la rivoluzione cubana

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La rivoluzione Cubana
L’isola di Cuba

Cuba è la maggiore isola delle Indie occidentali, con una superficie totale di 107.800 chilometri quadrati. È situata immediatamente a sud del Tropico del Cancro, ma il suo clima è più semitropicale che tropicale, con una temperatura media annua di circa 25 gradi. Per quanto l’umidità sia abbastanza elevata, durante tutto l’anno, venti freschi contribuiscono a rendere sopportabili anche le più afose giornate estive, e in nessun periodo dell’anno fa molto freddo. Non c’è il problema che il gelo colpisca le coltivazioni dei contadini, l’unico problema può essere una siccità, cosa che comunque accade raramente. Le precipitazioni totali annue ammontano a 1300-1400 millimetri, e si concentrano nella stagione umida da maggio ad ottobre. Dato un clima stabile e sufficienti precipitazioni, basta un terreno fertile per dare un raccolto abbondante, e quello di Cuba è estremamente fertile. Non solo, ma il terreno è pianeggiante per circa i tre quinti dell’isola e dove non è adatto all’agricoltura è adatto per il pascolo. Le montagne più alte sono quelle della Sierra Maestra nell’estrema provincia orientale di Oriente, dove la vetta più alta raggiunge i 2560 metri. Cuba ha quasi 3500 chilometri di costa, lungo la quale sono situati ottimi fondali da pesca e molte profonde insenature che costituiscono dei perfetti porti naturali. L’isola è sprovvista di carbone ed è stato individuato ben poco petrolio. Ma esistono ingenti giacimenti di ferro e nichel, tanto grandi da essere considerati fra le più importanti riserve potenziali del mondo. Si trovano anche in grandi quantità cromo, manganese e rame. Quattro secoli e mezzo dopo la scoperta di Colombo che la definì la "Perla delle Antille", un altro esploratore che compì diverse ricerche sull’isola, ha scritto che essa è senza dubbio uno dei punti più favorevoli per l’esistenza umana sulla superficie della terra. Ma Cuba, verso la metà del XXo secolo, era tutt’altro che un paradiso…

