C'è vita su marte?

Materie:Tesina
Categoria:Geografia Astronomica
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Data:14.06.2005
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Testo

Il pianeta Marte
Generalità
Pianeta del sistema solare, il più vicino alla Terra fra i pianeti esterni e il quarto dal Sole. Marte si muove su un'orbita ellittica, di eccentricità.0,093 e inclinata sull'eclittica di 1º,9 a una distanza media dal Sole di 227,8 milioni di km (1,52 unità astronomiche); il periodo di rivoluzione siderale è di 1,88 anni. Rispetto alla Terra, il periodo sinodico è di 2 anni e 50 giorni circa; dopo questo periodo Marte si trova all'opposizione rispetto al Sole ed è nelle condizioni migliori per l'osservazione. La distanza Terra-Marte, a causa anche dell'eccentricità dell'orbita terrestre, può variare, all'opposizione, tra circa 55 e 101 milioni di km: tale distanza è minima durante le opposizioni (dette anche grandi opposizioni) in quanto in quell'epoca la Terra si trova all'afelio e Marte al perielio. Le grandi opposizioni si verificano ogni 15-17 anni; l'ultima è stata quella del 13 giugno 2001 (Marte e la Terra si trovano in condizioni favorevoli per il lancio di una sonda spaziale ogni 26 mesi). Il suo diametro è di 6787 km all'equatore, con uno schiacciamento di 0,009; la massa è 0,107 volte quella della Terra, l'accelerazione di gravità superficiale è solo il 38% di quella terrestre e la velocità di fuga 5,0 kmxs-1. Marte ruota su se stesso con un periodo di 24h37'23", superiore di soli 41" al periodo di rotazione siderale della Terra; l'inclinazione dell'equatore marziano sul piano dell'orbita è di 23°59', il che dà luogo a stagioni simili a quelle della Terra, ma più lunghe a causa del maggior periodo siderale di Marte.
Satelliti
Marte ha due satelliti Phobos e Deimos. Questi, di forma molto irregolare e craterizzata (dimensioni: 19x21x27 km e 11x12x15 km), furono scoperti nel 1877 dall'americano A. Hall. Hanno periodo di rotazione attorno al pianeta di 7h39' e 30h17' e distano in media da esso 9000 e 24.000 km. Sulla base di valutazioni di differenze strutturali rilevate fra Marte e le sue lune, vi sarebbe possibilità che queste ultime rappresentino i corpi maggiori di uno sciame di relitti prodotti e sollevati in passato, intorno al pianeta madre, dall'impatto di un asteroide di almeno 1800 km di diametro.
Morfologia superficiale
L'emisfero settentrionale di Marte manifesta una crosta di riformazione, dominata da ampie distese, più o meno levigate, di materiali effusivi riversatisi in tempi recenti dagli strati subcrostali. L'attività endogena del pianeta è resa palese dalla presenza di altopiani di natura plutonica (dorsali di Elysium, Tharsis) dai quali si elevano edifici vulcanici a scudo la cui imponenza (Monte Olympus, il maggiore, misura 570 km di diametro di base e raggiunge i 26 km di quota; Monte Ascreus rispettivamente 400 e 20 km; e dimensioni comparabili misurano i vulcani Pavonis e Arsia) lascia comprendere che le formazioni si sono mantenute e accresciute in loco per tempi prolungati, forse fino a 100 milioni di anni fa, prima di venir estinte dai movimenti tettonici. Questi ultimi sembrano infatti esser stati così deboli da non aver mai consentito, sul pianeta, una significativa suddivisione e mobilità di zolle crostali. La crosta che ricopre l'emisfero australe appare di origine più antica, in quanto le tracce del bombardamento meteoritico delle prime età sopravvivono in un ricco assortimento di crateri e di bacini d'impatto, il più vasto dei quali, Hellas, ha un diametro di 2000 km. La differente storia geologica frai due emisferi appare sottolineata, in corrispondenza dei loro margini d'accostamento, dalla presenza di un imponente sistema di faglie e di fratture che documentano i processi di lacerazione dai quali la superficie marziana è stata sconvolta nel corso della sua differenziazione. Il sistema di fratture inizia a ridosso della dorsale di Tharsis, in zona equatoriale, con l'intrico di Labyrinthus Noctis sfociante verso est nel Tithonius Chasma e nel Coprates, canyons profondi alcune migliaia di metri e larghi fino a 75 km. La faglia prosegue nella cosiddetta Valles Marineris, impressionante frattura che si estende per oltre 5000 km con larghezze e profondità fino a 120 km e 6000 metri. I rilevamenti fotografici hanno anche rivelato la presenza su Marte di terreni di natura alluvionale sui quali compaiono le tracce di depositi fluviali (i cosiddetti channels); gli stessi rilevamenti, in corrispondenza delle regioni polari, hanno posto in evidenza terreni incoerenti e caotici (resi tali da iterati fenomeni di glaciazione), e terreni lamellari dovuti a processi ricorrenti di deposizione di permafrost (sabbie intrise di ghiaccio d'acqua).
