Il limite

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Testo

Emanuele Messina Classe Ve
Il limite
“Noi abbiamo fin qui non solo percorso il territorio dell'intelletto puro esaminandone con cura ogni parte; ma l'abbiamo anche misurato, e abbiamo in esso assegnato a ciascuna cosa il suo posto. Ma questa terra è un'isola, chiusa dalla stessa natura entro confini immutabili”.
Filosofia: L’uomo è un essere in continua evoluzione e in quanto tale, è portato ad indagare il mondo che lo circonda, per cercare di appropriarsene e di cambiarlo a sua immagine e somiglianza. Tale indagine, secondo Immanuel kant, è fenomenologica, ovvero si basa solo sull’esperienza, su cio’ che percepiamo attraverso la sensibilità, fondata sulle categorie di spazio e tempo. Proprio l’esperienza però, costituisce il limite del conoscere, poiché ci permette di conoscere una realtà soggettiva, e non oggettiva o “in-se” come la chiama lo stesso filosofo. Questo in-se, che per noi è precluso, può essere conosciuto solo da un'eventuale intelligenza divina superiore, ma non può essere in rapporto conoscitivo con noi. Kant identifica l'in-sé con il termine greco noumeno. Dopo di lui, Fichte, filosofo idealista suo allievo e critico, andrà oltre tale concetto, definendo quello di kant un materialismo dogmatico. Infatti fichte, che chiama “io”, il soggetto e “non-io” tutto cio’ che non è l’io, spiegherà che è l’io a porre il non-io e che l’io ha il compito di impadronirsi del non-io in un processo infinito che tende a realizzare l’assoluto, superando quindi il noumeno kantiano, e ammettendo, che non ci siano limiti nel conoscere. Quindi la conoscenza coincide con l’io assoluto, ovvero l’integrazione di tutte le conoscenze parziali dei vari io, nell’umanità. Ma sebbene il compito dell’io di partecipare all’io assoluto sia limitato nell’io empirico, esso trova la sua dimensione nella storia. Infine il fatto che fichte stabilisca che sia il non-io a dipendere dall’io e non viceversa, ovvero che il mondo è ciò che noi conosciamo, e senza l’io, non potrebbe quindi esistere un non-io, è certamente rivoluzionario rispetto alla concezione kantiana, e più metafisica.
Un altro filosofo che si concentra sulla condizione dell’uomo di “essere limitato” è Hegel, che nella fenomenologia dello spirito, nella sezione autocoscienza, delinea il percorso dell’autocoscienza che dapprima, nella figura dello stoicismo, diventa indipendente dal mondo, e che poi con la figura dello scettico, è portata a pensare di essere superiore al mondo, in quanto trascendente rispetto ad esso ed illimitata. Però essendo la coscienza fatta di fenomeni, essa risulta instabile, e ricade nella figura della coscienza infelice, che è quella coscienza che pensava di essere immutabile, e che invece si trova al cospetto dei propri limiti. Un ultimo filosofo da analizzare, a noi piu’ vicino è Nietzsche, il quale prendendo atto dei limiti umani, non si limita a definirli, ma ne esamina le cause, arrivando a concepire il superamento dei limiti stessi. Infatti Nietzsche spiega che il destino dell’uomo sia l’affermazione della sua libertà, perseguita attraverso la volontà di potenza, che è pura creatività e slancio vitale, e che però viene mortificata e regolata dai valori collettivi. Questo degrado della fede nell’uomo e nei suoi valori è detto nichilismo passivo, ( nullifichizzazione della vita ), e sarebbe strettamente legato all’educazione cristiana e cattolica in particolare, che diffonde una dottrina che umilia l’uomo al di sotto di qualcosa di divino e superiore, soffocando la sua natura. Definisce invece “nichilismo attivo”, quella condizione nella quale, l’uomo, prendendo atto della sua reale condizione, capisce d’essere fonte di tutti i valori e le virtù della vita. Si arriva quindi alla figura dell’über Mensch, “oltreuomo”, che è colui che riesce ad ergersi al di sopra del caos ( incoerenza ) della vita, plagiandola e imponendole i propri significati e la propria volontà.
