Sport e aggressività

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Testo

SPORT E AGGRESSIVITA’
LE TEORIE DELL’AGGRESSIVITA’
Stabilire quale possa essere la natura di un qualsiasi gesto aggressivo denota un problema assai complesso per le scienze sociali, tanto da definire il termine aggressività una “parola valigia” capace di contenere molti significati diversi.
Noi possiamo parlare di aggressività come un qualsiasi comportamento o azione dove un individuo esercita un potere coercitivo su un altro, ma tale definizione farebbe catalogare come “aggressivi” moltissimi comportamenti che di solito non consideriamo tali.
Così, l’accezione del termine più comunemente accolta dagli studiosi è quella per cui sono aggressivi comportamenti o azioni volti intenzionalmente a recare danno agli altri.
Gli atteggiamenti, le opinioni, le convinzioni ideologiche, sociali, politiche e religiose possono comunque influenzare la percezione dell’aggressività tanto da non concordare sempre nella classificazione di un comportamento come “aggressivo”.
L’approccio etologico
In etologia si postula l’esistenza di un’energia istintuale di natura aggressiva. Secondo tale approccio l’aggressività accresce la probabilità di sopravvivenza e la conservazione della specie.
Si formula l’ipotesi che in ciascun individuo vi sia un’energia latente che è specifica del comportamento, che è immagazzinata in modo automatico.
La probabilità che si verifichi un’azione aggressiva e la sua intensità si fondano sull’effettiva forza di questa energia latente.
Per ogni area di comportamento esistono dei patterns di azione prefissata che sono alimentati da forze interne e centrali, stimolati da questa energia del comportamento.
Affinché il comportamento aggressivo possa avvenire si richiede uno stimolo scatenante esterno, dopo di che l’aggressività può accumularsi fino al punto di esplodere spontaneamente anche in assenza di chiari stimoli esterni. L’ipotesi di Lorenz della presenza di un modello idraulico, per cui la scarica di piccole quantità di energia determinerebbe una diminuzione dell’aggressività, è stata falsificata da molti autori. L’ipotesi dell’accumulo spontaneo di energia aggressiva non trova alcun riscontro a livello empirico.
Inoltre l’aggressività è un comportamento complesso per il quale non esistono centri celebrali specifici ed unici, la sua presenza negli animali e nell’uomo fa ritenere che le basi fisiologiche da cui dipende l’aggressività si trovino nelle parti del cervello più antiche come le aree sub corticali dell’ipotalamo, tuttavia alcuni ormoni come l’adrenalina e la serotonina possono attivare le aree dell’aggressività o indebolire le aree inibitorie del sistema nervoso.
La posizione più forte dell’etologia è stata formulata dall’etologo inglese Robert Ardrey, il quale sostiene che la ragione del processo evolutivo dei nostri progenitori ancestrali sarebbe stata proprio la capacità di uccidere prede anche tra i propri simili per ragioni territoriali e alimentari; di qui secondo Ardrey la nostra specie avrebbe ereditato la propensione all’aggressività territoriale inter-specifica e soprattutto intra-specifica.
Lo sguardo antropologico
Gli antropologi si sono sempre interrogati soprattutto sull’origine dei fenomeni di violenza. A questo proposito hanno abbandonato la spiegazione della naturalità della violenza nella nostra specie, preferendo piuttosto riconoscere in essa un modo per risolvere conflitti di natura economica o connessi al fallimento dello scambio.
Sono state approfondite anche le modalità con cui la violenza si intreccia con il sacro e con le abitudini rituali di alcune popolazioni. Si è inoltre operata una distinzione fra popolazioni più o meno violente a seconda della loro cultura.
Frustrazione e aggressività
Il gruppo di Yale rifiutò i concetti psicoanalitici di istinto di morte e l’idea di pulsioni innate verso l’aggressività.
Il loro modello energetico dell’aggressività prospetta invece che una persona sia motivata ad agire in modo aggressivo da una pulsione indotta dalla frustrazione.
Col termine frustrazione gli autori intendono la condizione che sorge quando il raggiungimento di un fine incontra un ostacolo.
Secondo questa ipotesi della frustrazione-aggressività la frustrazione conduce sempre a qualche forma di aggressività e l’aggressività è sempre conseguenza della frustrazione.
Quale sia il bersaglio dell’azione aggressiva, quello originario che ha determinato la frustrazione o un sostituto, essa serve a scaricare l’energia aggressiva prodotta dalla frustrazione.
Furono avanzate critiche alla semplicità della relazione causale tra frustrazione e aggressione. Si affermò che la frustrazione non conduce sempre all’aggressività ma può anche essere accompagnata da altri tipi di reazione. Queste obiezioni stimolarono gli autori a modificare l’ipotesi originaria.
L’aggressività fu così interpretata come uno stimolo che induce una risposta aggressiva la quale è inclusa nelle possibili tendenze di risposta dell'individuo, a seconda del contesto in cui si trova.
Essa è comunque vista come la risposta dominante ad uno stato di frustrazione.
L’aggressività come comportamento appreso

Le concezioni basate sull’apprendimento sostengono che l’aggressività si acquisisce con l’esperienza, che si impara. L’apprendimento funzionerebbe sull’aggressività come su qualsiasi altro comportamento.
Secondo la psicologia, l’apprendimento è un processo che trasforma i comportamenti e le conoscenze secondo le esperienze buone o cattive indipendentemente dal condizionamento del risultato. I comportamenti aggressivi possono essere acquisiti tramite tutte le forme di apprendimento (cognitivo, condizionato, sociale ecc.), per questo motivo le scienze sociali hanno portato avanti numerosi studi nelle diverse scuole di pensiero.
Negli studi classici, basati sul condizionamento operante (Thorndike e Skinner) si sostiene che il compimento di un’azione può essere determinato da un rinforzo e sono state raccolte numerose prove empiriche del fatto che con un’adeguata distribuzione di rinforzi è possibile fare in modo che le persone imparino comportamenti aggressivi o, al contrario, ottenere che imparino a non essere aggressive.
Gli esperimenti in laboratorio e sul campo dimostrano che manipolando opportunamente i rinforzi si può ottenere che le persone imparino ad essere aggressive o pacifiche. In molti casi, nei nuclei famigliari, i genitori rinforzano comportamenti aggressivi senza volerlo; ad esempio un genitore che cede dopo un capriccio del figlio rinforza indirettamente l’aggressività del bambino. Quindi, distintamente dal credo comune, spesso gli atteggiamenti aggressivi vengono rinforzati maggiormente che quelli non aggressivi.
La teoria freudiana
Freud elabora una nota teoria su questo argomento attribuendo l’origine delle azioni aggressive a pulsioni innate.
Secondo Freud la psiche umana sarebbe dominata da due sfere istintuali:
1. ISTINTO DI VITA: il quale è supportato da un istinto di sopravvivenza innato dove sono racchiuse anche pulsioni sessuali e tutta la sfera affettiva.
2. ISTINTO DI MORTE: il quale è una componente istintuale innata in quanto facciamo parte della natura (all’interno della quale tutto nasce e muore).
Il conflitto fra istinto di morte ed istinto di vita porta ad incanalare qualsiasi tipo di tensione autolesionistica verso l’esterno, generando comportamenti aggressivi come una sorte di sfogo.
Nel campo delle spiegazioni psicosociali troviamo Erich Fromm il quale ha elaborato una teoria che pone l’individuo in condizione di scelta fra la libertà positiva dell’autonomia e la fuga dalla libertà attraverso diverse forme di sottomissione, a causa dell’ansia che l’autonomia genera.
L’essere umano crescendo raggiunge un grado d’autonomia in costante crescita che lo porta ad una maggiore libertà, dalla quale scaturisce però un forte stato d’ansia e senso di inadeguatezza, che aumentando porterebbero l’uomo ad attuare una fuga dalla libertà stessa.
Questa si attua attraverso tre meccanismi di fuga che si traducono in profili di personalità:
1. AUTORITARISMO: ovvero la sottomissione al potere ed il desiderio di dominio verso i deboli;
2. DISTRUTTIVITA’: che scaturisce dal sentimento d’impotenza e provoca al soggetto una continua ricerca di un oggetto sul quale sfogarsi;
3. CONFORMISMO: l’individuo perde il proprio “io” omologandosi alla società circostante.
L'influenza dei modelli sociali
Secondo Albert Bandura l’aggressività nelle nostre civiltà richiede l’attuazione di comportamenti troppo complessi ed elaborati perché si possano imparare con il lungo procedimento per prove ed errori del condizionamento operante; occorre quindi un modello da osservare e copiare.
Bandura affermò che il primo passo verso l’acquisizione di una nuova forma di comportamento aggressivo è l’imitazione, grazie alla quale gli individui acquisiscono comportamenti e le loro conseguenze dalle altre persone.
Un modello è in grado di ridurre le inibizioni associate al comportamento aggressivo in determinate situazioni.
Una serie di ricerche hanno dimostrato che vi è un’associazione positiva fra la visione di programmi televisivi di carattere violento e la tendenza ad agire in modo aggressivo.
La violenza produce effetti a breve termine sulle tendenze aggressive dei telespettatori.
Essa aumenta le tendenze aggressive negli spettatori con maggiori probabilità se:
• L’aggressione è presentata come uno strumento efficace che permette di raggiungere i propri scopi e rimanere impuniti.
• E’ rappresentata indipendentemente dalle sue conseguenze negative ed è mostrata come giustificabile.
• Chi agisce è mostrato con caratteristiche simili allo spettatore.
• Lo spettatore osserva la rappresentazione delle violenza in uno stato di eccitazione emozionale che impedisce un atteggiamento più distante e critico da parte dello spettatore.
La violenza in televisione influenza non solo la prontezza ad agire in modo violento ma anche gli atteggiamenti degli spettatori verso la violenza.
La gente tende a sovrastimare la probabilità di cadere vittima di episodi di violenza, è più sospettosa nei confronti del prossimo, chiede sentenze più dure da parte dello Stato.