Morfologia: natura del suolo
La superficie del pianeta assomiglia a quella dei deserti terrestri, il suo colore rosso è dovuto alla presenza di ossidi di ferro (vedi pagina "Perchè è rosso"). I moduli dei due Viking hanno analizzato chimicamente la superficie nei punti di atterraggio che risultano ricoperti da depositi sabbiosi ricchi di ferro (14%) e silicio (15-20%) e presentano tracce di vari altri elementi (Ca, Al, S, Ti, Mg, Cs e K). Sulla base dello sprofondamento dei sostegni dei moduli di approdo entro il suolo marziano e dei risultati dell'attività di scavo delle pale meccaniche, è apparso che il suolo, almeno nelle aree di atterraggio, possiede una consistenza granulosa che ricorda il regolite lunare, abbondante di materiale eruttivo e di brecce.
Morfologia: struttura interna
A somiglianza degli altri pianeti del sistema, Marte si è costituito 4,5 miliardi di anni fa dall'aggregazione di planetesimi, ma in qualità di pianeta di tipo "terrestre", esso è andato incontro a una fase di fusione e di rimescolamento del proprio interno che ha dato luogo alla "differenziazione" per strati mineralogici chimicamente diversificati, dell'intera massa planetaria. Si ammette quindi che Marte possegga un nucleo centrale circondato da un mantello e da una crosta superficiale. Sembra che quest'ultima sprofondi mediamente a 40-50 km, uno spessore per lo meno doppio di quello della crosta terrestre. Il fatto di essere tanto massiccia e di mancare di un'adeguata base fluida di sostegno (l'astenosfera) è certamente la causa determinante della riscontrata assenza, sul pianeta, del costituirsi di placche continentali galleggianti simili a quelle terrestri. Sepolto sotto il mantello, il nucleo di Marte, povero di ferro e di nichel, non raggiungerebbe i 2500 km di diametro: troppo minuscolo, quindi, per risultare, a sua volta, differenziato in una sezione esterna fusa, idonea a innescare il noto meccanismo "a dinamo autoeccitata" che, come per la Terra, presiede alla generazione di un campo magnetico globale. Infatti il pianeta non possiede una magnetosfera significativa, né fasce di radiazione tipo Van Allen.
Clima e meteorologia
L'aspetto del cielo marziano, spesso sconvolto da tempeste di sabbia (Mars 1, Mars 2 e Mariner 9 arrivarono durante una tale tempesta), ha una colorazione rosata. L'atmosfera di Marte, che in passato era decine e centinaia di volte quella attuale, ha una pressione al livello del suolo (dove la temperatura media è inferiore a -60°C, ai poli raggiunge valori di -128°C mentre nelle regioni equatoriali sono possibili temperature di +30°C) di circa 0,07 barie, circa il 7% di quella terrestre. Essa è composta principalmente da anidride carbonica (95%), ma contiene anche azoto biatomico (2,7%), argon (1,6%), tracce di ossigeno, vapore acqueo, monossido di carbonio, cripton e xenon. La circolazione aerea su Marte appare fondamentalmente governata dalle modificazioni stagionali cui vanno incontro le calotte polari: il loro estendersi genera, con il raffreddamento che ne consegue, il costituirsi di un gradiente termico che agisce da motore per le correnti atmosferiche, all'alimentazione delle quali contribuisce la depressione barica provocata dalla sublimazione al suolo di ingenti quantitativi di anidride carbonica. Lo spirare dei venti marziani si manifesta spesso in formazioni nuvolose di tipo ciclonico, così come appare in immagini rinviate dalle sonde automatiche. La rarefazione atmosferica favorisce nei venti lo sviluppo di velocità dell'ordine dei 200 km/h, tali da dimostrarsi capaci di sollevare grandiose tempeste di finissima sabbia che tutto offuscano, e che si rendono sovente visibili anche nel corso di osservazioni dalla Terra. È comprensibile che attualmente il vento costituisca il principale agente di erosione del suolo marziano, sul quale esso deposita e sposta variamente campi grandiosi di dune.