La vita di Fidel Castro a Cuba fino all’esilio in Messico

Fidel Castro nasce il 13 agosto 1926 in un paesino sulla costa settentrionale della provincia di Oriente, a Cuba. Il padre, Angel Castro, è uno spagnolo che ha partecipato alla guerra di indipendenza del 1898, militando come soldato semplice nell’esercito della Corona. Finita la guerra, decide di rimanere sull’isola e trova un lavoro di sorvegliante in una piantagione della United Fruit. Solo nel 1920 riesce a comprare un terreno da coltivare, un lavoro certo per potersi permettere una famiglia. Angel Castro ha due figli dalla prima moglie. Dalla seconda, Lina Ruz, ha altri sei figli, tra i quali Fidel e Raul. Il padre, un uomo duro e ignorante, ha sempre fatto in modo che i rapporti con Fidel fossero pessimi. Fra i due non c’era comprensione, né stima. Se il figlio era pieno di slanci, di idealismo, il padre era rimasto un contadino chiuso. Fidel racconterà più tardi che il padre sfruttava i contadini, non pagava le tasse e corrompeva i politici... un perfetto reazionario. Anche se il padre era contrario, a sette anni Fidel riesce ad avere il permesso di andare a scuola. Va a Santiago a vivere da parenti. Fa le elementari e le medie in scuole di gesuiti. Per il liceo si trasferisce invece nella capitale, L’Avana. Si diploma nel 1945 al Collegio Belen, un altro istituto dei gesuiti. Nello stesso anno si iscrive alla facoltà di legge all’università dell’Avana. In questo modo entra in contatto con la politica nazionale. Cuba infatti è appena uscita dalla prima dittatura del "sergente" Fulgencio Batista. Batista ha infatti concluso la "fase liberale" del suo regime, impostagli dalla situazione mondiale, con la convocazione di una "libera" consultazione elettorale. Libera nel senso che Batista si è astenuto da fare entrare in azione il dispositivo militare di cui continua a mantenere il controllo. Dalla votazione esce vittorioso il candidato democratico, Ramon Grau San Martin, leader del partito "autentico". Per Cuba è finito il periodo di dittatura, ma non è neanche cominciato quello della democrazia, visto che il regime "autentico" si rivela ben presto incompetente e corrotto, e soprattutto incapace di affrontare i gravi problemi economici e sociali del paese. La tensione politica cresce : ed è proprio nel settore universitario in cui esplode con maggiore violenza. Nella Cuba prerivoluzionaria gli studenti infatti, come del resto in tutta l’America latina, erano sempre intervenuti nella politica. Quando Fidel inizia gli studi universitari, la degenerazione è ormai giunta al culmine. La vita politica del giovane Castro inizia dunque in quegli anni, con gli studenti. Nel 1948, con alcuni compagni cubani, partecipa a un Congresso studentesco latino-americano a Bogotà. Nell’aprile di quell’anno a Bogotà, Fidel assiste ad una vera e dura sommossa popolare per la prima volta. Era l’inizio di una violenta guerra civile che durerà quasi dieci anni e che costerà alla Colombia quasi duecentomila vittime. Fidel lotta e combatte a fianco della popolazione, per poco però, infatti, dopo aver chiesto asilo all’ambasciata cubana, viene rimpatriato. Sempre nel 1948 Fidel conosce una giovane studentessa di filosofia, Mirta Diaz Balart, anche lei originaria della provincia di Oriente, e decide di sposarla. Puntualmente, dopo nove mesi, nel ‘49, nasce Fidelito. Dopo la laurea, nel 1950, Fidel esercita l’avvocatura e entra nello studio legale Aspiazu & Resende, a L’Avana. La pratica forense del Dr. Castro dura solo fino al 1952. Ormai infatti Fidel si è buttato nella politica. È membro influente del "Partito ortodosso", ala sinistra dell’"autenticismo". Dopo il suicidio di Eduardo Chibàs, guida politica del partito ortodosso, nell’agosto del 1951, Cuba è nel clima teso pre-elettorale. Al candidato "autentico" e all’ex-dittatore Batista, gli ortodossi decidono di contrapporre un loro uomo, Roberto Agramonte. I comunisti lasciano intendere che lo appoggeranno, i pronostici lo danno già vincente. Fidel Castro è uno degli organizzatori più attivi della campagna elettorale. Ma, il 10 marzo 1952, il sergente Fulgencio Batista prende con la forza quel potere che il popolo gli aveva negato con il voto. Comincia così la seconda lunga dittatura di Batista. Per Fidel non ci sono molte soluzioni. L’unica è una rivoluzione. Il primo problema è trovare un gruppo di persone adatte. Entra in contatto con un gruppo di giovani che sta organizzando attività di tipo resistenziale. Pubblicano clandestinamente un giornale. Gli esponenti principali sono Abel Santamaria e Jesus Montané. Fidel assume subito il comando, aiutato da Abel e dal fratello minore Raul, che non lo ha mai abbandonato. Il progetto prevede di prendere con la forza la caserma Moncada a Santiago de Cuba per rifornirsi di armi. Nei primi mesi del 1953 il piano prende corpo. L’assalto è studiato nei minimi particolari. Viene decisa la data : 26 luglio, all’alba, in pieno Carnevale... in modo da cogliere di sorpresa i soldati presumibilmente ubriachi e con i sistemi di sicurezza al minimo. Sono circa 150 gli uomini che lasciano la capitale, qualche giorno prima, per dirigersi verso oriente. L’inizio della rivoluzione però fallisce miseramente. Lo scontro, durato 3 ore, si conclude con la ritirata di Fidel. Tre rivoluzionari morti, quasi tutti gli altri vengono catturati e torturati, alcuni fino alla morte, nella caserma. Solo una trentina dei prigionieri sopravvive. Pochi riescono a non farsi prendere. Dopo qualche giorno viene catturato anche Fidel e il 21 settembre si apre il processo. Fidel non si difende, attacca. Durante il processo del 6 ottobre pronuncia il discorso "La storia mi assolverà". Il testo che ormai conoscono tutti è un ampliamento del discorso, ed è stato scritto durante la sua prigionia. Riesce dal carcere a farlo avere ai compagni che ne stampano clandestinamente centomila copie. Fidel parla di "libertà economica" e di "giustizia sociale" ; ma in concreto le misure che vengono auspicate sono ben lontane da un attacco vero e proprio alla borghesia cubana e un accenno al problema della dipendenza neocoloniale. Viene comunque condannato a 15 anni di prigione nel penitenziario dell’Isola dei Pini. Qui trova Raul, condannato a 13 anni. Intanto la moglie Mirta causa seri problemi politici a Fidel essendo suo fratello il sottosegretario del Governo. Nel maggio del 1955 il Congresso vota un’amnistia generale. Sul battello che riporta sull’isola i prigionieri nasce il "Movimento 26 Luglio" (M 26-7). Fidel, subito dopo la liberazione, divorzia. Mirta si sposerà di nuovo, Fidel no. Fidelito sarà all’Avana quando il padre tornerà trionfante.
Non vedendo possibilità di una lotta politica interna, Fidel e Raul lasciano Cuba il 7 luglio 1955.