La psicologia dell’età evolutiva
La psicologia dell’ età evolutiva ha dato un importante contributo alla riflessione sull’aggressività, analizzando il modo in cui quest’ultima si manifesta nell’infanzia e nel adolescenza.
Preso atto che tutti i bambini tendono a rispondere aggressivamente a situazioni come il conflitto o l’ aggressione da parte di altri, alcuni studiosi si sono chiesti per quali ragioni alcuni bambini tendono a fare dell’aggressività lo stile dominante del proprio comportamento sociale. Un risultato di tali osservazioni è il fatto che alcuni bambini utilizzano comportamenti aggressivi in mancanza di altre strategie per l’inserimento nel proprio gruppo sociale, oppure essi sono il prodotto di modelli famigliari e sociali analoghi e richiedono quindi un’adeguata opera di rieducazione.
LO SPORT MODERNO
Come la patria d'origine dell'Educazione Fisica è individuata nella Germania del XVII secolo, così quella dello sport è l'Inghilterra del Settecento.
In quello stesso paese ricordato dalla storia moderna per aver dato avvio, attraverso quello che gli studiosi sociali hanno chiamato Rivoluzione industriale, alle prime forme di capitalismo, anche lo sport trova fertile terreno di sviluppo e muove i suoi primi autonomi passi di fenomeno organizzato. In effetti, come vedremo, non è un caso che questi due elementi si presentino insieme in modo strettamente interconnesso: l'uno (il capitalismo industriale) di fatto origina l'altro (il fenomeno sportivo), che ne incarna perfettamente i valori. Ma procediamo con ordine.
Alcune forme di sport preesistevano al Settecento inglese. Attività quali scherma, equitazione, caccia alla volpe erano, nella Gran Bretagna del Medioevo, i tipici passatempi dell'aristocrazia, momenti di svago organizzati dai nobili per i nobili. La borghesia commerciale inglese, che nasce e si afferma come classe di rilievo a partire dalla metà del XVII secolo, non considera queste attività con particolare rilievo. La nuova classe guarda a queste abitudini dei nobili come ad eccentricità socialmente improduttive di quella che sempre più viene considerata una classe parassita.
l nobili sono coloro che vivono in ozio e senza nessuna tensione di progresso; dunque si possono occupare di cose frivole, tra le quali quelle sportive. La borghesia invece prende decisamente le distanze da questi valori che considera superati; d'altra parte, anche i giochi meno nobili, quelli diffusi nelle feste popolari e nelle campagne, vengono considerati dai borghesi come un'inutile distrazione non finalizzata in senso produttivo. Tutto il XVII secolo è ancora pieno di ordinanze e decreti che mirano a limitare giochi e divertimenti popolari.
Ma i mutamenti della società modificano rapidamente tendenze e valutazioni. La nascente industrializzazione, la crescita delle città, l'espansione coloniale che porta rapidamente ricchezza a coloro che sanno cogliere i segni di cambiamento incidono sui costumi e sugli atteggiamenti. In particolare nelle città si comincia a intravedere anche nei giochi e nelle attività fisiche l'opportunità di fare investimenti e ricavare guadagni. Nasce e prospera rapidamente il gusto della scommessa, che continuerà inalterato fino ai giorni nostri.
Le ricchezze rapidamente accumulate dai "nuovi ricchi" costituiscono e alimentano circuiti di denaro che ruotano attorno a singoli fatti agonistici, in quel momento non ancora codificati in tornei o campionati. Corse a piedi, corse dei cavalli e incontri di boxe sono le attività più praticate, giacche si prestano a essere oggetto di scommessa.
Con la nascita, dunque,dei primi embrioni di quello che sarà il moderno fenomeno sportivo, si assiste alla creazione di un paradossale punto di convergenza fra vecchia nobiltà e nuova borghesia: i primi in forza della loro antica passione per l'attività fisica e i secondi grazie alla loro tensione verso il guadagno, diventano entrambi interessati a finanziare e sostenere lo svolgimento di gare e giochi.
I valori dello sport moderno
Mentre il fenomeno sport si va meglio definendo, assorbe nel contempo e fa propri gli specifici valori-guida del contesto sociale in cui cresce e prospera.
Se all'inizio primeggiavano soprattutto boxe e corse lunghe (cioè forza e resistenza), in un periodo successivo la possibilità di misurare precisamente il tempo fa acquisire alle prestazioni di velocità un'importanza maggiore. Ciò, a ben guardare, è frutto non solo dell'evoluzione tecnica che porta alla creazione del cronometro, ma anche degli specifici valori etici propri della nascente borghesia. Questa classe sociale acquista rapidamente peso e potere in ragione dell'acquisizione di ricchezze. Ma tale acquisizione è strettamente dipendente dal fattore tempo. Il tempo comincia a essere denaro, la velocità dei mezzi di trasporto sulla terra e sull'acqua diventa importante quanto la velocità di produzione delle nuove macchine. È necessario vincere la concorrenza e conquistare nuovi mercati, per produrre di più e acquisire più ricchezza.
Gli uomini quando fanno sport, come le merci quando viaggiano nel sistema della produzione-vendita, devono prendere le distanze nel più breve tempo possibile. L'esaltazione della velocità rappresenta dunque un segno dei nuovi tempi, corrisponde alla mentalità della nuova classe dirigente.
Nasce il concetto di "record", di miglior prestazione mai realizzata, che permette di dilatare nel tempo il fatto agonistico. Si assiste infatti al mantenersi dell'evento-gara, ma accanto a esso assume sempre più importanza il confronto tra la prestazione del momento e le prestazioni realizzate in precedenza nel medesimo settore. La necessità di rendere possibili questi confronti impone un'organizzazione sempre più precisa delle condizioni nelle quali le gare dovranno essere svolte. Ecco che nasce, accanto al concetto di record, anche quello di regolamento.
Lo sport dunque prende piede perché rappresenta, in modo simbolico, la concorrenza e la lotta per il predominio tipica degli albori del capitalismo. E progressivamente, man mano che il fenomeno si sviluppa, si pongono problemi di tipo organizzativo. Perché non cada la tensione occorre dare continuità alle gare e garantire il buon livello di spettacolo. Bisogna dunque costruire spazi appositi, adeguare la preparazione dei concorrenti, allenarli, pagarli (spesso anche con percentuali sulle somme scommesse) e, tutt'altro che in ultimo, introdurre figure giudicanti a garanzia dell'imparzialità del confronto nei riguardi di coloro che scommettono sull'evento somme considerevoli.
È l'inizio di un fenomeno commerciale che diverrà inarrestabile. Le scommesse alimenteranno lo spettacolo; lo spettacolo dovrà essere sempre meglio organizzato da persone che si specializzano in tale ruolo. Ma lo spettacolo avrà anche bisogno di attori, atleti sempre più abili e capaci, che dedichino molto del loro tempo alla preparazione, che cioè siano dei professionisti.
Attorno a tutto ciò ci sarà un pubblico e un interesse di costume. A Londra, ne1 1720, aprirà il primo anfiteatro sportivo; sempre a Londra il primo giornale sportivo, "The Sporting Magazine", uscirà nel 1792. A quel punto, alle soglie del nuovo secolo, si può veramente dichiarare la nascita dell'industria dello sport.
Sport e classi sociali
Ma chi sono coloro che praticano le attività sportive? Inizialmente non certo i ceti popolari, che hanno, nei primi anni del XIX secolo, problemi ben maggiori.
La prima fase dello sviluppo industriale è estremamente rapida e caotica e modifica in pochi anni le abitudini di vita di milioni di persone. La giornata lavorativa della fabbrica è di norma tra le 14 e le 16 ore, con punte di 20. Le condizioni economiche e i bassi salari costringono milioni di donne e bambini a lavorare in fabbrica in condizioni disumane. Il lavoro è massacrante, non ci sono protezioni e spesso gli ambienti sono saturi di sostanze velenose. Le condizioni igieniche e di vita nelle città, che si espandono a macchia d'olio, portano, nei primi decenni dell'Ottocento, a un generale peggioramento della salute.
Ovviamente questa situazione è particolarmente sentita dal proletariato industriale, che proprio in quegli anni tenta di acquisire una propria fisionomia di classe. La situazione è a dir poco drammatica: circa il 50% dei figli degli operai non raggiunge i 5 anni di età; la decadenza fisica porta la maggioranza degli operai a essere inabili al lavoro attorno ai 40 anni; dati statistici riportano notevoli abbassamenti del peso e della statura media dovuti a fenomeni di malnutrizione durante l'accrescimento.
Queste situazioni, che raggiungono la fase più drammatica negli anni tra il 1830 e il 1840 e che portano uno dei fondatoti del marxismo, Friedrich Engels (1820-1895), a descrivere nei suoi saggi le impressionanti condizioni di vita della classe operaia, sono contemporanee di altri fatti, se vogliamo assai più frivoli, che segnano capitoli importanti della storia dello sport.
Siamo nel 1823 quando un allora sconosciuto studente del College di Rugby, W.W. Ellis, compie il "rivoluzionario" gesto di afferrare il pallone con le mani e di correre con esso verso la porta avversaria.
Questo gesto, essendo altamente offensivo delle regole del football allora praticato nei college, susciterà polemiche e dispute regolamentari. La direzione del College non disconoscerà il gesto del suo atleta e, a partire da quello, organizzerà le regole di un nuovo sport che in tutto il resto del mondo diventerà famoso con il nome della cittadina di Rugby. Nel 1910 sulle mura dell'Istituto una
lapide verrà collocata a futura memoria di quel gesto, così scandaloso ma così decisivo.
Come si può capire anche da ciò che riportano le cronache del tempo, la matrice del fenomeno sportivo in Inghilterra (e poi rapidamente in tutto il resto d'Europa) è specificamente borghese, dato che in quel momento non potrebbe essere altrimenti.