Evoluzione ambientale
Molteplici sono gli aspetti nella morfologia del pianeta (fenomeni erosivi, alluvionali, depositi stratiformi, escavazioni di natura fluviale, ecc.) che suggeriscono, per il passato, un ambiente profondamente diverso da quello del giorno d'oggi. È infatti presumibile che un "effetto serra" abbastanza sensibile generato da CO2 e dall'H2O liberati coi prodotti di degassificazione interna abbia caratterizzato il clima primitivo del pianeta, garantendo una temperatura abbastanza elevata da consentire lo stabilirsi di una circolazione acquea completa con condensazioni, piogge, raccolta in bacini fluviali e marini, evaporazione. Siffatte condizioni, molto simili a quelle terrestri, permasero, secondo i planetologi, fino a 3,8 miliardi d'anni fa, quando quell'epoca geologica detta era Noachiana ebbe termine con il progressivo esaurirsi della coltre protettiva di CO2 che, in parte venne mineralizzato dalle acque e in parte (insieme all'H2O) rimase dissociato per l'ossidazione del suolo e per l'irradiazione solare. Il processo di rarefazione del manto aereo procedette inarrestabile provocando insieme all'estendersi delle escursioni termiche diurne e stagionali e all'abbassamento generale della temperatura l'incrudelimento del clima, e l'intrappolamento, congelati nel suolo, dei residui d'acqua e di altri fluidi. All'era Noachiana i planetologi fanno risalire l'attività tettonica di Marte consistita sostanzialmente nella suddivisione della crosta in due grandi "placche", che ampi processi di subduzione avrebbero in seguito dislocato di quota per ben 3000 m, differenziando gli odierni altopiani meridionali dai bassopiani settentrionali. La sutura dei due emisferi avrebbe dato origine all'imponente sistema di faglie e fratture di cui s'è detto.
Perchè è rosso?
Il suolo di Marte è ricco di componenti ferrosi che esposti per milioni d’anni all’ossigeno ed al vapore acqueo della sua atmosfera hanno reagito ossidandosi. La massiccia presenza di ferro su Marte è dovuta al fatto che, essendo più piccolo della Terra, durante le prime fasi della nascita del sistema solare ha avuto, in termini planetari, un raffreddamento molto veloce al punto che i minerali ferrosi sono in parte rimasti mescolati alla superficie e al mantello, il contrario di quanto accaduto al nostro pianeta dove i composti metallici sono precipitati verso il nucleo attraverso le fratture del mantello spinti dalla gravità, dalle dimensioni e dalla massa. Oltre alla "ruggine rossa", sulla Terra e su Marte troviamo anche la "ruggine grigia" aggregata in un minerale chiamato ematite. L’ematite si forma in pozze stagnanti d’acqua oppure dove attività vulcaniche sotterranee generano acque in pressione. L’ematite grigia è sicuramente un componente che nessuno penserebbe di trovare in un arido deserto marziano ma Marte non è poi così arido come vuole far sembrare. Il pianeta presenta molti segni di una antica presenza d’acqua che, forse, ancora oggi esiste. La prima scoperta di ematite su Marte risale al 1998, quando lo spettrometro agli infrarossi del Mars Global Surveyor (TES - Thermal Emission Spectrometer) individuò una forte ed estesa concentrazione di ematite grigia all’altezza dell’equatore marziano, in una zona di 500 chilometri chiamata "Sinus Meridiani". La scoperta, in aggiunta ad altre, costituisce una nuova prova che su Marte una volta ci fosse acqua in quantità tale da far precipitare gli ossidi di ferro in grani consistenti. L’ematite grigia ha la stessa formula chimica (Fe2O3) della "ruggine rossa". L’unica differenza che ne determina la diversa colorazione è la sua struttura cristallina, mentre quella rossa è composta da grani di ossido si ferro che hanno un diametro che va da alcune centinaia di nanometri ad alcuni micron, i cristalli di ematite hanno un diametro medio simile a quello dei comuni granelli di sabbia (sminuzzando dell’ematite fino a ridurla in polvere i suoi grani cominceranno a riflettere la tipica colorazione rossastra della ruggine). Planetologi e geologi che studiano il sito di "Sinus Meridiani" ritengono che i depositi si siano formati in profondità miliardi di anni fa e che solo recentemente (in termini di millenni) siano venuti alla luce per l’erosione dovuta ai venti. Il Mars Odyssey (partito il 07 Aprile 2001) potrà darci nuove conferme grazie al suo strumento più importante: il THEMIS (Thermal Emission Imaging System). Il THEMIS è un apparecchio agli infrarossi che sarà in grado di identificare dall’orbita, e con estrema precisione, tutti i minerali presenti sulla superficie marziana. L’apparecchiatura sfrutta la particolarità dei minerali di "vibrare" a livello atomico. Queste vibrazioni, di lunghezza d’onda variabile da 5 a 50 micron, permetteranno al THEMIS di identificare qualsiasi tipo di minerale localizzandolo con precisione sulla superficie marziana. THEMIS rappresenta l’ultima generazione in fatto di spettrometri all’infrarosso, e supera di gran lunga il TES attualmente in orbita con il Mars Global Surveyor, distinguendo minerali contenuti in aree di soli 100 metri (il TES si limita a formazioni di 3 km).
