Cristo si è fermato ad Eboli

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale
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Testo

Giacobazzi Luca 3D 31\08\00

Recensione del libro
"Cristo si è fermato ad Eboli"
di Carlo Levi

Edizione:Einaudi tascabili,Torino 1990.
Costo:12000£.
Pagine:235.

Levi, in questa sorta di autobiografia, più o meno romanzata, racconta in prima persona il periodo da lui trascorso al confino in Lucania, tra il 1935 e il 1936, durante il ventennio fascista.
Trasferito, dopo una breve permanenza a Grassano, nel piccolo paesino di Gagliano, disperso tra le asperità di un territorio costituito da burroni e colli rocciosi, è colpito immediatamente dalla durezza e dall'aridità del paesaggio dall'aria insalubre e malarica, come del resto tutta la regione, rimasta isolata ed esclusa da quasi tutti gli aspetti del progresso culturale, economico e scientifico (da qui il titolo del romanzo: "Cristo si è fermato ad Eboli" sintetizza il fatto che Dio, inteso come ragione, speranza e sviluppo, non sia mai giunto nel mezzogiorno, dove sopravvivono immutate da secoli tante piccole società autonome e autonomamente miserabili); appena arrivato in paese, sì rende conto della presenza di una fitta rete di rivalità e alleanze familiari, fatte risalire al periodo del brigantaggio, momento epico della storia di queste terre, in cui questa gente povera e ignorante aveva alzato la testa contro i soprusi dello stato, nonostante questo loro tentativo sia poi stato represso nel sangue. Ogni fazione cerca di attirare a sé la simpatia e l'appoggio di Don Carlo, ma questi preferisce, o meglio preferirebbe, dedicarsi unicamente alla lettura e alla pittura, ma ciò non gli è possibile perché i poveri e ignoranti contadini del piccolo borgo, appena saputo dell'arrivo di una persona così colta (addirittura un dottore!) iniziano a chiedere il suo aiuto come medico, volendo evitare di rivolgersi ai "medicaciucci" del paese, i quali fino ad allora li avevano solo sfruttati e fatti morire, con la loro incapacità e con i loro intrugli "farmaceutici". Svolgendo queste sue saltuarie prestazioni mediche, attira le simpatie dello strato più basso della popolazione, avendo così occasione di entrare in contatto con la loro realtà e con i loro numerosi problemi; questa sua nuova attività che fra l'altro egli svolge quasi gratuitamente, gli attira contro le invidie di coloro che fino ad allora avevano avuto, nel paese, il monopolio della medicina, e di conseguenza di tutta la media borghesia, che in un primo momento cerca più volte d'intralciarlo, giungendo anche a denunciarlo per aver svolto l'attività di medico senza licenza, riuscendo a fargli intimare di abbandonare questa sua sorta di nuovo lavoro. Causa proprio questo divieto, non può fare nulla per salvare un contadino rimasto ferito gravemente, la cui morte fornisce il pretesto per una rivolta contro coloro che rappresentano il potere dello stato, per quanto effimero fosse per quella povera gente questo termine. A fatica Levi riesce ad evitare che l'indignazione della povera gente sfoci nel sangue e per salvaguardarsi da ulteriori insurrezioni, il podestà gli concede di continuare ad aiutare la povera gente, in modo non proprio palese. Qualche tempo dopo gli viene concesso di tornare per un breve periodo al nord, nel suo paese, ma questo viaggio fino ad allora tanto desiderato si rivela una delusione, in quanto il protagonista non si sente più parte di quella realtà che da tempo è stato costretto ad abbandonare, anzi continua a pensare al problema meridionale, individuando quelle che secondo lui ne sono le cause e i possibili provvedimenti che lo Stato dovrebbe attuare per sanare questa piaga, ed è quasi contento di riprendere la sua prigionia lucana. Trascorse poche settimane, gli giunge la notizia dell'amnistia per i confinati, ma, ciò nonostante, la partenza è ritardata e dolorosa poiché il suo legame con quella terra e con quella gente è ormai diventato più stretto di quanto lui stesso immaginasse.
Levi pone come vera protagonista la realtà del meridione, descrivendo minuziosamente la gente, d'ogni estrazione sociale e facendo emergere in particolare le differenze, i soprusi e le ingiustizie di questa società in cui i pochi che gestiscono il potere pensano unicamente al proprio tornaconto, mentre la maggioranza di poveri artigiani ed in particolare di contadini, è costretta ogni giorno a chinare il capo e a lavorare come animali solamente per arrivare al giorno dopo, senza nessun tipo di speranza di poter migliorare la propria condizione, e da qui il completo disinteresse per la politica e per tutto ciò che lo Stato rappresenta e comporta.
Un'altra attenta analisi è riservata dall'autore a coloro che hanno cercato fortuna oltre oceano, ma la conclusione non è molto incoraggiante in poiché la maggior parte di queste persone è finita per fare negli Stati uniti la stessa vita che faceva in Italia, o ancora peggio è tornata al proprio paese.

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