La preparazione in Messico

Dopo essere stati liberati, nell’estate del ‘55 Fidel e Raul Castro partono per un volontario esilio in Messico. L’idea è di organizzare un corpo di spedizione per "invadere" Cuba e provocare un’insurrezione generale nell’isola. L’idea strategica centrale è ancora, grosso modo, la stessa dell’attacco alla caserma Moncada del ’53. Sbarcare vicino a Santiago de Cuba (la zona preferita dai Castro che provengono proprio dalla provincia di Oriente e che quindi conoscono bene) e attaccare una caserma, in coincidenza con un’insurrezione nella città provocata dalla rete clandestina del Movimento 26 Luglio. I preparativi della spedizione durano quasi due anni. Si tratta di raccogliere i fondi per finanziare l’impresa, di addestrare gli uomini alla guerriglia e di rafforzare la rete resistenziale a Cuba. Sul piano politico, il biennio 1955-56 segna il progressivo distacco del Movimento dal Partito ortodosso. Se la frattura politica è comunque sfocata, nel senso che le riforme che il Movimento auspica continuano ad essere abbastanza vaghe, è invece reale e profonda sul piano organizzativo, sia perché Fidel avoca a sé la direzione suprema del movimento rivoluzionario, sia perché il Partito ortodosso non è pronto a trasformarsi in un’organizzazione compatta, come la strategia che Fidel aveva scelto esigeva. A Città del Messico, Ñico Lopez, un altro esule cubano compagno di Fidel e superstite dell’attacco alla caserma Moncada, conosce Ernesto Guevara, che in quegli anni lavora all’Ospedale generale della capitale, e lo presenta a Raul, poi a Fidel. Quando Fidel propone a Guevara di unirsi ai rivoluzionari come medico, l’argentino decide che è giunta l’ora di passare all’attacco, unico sistema per battere il capitalismo. Il quartier generale degli esiliati è in una casa di una cubana, è lì che Fidel conosce Ernesto Che Guevara, colui che sarà uno dei protagonisti della Rivoluzione. Il gruppo viene addestrato in una fattoria vicino alla capitale, sotto la guida di un anziano ufficiale di origine cubana. Ernesto Guevara è l’unico con una formazione culturale e politica superiore a Fidel Castro. Non ancora militante comunista, è invece già saldamente ancorato al marxismo-leninismo. Improvvisamente nel giugno 1956 la polizia fa irruzione nella fattoria e arresta tutti. Guevara avrebbe dovuto essere espulso dal Messico per via del permesso di soggiorno scaduto, mentre i cubani vengono rilasciati per mancanza di capi di imputazione seri. Fidel è assolutamente contrario ad abbandonare l’argentino, sapendo di aver bisogno di uno come lui, al punto di perdere tempo e denaro preziosi per tirarlo fuori dal carcere grazie ad un burocrate corrotto. Anche se il Movimento è stato fortemente indebolito dall’azione della polizia, Fidel si rende conto che è giunto il momento di partire per Cuba. Ernesto Guevara si congeda dalla moglie Hilda e dalla figlia di appena sei mesi. Il 26 agosto 1956 Fidel annuncia che rientrerà a Cuba prima della fine dell’anno. "Prima che giunga il 1957 - proclama - saremo liberi o martiri". Alle critiche di aver dato la possibilità a Batista di organizzare una difesa, Fidel risponde che non c’è problema, che si chiama "guerra psicologica". Fidel compra da uno statunitense il "Granma", una barca per una ventina di persone, e si fa cedere anche un piccolo terreno sulle sponde del fiume Tuxpan per far aggiustare la vecchia imbarcazione. Saranno però in ottantadue i rivoluzionari che lasceranno il Messico sul Granma la notte del 25 novembre 1956.

