Caratterizzazione dell'Innominato

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Testo

CARATTERIZZAZIONE DELL’INNOMINATO

- “Ma la fama di questo nostro era già da gran tempo diffusa in ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un oggetto di racconti popolari e il suo nome significava qualcosa d’irresistibile, di strano, di favoloso.”- Queste poche righe ci forniscono un’introduzione al personaggio di cui Manzoni non esplicita il nome. Tuttavia, sappiamo da fonti storiche che il suo nome era Francesco Bernardino Visconti ed inoltre, nella precedente edizione dei Promessi Sposi, ovvero quella intitolata “Fermo e Lucia”, il personaggio era stato introdotto con il nome di “Conte del Sagrato”.
Nei Promessi Sposi, invece, Manzoni non scrive né nomi né soprannomi e lo chiama semplicemente l’Innominato.
Nel capitolo XIX Manzoni introduce quest’uomo come una persona la cui passione era trasgredire le leggi, andare contro la volontà altrui, essere padrone e arbitro di tutto e di tutti. Aveva così commesso tanti delitti e scelleratezze che dovette uscir dallo stato, pur continuando a mantenere le sue losche amicizie. Non si sa poi per quali ragioni ritornò a Milano, rifugiandosi in un castello al confine con il territorio bergamasco, all’epoca sotto il dominio della repubblica di Venezia.
Il capitolo successivo comincia con una descrizione di quel “castellaccio”, che dominava dall’alto una vallata scoscesa e solitaria, disseminata di posti di guardia e di bravi, contornata da un paesaggio scabro e selvaggio.
All’imbocco del sentiero per il castello si trovava una specie di taverna, detta la “Malanotte”.
-“Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto.”- In queste righe, con cui Manzoni delinea sempre più chiaramente la personalità del personaggio, è presente una significante similitudine: l’aquila è un uccello rapace che vola molto in alto ma è soprattutto molto acuto. Una somiglianza che si adatta alla figura dell’Innominato, con il “nido” ancora macchiato di sangue, simbolo dei molteplici delitti commessi.
Tramite una descrizione diretta, sappiamo che l’Innominato era grande (carattere non solo fisico, ma anche spirituale), bruno, calvo, bianchi i pochi capelli che gli rimanevano, rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più dei sessant’anni che aveva; ma il contegno delle mosse, la durezza risentita dei lineamenti, il lampeggiar sinistro ma vivo degli occhi, indicavano con forza di animo e corpo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine.
Pagina dopo pagina Manzoni svela lentamente il personaggio, prima esteriormente e poi sempre più all’interno del suo animo.
Subito dopo aver promesso a don Rodrigo di aiutarlo nel suo imbroglio, l’Innominato ha qualche dubbio: tentenna un pò, non sa se ha fatto la cosa giusta e s’indispettisce di questo. Precisa Manzoni che già da qualche tempo quest’uomo provava un senso di fastidio, di noia verso gli atti brutali che aveva compiuto in passato: erano sensazioni che ora erano sempre costanti nel suo animo.
Giunto a quest’età poi, l’immagine della morte era sempre più vicina. L’Innominato aveva paura di questo, si sentiva già sconfitto: la morte non si può combattere con le armi, essa viene sola, nasce da dentro. E come se non fosse abbastanza, il fatto di essere al di sopra di tutti gli suscitava un sentimento di solitudine tremenda. Pensava poi a Dio e cominciava a meditare. In passato non si era mai curato di negare o riconoscere la sua esistenza ma ora si poneva veramente questo problema. Essendo giunto alle soglie della vecchiaia, vede Dio come una figura di giudice, ora che sta facendo un bilancio della sua vita. Lo sente quasi dentro di sé: Io sono però. Tutti questi pensieri, questi problemi sono i preliminari della sua successiva conversione.
Nel capitolo XXI, l’Innominato si ritrova davanti a chi dispensa grazie e consolazioni, ovvero Lucia. La giovine era stata rapita e condotta nel suo castello dal Nibbio, che poi l’aveva affidata, per ordine del padrone, alla vecchia che doveva farle coraggio e tranquillizzarla. Quando il Nibbio gli riferì che tutto era andato a puntino, aggiunse anche che avrebbe avuto piacere sparare nella schiena della ragazza, pur di non sentirla parlare, pregare e piangere! Gli aveva fatto troppa compassione! A queste parole l’Innominato vuole subito sbarazzarsi della donna e farla venire a prendere dai bravi di don Rodrigo, ma un –no imperioso- glielo impedisce e manda il Nibbio a dormire. È curioso di sapere come la ragazza aveva potuto emozionare il Nibbio, anche se non subito è convinto di andare da lei.
Arrivò quindi nella stanza della vecchia, vide Lucia rannicchiata a terra e le ordinò di alzarsi, ma, impaurita, riuscì solo a stare in ginocchio, coprendosi il viso con le mani. Con una voce di supplica continuava a chiedere all’Innominato per quale motivo l’avessero portata lì, che cosa avesse mai fatto per meritarsi questo, nominando il nome di Dio molte volte, dicendo che Egli perdona molte cose per un’opera di misericordia. Con dolcezza l’Innominato le disse di farsi coraggio perché l’indomani mattina si sarebbero rivisti.
Subito dopo egli andò a letto con quell’immagine viva e presente nella mente: pensava di non essere più sé stesso essendosi soffermato ad ascoltare la donna che piangeva e subito cercò qualcosa di importante su cui riflettere ma non trovò nulla. Continuava a pensare alla povera ragazza, ma soprattutto non riusciva a spiegarsi come era stato coinvolto nella faccenda. I suoi pensieri ripercorrevano la sua vita all’indietro e ricomparivano tutte le sue scelleratezze che ora vedeva sempre con maggiore orrore. D’improvviso s’alzò a sedere, prese la pistola e, quasi sul punto d’uccidersi, il suo pensiero si lanciò avanti nel tempo: immaginava il suo cadavere a terra, lasciato lì senza importanza e la confusione che si sarebbe creata al castello. E poi i discorsi, le chiacchere, sia vicino che lontano, e la gioia dei suoi nemici. Pensò poi alla vita dopo la morte...rifletteva sul fatto se esistesse o meno ma d’un tratto gli tornarono in mente Lucia e le sue parole: Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia! La vedeva, non come supplichevole, ma come dispensatrice di grazie e consolazioni. Aspettava il mattino per vederla ancora, ascoltare le sue parole e magari accompagnarla a casa.
La sua mente era totalmente affollata da pensieri di ogni genere, uno contrario all’altro.
Ma alle prime luci del mattino fu distratto da un continuo suono di campane, e se ne domandò il motivo, senza sapere ancora che presto ci sarebbe stata una svolta nella sua vita.

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