Il visconte dimezato: analisi dell'opera

Materie:Tesina
Categoria:Italiano
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Testo

BIOGRAFIA DI ITALO CALVINO
Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923, ma poco dopo si trasferisce con la famiglia a San Remo. I genitori, una naturalista e un agronomo che costituiscono il più remoto contatto di Calvino con il mondo della scienza, che avrà una parte cospicua nella sua più recente narrativa, gli danno un'educazione rigorosamente laica e poi lo avviano agli studi di Agraria che egli intraprende ma non porta a compimento. Appena terminata la guerra, dopo aver preso parte alla lotta partigiana, si laurea in lettere. Si iscrive poi al partito comunista e per un certo periodo affianca al lavoro di scrittore l’impiego alla redazione torinese dell’”Unità” e la collaborazione con altri giornali; l’amico Vittorini gli fa pubblicare sul “Politecnico” articoli e racconti.All’inizio del 1950 viene assunto stabilmente alla casa editrice Einaudi, dove diviene amico di Cesare Pavese che ne è il direttore editoriale.Intanto raccoglie e pubblica nel 1949 i suoi racconti nel volume Ultimo viene il corvo, e nel 1959, insieme a Vittorini, fonda e dirige la rivista “Il Menabò”.Nel 1964 si trasferisce a Parigi, dove soggiorna fino al 1980, anno che segna il ritorno a Roma. In questo periodo pubblica saggi e traduzioni, e si dedica all’approfondimento teorico delle varie possibili soluzioni narrative. Nel 1984 cambia editore, passando a Garzanti, presso cui pubblica Collezione di sabbia. Nel 1985, ricevuto l'incarico di tenere una serie di conferenze all'università di Harvard, prepara le Lezioni americane (edite postume nel 1988), ma non fa a tempo né a tenere le lezioni né a terminare la stesura del testo, perché colpito da un'emorragia cerebrale muore all'ospedale di Siena.
OPERE PRINCIPALI
Calvino esordisce nella narrativa con Il sentiero dei nidi di ragno (1947); ad esso seguirà Il visconte dimezzato(1952), primo romanzo della cosiddetta “trilogia degli antenati”, che comprende anche Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959).
A queste opere seguiranno La giornata di uno scrutatore(1963),Le città invisibili(1972), Il castello dei destini incrociati(1973), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), Palomar (1983).

IL VISCONTE DIMEZZATO
Il visconte dimezzato (1952) è la prima opera della trilogia I nostri antenati, insieme di racconti fantastici che comprende anche Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959). Calvino racconta di Medardo di Terralba, iniziando un percorso che lo porta ad analizzare, in un contesto fantastico, psiche, sentimenti, azioni e reazioni dell’uomo di fronte ai fatti della vita.
LA TRAMA
È la storia di un visconte che partecipa, assieme allo scudiero Curzio, a una guerra di religione alla fine del Seicento in Boemia. Il protagonista viene tagliato in due parti speculari da una palla di cannone. Prende il via così la vita parallela delle due metà di Medardo. Inizialmente ritorna al paese solo il lato maligno, capace di terribili atrocità: provoca la morte del padre, tenta di uccidere il nipote, condanna a morte decine di uomini solo per aumentare il numero dei fuochi fatui al cimitero. Successivamente fa ritorno al paese natio anche l’altra metà del visconte che si comporta in modo totalmente opposto: gentile, altruista, buono, o meglio “buonista”, caratteristiche che però vengono esasperate. I "due" protagonisti si innamorano della stessa donna, la pastorella Pamela e, dopo varie vicissitudini, giungono a un duello che finirà con una ferita contemporanea proprio nel punto della precedente "divisione". Il dottore riuscirà a ricongiungere le due metà e a ripristinare il quieto vivere.
