La pena di morte

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Testo

“Mia figlia è stata stuprata, seviziata e poi uccisa… Dovrei forse perdonare chi le ha fatto questo? Potrei forse dimenticare e passare sopra un crimine così grande?? Era ancora una bambina…”
Di fronte a fatti e affermazioni di questo tipo non esiste che una sola risposta: rispettoso silenzio. Non si può far finta di niente dinanzi a tali atrocità.
E’ da questo punto di vista che deve partire la riflessione sull’istituzione della pena di morte, se si vuole capire il motivo per cui molti stati la usano ancora.
Quante volte abbiamo perso la testa? Quante volte abbiamo sentito un profondo desiderio di vendetta contro l’essere spregevole che ha commesso simili azioni?
Sono sentimenti più che giustificati, ma è proprio in questi momenti che bisogna farsi forza e riconoscere che, nonostante tutto, è indispensabile eliminarla.
A partire dall’origine dei tempi la storia dell’umanità è stata troppo spesso caratterizzata dal male e dalle ingiustizie, da uno spregiudicato uso del potere e della violenza, soprattutto per quanto riguarda le condanne a morte. Insomma, già presso le comunità preistoriche la pena di morte era usata abbondantemente, ma non è da molto che essa rappresenta una delle grandi questioni che preoccupano il mondo e lo dividono in favorevoli e contrari.
Molti di coloro che sostengono la pena capitale sono consapevoli della sua natura discriminatoria e arbitraria, come pure dei pericoli connessi alla sua applicazione, ad esempio il rischio di mettere a morte un innocente. Nonostante ciò la ritengono necessaria per la protezione della società.
Uno studio della Stanford Law Review ha documentato in questo secolo 350 casi di condannati a morte negli Usa, in seguito riconosciuti innocenti. Di questi, 25 erano ormai stati giustiziati, mentre gli altri avevano già trascorso diversi decenni in prigione.
La pena di morte, inoltre, è stata spesso usata nei confronti di minoranze razziali e contro gli oppositori politici. E’ un’arma troppo forte nelle mani di governi sbagliati; in Cina si muore non solo per aver commesso crimini gravi, ma anche per il semplice fatto di essersi opposti al regime. Nel 1999, il 60% delle esecuzioni mondiali sono avvenute proprio in territorio cinese. In Iran Esmail Hashemi è stato impiccato con l’accusa di stupro mentre Nabi Paykouften è stato giustiziato solo per traffico di droga.
Alcuni sostenitori della pena di morte trovano facile difenderla facendo riferimento al suo potere neutralizzante, poiché essa assicura che un individuo giustiziato per omicidio non compierà ulteriori delitti. Non esiste, però, solo la condanna; anche la detenzione è sicuramente un mezzo efficace per neutralizzare i criminali, ed è più economica delle esecuzioni, che in Florida costano circa 3,1 milioni di dollari. Pena capitale non è sinonimo di maggior risparmio.
Per alcuni essa avrebbe un effetto sedativo, incutendo paura verso altri potenziali assassini…Non è così. Gran parte degli omicidi vengono commessi senza aver prima calcolato le conseguenze, molto spesso in momenti di particolare ira, oppure sotto l’effetto di droghe o alcool o in momenti di panico.
La pena di morte, quindi, non serve come deterrente per i crimini e i fatti lo confermano. E’ stata fatta un’analisi sugli omicidi commessi nei Paesi mantenitori e abolizionisti: confrontando i dati è emerso che il tasso più alto di omicidi era di 11,6 su 100.000 negli stati abolizionisti e di 41,6 in quelli mantenitori.
Nei quindici anni in cui la California eseguiva condanne a morte molto frequentemente (dal 1952 al 1967, una ogni due mesi) il numero di omicidi è aumentato del 10% ogni anno.
In Giappone, infine, dove la pena di morte è prevista dalla legge, tra il novembre del 1989 e il marzo del 1993 le esecuzioni vennero sospese perché i ministri di giustizia dell’epoca erano contrari: durante la moratoria il tasso di criminalità diminuì.
Se si vuol considerare dal punto di vista evolutivo, la pena di morte non incentiva la ricerca di nuovi sistemi per la prevenzione al crimine o alla riabilitazione del condannato.
Quando essa viene applicata la gente prova quasi un sentimento di soddisfazione, ignorando il fatto che in realtà questa azione non ha ristabilito nessun equilibrio.
I parenti, gli amici e i conoscenti delle vittime non si sentono ripagati dopo la morte dell’assassino; lo sarebbero se ciò servisse a riportare in vita i loro cari ormai defunti, ma purtroppo non è così.
Dovendo giudicare la pena capitale da un punto di vista umano, bisogna sottolineare che il diritto alla vita è uno dei principi su cui si basa la nostra società. Come nessun uomo può uccidere un suo simile per qualsiasi motivo, così lo Stato non deve mettersi sullo stesso piano di colui che si è macchiato di un tale reato. In questo modo si comporterebbe come un criminale, fornirebbe a tutti un cattivo esempio, un’atrocità compiuta dalla Legge, quando essa è stata creata proprio per la tutela dei diritti umani, quindi per il diritto alla vita.
Basti pensare alla procedura che viene effettuata prima della condanna alla sedia elettrica:
“Tutto inizia tre giorni prima, rinchiudendo il prigioniero in una cella speciale che affaccia sulla stanza dove è posto lo strumento di morte. Si tratta di un faccia a faccia che porta il prigioniero a morire prima ancora di morire fisicamente. Si giunge, quindi, all’annullamento della persona.”
Questo non è atroce? Più atroce del crimine che una persona può aver commesso?
La Commissione per i Diritti Umani per la lotta contro la pena capitale nel mondo ha stabilito che “l’abolizione della pena di morte contribuisce al progressivo sviluppo dei diritti umani”.
Cos’aspettiamo, quindi ad eliminarla?
“La pena di morte non è altro che la guerra della nazione contro un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere.”
Cesare Beccaria, “Dei delitti e delle pene”

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