Lett.italiana: Un grande pensatore, filosofo e poeta italiano, fu Leopardi, il cui pensiero influenzo’e influenza tutt’ora la letteratura mondiale. Nelle sue opere, fu centrale il concetto di limite, in quanto cerco’ con la sua poesia, di elevare l’uomo ad una condizione di osservazione del mondo superiore, che andasse oltre quella tradizionale, molto superficiale e limitata.
Egli parti’ da una riflessione privata, che fosse volta all’universale, per poi attaccare piu’ nel particolare, in modo sommesso ma efficace, i suoi contemporanei.
A se stesso – G. leopardi
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l'infinita vanità del tutto
L’accettazione e la concretizzazione piu’ sublime dei propri limiti avviene con la poesia manifesto “a se stesso”, nella quale il poeta, parlando al proprio cuore, lo disillude dell’inganno estremo: L’amore. Questo infatti è l’illusione piu’ longeva e piu inattaccabile della storia della letteratura. Fin dai tempi di Catullo, e dei suoi giochi amorosi con la sua Lesbia, passando per gli infuocati Paolo e Francesca, e da molte altre testimonianze, si vede come l’amore sia un’esperienza totalizzante che trasporti l’uomo fuori dalla dimensione sensibile: a volte per avvicinarlo a Dio, altre per fornirgli nuovi sensi, altre ancora per inibirli, per richiedere il dovuto servitium amoris. In ogni caso, Leopardi, dotato di immensa sensibilità, si dimostra precursore dei tempi, e in particolare di Freud, nel capire che ogni sorta d’amore, altro non è che un autoinganno, non quindi un inganno che le altre persone ci giocano, ma un’illusione che noi stessi creiamo per giustificare, in questo caso, le nostre pulsioni sessuali.
I toni si fanno poi piu’ comunitari quando scrive: “Non val cosa nessuna I moti tuoi, né di sospiri è degna La terra. Amaro e noiaLa vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. T'acqueta omai.Dispera L'ultima volta. Al gener nostro il fato Non donò che il morire.”
In questi versi potentissimi, il poeta pone il lettore, davanti ad una realtà brutale quanto innovativa. Nessuno prima aveva osato togliere all’uomo quelle poche illusioni che gli permettevano di sopravvivere. Ma leopardi, che ha fiducia nel genere umano, crede di potergli far oltrepassare tale limite e di renderlo consapevole e cosciente, in quanto la coscienza, sebbene porti spesso alla solitudine, sia piu’ nobile dell’ignoranza, nonostante quest’ultima permetta, a volte, una vita con meno problemi. Da una visione apparentemente elementare, deriva altresì una responsabilità immane che il poeta dona all’uomo, del poter scegliere fra il vivere inconsapevolmente, o il prendersi la propria fetta di responsabilità e sostenerla per tutta la vita Quest’ultima scelta, sebbene sembri insensata a una prima analisi, secono Leopardi è invece la migliore; Infatti il poeta è “felice” perché consapevole e non piu’ ingannato dalla natura, ma integrato in essa. “O natura, o natura, Perché non rendi poi Quel che prometti allor? perché di tanto Inganni i figli tuoi?”.
Occorre precisare però, che la felicità, non è qui’ intesa come allegria, spensieratezza, ma risalendo alla matrice filosofica del termine,( che dervia dal greco e significa “fecondo, che ha tutto cio’ di cui ha bisogno” ), capiamo che questa è di diverso tipo, in quanto coincide con una condizione di completezza conoscitiva, che è poi, tutto cio’ di cui l’uomo abbia veramente bisogno.
Tale “felicità” o “completezza” però, con la ragione, vincolata al calcolo ed all’utilità pratica, ma con la facoltà poetica e filosofica.
Infatti nello Zibaldone il poeta recanatese, sfiducia subito la scienza e la ragione, che portano l’uomo a ridurre le iddee sublimi proprie della vita, in banali e chiare formule matematiche, che limitano lo slancio vitale dell’uomo. Egli spiega che una cosa chiara è definita non è naturale, e non puo’ provocare felicità.
Per esempio, a proposito delle pulsioni vitali, spiega che l’eros porta felicità, in quanto desiderio volto al futuro e non definito, mentre l’atto del piacere è transitorio come il dolore, ed è destinato ad estinguersi.
