La pena di morte

Materie:Tema
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Testo

Tipologia b saggio breve
Argomento: diritti umani (pena morte)
Destinazione: rivista a carattere culturale
Titolo: nessuno tocchi Caino

I diritti dell’uomo sono diritti innati, inerenti alla persona in quanto tale. Su questo principio si fonda la dichiarazione universale dei diritti umani e precisamente l’articolo 3 sancisce che ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
La pena di morta è l’uccisione premeditata ed a sangue freddo di un essere umano da parte dello stato. Allo stato dove vige la pena capitale è concesso il potere di decidere sulla vita del singolo individuo che, assassino o terrorista che sia, viene privato a sua volta della propria dignità umana.
L’articolo 5 inoltre afferma che Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti. Avendo appurato che il diritto di vivere è umano è altresì inumano e degradante riservarsi il potere di sottrarre questo diritto.
È altrettanto inumano e degradante, oltre alla pena stessa, l’atrocità insita in questo strumento, atrocità che non si esaurisce nel momento dell’esecuzione ma consiste in un lungo periodo di angoscia nell’attesa che essa venga eseguita. Inoltre in molti casi è una forma di tortura, in quanto la morte non è immediata: si va dai due minuti di vita per la decapitazione ai quindici minuti dell’iniezione letale. Tuttavia sempre più paesi la stanno abolendo ed è rimasta in vigore solo nei paesi più arretrati e meno civilizzati, fatta eccezione per gli Stati Uniti e il Belgio, che rimane abolizionista di fatto, non eseguendo pene di morte dal 1950, segno di grande senso morale se paragonato all’Italia che ha abolito la pena capitale sono nel 1994.
A queste considerazioni se ne aggiungono altre più significative, quali la possibilità tutt’altro che remota di errori giudiziari e di uccidere così un innocente come è gia capitato. Meglio un delinquente libero che un innocente morto. Si dimostra anche uno strumento di discriminazione sociale, in quanto vengono giustiziati soprattutto criminali che appartengono alle classi sociali più basse ed ai gruppi più marginali, a volte oppositori politici, difficilmente personaggi molto potenti vengono giustiziati.
È preoccupante anche il fatto che i numerosi studi condotti in materia confermano che la pena di morte non ha maggior effetto deterrente di quello di altre pene. È errato infatti pensare che chi commette omicidi calcoli razionalmente le conseguenze delle proprie azioni, sono spesso commessi in momenti d’ira o sotto l’effetto di droghe o alcool, altri soggetti hanno problemi di instabilità psichiatrica. È possibile anche che la pena di morte abbia effetti contrari in quanto chi sa di rischiare già la morte per il reato commesso è incoraggiato ad uccidere testimoni e non di meno, sapendo che sarà condannato può decidere di vender cara la pelle e commettere un’altra serie di omicidi. Inoltre molti criminologi asseriscono che non si scoraggiano i crimini aumentando la severità della punizione bensì aumentando le probabilità che questi siano scoperti e condannati.
Indubbiamente uccidere i criminali comporta minori spese per la collettività che mantenerli in vita nelle carceri fino alla fine dei loro giorni ma è altrettanto vero che potrebbero essere impiegati come lavoratori da non retribuire diventando così utili e producenti.
La pena corporale deve essere bandita, in quanto la punizione deve avere naturale morale e funzione rieducativi, uccidendo il reo non lo si riabilita, gli si nega la propria natura umana, trasformandolo in una mera causa da rimuovere.
Il fine della pena è quello non solo di rieducare, ma anche di privare il reo dei benefici che avrebbe guadagnato col delitto, privandolo di libertà e di beni materiali, che spesso è la sola ragione del reato.
Nessuno può avere il diritto di sottrarre la vita ad un altro essere, neanche se quest’ultimo errando lo ha fatto in precedenza, a nessuno può spettare il diritto di decidere quando la vita di un’altra persona debba finire: l’omicidio non può essere la condanna per un omicidio. Vale la stessa morale per il terrorismo, così come nessuno può disfarsi dei propri nemici uccidendoli, così non può lo stato e né converrebbe uccidere un nemico trasformandolo in un martire per accendere l’ira dei seguaci e procurarsi altri nemici. Allora cosa rende migliore uno stato che applica una pena di morte di un terrorista che uccide secondo la sua idea di giustizia? La pena di morte mette lo stato che la infligge sullo stesso piano dell’omicida. Come quest’ultimo, uccidono entrambi per il proprio vantaggio

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