SPAZIO E TEMPO
La vicenda è ambientata geograficamente a Terralba, all’epoca una piccola contea situata nei pressi del golfo di Oristano in Sardegna. Come racconta l’autore, dal castello era possibile vedere il mare e le navi in arrivo, mentre nei dintorni della cittadina si stendevano ampi prati con stagni e ruscelli e anche dei boschetti. Una parte de “Il visconte dimezzato” si svolge anche in un altro paesino (se così si può definire) sempre vicino a Terralba. Si tratta di Pratofungo, il cosiddetto ‘paese dei lebbrosi’, dove tutti coloro che avevano contratto la malattia dovevano andare a vivere. In realtà, pare che gli abitanti di Pratofungo si dessero alla pazza gioia, organizzando per ogni nuovo arrivato delle feste con musiche e danze molto spesso a carattere orgiastico. E proprio a Pratofungo che viene spedita anche la vecchia balia Sebastiana, che Medardo voleva assolutamente mandare via dal castello per attuare i propri progetti. Per quanto riguarda invece la collocazione temporale, l’autore non dice esplicitamente quando abbiano avuto luogo le vicende narrate, ma lo lascia trasparire attraverso alcuni elementi. Per esempio, questi cita più volte il capitano Cook, presso il quale era al servizio il dottor Trelawney: questo grande navigatore ed esploratore inglese era vissuto tra il 1728 e il 1779, e “Il visconte dimezzato” si colloca sicuramente in questo intervallo temporale. Un altro elemento dal quale si può dedurre l’epoca riguarda il fatto che, come racconta Calvino, nei pressi di Terralba viveva una piccola comunità di ugonotti, termine col quale si identificano i protestanti francesi di tendenza calvinista tra il 1560 e il 1629. Dopo vicende alterne, che hanno visto questa minoranza religiosa sostenuta o perseguitata, accadde che, con l’editto di Nantes emanato nel 1685 da Luigi XIV, tutti gli ugonotti dovettero emigrare dalla Francia per trovare rifugio in altri paesi, e forse una parte di essi si era stabilita proprio in Sardegna.
I PERSONAGGI PRINCIPALI
I personaggi principali del romanzo sono sicuramente le due metà contrapposte di Medardo, sul cui tema ruota tutto il libro. Calvino descrive la cosiddetta ‘metà cattiva’ del visconte come un figuro ‘vestito di un mantello nero col cappuccio che gli scendeva dal capo fino a terra; dalla parte destra era buttato all’indietro, scoprendo metà del viso e della persona stretta alla stampella, mentre sulla sinistra sembrava che tutto fosse nascosto e avvolto nei lembi e nelle pieghe di quell’ampio drappeggio...’. Questa metà del visconte si aggirava per la contea su di un cavallo nero, pronto sempre a compiere delle malefatte verso tutti gli abitanti. La sua indole cattiva, si scatenò sul nipote, sulla vecchia balia, inizialmente sul dottor Trelawney e in seguito sulla piccola comunità di ugonotti ai margini del paese e sui lebbrosi di Pratofungo, e in breve tempo tutti finirono per odiarlo. Durante un breve dialogo col nipote-narratore, lo Zoppo (così era conosciuto tra la gente) espresse il suo desiderio di vedere tutte le cose intere dimezzate, perché, a suo parere, un essere intero è ‘ottuso e ignorante’, pensa di capire tutto, ma in realtà vede il mondo in modo confuso. Al contrario, un essere diviso a metà, può vedere al di là della comune intelligenza, ed interpretare i fatti e la propria natura in modo più profondo ed autentico. E proprio per questo che Medardo non poteva certo provare vero amore per la pastorella Pamela, ma solamente un sentimento che egli stesso definisce magnifico e terribile allo stesso tempo. Altrettanto malvista dagli abitanti della contea è anche però l’altra metà del visconte, quella buona, che si era salvata grazie all’intervento di alcuni eremiti probabilmente saraceni quando si pensava fosse andata perduta. A farne la conoscenza per primo fu il giovane nipote, che inizialmente la scambiò per la metà cattiva: ‘Certo, appariva molto cambiato, con un’espressione non più tesa e crudele, ma languida e accorata (...). Ma era anche il vestiario impolverato e di una foggia un po’ diversa dal solito, a dar quell’impressione: il suo mantello nero era un po’ sbrindellato, con foglie secche e ricci di castagne appiccicati ai lembi; anche l’abito non era del solito velluto nero, ma d’un fustagno spelacchiato e stinto, e la gamba non era più inguainata dall’alto stivale di cuoio, ma da una calza di lana a strisce azzurre e bianche...’