All'interno di un'economia protoindustriale che vessa in ogni modo e relega nei ruoli più bassi le masse produttive, la pratica sportiva risulta un lusso riservato alla nascente borghesia urbana e alle alte caste militari. Di conseguenza lo sport assume molta importanza anche all'interno dei sistemi di educazione che le classi dominanti organizzano al fine di trasmettere l'abitudine al ruolo dirigente nelle giovani generazioni.
L'orientamento sportivo diviene a tal punto una particolarità dell'esperienza educativa inglese da poter essere considerato elemento determinante per segnare la distanza che separa il modello inglese dagli altri approcci pedagogici che coinvolgono il corpo e che si sviluppano in Germania e in Svezia.
Le rivendicazioni della classe operaia
Come abbiamo visto, le situazioni di vita delle classi produttive sono spesso al di sotto del limite di sussistenza e ciò porta il proletariato, verso la metà del secolo XIX, a organizzarsi in movimento politico e sindacale e a iniziare dure lotte per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di esistenza.
D'altra parte anche alcuni settori della borghesia esprimono preoccupazione: se le maestranze non sono all'altezza, possono compromettere lo stesso sviluppo della produzione e dell'industria. Vengono così avviate una serie di riforme, tra le quali spiccano quella elettorale, quella sul lavoro nelle fabbriche, quella sulle prime forme di assistenza pubblica.
In questa situazione lo sviluppo della coscienza della propria condizione e dell'ordinamento sociale proposto dai filosofi marxisti fa sì che anche per le classi lavoratrici comincino ad acquisire importanza la cultura e l'educazione in genere.
Rispetto allo specifico dell'educazione sportiva,c'è da sottolineare come essa diventi, parallelamente all'acquisizione della contrattualità sociale da parte del proletariato, un'aspirazione e una conquista da perseguire per il movimento operaio.
È lo stesso Karl Marx (1818-1883) a indicare (siamo ne11866) l'educazione del fisico come una delle parti fondamentali dell'educazione dell'uomo nuovo, insieme all'educazione intellettuale e alla formazione pratica. Se quindi lo sport moderno nasce nelle public schools, le scuole private dove vengono educati i figli degli aristocratici e i figli dei borghesi, anche per le classi meno abbienti esso rappresenta fin dall'inizio un obiettivo a cui guardare.
Alcuni sport (tennis, cricket, polo) resteranno marcatamente aristocratici e borghesi, altri (tipo il football) cominceranno a essere praticati negli spazi urbani delle periferie industriali dai figli degli operai. Gli effetti che tali differenze avranno sull'evoluzione successiva di queste discipline sportive è visibile senz'altro ancora ai giorni nostri.
Una maggiore partecipazione, nello sport, di rappresentanti delle classi lavoratrici potrà di fatto avvenire solo con l'effettiva diminuzione delle ore di lavoro. Lo sport inglese vedrà incrementare il suo sviluppo dopo che, a partire da11873, alcune categorie di )lavoratori cominceranno ad avere la mezza giornata libera il sabato. A quel punto, con un orario di lavoro alleggerito, con la possibilità di avere del tempo cosiddetto "libero" disponibile e finalizzabile ad attività non produttive e con l'accesso a ragionevoli incrementi di reddito, il lavoratore inglese potrà anch'egli entrare come partecipante attivo del fenomeno sportivo.
Sport e Discipline Sportive
Da qui in poi si è pronti per il vero e proprio sviluppo delle singole discipline sportive.
I primi regolamenti nazionali per il calcio e per il rugby vengono stilati nel 1863 e nel 1871 : si raggiungono compromessi faticosi per stabilire tempi, regole, numero dei giocatori per ogni squadra, misure dei terreni di gioco.
La stessa distinzione tra il football e il rugby sarà possibile solo grazie ad un'innovazione tecnica, l'invenzione della camera d'aria, che permetterà di separare nettamente la forma sferica e quella ovale dei palloni.
L'atletica, che tanto recupererà dai miti classici in tutto l'Ottocento, conosce la sua diffusione con il successo delle gare di velocità, valore della nuova era.Vengono regolamentate le gara sul miglio (1609 metri) , poi sul quarto di miglio (i nostri attuali 400 metri) .
Alle prove di forza di tradizione antica, scozzese e irlandese, come il lancio del martello, il getto del peso, ecc. si applicano codificazioni che portino alla possibilità di misurare record. Nel canottaggio, radicato in particolare nelle università, ancora attorno al 1880 si nega la pratica a coloro che traggono guadagni dalle attività manuali (operai, artigiani, ecc.) e alle donne.
Il nuoto comincia a essere uno sport da quando, ne11845, sorgono le piscine. In realtà esse vengono costruite dopo specifici provvedimenti legislativi tesi ad arginare le spaventose situazioni igieniche delle città, cresciute senza i servizi essenziali. Ma dal concetto di "bagno pubblico" a quello di "piscina", il passaggio è tutto determinato dall'affermarsi della cultura sportiva anche nei governanti. Nascono le prime gare di nuoto, le prime società sportive, i regolamenti.
l principali sport del nostro tempo partono dunque dall'Inghilterra, dove conoscono le prime forme di organizzazione. È lì che si avverte la necessità di regole uniche, di un linguaggio comune, che possa permettere gli scambi sportivi per tutto il Paese. Gli enti preposti a questa regolamentazione comune diventano enti di coordinamento della disciplina sportiva e assumono il nome di Federazioni Sportive. Questa denominazione valicherà poi le frontiere inglesi e diventerà di uso comune in tutta Europa. Le prime Federazioni inglesi sono quella del calcio (1863), del nuoto (1869), del ciclismo (1878), del canottaggio (1879) e dell'atletica (1880).
Alla fine del 1800 lo sport inglese è in fortissimo sviluppo. L'incremento numerico delle società
di calcio, che dalle 50 nel 1870 passano alle 2.100 ne1 1905, dà un esempio dell'influenza che la conquista del tempo libero esercita sullo sport che valicherà la soglia del XX secolo.
Lo sport oltreoceano
Anche gli Stati Uniti, nonostante sin dalla fine del Settecento si sottraggano decisamente all'influenza politica inglese, mantengono ampie zone d'influenza britannica soprattutto nei costumi sociali e nelle proposte educative.
È del 1783 la firma, da parte dei primi tre stati americani, del patto confederale che porterà alla nascita degli Stati d' America. Come in Inghilterra, il processo di industrializzazione, che si afferma stabilmente attorno alla metà dell'Ottocento, favorisce l'affermarsi della borghesia commerciale e industriale. Se a questo si aggiunge l'assenza di una tradizione di sport nobiliare e aristocratico propria invece della vecchia Inghilterra, si può comprendere come qui, più che in altri Paesi, si assista all'espandersi rapidissimo del fenomeno del professionismo sportivo.
Nel Paese dei pionieri alcuni sport come la boxe, il tennis e il golf vengono tradotti e praticati così come sono stati codificati nella loro patria d'origine; per altri, invece (ad esempio rugby e cricket), i regolamenti vengono adattati e resi più consoni alle esigenze di spettacolarità proprie del nuovo mondo. Nascono così il football americano (traduzione assai più violenta e meno cavalleresca del rugby inglese) e il baseball (rielaborazione decisamente più spettacolare del vecchio passatempo nobiliare denominato cricket).
Ma gli Americani non si fermano solo a rielaborare le vecchie tradizioni sportive europee. Nel giro di pochi anni, per iniziativa dei movimenti giovanili (fra cui il più attivo e fecondo fu senz'altro l'YMCA, Young Men's Christian Association), il sistema educativo dei college americani si arricchisce di diverse formule sportive sperimentate e codificate appositamente per i piccoli spazi delle palestre scolastiche.
Due importantissime discipline sportive destinate negli anni successivi a creare numerosissimi proseliti nascono in quegli anni grazie a questo sistema. Si tratta del basket e della pallavolo.
Il fenomeno delle moderne olimpiadi

Ne11894, dopo aver studiato da vicino il sistema educativo inglese e quello americano, un nobile francese, Pierre de Fredi barone de Coubertin (1863-1937), appassionato di storia, pedagogia e sociologia, propone, a ben 2670 anni dalla fondazione di quelli antichi, di ridare vita ai Giochi Olimpici.
Egli è convinto che lo sport abbia un'importanza fondamentale per l'educazione dei giovani e sa cogliere i fermenti di un ambiente ormai maturo per questa grande scommessa internazionale. La Grecia classica rappresenta un mito per tutta l'Europa da quasi un secolo; le rovine di Olimpia sono appena state scoperte; gli sport moderni ottengono dovunque un grande successo popolare.
La sua idea suscita interesse; l'idea olimpica che viene presentata dal barone normanno è una perfetta traduzione degli obiettivi pedagogici e dei miti di fine secolo: dall'età classica, molto in auge, recupera il mito del corpo come espressione di tutta l'educazione e il mito della prestazione compiuta unicamente per acquisire gloria presso gli dei; dalla tradizione della cavalleria medioevale, dal mito del cavaliere giusto e puro riprende i concetti di lealtà e gli ideali di giustizia; infine dalla realtà contemporanea acquisisce, da un lato, la vocazione cosmopolita propria della società commerciale che vede intrecciarsi rapporti economici con sempre nuovi mercati, dall'altro mantiene in evidenza quella tendenza al nazionalismo che era stato il motore e la guida dello sviluppo politico dell'Europa dell'Ottocento.
A De Coubertin importa conservare innanzitutto il carattere nobile e cavalleresco dell'atletismo, perché possa continuare a svolgere efficacemente nell'educazione dei popoli moderni la funzione ammirevole che gli attribuirono i maestri greci.
Egli si scaglia, tra l'altro, contro lo spirito di lucro e il professionismo, che intende estromettere dalla manifestazione in ragione di un supposto recupero della fisicità pura. In questo De Coubertin dimostra la sua natura di filantropo aristocratico un po' nostalgico. La sua ricerca dei valori dei "bei tempi classici" sarà destinata a entrare da subito in conflitto con quel pragmatismo tipico delle classi dominanti del suo periodo; inoltre c'è da dire che il mondo classico presentatoci dal barone è a tal punto idealizzato da risultare assai poco realistico.
