione
Il modello delle scritture religiose serve a Dante soprattutto per conferire agli eventi il carattere di una fatalità mistica. In questa chiave lo strumento di Dante è il simbolismo numerico. Il numero nove svolge la funzione magico-profetica maggiore: Beatrice è uno nove cioè il prodotto della trinità per se stessa, come nove sono i gradi di ascesa dell’anima, i cieli mobili, gli ordini angelici. Altri numeri decisivi sono il quattro e il sette che rappresentano i Vangeli e le beatitudini.
L’esile vicenda narrativa si sviluppa invece secondo lo schema fissato dalla tradizione letteraria dell’amor cortese: incontro, apparizione dell’amata, contraccambio e perdita della donna, segreto sull’identità dell’amata con le conseguenti beffe ai danni dell’amante; viene poi, al punto più basso, il chiarimento sulla vera natura della donna, la tentazione dell’amore per un’altra, la memoria perenne dell’amata.
Tutto, nella Vita Nuova, sembra svolgersi fuori dal tempo e dallo spazio umano; tutto avviene nella memoria nobilitante; gli eventi raccontati sono quasi solo visioni, sogni, apparizioni.
Tra Dante e Beatrice il contatto visivo si stabilisce solo in tre capitoli su 42; il resto è un ritrarsi dello sguardo nell’interiorità.

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