Per questo motivo sono apprezzabili, tutti quei mezzi che, per esempio, riconducano l’uomo alla memoria che permette di sconfinare nell’ infinito. Nell’omonima poesia infatti, c’è un limite, la siepe, oltre la quale il poeta immagina sovrumani silenzi, e profondissima quïete, nei quali quasi il cor non si spaura e che lo portano a riflettere e comprendere l’eterno e a dire infine: il naufragar m'è dolce in questo mare. In conclusione Leopardi svincola l’uomo dai limiti tradizionali della scienza, che ha la pretesa di voler adattare la natura all’uomo, per portarci alla scoperta di un universo in simbiosi con esso, che deve essere indagato con i sensi e filtrato dalla memoria e dal vago e indefinito, veri mezzi capaci di metterci in contatto con il sublime, e di coglierne la grandezza.
Letteratura Latina: Lucrezio fu un grande filosofo e scrittore latino del I sec. a.c. che dapprima censurato dai dogmi della roma pagana, venne poi riscoperto nell’umanesimo e rivalutato per la sua estrema modernità. Egli con il suo “De rerum natura”, vuole togliere all’uomo, tutte le limitazioni alla libertà umana derivanti dalla religione e dall’ignoranza, per questo motivo cerca di istruire il lettore su: Religione, Morte, Natura, amore e passioni.
La via che Lucrezio trova per affrontare i mali della vita è quindi la dottrina di Epicuro, cantato come simbolo della ratio umana, che fuga i miasmi della religione e della superstizione e prende coscienza dello stato umano. All'inizio del poema Lucrezio invita il lettore a non considerare subito empia la dottrina che egli si accinge ad esporre, e a riflettere su quanto, al contrario, sia davvero crudele ed empia la religione tradizionale (emblema ne è il sacrificio di Ifigenia, la figlia di Agamennone sacrificata dal padre per ingraziarsi gli dèi): la religione è in grado di sopprimere e condizionare la vita di tutti gli uomini immettendo nel loro cuore un seme di paura, ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c'è più nulla, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa e dei timori che essa comporta. Si vede, quindi, già dai primi versi come Lucrezio offra un nesso tra superstizione religiosa, timore della morte e necessità di una speculazione scientifica per ovviare a questo timore: per lui, dunque, questi timori nascono dall'ignoranza delle leggi meccaniche che governano il mondo. Con parecchi secoli di anticipo su Marx, Lucrezio si accorge che la religione è l' oppio del popolo , e ha portato l'uomo a compiere azioni imperdonabili. L'accesa lotta alla religio è certamente la parte piú eterodossa della filosofia di Lucrezio : Epicuro non aveva cosí marcate tendenze atee, auspicava piuttosto un ritorno ad un culto piú semplice, infatti si scaglia con ardore contro la religione, contro quella meschina invenzione umana che potè suggerire tanto male ( tantum potuit suadere malorum ) e che con Epicuro si è trovata calpestata ( religio pedibus subiecta ). Egli tende a narrare nel modo piu’ drammatico possibile, per esempio avvalendosi dell’uso di numerose figure retoriche di estrema efficacia, la morte impura di una vergine, (casta inceste), in nome di una religione empia, e portando a riflettere come prima cosa sui suoi effetti negativi. Quindi la riflessione si sposta sulla natura, per insegnare agli uomini come la dottrina epicurea possa servire da tetrafarmaco, e combattere cioè la paura per morte, malattia, dolore e dei.
Lucrezio inizia la sua descrizione della natura spiegando che tutto ciò che ci circonda è formato da piccolissimi granelli indivisibili, gli atomi, i semina rerum o genitalia corpora come li chiama il poeta per enfatizzare il loro originario ruolo di creazione. Ogni pianta, pietra, uomo è formato da atomi, e cosí persino l'animo umano ed ogni cosa è destinata a nascere e disfarsi in eterno; solo gli atomi sono immortali e non i loro aggregati. In questo mondo, regolato dalle leggi meccaniche che governano le particelle elementari, c'è comunque spazio per la libertà: all'origine dell'universo c'è una deviazione del moto atomico, un clinamen , che ha dato il via alla formazione delle cose ed al gioco infinito della natura.