Resta il fatto, storico e innegabile, che la sua impostazione, per quanto romantica, per quanto addirittura più estrema nel sottolineare il dilettantismo rispetto agli antichi Giochi greci ai quali intende ispirarsi, convince governi e sovrani.
Egli intenderebbe far coincidere la prima edizione dell'Olimpiade moderna con l'Esposizione Universale di Parigi già prevista per i1 1900. Ma l'interesse del governo greco per quest'importante operazione d'immagine dà un'ulteriore sterzata a ogni cautela: i Greci ottengono che la sede inaugurale sia spostata ad Atene e che la prima edizione venga anticipata di quattro anni,così nel 1896 si inaugura ad Atene.
Critiche al modello sportivo
Il modello dello sport d'elite prospera per parecchi decenni, ma successivamente diventa oggetto delle rivendicazioni delle classi lavoratrici, che aspirano anch'esse ad accedere alla pratica sportiva. Il tema dello sport entra prepotentemente (parallelamente alla riduzione dell'orario di lavoro, agli aspetti di previdenza e di tutela della salute) nelle rivendicazioni di quella fase estremamente aspra del conflitto sociale che oppone la borghesia d'inizio Novecento alle masse lavoratrici che in tutti i Paesi europei si organizzano in forme di rappresentanza collettiva.
Ma quest'aspirazione a spazi di tempo libero finalizzabili alla pratica sportiva, da parte del proletariato, si gioca tutta all'interno del contesto di valori proprio dello sport borghese. Il modello di sviluppo sportivo, creato e governato dalle classi borghesi sulla base dei loro principi e dei loro intendimenti educativi propri del modello capitalistico (competizione-rendimento-record), non viene in alcun modo messo in discussione. Le regole della competizione sportiva, ma soprattutto le regole dell'organizzazione sportiva, sono regole accettate da tutti come naturali e inamovibili.
Il proletariato non aspira a entrare nel governo dello sport per modificarne gli aspetti di valore o di contenuto: aspira a entrare in esso solo per poter acquisire una forma di emancipazione che gli permetta di avere spazi maggiori. Lo sport è lo sport; la sua organizzazione e i suoi valori sono stati a tal punto metabolizzati dalla società da sembrare gli unici possibili.
Questa visione dello sport prospera in Europa per circa un centinaio di anni; quindi trova un momento di frattura in quello che si può definire il “Sessantotto sportivo”.
In un contesto sociale in forte mutazione, nella ridiscussione dei valori che parte dalle rivendicazioni degli studenti francesi nel maggio '68, anche il concetto di sport, fino a quel momento vissuto come indiscutibile, diventa un elemento da rivisitare nei suoi valori portanti, principalmente rappresentati dal concetto di competizione e di record.
Sono gli intellettuali della sinistra francese i primi a scagliarsi contro il modello sportivo corrente. P. Laguillaime, nel noto saggio “Sport, culture, repressioni”, rapidamente tradotto e divenuto famoso in tutta Europa, attacca lo sport francese asservito alla politica di De Grulle e più in generale si scaglia contro lo schema competizione-rendimento-misura-record, che rappresenterebbe la traduzione della concorrenza sfrenata in quella giungla sociale propugnata dal capitalismo.
Le critiche al modello capitalistico proprie del decennio 1970-1980, mettono dunque in crisi anche il modello sportivo che da esso prende origine. Alla pedagogia sportiva, intesa come abitudine alla competizione, da più parti contestata, vengono contrapposte alternative che vanno nella direzione del recupero della ludicità (senso della gratuità tipica del gioco, che non necessita di classifiche e di primati), della corporeità (che, in linea con mutamenti di costume, si vorrebbe liberata dalle pratiche costrittive tipiche dell'allenamento sportivo), degli aspetti di socializzazione (l'attività di movimento come piacere di stare con gli altri e non contro gli avversari).
Sono gli anni, dapprima in Francia ma poi in tutto il resto d'Europa, delle alternative educative, delle pratiche psicomotorie, del rifiuto del risultato tecnico come obiettivo educativo.
In Italia molte voci di intellettuali e di importanti educatori si levano per dire che è necessario che lo sport sia democraticizzato, che per la pratica sportiva dei cittadini (cioè non solo di quelli che sono o saranno atleti-campioni) vanno investite risorse economiche e costruite opportunità, che gli impianti sportivi vanno realizzati non solo per le kermesse spettacolari, bensì soprattutto perché ci vadano a praticare sport gli impiegati e le casalinghe.
Anche il versante cattolico, particolarmente sensibile ai temi dello sport-educazione fin dall'inizio del secolo, vive in questi anni venti di rinnovamento culturale. L'attività sportiva in molte città d'ltalia diventa oggetto di dibattiti, conferenze, approfondimenti. Gli Enti Locali (Comuni,Province, Regioni) sono da più parti sollecitati a dare attuazione a politiche di sport sociale (nelle scuole, nelle borgate, nei centri storici), a sostenere finanziariamente progetti di sviluppo della pratica sportiva, a costruire impianti di cui la nostra nazione ha da sempre grande carenza.
È di fatto una rivoluzione copernicana per l'ambiente sportivo. Fino a quel momento il mondo dello sport era sembrato un'isola felice e perfetta; coloro che l'avevano gestito e diretto si erano potuti limitare ad amministrare (a volte con estrema allegria!) gli ingenti proventi del Totocalcio operando con oculatezza una politica di sussidi che premiasse gli sport più diffusi (calcio in testa) e garantisse a tutti gli altri una dignitosa sopravvivenza che, peraltro, si riferiva alla struttura organizzativa (la Federazione Sportiva, che doveva pagare uffici, dirigenti, trasferte) e non andava certo verso politiche di diffusione della disciplina.
Se si leggono i documenti ufficiali del CONI di quegli anni (inizi '70, metà '80), si vede come di promozione sportiva si parlasse molto; il problema è che si parlava solo.
Gli stessi Giochi della Gioventù, che nascono nel 1969 con le migliori intenzioni promozionali, si tramutano in pochi anni in una manifestazione orientata alla pura selezione dei migliori non certo in grado di offrire spazi di valorizzazione effettiva delle esperienze sportive periferiche.
E se è pur vero che le Federazioni Sportive Nazionali nascono storicamente con l'obiettivo di selezionare le rappresentanze sportive delle singole discipline per le manifestazioni internazionali, è altrettanto vero che il CONI (come Federazione delle Federazioni), forse preoccupato di perdere una storica e comoda egemonia di settore, ribadisce le sue competenze nel settore della promozione sportiva nel senso più ampio del termine.
La situazione italiana risulta in questo senso anomala, soprattutto se confrontata ai modelli di sviluppo sportivo degli altri Paesi europei. In Italia non c'è un Ministero che si occupa dello sport; nella scuola l'insegnamento dell'Educazione Fisica e sportiva incomincia effettivamente solo nell'età della secondaria inferiore (11 anni circa); il CONI dovrebbe occuparsi (sulla carta) anche della promozione della cultura dello sport, ma investe in quel settore solo ritagli di bilancio, con il risultato che l'intero sistema della promozione dello sport è cronicamente povero di finanziamenti. Quando anche i risultati di immagine esterna si riducono ai minimi storici (il medagliere olimpico di Città del Messico, 1968, e di Monaco, 1974, è ai minimi storici), sono molti a interrogarsi sulla necessità di rivedere l'intero ordinamento, trovando soluzioni che amplino la base del reclutamento e che portino l'attenzione del fenomeno sportivo italiano dai soli livelli di vertice anche ai livelli di base. Questa fase si può dire che per alcuni aspetti sia ancora in corso.
Scremate dalle forti contrapposizioni ideologiche tipiche degli anni '80, restano fuori e dentro il CONI (cioè la casa madre dello sport italiano) le rivendicazioni del diritto allo sport sociale.
Lo sport come elemento di educazione
Lo sport, così come si è concepito, istituzionalizzato, realizzato, con la componente olimpica, fascista, consumistica, non ha più nessun futuro; ogni tentativo riformistico che non voglia rimettere in questione tali componenti non farà che portare alla luce le contraddizioni di fondo, perché antitetiche alle aspirazioni nascenti e crescenti degli uomini e perciò antistoriche.
Fatta quest'affermazione, sembrerebbe logico arrivare alla conclusione, piuttosto drastica, di cancellare con un colpo di spugna lo sport così come si è istituzionalizzato. Niente di tutto questo. Tale conclusione sarebbe infantile, antirivoluzionaria, perciò reazionaria: non si esce da tale strettoia procedendo all'eliminazione dello sport istituzionale.
Sarebbe forse facile affermarlo, ma poi ci si accorgerebbe che l'ideologia dominante avrebbe tutto da guadagnare da infantilismi del genere e per tutta risposta ci troveremmo dinanzi a un fenomeno sportivo sempre più "dio moloch" e capace di alienare gli uomini con il mito seducente del suo olimpismo, con la sua logica retoricamente fascista e con le sue abbuffate consumistiche.
Il passaggio vero a un nuovo "'modello"da concepire per realizzare lo sport ci pare che non possa aversi se non confrontandosi dialetticamente e collegando, con rigorosa onestà e puntualità, i processi di trasformazione sociale con le modifiche che un'attenta elaborazione politica tenta di proporre circa l'istituzione sport, in modo da assecondare le nuove richieste qualitative della società, beninteso nella logica dell'educazione liberatrice e non integratrice.
La storia dello sport nostrano, nelle sue forme ufficiali e reclamizzate sul piano della prassi quotidiana, come per la "scuola italiana", è per sua natura la storia della società in cui è concepito, battezzato,vaccinato, cresciuto. Il suo ruolo è quello di accogliere, verbalizzare, razionalizzare, trasmettere anche sul piano ludico quei "valori" con i quali la classe e la cultura dominante si assicura e riproduce il consenso necessario al suo potere.