Le anomalie di Cydonia un mistero risolto?
La NASA smentì sin dall'inizio che la formazione potesse avere origine artificiale dichiarando che la struttura del volto umano non esiste o, per meglio dire, che la fisionomia del fantomatico volto sarebbe il risultato di ingannevoli giochi di luci ed ombre facilitati dalla scarsa risoluzione delle immagini e che quindi non sarebbe altro che una normale formazione geologica e non la realizzazione di esseri intelligenti. Secondo gli esperti, infatti, solo la bassa risoluzione della strumentazione del Viking 1 e le particolari condizione di illuminazione avevano creato una figura così affascinante. Dopo la ricezione delle immagini ad alta risoluzione trasmesse dal MGS, secondo la NASA, la faccia si è rivelata senza dubbio per quello che effettivamente sarebbe, non una costruzione artificiale ma una collina erosa dal vento e dall'acqua che anticamente scorreva su Marte (ricordiamo, in ogni caso, che l'immagine è artificiosamente schiacciata da una parte, cosicché la linea del naso appare ingannevolmente fuori centro).
Questa formazione potrebbe anche essere spiegata geologicamente, sebbene la simmetria della piattaforma, la precisione del bordo e i tratti lineari della sommità del capo siano impressionanti Anche per le piramidi si ipotizzò una probabile origine naturale, formazioni di questo tipo infatti sono presenti anche sulla terra la loro altezza è dell'ordine del metro (molto più piccole di quelle presenti sul pianeta le cui altezze raggiungono alcune centinaia di metri) e sono chiamate dreikanter dalla parola tedesca dreikant che significa triedro. Queste sono generate dall'erosione eolica ad opera di venti costanti che tendono a rimodellare i fianchi dei cumuli irregolari conferendogli poco per volta una forma geometrica.
L'immagine della piramide chiamata "D&M" è però sconcertante. Questa formazione di base pentagonale, secondo calcoli effettuati sui fotogrammi, incorpora più di 4 km3 di materiale e il suo apice svetta a quasi 800 m dalla superficie circostante E' difficile ipotizzare che processi geologici possano aver formato una piramide pentagonale di tali dimensioni. Ricercatori come: Richard Hoagland, già consulente della NASA, Tom Van Flandern, dottore di Astronomia all'Università di Yale ed ex responsabile del ramo di meccanica celeste presso l'Osservatorio Navale degli Stati Uniti e Mark Carlotto, esperto in elaborazione dell’immagine, sono convinti che le nuove foto del volto non ne inficiano per nulla l'origine artificiale. Anche secondo Stephen Basset, presidente del Paradigm Research Group, queste foto non risolvono l'enigma: "se vuoi capire cosa rappresenta un'immagine che da almeno due milioni di anni subisce il logorio climatico e che ha un diametro di quasi 2 km non puoi fotografarla da vicino, perché in quel modo il volto invece di comparire, scompare nel dettaglio". Le nuove foto inoltre, secondo Hoagland e il suo Team, il Mars Research, conterrebbero solo 80 delle 256 tonalità di grigio esprimibili dal sistema fotografico della sonda, di conseguenza due terzi dei dati risulterebbero mancanti. E allora perchè è stata divulgata una foto di così scarso valore qualitativo nonostante le grandi capacità di risoluzione delle fotocamere in dotazione alla Surveyor? A questo punto nei confronti della NASA vengono mosse, da più parti, diverse accuse tra cui quella di evitare la diffusione al pubblico delle reali informazioni ricevute dal MGS e di quelle ricevute (?) dalle sonde inviate successivamente (missioni ufficialmente fallite in circostanze e con modalità quantomeno singolari.
Le anomalie di Cydonia gli ultimi sviluppi
«Su Marte non c’è alcuna collina con sembianze umane» questo ribadiscono gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory che hanno diffuso, sui siti Internet dell’ente spaziale americano, le fotografie inviate dalla sonda Mars Global Surveyor riprese il giorno 8 aprile 2001.