Dopo aver descritto la natura della materia l'autore invita i suoi lettori (rappresentati da Memmio) ad accettare la morte come qualcosa di ineluttabile e comunque esterna all'uomo: In quanto, dice il poeta, quando noi siamo non c'è morte, quando c'è la morte noi non siamo: invece di preoccuparsi della propria fine l'uomo dovrebbe occuparsi della vita e non sprecarla poltrendo od inseguendo stupide ambizioni.
“E tu esiterai, e per di piú t'indignerai di dover morire? Tu cui è morta la vita mentre ancora sei vivo e vedi e consumi nel sonno la parte maggiore del tempo, e pure da sveglio dormi e non smetti di vedere sogni, e hai l'animo tormentato da vane angosce, né riesci a scoprire qual sia cosí spesso il tuo male, mentre ebbro e infelice ti incalzano da ogni parte gli affanni e vaghi oscillando nell'incerto errare della mente” - III, vv. 1045-1052.
Dante e Divina Commedia: Altro tema strettamente legato al concetto di limite in Letteratura Italiana è quello dell’ineffabilità dantesca, ovvero l’incapacità di dire, di esprimersi perché la grandezza degli argomenti non consente all’uomo di tradurre tutto ciò di cui è testimone. E questo è chiaramente descritto dal poeta fiorentino all’inizio dell’ultima cantica:
Nel ciel che più de la sua luce prende
Fu’io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Pd I, 4-9)
L’elevatezza degli argomenti non rende possibile comunicare la materia trattata e questo è un
vero e proprio limite umano, di cui Dante è pienamente consapevole.
Infatti salendo sempre più nel cammino intrapreso nella “Commedia”, arrivato al Paradiso, Dante
raggiunge l’Empireo, la sede di Dio; Qui l’inesprimibile tende a coincidere con la materia
teologica in quanto è proprio la grandezza, l’immensità di Dio che non può essere espressa a parole.
Eppure Dante prova ugualmente, rimanendo fedele fino all’ultimo al compito assegnatogli
dalla divina provvidenza, a testimoniare ai lettori quello che ha visto, raggiungendo picchi poetici insuperati.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
(Pd XXXIII, 55-66)
Con queste tre similitudini Dante cerca di descriverci la situazione in cui si trova: non può
raccontarci quello che ha visto ma solamente la sensazione di dolcezza che ancora gli
rimane in cuore. Per esprimere questo egli evoca l’immagine di chi svegliatosi ha perso il
ricordo di quanto ha sognato ma reca ancora nel cuore l’emozione.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
(Pd XXXIII, 106-108)
D’ora in avanti il suo parlare sarà talmente inadeguato rispetto a quanto ha visto, da essere superato dal balbettio di un infante che bagni ancora la
lingua al seno della madre.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
(Pd XXXIII, 121-123)
Dante sospira e ancora una volta (la terza in questo canto) denuncia l’inadeguatezza del suo
linguaggio, corto come corta è la sua favella.
L’umana ragione è sconfitta, non c’è soluzione se non l’intervento gratuito di Dio che
illumina con un fulgore la mente di Dante facendogli comprendere l’inconcepibile.
A questo punto non si può dire più niente, la poesia ha raggiunto il suo limite e lascia il
posto al silenzio proprio nel momento in cui desiderio e volontà, per Dante, finalmente
coincidono grazie all’intervento divino.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Pd XXXIII, 142-145)
Inglese:
“Frankenstein or the Modern Prometheus” is a Gothic novel written by Mary Godwin , the
young daughter of the philosopher William Godwin and wife of the poet Percy Bysshe
Shelley. Mary's mother died 15 days after she was born. Her father taught her to be
fascinated but terrified by technology. And even if her mother died when Mary was too
young to remember her, Mary (who was also a vegetarian) was taught by her mother
posthumously by writings, to respect nature. This was the feeling of many other writers and
poets during the Romantic period.
In 1816, Mary Shelley came to Lord Byron's summer house in Geneva with her husband.
Due to the windy weather of that summer, most of their time was spent inside the villa. One
night, someone suggested to make a contest of sorts: they would have seen who could write
the most thrilling, horrifying tale.Mary Shelley was having some problems writing the book, until one night, she had a horrifying dream.