Come tutti i corpi separati dello stato liberale (si pensi all'esercito, alla scuola, alla magistratura) anche l'istituzione ufficiale dello sport nasconde in sè, sportivamente, le contraddizioni tra le finalità universali, riguardanti il bene comune, e il servizio effettivo, che è, invece, di solidificare il potere costituito e di mantenere inalterato l'ordine esistente.
Lo sport non è dall'essere un'istituzione che deriva i mali di cui soffre oggi, ma dal non poter più svolgere come prima, in maniera efficace, la funzione selettiva per cui è nato, concepito e organizzato, secondo le componenti olimpiche, fasciste e consumistiche, tre ingredienti che, mescolati insieme, ci danno un cocktail appetibile come prodotto da consumarsi nelle sfere della retorica, dell'emozione e del latente nazionalismo.
La sua istituzionalità, mentre è macroscopica a livello di volume organizzativo e finanziario, è più che flebile e tenue sul piano motivazionale e così non può sfuggire alla bruta logica del potere.
Ma, come il ruolo classistico dello Stato si sopprimerà non già eliminando lo Stato ma superando l'opposizione di classe che lo sorregge, così la fine dello sport di Stato come corpo a se stante, come
isola di Arturo, come campana di vetro (lo sport agli sportivi!) dovrà avverarsi progressivamente, man mano che il soggetto che lo gestisce a proprio vantaggio, una volta spezzate le macchine della selettività e dello sfruttamento dell'uomo attraverso lo sport, diverrà davvero l'espressione unitaria della volontà popolare: non solo, quindi,uno sport di tutti e con tutti, ma uno sport sociale.
Lo sport del 2000
Quello a cui stiamo assistendo oggi è evidentemente l'evoluzione di ciò che è stato ieri e l'altro ieri. Alla domanda di sport che si andava facendo sempre più largo fra i cittadini a partire dagli anni '80, si è risposto in modo differenziato.
Da un lato sono cresciute in modo emblematico le organizzazioni alternative alle tradizionali Federazioni, quegli Enti di Promozione che hanno offerto al territorio proposte alternative di sport per le diverse fasce d'età. Grazie a queste esperienze sono nate formule innovative, impensabili nei decenni precedenti.
Se oggi, per esempio, è normale parlare di ginnastica per la Terza Età, di acquaticità per i bambini da zero a tre anni, di kermesse sportive infantili che non hanno necessità di laureare campioncini provinciali o regionali per vedere la partecipazione di migliaia di aderenti, lo si deve senza dubbio al ruolo di diffusione culturale realizzato da queste grandi Associazioni.
La richiesta della pratica sportiva ha dunque avuto da questo comparto una prima risposta.
In seconda battuta, ma è un secondo posto di ordine cronologico e non certo di rilievo numerico, si è assistito al fiorire del fenomeno dei centri fitness, il cui sviluppo è tutt'oggi sotto i nostri occhi. Questa formulazione ha di fatto risposto a una domanda di pratica motoria ancora diversa da quella che aveva in qualche modo favorito lo sviluppo degli Enti di Promozione negli anni '70.
Non per nulla è stato sottolineato che si trattava di un secondo posto cronologico. Come il clima culturale di impegno politico proprio degli anni '70 aveva dato impulso e forza alle battaglie per acquisire diritti nello sport da parte dei praticanti amatori, così gli anni '90 presentano tendenze sportive che portano lontano dalle discipline tradizionali e che nel contempo si intersecano fortemente con i valori etici ed estetici propri del nostro tempo.
Collegato abilmente a esigenze di salute (che l'attività motoria faccia bene è ormai acclarato da tutta la moderna medicina) e a fattori estetici (i canoni attuali di bellezza, soprattutto femminile, virano decisamente verso il rilievo muscolare), il fenomeno sportivo proprio del mondo amatoriale adulto oggi abbandona le palestre scolastiche e i tradizionali modelli aggregativi della società sportiva, per rivolgersi a un nuovo privato, sorto rapidamente grazie a oculati investimenti.
Le palestre e i centri fitness si propongono attualmente come luoghi socialmente di rilievo. Frequentarli è segnale di adesione a uno dei valori importanti della nostra società, cioè quello dell'apparire. Quest'affermazione nulla vuole togliere alla validità, in termine di salute e benessere, di una pratica motoria condotta con continuità e adeguatamente cadenzata nella settimana di un adulto altrimenti sedentario. Ma questa validità riguarda l'attività e non il luogo: in questo senso il corso di step vale la corsa nel parco e l'acquagym l'uscita in bicicletta.
Ma segnali inequivocabili portano a prevedere che la pratica sportiva dei prossimi anni sarà inevitabilmente orientata dalle mode: ci dovremo rassegnare a diventare anche in questo settore dei consumatori di servizi offerti dall'industria dell'allenamento fisico?
A questa domanda viene da chiedersi se spetta all’uomo o alla macchina la parte essenziale nel successo al giorno d’oggi, ma se la macchina permette di controllare i parametri prima d’ora inaccessibili, è però sempre l’atleta a portare la sua disciplina a livello d’arte.
PSICOLOGIA DELLO SPORT
Gli psicologi si sono chiesti che cosa avvenga nella mente dei campioni ,che cosa faccia di uno sportivo un vincente e lo aiuti a reggere lo stress della competizione.
Nessuno sottovaluta l'importanza dei fattori psicologici nello sport, ma non si conoscono le cause che fanno di un semplice atleta un uomo di successo. Gli studiosi Americani hanno cercato di stabilire una tipologia di"campione" e i profili raccolti portano al ribelle iperansioso, che nasconde tratti di personalità come depressione, introversione, disfattismo, fobia del successo, tendenze autolesionistiche.
II "questionario di personalità dello sportivo" di Edgar Thill mira a definire le principali qualità psicologiche richieste in un determinato sport. Sono domande che permettono di stabilire un profilo psicologico che può corrispondere a quello ideale.
Una qualità essenziale per riuscire in qualsiasi sport è la disciplina: infatti tutti gli atleti di successo sono concentrati sullo scopo da raggiungere e la loro vita è totalmente organizzata al fine di raggiungere tale obiettivo. Lo sportivo deve ogni giorno analizzare le componenti della propria personalità e deve riuscire, se sono buone, a mantenerle ed incrementarle; se, al contrario, non sono positive, a migliorarle e a renderle proficue per la propria professione.
Consideriamo ad esempio l'ansia, stato emozionale che caratterizza in modo pregnante la vita dell'atleta. Prima di una gara, qualsiasi sportivo dentro di se è ansioso per la propria prestazione.
E' un momento molto importante della gara, perchè bisogna saper gestire una manifestazione emotiva che, se non è ben controllata, può sfociare nel panico, mentre, per contro, se viene utilizzata consapevolmente, agisce come stimolante. L 'atleta deve sforzarsi di conservare dentro di se quel giusto gioco di padronanza dell'ansia.
Un'altra componente emozionale è quella della coppia allenatore-atleta: vissuto come confidente soprattutto nei momenti più difficili nella carriera di un'atleta, l'allenatore ha una parte essenziale nel successo di quest'ultimo e non deve essere solo preparato tecnicamente dando consigli su come svolgere un determinato gesto tecnico, ma occorre che abbia dimestichezza anche nel campo psicologico cercando di far migliorare ogni giorno l'atleta senza mai farlo sentire appagato, ma insistendo nel suo miglioramento.
L 'allenatore deve essere la prima persona a complimentarsi con l'atleta quando raggiunge i risultati e l'ultimo a perdere la speranza quando questi risultati non vengono raggiunti. Deve inoltre saper trovare un appiglio per mai lasciarsi andare anche nei periodi più neri, ma cominciare un nuovo cammino lavorando giorno dopo giorno cercando di ricostruire ciò che si è perso.
Dai paesi dell'Est Europa provengono poi diverse tecniche di condizionamento; una di queste è la "tecnica dell'autoregolazione psichica": bisogna mettersi in uno stato di rilassamento profondo, a quel punto si può imprimere nella mente una qualunque immagine che avrà un impatto altrettanto forte come se realmente si fosse realizzata la prestazione immaginata.
Attualmente è di moda la "mental immagery" che è utilizzata nell'addestrare la memoria o per ottenere la concentrazione. Per esempio un lanciatore di peso conserverà solo i filmati dei suoi lanci
migliori per presentarseli in seguito mentre si troverà in uno stato di rilassamento profondo.
Si creeranno dei modelli di memoria fisica e mentale che si imprimeranno nella mente dello sportivo, pronte ad emergere nel giorno della gara.
Un'altra forma di condizionamento è rappresentata dalle "ingiunzioni positive" ovvero frasi di incoraggiamento che l'atleta si ripete prima della gara per rinforzare la propria aggressività, che può essere come forma di rivalità o un desiderio di dominanza.
Di fronte all'insuccesso invece troviamo due possibili atteggiamenti: scoraggiamento-depressione o attivazione di tutte le risorse quando una caduta passeggera agisce come un frustrata salutare.
Cyril Shinasi ha messo a punto un metodo di concentrazione:a suo parere, essa nasce da una fascinazione, da una passione per l'oggetto (palla) che si ottiene abolendo distanze fra se e l'oggetto
cercando di fare corpo con esso. Con questo metodo l'oggetto occupa sempre più spazio nel campo visivo diventando enorme e portando quindi alla massima concentrazione su di esso.
Un altro metodo di concentrazione è quello di insegnare agli atleti a gestire la propria personalità ed adattare il proprio modo di funzionamento psicologico alle esigenze della competizione.
Questo metodo è fondato su un programma di educazione psicologica e si svolge in tre tappe:
1. Rilassamento dinamico: l'atleta padroneggia il livello di vigilanza del suo corpo per raggiungere il livello ottimale di ansia
2. Allenamento mentale che si può paragonare alle tecniche di mental imagery
3. Recupero fisico: l'atleta prende coscienza delle proprie principali funzioni corporee e recupera al meglio e più rapidamente dopo la gara grazie alla tecnica del training autogeno.