. All’inizio, il Buono tentava di riparare tutte le cattiverie del Gramo, e la gente sembrava in un primo momento apprezzare questi suoi interventi. Più tardi ci si rese conto che anche le persone particolarmente buone possono diventare coi propri atti di estrema generosità dei grandi scocciatori, al pari di quelle cattive: quindi non è bene né un eccesso né l’altro. Un lato che a me appare piuttosto comico, rappresenta il fatto che in qualsiasi situazione, la metà buona si mette a compiangere sia colui che è stato leso, che colui che provoca il danno. Ad esempio, quando Pamela raccontò al Medardo buono di come l’altra sua metà la insidiasse, questi si commosse per la povera ragazza, per i suoi genitori che sarebbero rimasti soli e anche per la tristezza senza conforto del Medardo cattivo. Anche il Buono, come del resto il Gramo, sottolineava la necessità di essere dimezzati per poter capire, nel proprio caso, la pena che ogni persona e ogni cosa provano nell’essere incompleti, nel rimanere insoddisfatti dalle circostanze della vita. A poco a poco, la metà buona di Medardo non veniva più considerata alla stregua di un santo, quanto piuttosto di un scocciatore. I lebbrosi di Pratofungo non sopportavano più le sue visite importune che volevano portare un po’ di gioia e che invece finivano per disturbare le loro attività, e perfino la comunità di ugonotti non poteva più soffrire che venissero compatiti i loro sforzi inutili per coltivare la terra. Chi invece non sembra lasciarsi impressionare né dall’eccessiva cattiveria né dall’eccessiva pietà del visconte Medardo è la balia Sebastiana. Questa era stata la levatrice di tutti i componenti della famiglia dei Terralba, compreso l’attuale visconte e il bambino che narra in prima persona le vicende. Sebastiana non voleva affatto riconoscere l’irreparabile crudeltà di Medardo, e non mancava mai di rimproverargli qualche misfatto, come se fosse stato ancora un bambino, ed è proprio per questo motivo che una volta rischiò anche la vita. Condannata a vivere a Pratofungo per i capricci del Gramo, non si lasciò coinvolgere dalla credenza comune che fosse spuntato un nuovo Medardo, molto più gentile e compassionevole del primo, e ogni volta che lo incontrava, seguitava a trattarlo come il suo ‘pargolo’. A mio parere, la presenza di una figura come Sebastiana, cosi semplice, credulona ma fondamentalmente buona, contribuisce a rendere ancora più comico l’evento-chiave del romanzo, ovvero la spaccatura del visconte in due. Un altro personaggio che ricopre un ruolo importante nel corso del libro è sicuramente il nipote di Medardo, di cui non viene mai svelato il nome, che assolve la funzione di narratore interno. Il racconto è quindi leggermente filtrato attraverso la sua ottica di bambino, e alcune volte questo rende ancora più assurdo lo svolgimento dei fatti. Il bambino nacque da una fuga d’amore che la sorella maggiore di Medardo ebbe con un bracconiere. Dopo che morirono entrambi i genitori, il nonno Aiolfo decise di prendersi comunque cura di lui, affidandolo all’educazione della balia Sebastiana, cui anche all’epoca dei fatti egli era particolarmente legato. Il nipote del visconte racconta di come trascorreva il suo tempo giocando da solo, anche se a volte aveva il permesso di partecipare alle attività di ricerca del dottor Trelawney sui fuochi fatui. E narra anche di come, seppur giunto ormai al difficile periodo dell’adolescenza, amasse ancora rintanarsi nel bosco a inventarsi delle storie i cui protagonisti, principi o buffoni che fossero, erano fatti con degli aghi di pino. Come anticipavo già prima, il compagno di giochi principale del nipote del visconte è il dottor Trelawney, arrivato per caso a Terralba a cavallo di una botte dopo che la nave presso la quale lavorava fece naufragio. Questo personaggio non ha che un ruolo secondario, ma è interessante notare come egli si spacciasse per medico e non volesse affatto esercitare la sua professione. Infatti, durante la