Il personaggio: Ernesto Che Guevara

Ernesto Guevara de la Serna nasce a Rosario (Argentina) nell’estate del 1928. Diverse sono le date di nascita che compaiono sui testi e nelle biografie del Che. 4 giugno, 14 giugno, 14 luglio… Il padre, Ernesto Guevara Lynch, e la madre Celia de la Serna appartenevano alla buona società argentina. Ernesto Guevara padre aveva studiato architettura, ma non si era mai laureato: per questo la famiglia non era nelle migliori condizioni economiche. Dopo la nascita, i Guevara si trasferiscono a San Isidro, ed è qui che, il 2 maggio 1930, succede un fatto destinato ad avere gravissime ripercussioni su tutta la vita del "Che". Celia lo porta a fare il bagno in un fiume, e la sera Ernestito si ammala di polmonite. All’incidente seguono i primi attacchi d’asma, malattia che lo accompagnerà per tutta la vita. Negli anni successivi, i genitori si trasferiscono di continuo per cercare un posto che faccia soffrire il bambino il meno possibile. Ernestito cresce ad Alta Gracia, nei pressi di Còrdoba, ai piedi della Cordigliera delle Ande. Ernestito comincia a praticare gli sport, diventando robusto e forte. Giocando con i piccoli indios dei dintorni, già a nove anni si rende conto della disparità sociale che li separa. Ernesto trasforma la casa di famiglia in casa del pueblo e accoglie amici e bisognosi. Conosce Alberto Granado, che lo accompagnerà in futuro nei viaggi in America latina, e incomincia a praticare il rugby. Oltre allo sport, legge molto e ama giocare a scacchi. Nel 1946 ottiene la licenza liceale e l’anno successivo la famiglia si trasferisce a Buenos Aires, per permettere a Ernesto di frequentare l’Università. Si iscrive alla facoltà di medicina. A ventitré anni lui e l’amico Granado partono per un viaggio di sette mesi, di circa diecimila chilometri, attraverso l’America latina. Partono alla fine del ’51, in moto, a piedi, in treno e in autostop, passano dal Cile, visitano il Perù, dove lavorano per tre mesi in un lebbrosario. Alberto è neolaureato in medicina e per Ernesto è una buona occasione per fare pratica, infine vanno in Colombia e in Venezuela, dove il Che lascia l’amico per tornare in Argentina e finire gli studi. Si laurea nel marzo del 1953 e decide di raggiungere Alberto per lavorare con lui. Lascia l’Argentina non sapendo che ci tornerà solo otto anni dopo, per poche ore e in incognito. 26 luglio 1953. Mentre un treno trasporta il giovane medico, a decine di migliaia di chilometri si sta combattendo una battaglia con un’importanza essenziale a Cuba. Decide di recarsi in Guatemala dove è in corso una rivoluzione. Arriva nella capitale all’inizio del 1954. Seguono mesi decisivi e fondamentali per la formazione politica di Ernesto. Militando in vari gruppi rivoluzionari, conosce Hilda Gadea, peruviana. Legge e studia Marx e Lenin con l’amica. Conosce anche Ñico Lopez, l’esule cubano che lo presenterà a Fidel Castro in Messico. Nel giugno del ’54 aerei presumibilmente americani bombardano la capitale, e dopo un attacco militare il governo Arbenz cade. Ernesto fugge in Messico con Hilda. Lavora come fotografo fino a riuscire ad essere assunto all’Ospedale generale di Città del Messico. All’Ospedale ritrova il suo amico cubano Ñico che lo presenta a Raul Castro e poi, nel luglio del ’55, a Fidel, in una casa di un’esule cubana. Dopo vari incontri Fidel chiede all’argentino di diventare il medico della spedizione per la liberazione di Cuba, Ernesto accetta.