Un altro elemento della preparazione è la consulenza psicologica o l'allenamento modellato che consiste nel creare una situazione di stress durante l'allenamento per mettere l'atleta nelle condizioni tipiche della gara. Esiste inoltre un apparecchio che registra il livello di tensione di un dato muscolo, chiamato il biofeedback elettromiografico, che permette di controllarne il tono.
Infine esiste un programma ideato per gli sport di squadra che memorizza ed automatizza gli schemi tattici e indica le posizioni e gli spostamenti delle due squadre e del pallone.
“SPORT E AGGRESSIVITA’”DI ELIAS E DUNNING
Introduzione
Norbert Elias è uno dei maggiori sociologi del Novecento. Tra i suoi libri più importanti, "Il processo di civilizzazione" (1982), "La solitudine del morente" (1985), "Saggio sul tempo" 1986), "La società di corte" (1980), "La società degli individui" (1990), "Mozart" (1991). Eric Dunning, professore emerito di Sociologia nell'Università di Leicester, è stato un pioniere negli studi sociologici sullo sport; ha diretto il Center for Research into Sport and Society.
L'appassionante ricerca di Norbert Elias e di Eric Dunning viene riproposta in un momento in cui non sono venute meno quelle inquietudini che già avevano indotto gli autori a sondare l'ambito dello sport come specifico terreno in cui "la civiltà delle buone maniere" è sottoposta costantemente agli eccessi dell'emotività e dell'eccitazione. Le manifestazioni di fanatismo e di teppismo ripropongono alla riflessione comune inquietanti interrogativi sulle componenti irrazionali della condotta umana e sul ruolo dell'aggressività nella convivenza sociale.
Nel libro “Sport e aggressività” Elias e Dunning ripercorrono le tappe più significative dello sport- dai primi giochi olimpici alla caccia alla volpe del XIX secolo, fino agli antecedenti del calcio e del rugby moderni e agli sport più attuali - secondo la chiave interpretativa maturata da Elias nel corso della sua lunga attività di studioso.
Lo sport, attività legata al tempo libero, permette di individuare le propaggini di quel processo di civilizzazione, basato sulla repressione cosciente degli impulsi e delle passioni, sulla codificazione ed elaborazione di codici di comportamento. Questi sono i principali fondamenti su cui si regge l'intera impalcatura delle società contemporanee. Sebbene i tempi in cui gli incontri di lotta libera si concludevano con lo strangolamento dell'avversario o in cui le partite di pallone sfociavano in tumulti popolari si siano fatti sempre più lontani; sebbene cioè si sia imparato nel tempo ad apprezzare più il gioco che la mera vittoria, è bene ricordarsi che lo scarso autocontrollo delle emozioni può lasciar spazio all'ostilità e all'odio.
Il diffondersi dello sport tra i vari strati sociali della popolazione ha portato nuove dinamiche di comportamento e nuove ideologie sul fenomeno delle discipline sportive, che sempre più sono legate a società organizzate e al fenomeno della partenership, cioè di privati che investono capitali nella sponsorizzazione di associazioni sportive e che hanno come fine un ritorno economico e un’immagine dinamica dell’azienda.
Lo sport professionistico a partire dall’800 si diffonde come una forma di decodificazione di regole e di creazione di squadre e tornei, che hanno lo scopo di trasformare i partecipanti ai giochi popolari violenti del passato in semplici spettatori, in grado di sfogare le proprie emozioni in modo innocuo e controllato. Allo stesso tempo, poiché i risultati del processo di civilizzazione di cui fa parte lo sport sono sempre precari, esiste costantemente il rischio che il controllo emozionale si allenti e lo scontro ritualizzato della competizione sportiva diventi reale: esempi in questo senso sono l’uso politico dello sport (in particolare all’interno dei regimi totalitari) e il teppismo sportivo.
Dalle nostre analisi è emerso come alla base del teppismo sportivo tra i membri della classe operaia, vi sia il processo di industrializzazione che comporta liti fra classi operaie e classi dirigenti.
Senza regole di correttezza oggi lo sport non ci apparirebbe più tale: una vittoria della "civiltà delle buone maniere", una secolare conquista da non perdere.
Sport e violenza
Alcuni secoli fa, il termine "sport" era usato in Inghilterra per indicare una varietà di passatempi e divertimenti. Col passare del tempo, il termine "sport" si standardizzò come vocabolo tecnico indicante forme specifiche di ricreazione in cui 10 sforzo fisico giocava una parte importante.
Come prima approssimazione non sembra irragionevole ipotizzare che una trasformazione della maniera in cui la gente usava il proprio tempo libero procedesse di pari passo con la trasformazione della maniera in cui lavorava. Ma quali erano i legami tra le due cose?
Nel corso dell'ottocento,e in alcuni casi già a partire dalla seconda metà del settecento, seguendo il modello inglese alcune attività di loisir che richiedevano sforzo fisico assunsero le caratteristiche strutturali di sport anche in altri paesi. La struttura delle regole divenne più stretta. Le regole stesse divennero più precise, più esplicite e più differenziate. La supervisione in difesa della loro osservanza divenne più efficiente e, conseguentemente, divenne meno facile sfuggire alle punizioni imposte alle trasgressioni.
Nella forma di sport, gare che implicavano sforzo muscolare raggiunsero un livello di ordine e di autodisciplina da parte dei partecipanti che prima non avevano; inoltre le gare arrivarono a comprendere una serie di regole che assicuravano l'equilibrio tra il possibile raggiungimento di una forte tensione provocata dal combattimento e una ragionevole protezione delle lesioni fisiche.
Senza dubbio l'industrializzazione e l’urbanizzazione ebbero un ruolo nello sviluppo e la diffusione di occupazioni del tempo libero con la caratteristica di sport, ma è anche possibile che sia l'industrializzazione che la sportizzazione fossero sintomi di una trasformazione più profonda delle società europee che richiedeva ai loro membri individuali maggiore regolarità e differenziazione di comportamento.
È possibile pensare che le società europee abbiano subito una trasformazione che costrinse i loro membri a una regolarità di condotta e sentimenti lentamente crescente.
Qualsiasi sport, qualunque altra cosa possa essere, è un' attività di gruppo organizzata e centrata su una gara tra almeno due persone. Richiede sforzo fisico di qualche tipo, è praticato secondo regole conosciute, regole che definiscono i limiti consentiti di violenza.
Le regole determinano la configurazione di partenza dei giocatori e il suo mutevole pattern man mano che la gara va avanti. Ma tutti i tipi di sport svolgono funzioni specifiche per chi vi partecipa, per gli spettatori o per tutto il Paese.
Gli sport variano col variare delle regole che li contraddistinguono e col modello di competizione che esprimono, cioè col variare delle configurazioni degli individui coinvolti, quali vengono determinate dai rispettivi regolamenti e dalle organizzazioni che controllano il rispetto di tali regole.
Il problema è chiaramente cosa distingue il tipo inglese di gioco, il tipo di gare, regole e organizzazione che ora chiamiamo sport.
Come gia si è detto,lo sport è un'attività di gruppo organizzata centrata su una gara tra almeno due parti.
Implica uno sforzo fisico di qualche tipo ed è combattuto secondo le regole conosciute, comprese, quando è il caso, regole che definiscono i limiti permessi di forza fisica: i contendenti sono raggruppati in modo da consentire la ripetizione, ad ogni incontro, di un pattern specifico di dinamiche di un gruppo, un pattern che è più o meno elastico, e quindi variabile e i cui risultati e svolgimento, preferibilmente, non sono completamente prevedibili.
La configurazione delle persone in un contesto di questo tipo è tale da generare ed allo stesso tempo contenere tensioni. In una forma matura, comprende un complesso di polarità interdipendenti in un equilibrio di tensione instabile e consente, nel migliore dei casi, moderate fluttuazioni che offrono a tutti i concorrenti la possibilità di avere la meglio sino a che uno di loro riesce a rompere la tensione vincendo l'incontro.
Gli sport passano attraverso un periodo sperimentale prima di arrivare ad una forma che assicuri sufficiente tensione per un periodo di tempo abbastanza lungo e che non coltivi tuttavia una tendenza allo stallo.
La necessaria tensione della configurazione manca se uno dei concorrenti è troppo superiore all'altro per forza e abilità, in quanto in simili casi l'incontro terminerà rapidamente. Se gli avversari sono troppo equilibrati per forza ed abilità, la gara può trascinarsi troppo.
Così l' adeguatezza dell' equilibrio di tensione e delle dinamiche della configurazione in gioco sportivo dipende da disposizioni che assicurino che gli avversari abbiano uguali possibilità di vittoria e sconfitta. Ma non sono solo queste le polarità da cui dipende l'equilibrio di tensione dell’incontro.
Devono trovare la giusta via di mezzo tra il seguire le regole e le convenzioni con attenzione ed eluderle o forzarle al massimo e giocare vicino al punto di rottura, rapporto tra gerle e giocatori. Se non sfruttano tutte le possibilità di vittoria la partita può deteriorare.
Quando le organizzazioni nazionali cominciarono a dettar legge, la polarità tra la tendenza dei giocatori a seguire le regole e quella ad eluderle o forzarle ebbe il proprio contrappeso in un nuovo livello di polarità tra chi faceva le regole al centro di un' organizzazione nazionale da una parte e i giocatori dall' altra. I primi legiferavano tenendo presente la situazione generale del gioco e le esigenze del pubblico in generale; i secondi sfruttavano l'elasticità delle regole non scritte cercando scappatoie ed eludendo le intenzioni dei legislatori.
I disequilibri presenti nell'una o nell'altra di queste polarità sono fattori che determinano l'evoluzione dei giochi sportivi verso un maggiore equilibrio di tensioni.
Un gioco sportivo, può avere un grado di autonomia in rapporto alla struttura della società nel cui ambiente viene praticato. Ma l'autonomia è limitata. Lo sviluppo dello sport può essere visto come una fascia del più ampio sviluppo delle società in cui viene praticato e sempre più della società mondo.
L 'analisi configurazionale degli sport mostra che tensioni di gruppo di tipo moderato sono un ingrediente normale. In effetti, costituendo un elemento centrale di tutte le attività di loisir, lo sport è una forma organizzata di tensione di gruppo.