Ventitré fotografie della "faccia" che la riprendono da ogni angolazione e sono portate come le prove che nulla di anormale o straordinario esiste nella regione marziana denominata Cydonia. Michael Malin, direttore del progetto, non ha mai avuto dubbi sull’esito negativo degli accertamenti: «I dati raccolti cancellano ogni possibilità di dubbio». I portavoce della NASA hanno taciuto. Michael Malin infatti è l’unico ad avere voce in capitolo sulla missione del Mars Global Surveyor in forza di un accordo senza precedenti con la NASA che, in questa maniera, è svincolata dall’obbligo istituzionale impostole dal Congresso di rendere nota ogni informazione di cui è in possesso. E Malin, celebrando il successo della missione, affonda i colpi contro i suoi avversari: «La convinzione diffusa che quella collina sia stata appositamente disegnata richiamandosi ad un modello umano - dice - è un assoluto non senso».
Un gruppo di scienziati riuniti nel team "Enterprise Mission" del New Mexico, guidato dal ricercatore Richard Hoagland, non si dà tuttavia per vinto ribattendo foto su foto, misurazione su misurazione ai dinieghi della NASA. Per Hoagland le immagini della NASA non smentiscono nulla, anzi confermano la teoria che "qualcuno" scolpì la "faccia". «La tesi della NASA è che la faccia non può essere stata scolpita perché è asimmetrica vista da quasi tutte le angolazioni - ma noi non abbiamo mai sostenuto il contrario - il punto è che come rilevato sin dal 1992 la metà occidentale ha sembianze umane mentre quella orientale assomiglia ad un felino». L’effigie della collina di Cydonia è dunque metà uomo e metà animale, probabilmente un leone. Hoagland va oltre: «Da attento esame del materiale diffuso si apprende inoltre che l’asimmetria riguarda il 95% della faccia e non la totalità». Il restante 5% sono soprattutto gli occhi «che sono simmetrici e nessuno può ragionevolmente negarlo». L’esame della foto della pupilla occidentale, secondo l’Enterprise Mission, è quello che svela di più sul fatto che l’occhio «deve essere stato scolpito».
Finito l’esame delle foto, Hoagland rinnova le critiche all’operazione "cover-up" della NASA, ultima di una serie di azioni di disinformazione iniziate nel lontano 1976: «Hanno scattato queste fotografie due mesi fa, le hanno studiate ed esaminate, hanno capito cosa svelavano ed hanno studiato come orchestrarne meglio la presentazione per avvalorare un’operazione di disinformazione pura».
Due "muri" su Marte
L'immagine in basso, trasmessa dal Pathfinder e "ancora" presente nel sito della NASA (vedi in link correlati - la seconda foto mostra la stessa immagine scattata con una minima diversa angolazione), evidenzia le forme di costruzioni artificiali verticali, di qualcosa che si erge dal terreno e non di semplici strisce uniformi situate orizzontalmente rispetto al suolo. La riga di colore più chiaro sulla parte alta di queste "strisce" è causata dall’illuminazione. La luce solare infatti arriva dall’alto e da sinistra, come testimoniano le rocce circostanti; quindi batte sulla sommità degli oggetti osservati, evidenziandone la verticalità. È altrettanto visibile, all’estremità destra della "striscia" più lunga, una interruzione più scura in quanto non illuminata, che ne pone in risalto la sezione. Si nota inoltre, a conferma che si tratta di una costruzione elevata sul terreno, la parte superiore delle rocce che si trovano in secondo piano rispetto alla "striscia" che quindi appare essere proprio un ostacolo posto davanti ad esse, un "muro". Ovvio che le strane costruzioni, ben levigate, appaiono fuori posto e posizionate senza senso in mezzo alle rocce.
C'è acqua sul pianeta?