Dalla Sierra Maestra a L’Avana

Nella notte del 25 novembre 1956 ottantadue uomini salgono a bordo del Granma, una vecchia imbarcazione di legno, lunga tredici metri e larga cinque, e costruita per accogliere al massimo venticinque persone. Navigando a luci spente per non venire fermati dalle autorità messicane, la barca scende il Rio Tuxpan e raggiunge il mare aperto a sud del Golfo del Messico dove imperversa il maltempo. Il Movimento 26 di luglio, che opera a Cuba sotto le direttive di Fidel stesso, ha predisposto l’appoggio logistico allo sbarco in più punti dell’isola: Manzanillo, Campechuela, Media Luna, Pilón. Un servizio di accoglienza è stato organizzato da un gruppo di contadini conquistati alla causa. Sull’altro fronte, l’esercito di Batista è pronto a combattere. Gli aerei C47 e B25 si danno il cambio lungo la costa. Un elenco di imbarcazioni da diporto è stato segnalato ai guardacoste e ogni sospetto deve essere fermato per controlli. La pioggia, la nebbia e il cattivo tempo che, nello stretto che separa l’isola dal Messico, avevano reso quasi impossibile la traversata, ora proteggono dai fasci luminosi della marina cubana gli uomini di Fidel. All’alba del 2 dicembre, dopo una settimana di faticosa navigazione, il Granma costeggia la terraferma, ma si incaglia lontano dalla spiaggia prevista dove ci sono i compagni ad attenderli. Finiscono in un’inestricabile palude di mangrovie, e vengono subito individuati dall’aviazione nemica. L’unica possibile via di salvezza che si presenta ai guerriglieri è la Sierra Maestra, che si erge non molto lontano da loro. In condizioni terribili, molti si perdono, e per molti giorni vagano alla cieca in una giungla fittissima, carichi di armi. Sfuggono per poco all’esercito di Batista però, infatti la barca è stata scoperta, e per tutta l’isola si diffonde la voce che Fidel Castro è sbarcato con duecento uomini. Tre giorni dopo lo sbarco, in un canneto chiamato Alegría del Pio, i ribelli devono subire il primo violentissimo attacco da parte dell’esercito. Solo 15 degli 82 uomini si salvano, questi si dividono in gruppi e si ritroveranno solo dopo giorni. Molti sono feriti. Anche Ernesto Guevara, il medico della spedizione, viene ferito molto gravemente al collo e al petto. A L’Avana non tarda a diffondersi la notizia che Fidel è morto e che i rivoluzionari non sono più un problema per la dittatura di Batista. Il mondo intero se ne convince presto, e persino l’esercito ritira dalla Sierra Maestra una parte significativa delle proprie unità. Ci vorranno diverse settimane prima che il gruppo dei sopravvissuti si ritrovi. I primi mesi del 1957 vengono usati per ampliare i territori dei guerriglieri sulla Sierra Maestra e per riorganizzare un esercito con l’apporto di nuovi contadini conquistati dalla causa della Rivoluzione. Restano nascosti per non attirare l’esercito di Batista sulla Sierra sapendo di essere ancora pochi. In pochi mesi però i ribelli si organizzano, crescono di numero costantemente, e incominciano a colpire alcune postazioni nemiche. Il 17 gennaio avevano già conquistato la caserma di La Plata, importantissima postazione sulla Sierra, e in seguito riescono ad avere sempre un maggiore dominio della regione. Verso la metà di febbraio Fidel vince un’altra battaglia ospitando sulla Sierra il giornalista del New York Times Herbert Matthews, che scriverà un articolo sul quotidiano statunitense raccontando le imprese dei giovani cubani rivoluzionari, e convincendo così il mondo intero che Castro e compagni sono ancora vivi e determinati. In marzo incominciano manifestazioni e insurrezioni in tutta l’isola, incominciando a preoccupare Batista che aveva largamente sottovalutato la potenzialità della rivoluzione. Sul piano politico, Fidel lavora tantissimo cercando di creare un ampio fronte di appoggio alla guerriglia cui partecipino tutti i settori politici e sociali in lotta contro la dittatura. L’impresa non è facile: i partiti borghesi sono disposti ad aiutare l’esercito ribelle, ma rifiutano qualsiasi tipo di alleanza con i comunisti, mentre i comunisti sono d’accordo di trattare con i partiti borghesi, ma si rifiutano di aderire alla strategia guerrigliera di Fidel. Solo in estate Fidel riesce a unire le forze grazie a compromessi e lunghe trattative. Intanto sulla Sierra il Che lavora per istruire i contadini analfabeti. Fonda una scuola di reclutamento e di addestramento a El Hombrito, e diffonde la voce della Rivoluzione grazie alla radio e ai giornali. Forte dei suoi successi, la guerriglia arruola adepti che hanno origini sociali diverse, compreso un gran numero di donne, che, anche secondo il Che, sono importantissime in un processo rivoluzionario per garantire collegamenti e comunicazioni con le altre forze combattenti.