"Equilibrio di tensione" è un’ espressione introdotta per esprimere l' idea che la configurazione di base di uno sport è tesa a produrre oltre che a contenere tensioni. Uno dei primi esempi di un passatempo con caratteristiche distintive di sport fu la forma inglese della caccia alla volpe.
Nel settecento e all'inizio dell'Ottocento in Inghilterra la caccia alla volpe era decisamente uno dei principali passatempi a cui era applicato il termine "sport".
In Inghilterra, la caccia alla volpe divenne un passatempo molto specializzato, con un'organizzazione e convenzioni proprie. Limitazioni crescenti restringevano l' esercizio della forza fisica e soprattutto l' atto di uccidere e uno spostamento dal piacere provato nell'esercitare violenza, al piacere provato nel vedere la violenza esercitata, possono essere osservati come sintomi di una spinta civilizzatrice in molte altre sfere di attività umane. Esse sono tutte legate a movimenti in direzione di una maggiore pacificazione di un Paese in rapporto con la crescita, o con la crescente efficacia, della monopolizzazione della forza fisica da parte dei rappresentanti delle istituzioni centrali del Paese.
Dello stesso quadro fa parte l'esclusione dell'uso della violenza dalle lotte periodiche per il controllo di queste istituzioni, e la corrispondente formazione della coscienza. Si può vedere questa crescente interiorizzazione della proibizione sociale contro la violenza e lo spostamento in avanti della soglia della repulsione nei confronti del suo esercizio.
Ci fu un innalzamento della soglia di ripugnanza della gente nei confronti dell'esercizio della violenza, mentre oggi non pochi trovano anche questo esempio di una spinta civilizzatrice più antica sgradevole e vorrebbero vederlo abolito.
La natura di un processo di civilizzazione è a volte erroneamente interpretata come un processo nell'ambito del quale le restrizioni o le "repressioni" imposte alla gente aumentano, mentre la capacità di provare piacevole eccitamento e di godersi la vita diminuisce corrispondentemente. Lo sport è una delle grandi invenzioni sociali che gli esseri umani hanno elaborato senza averlo pianificato. Esso offre alla gente l'eccitamento liberatorio di una lotta che implica sforzo e abilità fisiche, limitando al minimo le possibilità che qualcuno possa farsi del male.
Nel Settecento, la soglia di repulsione nei confronti di lesioni arrecate ad altri non era molto alta ed era in molti casi a un livello inferiore di quello raggiunto da molte società stato avanzate della nostra epoca. Ma la direzione del cambiamento era la stessa che si può osservare in tempi più recenti.
Uno dei problemi cruciali che si trovano di fronte le società nel corso di un processo di civilizzazione era, e rimane, quello di trovare un nuovo equilibrio tra piacere e costrizione. Un progressivo rafforzamento dei controlli regolatori sul comportamento della gente e la formazione di coscienza corrispondente, hanno assicurato maggior sicurezza e stabilità nei rapporti con gli altri, ma hanno anche causato una perdita delle gradevoli soddisfazioni associate di comportamento più semplici e più spontanee.
Lo sport è stata una delle soluzioni di questo problema. Il significato che il termine "sport" assunse nel 700 fu influenzato intensamente dal peculiare spostamento del modo di godere dei passatempi e rappresentò una profonda trasformazione sublimatoria delle sensazioni. Oggi normalmente si piega la relativa uniformità delle chances dei due schieramenti che è caratteristica di tutti gli sport in termini di postulato "morale" e si parla della "equità" di un simile ordinamento. Senza un ordinamento "equo" di quel genere, il piacere e l’eccitamento fornito dalla tensione della battaglia, sarebbero stati troppo brevi e non sarebbero stati prevedibili con un elevato grado di regolarità.
Un altro dei problemi ricorrenti dello sport in generale, fu quello di trovare il giusto equilibrio tra le possibilità di un prolungato eccitamento della tensione della battaglia e quella del piacere relativamente breve della catarsi, del punto culminante e del rilassamento della tensione. Le dinamiche configurazionali di uno sport devono essere equilibrate in modo da evitare il frequente ricorrere di vittorie precipitate e il frequente ricorrere di situazioni di stallo. Il primo abbrevia il piacevole eccitamento da tensione, l'altro prolunga la tensione oltre il punto ottimale e la lascia avvizzire senza farla arrivare a un punto culminante e alla liberazione "catartica" dalla tensione che ne segue.
Uno dei meccanismi su cui la gente si imbatte quando le si presenta il bisogno di un nuovo equilibrio tra piacere e limitazione, è una maggiore capacità di apprezzare il prolungato eccitamento che porta al punto culminante, a confronto con il breve piacere del momento di massima tensione e con il relativo rilassamento.
"I nostri piaceri sono di solito maggiori nel momento dell'attesa che in quello del godimento".
La configurazione di sport era disposta in modo che l'eccitamento e il godimento che ne derivavano si basavano non solo su una, ma su più contese che avvenivano contemporaneamente. Con la tendenza verso una maggiore regolarità, la vita divenne più monotona.
Condizioni di forte eccitamento individuale si fecero più rare e meno tollerabili. Il problema era come permettere alla gente di provare sino in fondo il piacevole eccitamento che sembra essere uno dei bisogni più elementari degli esseri umani. Una delle soluzioni di questo problema in Inghilterra
fu l'emergere dei passatempi nella forma che venne conosciuta come "sport".
Oggi giorno le frasi caratterizzanti il mondo sportivo sono: "devi essere corretto e leale" e "devi avere successo ad ogni costo" ecco due imperativi contradditori dello sport o almeno di qualche suo settore.
Ma a pensarci bene questa doppia morale la ritroviamo in famiglia, a scuola, nella vita pubblica. Come ha dimostrato Max Weber, essa è alla base della cosiddetta etica degli affari, perché demonizzare lo sport o considerare gli atleti degli immaturi dello sviluppo morale?
Lo sport non è un fenomeno separato dalla società:esso tende a riproporre entro le sue cittadelle lo spirito dei tempi. Più una società celebra i riti e i miti del successo, più amerà vederli rispecchiati negli sport nazionali. Nella cornice della società dello spettacolo, il rito competitivo privo delle sue forme di successo, economiche e simboliche, non ha valore e non interessa. Se l'aggressività dello spettacolo appaga sempre di meno, i tifosi la trasferiscono sulle gradinate. Un ricercatore ha scritto:"La violenza e divenuta oggetto tattico ed efficace per la vittoria sportiva e per migliorare la reputazione commerciale e la polarità di ciascun atleta".
La violenza del giocatore è radicata anche nella struttura e nell'organizzazione delle squadre sportive stesse. Il controllo repressivo porta i giocatori a definire la violenza non solo come parte integrante della loro esperienza, ma come qualcosa di necessario.
Alcuni studiosi hanno constatato che le esperienze socializzanti degli atleti di molti sport includono l' apprendimento delle tattiche violente.
Le equipe sportive sono dei micro-sistemi sociali che legittimano i vari livelli del "comportamento di dominanza" e conferiscono agli atleti le tecniche adatte e le eventuali giustificazioni morali. Essendo la violenza agonistica una forma di "aggressività strumentale", il concetto di "comportamento di dominanza" sembra più adeguato a definire l'aspetto calcolato e finalizzato di tali tecniche psicologiche e comportamentali.
Anche fattori intrinseci al tipo di sport giocherebbero un ruolo importante, favorendo o meno condotte violente. Un noto sociologo è giunto alla conclusione che la frequenza delle infrazioni aggressive è dovuta più alle caratteristiche strutturali e situazionali che alla disposizione ostile della personalità degli atleti.
Talune discipline sportive sono più tolleranti verso lo scontro fisico giungendo solo a penalizzare le forme più gravi e pericolose, altre rendono la cosa particolarmente difficile. Altri fattori strutturali quali il livello agonistico (divisione di appartenenza o serie, o posizione in classifica,ecc. ..) oppure il campo su cui si gioca, sembrano influenzare la durezza del confronto agonistico. Il mondo dello sport è un mondo creato dalle convenzioni sociali, i suoi confini sono dati dalla stabilità delle sue regole che gli atleti accettano.
Le convenzioni sono indirizzate non tanto agli individui, quanto al mantenimento di un quadro normativo sovra-personale. Ciò potrebbe spiegare la mancanza di conflitto interiore nell'atleta nel condividere prescrizioni moralmente contraddittorie.
Chi sta all'esterno del mondo sportivo e non è partecipe della "realtà" dei suoi contesti agonistici può non cogliere l'aspetto convenzionale e talvolta ritualizzato dello scontro, attribuendogli significati eccessivamente negativi e cedendo a facili generalizzazioni pessimistiche.
L 'agonismo rientra tra le azioni umane in cui l'elemento aggressivo è una proprietà intenzionale degli schemi interattivi prescelti.
L 'agonismo sportivo rientra più in una teoria cognitiva del comportamento dominante, che in una teoria istintualista della motivazione aggressiva.
La competizione atletica, anche nei suoi esiti violenti è comprensibile (anche se non per questo sempre giustificabile) se riferita ai contesti di significati entro cui viene agita e attraverso cui è valutata.
Benché lo sport sia costituito da un'infinità di regole, rimane comunque l'espediente preferito dalle
persone per discostarsi dalla vita quotidiana.
Dinamiche degli sport di gruppo con particolare riferimento al calcio
Oltre alla violenza nello sport è stato analizzato il comportamento all’interno dei gruppi. In questo capitolo i ricercatori sono partiti dal calcio per esplorare alcuni aspetti teorici delle dinamiche di gruppo impegnate in giochi di questo tipo.
Il pattern di ciascuna partita è in sé stesso un pattern di gruppo.
Per giocare una partita la gente si raggruppa in alcuni modi specifici: la configurazione iniziale da cui partono i giocatori si trasforma in altre configurazioni di giocatori in un movimento continuo ed è questo movimento dei calciatori che viene definito “pattern della partita”.