From the 1831 edition of Frankenstein:
“...the pale student of unhallowed arts standing before the thing he had put together, I saw
the hideous phantasm of a man stretched out, and then, on the working of some powerful
engine, show signs of life and stir with an uneasy, half vital motion...”
Upon her dream vision, Mary began to write the original and best Gothic tale titled
“Frankenstein or the Modern Prometheus”. The novel is written in form of letters by Robert Walton, the Captain of a ship, to his own
sister. In his letters the narrator tells the story of a strange man he helped during an
expedition organized to discover “a passage near the pole” towards “hard-to-reach” countries. The man, a young doctor called Victor Frankenstein, is taken aboard the ship and one day, before dying, tells the Captain his story.
ùHe is a Swiss scientist from Geneva. He devoted his life to scientific studies in particular to the mystery of the origin of life. He put together a Creature assembling different parts from dead corpses. After giving it an electric shock, the Creature begin to breathe and open his eyes but Victor soon realize how monstrous and horrible it is, and terrified he run away.
At first the Monster (unnamed) shows love and generosity towards people in fact he
observes a family living in the wood nearby, learns their language (then he has a very good
speech) and does them favors. However, when he eventually meets them face to face, they
reject him because of his ugly appearance. So this love turns into hatred and violence, he
lives in solitude and he can’t stand the desolation of his life, he begins to hate his maker
who has left him alone. The Creature asks the scientist to give him at least a female
companion. At first Frankenstein agrees but soon after he realizes that he has to make a
second Monster. From that moment on, Frankenstein’s life becomes a nightmare. The
Monster persecutes him and kills his wife, Elizabeth, and his brother William. Frankenstein
desperate tries to destroy the Creature, but he dies, consumed by the agony of his ego. The
Monster, seen his creator dead, decides to kill himself .
In the Greek myth of Prometheus, which the novel takes its subtitle from, the giant
Prometheus brings knowledge of fire to man, and is tormented by the Gods for his crime.
Doctor Frankenstein does the same thing: uses forbidden knowledge, and then pays the
price of a tormented existence.
“Life and death appeared to me ideal bounds, which I should first break through ...”
His ambitions have no consideration of anything other than himself, because that is the limit
of his understanding. The concept of “unlimited power” is characteristic of Victor and raises
his “thirst for knowledge” evolving into an ambition of achieving fame.
“[W]hat glory would attend the discovery, if I could banish disease from the human frame
and render man invulnerable to any but violent death.”
As we learn in the very first few chapters of the book, Victor becomes obsessed with his
search for knowledge. After attending university and quickly taking great interest in his
studies, the real idea of dangerous knowledge comes in his mind when he isolates himself
from everything and begins to work on the Monster. With all the knowledge he has and the
search for even more knowledge drives him to insanity. No amount is too much for him, and
he can only prove it by playing God, which is exactly what he does (Goethe's tragic hero
Faust also desires God-like knowledge, selling his soul to the Devil in return for the power).
His desire for knowledge for its own sake even mutates into a drive for glory.
“[M]y mind was filled with one thought, one conception, one purpose ... far more, will I
achieve ... explore unknown powers, and unfold to the world the deepest mysteries of
creation,”
It's clear that Victor's search for knowledge drives him over the edge. He brings himself out
of a safe and normal society only to put himself in danger; even admitting that he has lost
his health due to his own fault. Furthermore the Monster he has created kills several people,
even loved ones. Victor's knowledge that once was a gift has quickly turned into a curse -
for himself, and for all of close society.
Also Walton has an overwhelming desire to have full, complete knowledge and to break the
boundaries, the limits that none have previously done. Both of them never change their
mind, Frankenstein follow his creation to the north pole and Walton would rather die than
return in shame and defeat. This kind of behaving derived from their ambition causes them
disasters and also death; this reminds of another Greek myth previously mentioned: the one
of Icarus, who died trying to reach the sun.
The novel can be read as a warning to modern scientific experiments. It mainly deals about
the moral responsibility of the scientist when his discoveries go beyond his capacity of
control, that is, when he explores the limits of human knowledge. M.Shelley has been able
to foresee clearly the consequences of immoral technological utilization so that her tale of horror can’t be considered merely as a fantastical ghost story, but rather as a deep insight into the probable consequences of morally wrong scientific researches.

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