Il 1958 incomincia bene per la Rivoluzione. Ormai sono più di seicento gli uomini che lottano e combattono, senza contare quelli che in città compiono sabotaggi, manifestano, scioperano e mantengono una rete di informazioni e di aiuti per il M 26-7. La Sierra è ormai completamente "territorio libre de Cuba", come, nel febbraio ’58, dice Fidel a Radio Rebelde, che trasmette dalla Sierra Maestra comunicando ai cubani gli ideali della Revolucion. Più tardi sarà il Che di persona che parlerà al popolo su Radio Bemba. Grazie anche alla stampa clandestina del Movimento e alle radio locali, sulla Sierra arrivano sempre più volontari, contadini, studenti… I partiti riconoscono ormai in Fidel Castro il capo supremo del Movimento. La dittatura è disorientata. In marzo Fidel da al fratello Raul il comando di una colonna di guerriglieri con il compito di prendere Santiago de Cuba avanzando verso Oriente. Il 9 aprile fallisce però lo sciopero generale rivoluzionario programmato da Fidel. L’esercito soffoca nel sangue i manifestanti di molte città, e Batista ritrova fiducia e continua a credere, ora più di prima, che il problema della rivoluzione si sta risolvendo a suo favore. Spera infatti che con un attacco finale ai guerriglieri, a Cuba ritornerà l’ordine. Ai primi di maggio partono verso la Sierra quattordici battaglioni dell’esercito più sette compagnie con mortai e carri armati, vale a dire circa diecimila uomini sostenuti dall’aviazione e dalla marina. Ma i barbudos, come venivano chiamati perché avevano tutti la barba, giocano in casa e, al riparo in una giungla che conoscono alla perfezione, affiancati dai contadini, padroni assoluti degli accessi più importanti, dei ponti stradali e ferroviari, riescono a combattere una forza armata dieci volte più potente di loro. Si impadroniscono di radiotrasmittenti nemiche dalle quali riescono a ordinare agli aerei di Batista di bombardare le sue stesse postazioni. Riescono ad impossessarsi di oltre cinquecento armi di ogni tipo, compresi mortai e carri armati. Tra il 25 di maggio e la metà di agosto del ’58 l’esercito di Batista viene duramente sconfitto e a L’Avana il panico si diffonde tra i dirigenti del regime.
Nell’estate del ’58, non solo Fidel riesce a consolidare l’alleanza dei partiti e dei movimenti contro la dittatura, ma nasce finalmente a Caracas il "Fronte Civico" proposto da Fidel un anno prima per organizzare meglio le attività nelle città. In agosto il Che viene nominato Comandante della colonna 8 "Ciro Redondo" dell’esercito ribelle, con il compito di avanzare fino alla provincia di Las Villas, mentre Camilo Cienfuegos dovrà guidare la colonna 2 "Antonio Maceo" verso nord per arrivare a Yaguajay, sopra Santa Clara, nel centro-nord di Cuba (l’obiettivo della colonna era all’inizio la provincia di Pinar del Rio, all’estremità ovest dell’isola). In agosto e settembre molte città cadono nelle mani del Che e di Camilo Cienfuegos, e l’esercito di Batista incomincia a traballare non più solo nella giungla della Sierra. Per oltre un mese le due colonne seguono lo stesso itinerario, poi, vicino al confine fra la provincia di Camaguey e quella di Las Villas, il 5 ottobre si separano. Cienfuegos ripiega verso nord, mentre Guevara prosegue verso ovest seguendo da vicino la costa meridionale dell’isola. Gli obiettivi delle due colonne sono, rispettivamente, il fortino di Yaguajay e la città di Santa Clara, capitale della provincia di Las Villas e chiave della strada verso L’Avana. Le sorti della guerra civile a Cuba si decidono fra Natale 1958 e Capodanno 1959. La battaglia di Santa Clara comincia alle 5 del mattino del 29 dicembre e dura ininterrottamente per più di tre giorni, fino al pomeriggio del 1o gennaio. Nel corso della battaglia giunge dall’Avana anche un treno blindato, che però viene fatto deragliare dai guerriglieri. Quando i combattimenti cessano a Santa Clara, anche Yaguajay è caduta e il dittatore Fulgencio Batista ha già abbandonato Cuba in aereo. Per impedire problemi enormi tra i vari movimenti e partiti scesi in campo nella lotta contro il regime, Guevara e Cienfuegos devono assolutamente raggiungere L’Avana al più presto e prendere il controllo fino all’arrivo di Fidel Castro. Il dittatore, prima di partire, ha insediato in extremis una specie di giunta destinata a ostacolare la presa ufficiale del potere da parte dei rivoluzionari. Le due colonne arrivano nella capitale nel pomeriggio del 2 gennaio 1959, ma la giunta è stata tolta di mezzo dai partigiani del Direttorio rivoluzionario, un altro movimento che ha avuto un ruolo importante nella rivoluzione, ma che è sempre stato un alleato difficile per il M 26-7. I partigiani hanno occupato il Palazzo presidenziale e non sembrano disposti a dividere il potere con i castristi. Dopo un periodo di tensione dove Camilo ha occupato una caserma e il Che si è insediato nella Cabaña, l’antica fortezza coloniale che dal porto domina la città, il pericolo di uno scontro viene scongiurato definitivamente quando, il 6 gennaio, arriva Fidel Castro da Santiago appena conquistata.