Il 22 luglio 2000 la NASA da al mondo una notizia sensazionale: su Marte scorre acqua liquida. Ma cosa ha individuato realmente il "Mars Team" della NASA attraverso gli obbiettivi del satellite esploratore "Global Surveyor"? Non l’acqua direttamente, ma un considerevole numero di strutture morfologiche che possono essere spiegate quasi unicamente con la presenza di acqua che scorre libera sulla superficie. Queste strutture (osservate su 200-250 immagini tra le 65.000 inviate dalla sonda MGS) sono presenti nelle aree più fredde di Marte, luoghi dove in precedenza modelli geologici e ambientali stabilivano solo la presenza di permafrost (sabbie intrise di ghiaccio d‘acqua). Che su Marte ci fosse stata acqua lo si sapeva, ma si era sempre detto che c’era sino a centinaia di milioni di anni fa e che poi era scomparsa. Ora, con i nuovi dati a disposizione, si deve ammettere che l’acqua scorreva su Marte certamente non più di qualche migliaio di anni fa, ed è molto probabile che alcune manifestazioni avvengano anche oggi stesso. Ken Edgett, del Malin Space Science Systems (MSSS), ipotizza che si abbia il seguente succedersi di fatti: la prima acqua che esce da una frattura va in ebollizione istantaneamente, a causa della bassissima pressione dell’atmosfera marziana (100 volte più bassa di quella terrestre al livello del mare), e questo provoca un forte calo di temperatura. Sul versante, che è già molto freddo per conto suo, l’immediata diminuzione di temperatura crea le condizioni adatte perché l’acqua che esce subito dopo si congeli, otturando i pori del terreno. Questo impedisce ad altra acqua di uscire dal versante. L’acqua retrostante inizia così a creare una pressione che va via via aumentando sino a vincere la forza del ghiaccio che chiude i pori, così che a un certo punto si crea un’emissione improvvisa ed esplosiva che causa frane di colamento che scendono per diverse centinaia di metri, coinvolgendo sabbia e massi, finché tutta l’acqua evapora. Anche sul versante rivolto verso il Sole, secondo Edgett, l’acqua fuoriesce, ma a causa della temperatura più elevata evapora senza creare formazioni di ghiaccio, e per questo motivo il fenomeno non lascia tracce. Ciò che si è certi di poter osservare sulle fotografie sono elementi chiarissimi tra i quali:
- evidenti percorsi di frane generate dall’acqua uscita da fratture
- canali di scorrimento di materiale lungo i pendii
- depositi di accumulo del suolo franato ben definiti
Le strutture possiedono caratteristiche che fanno pensare a fenomeni molto giovani. Per capire se un suolo è recente o vecchio ci si affida, soprattutto, al numero ed alle dimensioni dei crateri presenti. Più crateri si contano su di una determinata area e più i suoli si possono considerare vecchi. Ebbene, nessuna struttura da cui trasuda acqua possiede crateri. Inoltre, alcune immagini mostrano frane che coprono dune. Queste ultime restano stabili per tempi molto brevi, infatti i venti mutano le loro forme molto rapidamente: un’altra prova che la fuoriuscita di acqua è molto recente. Studi paralleli conducono comunque ad un’altra ipotesi per spiegare i meccanismi di formazione di questi canali. L'ipotesi, basata sulla constatazione che tutte le gole ed i canyon si trovano nelle zone più fredde e ombreggiate del pianeta dove non può certo esistere acqua liquida perché la temperatura è troppo bassa, ipotizza che questi canali potrebbero essere stati formati dall'anidride carbonica ghiacciata, il comune ghiaccio secco. Marte infatti possiede un'atmosfera ricchissima di anidride carbonica e questa, in inverno, cade sotto forma di neve, depositandosi sul terreno. All'arrivo della primavera, questi accumuli si riscaldano alla base e iniziano a vaporizzarsi diventando una specie di cuscinetto di gas che agisce come un lubrificante, consentendo alla lastra asciutta di ghiaccio secco di scivolare lungo il pendio e formare vallate e canyon.
Si, c'è acqua
Su Marte c’è acqua e non "tracce" come si è ritenuto fino a qualche tempo fa. La sensazionale scoperta è stata annunciata dagli gli scienziati della NASA sulla base dei rilevamenti trasmessi a Terra dalla sonda Odyssey. "La quantità d'acqua è superiore a quella che la maggior parte delle persone avrebbe mai pensato", ha dichiarato William Boynton dell'Università dell'Arizona che ha condotto gli studi e "si trova circa un metro sotto la crosta marziana". E’ stato il lavoro della sonda Odyssey attraverso uno spettrometro a raggi gamma (GRS) che scandaglia il sottosuolo per definire la distribuzione dei diversi elementi chimici, calcolando nel contempo il contenuto di idrogeno, a confermare ben oltre ogni immaginazione quello che da sempre si sospettava: in un passato il quarto pianeta del sistema solare era molto diverso da quello che vediamo oggi. I tecnici della NASA pensavano che Odyssey avrebbe dovuto continuare il lavoro di perlustrazione in orbita per mesi prima di avere conferme, invece in poche settimane i dati raccolti dagli strumenti di bordo si sono rivelati così clamorosi e chiari che si è deciso di informare l’opinione pubblica mondiale subito. I sensori hanno registrato idrogeno e ghiaccio a meno di un metro sotto la crosta superficiale. Per ora il dato si riferisce all’emisfero meridionale del pianeta ma la NASA è certa che non appena l’inverno del nord sarà finito, e la lettura dei dati diventerà possibile anche lì, la presenza di ghiacci sarà confermata anche nella calotta nordica.