sua permanenza a Terralba, egli non mosse mai un dito per curare un ammalato, e addirittura aveva il terrore dei lebbrosi, poiché pensava di contrarre la malattia solamente al vederli. Il suo passatempo preferito consisteva nel condurre delle esplorazioni per i territori circostanti, anche se da un po’ di tempo le sue attenzioni si concentravano solamente sui fuochi fatui e sulla loro inspiegabile origine. L’autore, pur lasciandolo trasparire attraverso le parole del bambino, non può far altro che provare compassione e allo stesso tempo disprezzo per un individuo del genere: ‘Aveva orrore del sangue, toccava solo con la punta delle dita gli ammalati, e di fronte ai casi gravi si tamponava il naso con un fazzoletto di seta bagnato nell’aceto. Pudico come una fanciulla, a vedere un corpo nudo arrossiva...’. L’effetto di comicità che, a mio parere, ne deriva, contribuisce però a mettere in evidenza come molto spesso si possano incontrare delle persone che svolgono il proprio mestiere malvolentieri, magari perché costrette: anche se non lo lasciano trasparire come il dottor Trelawney, sono comunque delle persone insoddisfatte, in un certo senso possono anch’esse essere considerate ‘dimezzate’ o incomplete, magari non secondo la linea di frattura bene-male che caratterizza il visconte. Degli altri personaggi che fanno da sfondo alla vicenda sono gli ugonotti, sfuggiti alle persecuzioni francesi e stabilitisi nei pressi di Terralba. Essi vengono visti dall’autore un po’ con commiserazione e un po’ con ironia: infatti di loro si racconta che, dopo essere arrivati a Terralba, non ricordassero neppure una preghiera della propria religione, e addirittura non riuscissero neppure a spiegare in che dogmi credessero. Inoltre, come se il destino fosse loro avverso, essi avevano deciso di stabilirsi a Col Gerbido, una zona che pur con tutta la buona volontà possibile, era particolarmente arida, e di conseguenza l’agricoltura a cui gli ugonotti si dedicavano con tanta perizia produceva poco o niente. Il loro capo era il vecchio Ezechiele, che per tutto il giorno urlava ordini al suo gruppo, e non riuscendo alcune volte a richiamare l’attenzione, si metteva egli stesso a fare anche i lavori più umili e duri. Poiché era il più anziano di tutti, gli spettava anche il compito di intonare salmi e canti, attività che restava sempre la più difficile, visto che a malapena gli ugonotti ne conoscevano l’aria o alcune parole. Fra i personaggi che fanno da cornice a “Il visconte dimezzato si possono inserire anche i lebbrosi di Pratofungo. Il loro ‘leader’ era Galateo, che ogni giorno si recava nella cittadina di Terralba per mendicare un po’ di cibo, annunciando il proprio sgradito arrivo col suono di un campanello. Da quanto ci racconta l’autore, sembra che i lebbrosi conducessero nel loro piccolo mondo un’esistenza piuttosto felice, tanto che ciascuno di loro aveva una propria casetta dove vivere, e ogni nuovo arrivato veniva accolto con canti e danze.
COMMENTO
Analogamente al romanzo Lo strano del dottor Jeckyll e del Sig. Hyde anche in questa opera la tematica del doppio si presenta come scissione anche dal punto di vista fisico, secondo quella che viene definita la “linea di frattura bene-male”. Questo tema, pur essendo stato precedentemente trattato da molti altri autori, viene reso da Calvino in modo particolarmente divertente ed ironico.L’autore infatti ci propone l’immagine di un uomo tagliato in 2, continuamente in contrasto con sé stesso, e tale diversità viene accentuata maggiormente proprio dal fatto che una metà è buona mentre l’altra è cattiva. Grazie a queste innumerevoli situazioni di contrasto, Calvino riesce a rendere entrambe le metà di Medardo ugualmente insopportabili, questo a simboleggiare che gli eccessi sono sempre sbagliati. Un altro aspetto interessante della questione consiste, a mio parere, nelle considerazioni che ciascuna metà fa circa la propria condizione. Infatti entrambe ritengono che l’essere divisi a metà comporti per ogni essere vivente dei benefici, nel senso che questi può vedere il mondo solo ed unicamente secondo la propria ottica (buona o cattiva che sia) ed interpretarlo in modo più approfondito