Il periodo successivo alla Rivoluzione

Presidente della repubblica viene scelto Manuel Urrutia, un magistrato di idee liberali che, durante la guerra civile, si era schierato contro la dittatura quando aveva dovuto istruire un processo contro un gruppo di castristi. Su 15 ministri il Movimento 26 Luglio ne ha avuti sei, e di questi solo due sono uomini di fiducia di Fidel. Secondo il giornalista americano Matthews, che in quei giorni ha avuto diversi colloqui con Castro, lui e Raul avrebbero dovuto solo occuparsi di creare un esercito rivoluzionario per poi in seguito ritirarsi a vita privata. Ma il nuovo governo non è all’altezza di prendere in mano il potere e di gestirlo. Quasi subito il primo ministro si dimette, e tocca a Fidel Castro sostituirlo, che però non ha nessuna esperienza e si trova con un lavoro grandissimo da compiere. Lavora tantissimo, tanto che molti suoi oppositori attendono pazientemente che le energie di Fidel si esauriscano. Ma Fidel è stato abituato a combattere e a lavorare duramente e ha alle spalle due anni di guerra nelle peggiori condizioni. Intanto incominciano le assemblee provinciali, i tribunali rivoluzionari che giudicano i nemici della rivoluzione, i dirigenti del vecchio regime e gli ufficiali dell’esercito che fino alla fine hanno lottato per Batista. Il 9 gennaio, il nuovo Consiglio dei ministri proclama Ernesto Guevara cittadino cubano con pieni diritti. In compenso il Che si dichiara pronto a ricoprire cariche ufficiali per aiutare il paese. Fidel fa scattare una serie di interventi governativi radicali: nazionalizzazione di tutti i servizi pubblici (trasporti, telefoni, poste…) fino ad allora in mano a compagnie statunitensi, statalizzazione del sistema degli alloggi e diminuzione degli affitti. A maggio viene promulgata la prima legge di riforma agraria: le piantagioni vengono nazionalizzate, lo Stato si impossessa di oltre la metà delle terre, e le proprietà individuali non possono superare i cento ettari. È una riforma fondamentale, che consente a molti contadini di diventare proprietari, ma che porta ad un fortissimo attacco da parte dei partiti borghesi, senza contare gli Stati Uniti e le loro aziende che vedevano nell’isola di Cuba una fonte di guadagno da sfruttare fino all’esaurimento, come era per la United Fruit, che in America latina era una delle più potenti. Fidel non crolla, ma fa crollare ogni suo avversario, rende il M 26-7 più potente, crea le CDR, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, che, potenti ed invadenti, operano ancora oggi. Urrutia non ce la fa, si dimette dopo un fallito tentativo di estromettere Castro dal governo. Al suo posto viene nominato da Fidel, Il 17 luglio, Osvaldo Dorticós, che opererà a fianco di Fidel fino al 1976. Si incomincia ad accusare il governo e Castro di essere comunisti, sia per le misure governative adottate, sia per aver lentamente estromesso da ogni carica politica e sociale ogni esponente della destra. Fidel e compagni sono però convinti che stanno lavorando tanto, e che quello fatto fino ad ora è stato fatto bene, che al massimo può esser fatto meglio. Questo senza parlare di comunismo. Se un governo che non è ladro, che non è una dittatura e che ha deciso di non venire sfruttato dagli USA, è accusato di essere comunista, allora l’accusa non ha più valore, e si ripiega contro gli stessi accusatori. Così si difende Fidel dagli attacchi e dai rimproveri di essere comunista. Sono ormai chiare due cose. La prima è che la vittoria sulla destra consentirà a Fidel di procedere più velocemente nella realizzazione delle riforme sociali che aveva promesso sulla Sierra a tutti i cubani. La seconda è che per ottenere questa vittoria Fidel sta per accantonare un’altra parte del suo programma originario: quello relativo alle elezioni, alla libertà di stampa, all’indipendenza dei sindacati, alla tutela delle libertà individuali. Nasce così la tesi della "rivoluzione tradita". Fidel ha lottato due anni per la democrazia, e ora sta creando un regime autoritario.

Le tensioni con gli USA e il blocco economico

Ai suoi primi passi, la rivoluzione castrista è attentamente sorvegliata da Washington, e la caduta di Batista viene persino accolta con un certo entusiasmo. Con i piccoli dittatori sudamericani (Somoza in Nicaragua, Stroessner in Paraguay, Trujillo a Santo Domingo, dove si è rifugiato Batista) Washington è sempre stata attenta a non lasciarsi sfuggire il controllo, quindi si può capire la speranza degli statunitensi di veder nascere uno stato democratico nei Caraibi. Eppure, in poco tempo, le divergenze si acuiscono sempre di più. Come già detto precedentemente gli Stati Uniti non hanno potuto accettare la riforma agraria e la nazionalizzazione di tutti i trasporti, ecc. Le prime misure di protesta si concretizzano nell’abbassare notevolmente la quota di importazione dello zucchero. Raul Castro riesce però a convincere i sovietici a comprare lo zucchero cubano in cambio di combustibile, che poi Cuba dovrà raffinare. Ma, essendo tutte le raffinerie di ditte americane e contrarie a raffinare il petrolio sovietico, Fidel, nell’agosto del ’60, nazionalizza le compagnie petrolifere dell’isola. Successivamente sarà il turno delle banche, di ogni tipo di azienda e di tutti i beni americani. Gli USA possedevano a Cuba il 90% delle miniere, il 50% delle terre, controllavano il 67% delle esportazioni e il 75% delle importazioni. Gli USA non tardano a controbattere: il 19 ottobre 1960 decretano un embargo parziale sul commercio con Cuba. Senza il commercio con gli USA, Cuba non ce la fa. Tutto quello che si consumava sull’isola era prodotto in USA o da aziende americane. Cuba si rende conto di non essere per niente autonoma, bensì un’appendice commerciale degli Stati Uniti. A fine anno il personale dell’ambasciata americana viene rimpatriato, e tutto si complica. (Teoria sul Blocco economico: È negativo al 100% per Cuba e per il socialismo?)