Tracce di vita da Marte
Gli scienziati della NASA sembra abbiano scoperto nuove e convincenti prove di vita su Marte. Ricercatori del Johnson Space Center di Houston esaminando un meteorite presumibilmente proveniente da Marte hanno trovato al suo interno lunghe catene di cristalli di magnetite. «Le catene scoperte hanno un'origine biologica», ha spiegato Imre Friedmann, del Centro di ricerche Ames della NASA. Queste, infatti, possono essere state formate solo da organismi viventi perché "al di fuori" di una struttura organica «si sarebbero immediatamente trasformate in un blocco a causa delle forze magnetiche». Sulla Terra, i batteri che producono magnetite circondano questa catena con una membrana e Friedmann sostiene che ci siano tracce di membrana fossilizzata attorno alla catena di magnetite del meteorite. E ripete il concetto di cui si è convinto: «Possono solo essere state formate biologicamente, non c'è altra spiegazione». «Ritengo che questa sia una prova di un'antica forma di vita su Marte» commenta l'astrobiologa Kathie Thomas-Keprta, che pubblica la sua ricerca sugli Atti dell'accademia nazionale delle scienze Usa. Per la studiosa, la magnetite viene formata solo da batteri. Il cristallo, in sostanza, può essere stato formato solo da un batterio e quel batterio sarebbe la traccia della forma di vita più antica mai registrata. Lo studio permetterebbe addirittura di attribuire un'età a quella vita: 3,9 miliardi di anni. Il cristallo studiato è stato trovato sul meteorite marziano chiamato Allen Hills 84001 o Alh84001 trovato sul ghiaccio delle colline di Allen in Antartide nel 1984 e risalente a 4,6 milioni di anni fa, il più vecchio di 16 meteoriti trovati sulla Terra e identificati come chimicamente provenienti da Marte. Gli scienziati sono convinti che in un periodo compreso tra i 13 e 16 miliardi di anni fa un asteroide precipitato su Marte abbia sollevato nello spazio polvere e detriti del suolo marziano e che questi, dopo aver vagato nello spazio, siano caduti sulla terra come meteoriti circa 13 milioni di anni fa, . Nel 1996 i ricercatori del Johnson Space Center dissero che la roccia conteneva tracce di vita microscopica del passato, ma la loro scoperta fu considerata dubbia dalla maggior parte degli studiosi. Thomas-Keprta dice che il nuovo studio ridà credibilità a quelle affermazioni, e può anche indicare che ci sia ancora vita su Marte. «Se è esistita un tempo, dovrebbe esistere anche oggi», afferma.
C'è possibilità di vita
Nell'acqua che presumibilmente è stata individuata sul pianeta ci saranno tracce di organismi e dunque di vita estinta o magari ancora presente? Cosa c’è sotto la superficie? I resti della vita che fu quando, indubbiamente, l’acqua scorreva abbondantemente sul pianeta in quei letti dai fiumi scavati ma ormai secchi da milioni di anni che crearono in Lowell e negli astronomi di altre generazioni la convinta illusione ottica dei "canali"? Non è la prima volta però che veniamo tenuti con il fiato sospeso: forse si è scoperto qualcosa? Forse il nostro vicino cosmico ospita una qualche forma di "vita"? Nel settembre del 1976 il settimanale tedesco "Stern" da la notizia che i laboratori del Viking 1 avevano accertato la presenza, convalidata anche dal Viking 2, di microrganismi nel suolo marziano. Subito dopo, però, arriva la smentita. Non era vero che si era rinvenuta una traccia di vita, bensì la conferma della possibilità della vita stessa. Nel 2001 gli scienziati della NASA dichiarano di aver scoperto tracce di vita microscopica su un meteorite proveniente dal pianeta. I risultati del gruppo di ricercatori internazionali diretti da Imre Friedmann indicano che dentro la roccia ci sono delle lunghe catene di cristalli magnetici identici a quelli lasciati da batteri cosiddetti "magnetotattici", microrganismi che sopravvivono con limitatissime quantità di ossigeno. «Le catene che abbiamo scoperto sono di origine biologica» ha detto Friedmann. Ma sono anche di origine marziana? Il dubbio che circonda ALH84001 è infatti che i suoi batteri siano banali microrganismi terrestri che avrebbero contaminato la roccia di Marte durante i 13.000 anni in cui è rimasta sepolta tra i ghiacci dell'Antartide. I cristalli scoperti adesso sono però in una sezione di ALH84001 sicuramente non contaminata, e Friedmann si è detto certo della loro provenienza. Sulla terra la "magnetite" è prodotta da batteri che vivono sul fondo alcuni laghi. La usano come una bussola biologica, appunto magnetica, per navigare e orientarsi. Potrebbe dunque esistere ancora vita su Marte, in questo momento, perché quei microrganismi esistono nell'acqua e l'acqua nelle profondità del pianeta c'è.