ed autentico. Alla tematica dell’uomo dilaniato dal contrasto bene-male, si unisce anche quella dell’uomo incompleto, dell’uomo che non è stato in grado di realizzarsi totalmente. Nel romanzo si possono trovare, oltre alla figura di Medardo, molti altri personaggi che richiamano questo problema: il dottor Trelawney, pudico e timoroso, oppure anche gli instancabili ugonotti, col loro capo Ezechiele. In un certo senso, tutti questi personaggi potrebbero anche essere considerati degli alienati mentali, poiché, schiacciati dal peso del lavoro o della miseria familiare, non sono riusciti a realizzare completamente sé stessi e le proprie ambizioni, e vanno alla ricerca della propria identità (come il dottor Trelawney con i fuochi fatui). A Calvino, infatti, interessava primariamente il problema dell’uomo contemporaneo dimezzato, cioè incompleto, “alienato”»; e proprio a tal fine, ha dimezzato il suo personaggio «secondo la linea di frattura tra “bene-male”, perché ciò gli permetteva una maggiore evidenza di immagini contrapposte. D’altra parte , sottolinea lo stesso scrittore, “i miei ammicchi moralistici… erano indirizzati non tanto al visconte quanto ai personaggi di cornice, che sono le vere esemplificazioni del mio assunto: i lebbrosi (cioè gli artisti decadenti), il dottore e il carpentiere (la scienza e la tecnica staccate dall’umanità), quegli ugonotti, visti un po’ con simpatia e un po’ con ironia (che sono un po’ una mia allegoria autobiografico-familiare, una specie di epopea genealogica della mia famiglia) e anche un’immagine di tutta la linea del moralismo idealista della borghesia”. (1)
STILE E TECNICA NARRATIVA
Il narratore è interno ed è testimone della vicenda: è’ il nipote di Medardo. Il narratore racconta i fatti maggiormente secondo il suo punto di vista, anche se capita nel romanzo che i pensieri di altri personaggi vengano espressi da lui. È onnisciente e racconta vicende che avvengono anche in sua assenza. Lo scrittore usa frequentemente discorsi diretti, anche perché il narratore è un personaggio, quindi, per esprimere parole e pensieri di altri personaggi, questo tipo di scrittura è essenziale. Per facilitare la presentazione e la comprensione dei pensieri dei personaggi, tramite un narratore interno, lo scrittore utilizza il discorso indiretto libero e vari monologhi interiori. La struttura fiabesca permette all’autore di togliere pesantezza ai problemi trattati (anche indirettamente), alludendo soltanto e lasciandoli trasparire sotto una narrazione fantasiosa e coinvolgente. Il linguaggio è semplice e scorrevole, spesso ironico: le cattiverie compiute da Medardo maligno non sono mai riportare con accenti crudeli o macabri, come del resto le buone azioni del Buono sono registrate senza quella vera e propria “generosità”, con cui invece dovrebbe apparire.
L’autore, aiutato dal contesto fantastico, stupisce anche per l’estrema attualità degli argomenti: durante la lettura, tra le fessure di humour e spirito, affiorano spontanei interrogativi morali, riflessioni e domande probabilmente vecchie come il mondo, ma egualmente importanti per ognuno nell’ambito del proprio microcosmo. Al tempo stesso, la sua simpatia e la sua fantasia non vengono mai meno, bensì si esprimono anche in piccole sottigliezze, quali la scelta di nomi come Pratofungo per il villaggio dei lebbrosi o Pietrochiodo per il mastro del paese.
D’altronde, per Calvino, come per Bertolt Brecht, è proprio il divertimento la prima funzione sociale di un’opera letteraria o teatrale. E, fermamente convinto che il divertimento sia una cosa seria, Calvino afferma: «Quando ho cominciato a scrivere Il visconte dimezzato, volevo soprattutto scrivere una storia divertente per divertire me stesso, e possibilmente anche gli altri; avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra».(2)
(1) Lettera a Carlo Salinari del 7 agosto 1952, pubblicata in I. Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di G. Tesio, Einaudi, Torino 1991.p.67
(2) Intervista con gli studenti di Pesaro dell’11 maggio 1983, pubblicata in Il gusto dei contemporanei, Quaderno n.3, Italo Calvino, Pesaro 1987, p. 9.

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