La Baia dei Porci

Il 3 gennaio 1961 Eisenhower rompe le relazioni diplomatiche con Cuba. Da quel momento si vive nella psicosi dell’invasione. Incominciano gli attentati e i sabotaggi pilotati da Washington e eseguiti da reazionari ed esuli anticastristi. I campi di canna da zucchero vengono incendiati, e molte aziende e industrie distrutte. Il 4 marzo l’esplosione nel porto dell’Avana della nave francese Le Courbe, con a bordo armi comprate dal Belgio, causa un centinaio di morti. Naturalmente viene sospettata la CIA. Ernesto Guevara prepara alla battaglia le milizie della provincia occidentale di Pinar del Rio, dove tutti si aspettano uno sbarco. Il 15 aprile, due caccia americani B26 bombardano gli aeroporti della capitale e di Santiago. Lo sbarco avviene il 17 aprile 1961. Millecinquecento assalitori di nazionalità cubana, filoamericani e decisi a sottrarre Cuba a Castro, sbarcano a Playa Giron, nella Baia dei Porci. Diversi sono i luoghi dai quali arrivano, addestrati e con armi fornite loro dalla CIA. Altre truppe sono state trasportate per via aerea. Avendo però sottovalutato il governo rivoluzionario cubano, che si aspettava da tempo un'invasione, il tentativo fallisce del tutto. Gli anticastristi restano bloccati nelle paludi della zona (uno sbarco molto simile a quello degli uomini del Granma) e oltre mille finiscono prigionieri. Nel corso del 1962, prima della famosa crisi dei missili di ottobre, le tensioni tra Cuba e USA non diminuiscono. I cubani temono ancora un’invasione, e dopo la crisi dei missili dovranno subire l’embargo americano che, come sappiamo, non è ancora stato tolto.

L’arrivo al socialismo e la "rivoluzione tradita"

Le misure adottate dal nuovo governo rivoluzionario provocarono l’immediata reazione del governo nordamericano, che tenterà con ogni mezzo diplomatico di incoraggiare l’opposizione delle forze moderate e reazionarie al governo castrista. Il comportamento degli Stati Uniti finì per stimolare un risultato opposto a quello sperato: si incrementarono le misure radicali di trasformazione sociale, che determinarono un’ulteriore estensione dell’appoggio popolare alla rivoluzione. La fase successiva segnerà il consolidamento dell’evoluzione socialista e marxista del gruppo dirigente, che darà una nuova configurazione all’intero corso della rivoluzione. La lotta antimperialista, infatti, aveva creato una sufficiente coesione degli strati sociali che, con l’esclusione della vecchia classe dominante e di una parte meno progressista dei ceti medi, poteva garantire al castrismo il necessario appoggio della popolazione per intraprendere il percorso della trasformazione radicale del paese, per attuare la fase di transizione al socialismo. Questa seconda fase è caratterizzata dall’impegno del castrismo per fronteggiare i diversi problemi che dovevano essere risolti per garantire la sopravvivenza del nuovo ordine, mentre la stabilità rivoluzionaria, e la stessa collaborazione dell’URSS, erano seriamente compromesse dalla gravissima crisi dei missili del 1962. Dal punto di vista strettamente politico, nel corso di questa fase si verifica un interessante processo di cambiamento culminante nella definitiva caratterizzazione socialista della rivoluzione. La leadership rivoluzionaria, rappresentata dal Movimento 26 Luglio, spinse le forze organizzate della sinistra a ridefinirsi, sollecitando una tendenza che già presentava un considerevole grado di spontaneità, per iniziare dalla base un movimento di aggregazione. La fondazione del nuovo partito comunista sarà precisamente l’intervento che renderà possibile la creazione delle strutture politiche e degli apparati di rappresentatività popolare indispensabili per la fondazione dello Stato socialista. Questa evoluzione politica avrà il suo necessario completamento nella ripresa dell’economia, attraverso l’espansione della produzione agricola e, soprattutto, della produzione di beni essenziali. Nel 1965, con l’affermazione marxista del castrismo, si esaurisce la seconda fase della rivoluzione.
Nel decennio successivo si perfezioneranno le istituzioni dello Stato socialista, e si realizzeranno enormi progressi nello sviluppo generale dell’economia e della società, come per esempio nel campo dell’educazione e della salute (grazie anche a Guevara, medico e istruttore sulla Sierra dei combattenti analfabeti). Il successo complessivo di questa rivoluzione consiste nell’aver realizzato storicamente un’alternativa agli altri progetti riformisti latinoamericani progressisti o neopopulisti.

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