Vita o non vita, dunque, sul pianeta?
E’ necessario allora definire cosa si intende per "vita", un concetto riferito non alle forme terrestri, ma più universale. Fino ad oggi si ritiene valida la definizione elaborata dall’Accademia Americana delle Scienze: il termine "vita" si può adottare quando si scopre "qualcosa" in grado di trarre alimento dall’ambiente circostante e riprodursi, anche quando questo "qualcosa" non usa l’acqua oppure il carbonio per costituire le proprie molecole. Se consideriamo ciò che è necessario per la vita così come la conosciamo noi, bisogna dire che: c’è bisogno di energia, e su Marte l’abbiamo sotto forma di luce solare. C’è bisogno di acqua, e l’abbiamo trovata. C’è bisogno di azoto e su Marte c’è. C’è bisogno di fosforo e di fosfati, che quasi certamente sono presenti nelle rocce marziane. Recenti studi pubblicati sul numero di gennaio 2002 della prestigiosa rivista Nature, discutono della scoperta di microbi, trovati 200 metri sotto la superficie nelle montagne dell'Idaho, che vivono in condizioni simili a quelle che devono esserci nel sottosuolo di Marte. "La comunità di microbi trovata nell'Idaho è diversa rispetto ad ogni altra precedentemente nota sulla Terra," afferma Derek Lovley, capo del dipartimento di microbiologia dell'Università del Massachusetts e uno degli autori dell'articolo di Nature. Diversamente da ogni altra forma di vita subterranea, che sopravvive grazie al materiale organico trasportato nel sottosuolo dall'infiltrazione delle acque, i microbi scoperti nell'Idaho sono capaci di metabolizzare i gas di idrogeno ed anidride carbonica dissolti nell'acqua producendo metano e ricavando in questo modo l'energia di cui necessitano per sostentarsi. I microbi quindi non richiedono carbonio di origine organica o luce solare per sopravvivere. Questo studio dimostra, per la prima volta, che certi microorganismi possono prosperare in assenza di luce solare usando l'idrogeno rilasciato dall'acqua nelle profondità del suolo come propria fonte di energia". Da tutte le informazioni fin qui raccolte ed esaminate non vedo alcuna ragione per escludere la possibilità che su Marte si sia sviluppata ed esista ancora una qualche forma di vita. "Lo spazio è lì e noi stiamo per andarci", disse J.F. Kennedy pensando alla Luna. Da allora la NASA non ha più avuto un obiettivo forte. Ora c’è: Marte.
Le prove della vita
Le sonde Viking trovarono nel 1976 le prove dell’esistenza di microbi su Marte ma la NASA diede un’interpretazione errata dei dati raccolti che finirono sepolti in un archivio. A rivelarlo è un ex scienziato dell’agenzia spaziale USA, Joseph Miller, oggi docente di neurobiologia all’università californiana di Los Angeles. Il braccio robotico di una delle due sonde scese su Marte raccolse dei campioni di terra marziana che vennero poi messi dentro un contenitore dove venne iniettata una soluzione di carboidrato radioattivo. L’ipotesi degli scienziati era che se nelle zolle di terra vi fossero stati degli organismi viventi questi avrebbero consumato il carboidrato e rilasciato carbonio radioattivo sotto forma di gas. Compito della sonda era di misurare queste emissioni di gas. Dopo nove settimane di esperimenti non vi fu più alcun dubbio sulla presenza di emissioni di gas ma gli scienziati della NASA ritennero che non era dovuto all’esistenza di organismi viventi ma solo ad una reazione chimica causata dalla presenza di perossidi nelle zolle. Miller ha riesaminato questi dati, arrivando alla conclusione che la NASA si sbagliò. I dati sulle emissioni di gas che Miller ha trovato negli archivi dell’Ente spaziale registrano infatti un ciclo di 24,66 ore - ovvero la durata esatta di un giorno marziano - con il picco delle emissioni di giorno mentre di notte cessa del tutto, esattamente come avviene per molti organismi terrestri come ad esempio la muffa del pane. Inoltre la quantità di gas di carbonio rilasciata dalle zolle aumentò nel corso dell’esperimento per calare improvvisamente quasi fino ad azzerarsi quando la temperatura della zolla venne artificialmente portata a 160° Celsius. "Ciò che avvenne fu che il calore uccise gli organismi viventi" assicura Miller. "Mi auguro che questi dati spingano la NASA e le agenzie spaziali europee - ha dichiarato Miller - a riprendere gli esperimenti biologici su Marte".

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