Le dinamiche di questo raggruppamento possono essere per certi aspetti fisse e per altri variabili: sono fisse perché se i giocatori non aderiscono a un insieme di regole la partita non sarebbe una partita, ma un’attività “aperta a tutto”.
Sono elastiche, variabili perché altrimenti le partite sarebbero tutte uguali.
Ciò fa sì che si debba stabilire un equilibrio tra fissità ed elasticità delle regole. Se i rapporti tra giocatori sono troppo rigidamente o troppo liberamente determinati dalle regole il gioco ne soffre.
In una partita di calcio la configurazione dei giocatori di una squadra e quella dei giocatori dell’altra sono interdipendenti e inseparabili. Formano infatti un’unica configurazione.
Una caratteristica fondamentale di tutti i giochi sportivi è che costituiscono un tipo di dinamiche di gruppo che è prodotto da tensioni controllate tra almeno due sottogruppi.
La partita non è nient’altro che la configurazione in mutamento dei giocatori attorno a un pallone che si muove.
Alcune teorie sociologiche sono costruite attorno a problemi di conflitto e tensione e con scarsa considerazione nei confronti di quelli di cooperazione e dell’integrazione; altri si occupano soprattutto di problemi di integrazione e trattano conflitto e tensione più o meno come fenomeni marginali.
Uno studio dei giochi sportivi può dunque costituire un utile punto di partenza per un approccio a questi problemi che acquieti le passioni.
Nel calcio, la cooperazione presuppone tensione e la tensione cooperazione.
Nella sua forma attuale, una delle caratteristiche centrali di molti giochi sportivi è certamente il modo in cui tensioni di gruppo spesso abbastanza elevate, insite nel gioco sono tenute sotto controllo.
In passato le tensioni tra giocatori erano meno controllate.
Possiamo scoprire alcune delle ragioni per cui il calcio si è sviluppato, da una forma più violenta incontrollata a una che lo è meno. In epoche remote, non solo in Inghilterra, ma anche in diversi altri paesi il football, come gran parte dei giochi a palla, era molto violento. Secoli dopo, tra 1845 e 1862, quando il gioco era diventato molto più regolato, il livello di violenza consentito era ancora di gran lunga superiore a quello di oggi. Fu solo nel 1863 che l’Association Football si divise perché la maggioranza propose di eliminare completamente dal gioco il “calcio negli stinchi”, mentre una minoranza erano dell’idea che l’abolizione del calcio negli stinchi avrebbe reso il gioco “effeminato” e vi si oppose.
Questo fu uno dei principali punti che portarono allo sviluppo di due tipi di football in Inghilterra.
L’Association Football o soccer, da una parte o il rugby football dall’altra.
Il problema che abbiamo incontrato riguardava le ragioni per cui uno dei due tipi di football e cioè il soccer abbia goduto di un riconoscimento e di un successo tanto maggiore dell’altro, non solo in Inghilterra, ma in quasi in tutto il mondo.
La sopravvivenza del gioco dipendeva da un tipo di equilibrio tra un elevato controllo del livello della violenza da una parte e dall’altra la conservazione di un grado sufficientemente alto di lotta non violenta, senza la quale l’interesse dei giocatori e del pubblico sarebbe scemato.
La partita è la configurazione in mutamento dei giocatori sul campo. Questo significa che la configurazione non riguarda solo i giocatori. Le configurazioni sono formate da individui, come se fossero un’anima e un corpo. Le teorie sociologiche spesso sembrano partire dal presupposto che i gruppi, le società siano qualcosa di astratto dalle persone individuali o per lo meno siano altrettanto reali degli individui. Il gioco del calcio mostra che le configurazioni degli individui non sono più reali degli individui che la formano.
Gli individui agiscono sempre all’interno di configurazioni e le configurazioni sono sempre formate da individui. In una società come la nostra una delle caratteristiche di un gioco è il fatto che la tensione inerente alla configurazione non sia né troppo alta né troppo bassa: il gioco deve durare un po’ ma alla fine ci deve essere la vittoria di uno dei due schieramenti. Nelle società industriali odierne il gioco è una configurazione di gruppo di tipo specifico. La sua essenza è la tensione controllata tra due sottogruppi che si equilibrano. L’equilibrio non può essere prodotto e mantenuto al livello giusto se una delle due parti è molto più forte dell’altra. Se ciò accade la tensione della partita, il suo tono sarà acceso e il gioco lento e privo di vita.
Concludendo questo argomento ci inoltriamo nell’analisi dei processi dello sport odierno.
Dinamiche dello sport moderno
Il capitolo è dedicato al livello di partecipazione sportiva e alla crescente competitività, serietà di svolgimento e orientamento alla vittoria. Questa tendenza implica la graduale erosione di atteggiamenti, valori e strutture dello sport dilettantistico che vengono sostituite con atteggiamenti, valori e strutture dello sport professionistico.
Dal punto di vista sociale, invece, è la tendenza alla trasformazione dello sport da un’istituzione marginale e poco valutata, a una centrale e che prende, per molti individui, un significato “religioso”, cioè è diventata fonte d’identificazione e gratificazione dell’esistenza.
A questa tendenza al professionismo, nell’800 in Gran Bretagna, molti si sono opposti ritenendo opportuno che il rugby rimanesse uno sport dilettantistico, con le relative strutture basate più che altro sul volontariato e sull’amicizia. Volevano strutture libere dalla competizione formale. Questo tentativo non è andato a buon fine e questa disciplina è stata composta su base professionistica con federazioni, campionati e sponsorship.
L’evoluzione dal dilettantismo al professionismo, dice Elias, si può chiamare “cieca” o non pianificata, vale a dire non è il risultato delle azioni deliberate di un singolo individuo o gruppo, ma il risultato non intenzionale delle azioni deliberate dei membri di diversi gruppi interdipendenti.
Le dinamiche dello sport di gruppo
La tesi centrale del capitolo è che gli sport di gruppo sono un tipo di configurazione sociale e che le loro dinamiche sono concettualizzate come equilibrio di tensione. Questa struttura (o pattern) è composta da:
1. Due individui o due squadre che cooperano in una rivalità più o meno amichevole;
2. Agenti di controllo della disciplina sportiva;
3. Spettatori.
Legata a questa struttura vi è poi la partnership di società che forniscono strutture e mezzi per il gioco e che sono legate all’immagine delle squadre. Sono presenti organi amministrativi e legislativi che disciplinano la pratica sportiva, certificano i funzionari controllori e organizzano la rete delle competizioni; a sua volta la burocrazia sportiva è controllata da un organo internazionale che fa capo alle singole federazioni nazionali.
Queste federazioni sono slegate dalla struttura più ampia dell’interdipendenza sociale, ma intrecciate con il tessuto della società nel suo insieme che, a sua volta, è intrecciato con il modello internazionale. Il concetto delle dinamiche sportive fa riferimento alle partite come a processi formati dai partecipanti interdipendenti tra loro (pattern fluido). Il pattern è formato dalle persone a livello intellettuale, fisiologico, emotivo e ne deriva il concetto dell’equilibrio di tensione; il processo del gioco è dipendente dalla tensione tra gli individui e le squadre antagoniste. Il rapporto tra tensione ed equilibrio si mantiene con diverse polarità interdipendenti:
1. Polarità complessiva tra squadre;
2. Polarità attacco e difesa;
3. Polarità cooperazione e tensione;
4. Polarità tra cooperazione e competizione all’interno delle singole squadre;
5. Polarità tra controlli esterni ed interni del giocatore;
6. Polarità tra identificazione affettuosa e rivalità ostile nei confronti degli avversari;
7. Polarità tra piacere dell’aggressione e limiti imposti a tale godimento;
8. Polarità tra elasticità e fissità delle regole.
Esse determinano il tono di una partita e quindi se è eccitante o noiosa e se resta finta battaglia o si trasforma in vero combattimento.
Da questo ne deriva che la ricerca di godimento è egocentrica, mentre la lotta per la ricompensa per suscitare eccitamento negli spettatori è eterodiretta. Ciò suggerisce tre cose:
1. Questi scopi emergono come il principale obiettivo dello sport all’interno di diversi patterns di interdipendenza;
2. Possono essere reciprocamente incompatibili e quindi trasformarsi in fonti di tensione e conflitti;
3. Nella lista delle polarità interdipendenti si possono includere almeno le due polarità seguenti:
• La polarità tra interessi dei giocatori e degli spettatori;
• La polarità tra serietà e gioco.
Lo sport moderno si evolve e passa da sport inteso come lotta tesa alla vittoria, a sport teso alla ricompensa economica e sociale.
La sociologia si è soffermata soprattutto sullo studio a riguardo delle polarità “serietà e gioco” , “interesse dei giocatori” e “spettatori”.
Huizinga, un eminente sociologo, ha definito come sia andato perdendosi l’equilibrio tra le due polarità “gioco” e “serietà”, in quanto si è assistito al processo di industrializzazione, al progresso della scienza e all’emergere di movimenti sociali egualitari che portarono la serietà a prevalere sul gioco.
Una dimostrazione di questo cambiamento sta nella differenza che si è creata tra dilettanti e professionisti. Infatti questi ultimi non giocano più per divertirsi, per spensieratezza, ma si sentono in dovere di giocare bene e i dilettanti li imitano. Lo sport si allontana quindi dalla pura sfera del gioco e diventa un elemento normale; non più gioco, ma nemmeno serietà. Il gioco moderno è ormai profano.
Questa è la tesi di Huizinga, che però viene criticata da Stone, altro sociologo importante che sostiene come gli sport siano influenzati dai principi antinomici del gioco, play e display, ovvero sono orientati alla produzione di benefici dei giocatori o dei tifosi. Secondo Stone infatti, nello sport moderno, il gioco non è più “lotta” tra i giocatori tesa alla vittoria, bensì è esibizione per gli spettatori, si gioca per il pubblico pagante, perciò si parla di “display”, distruzione del gioco.
E’ ormai, il pubblico ad avere il ruolo principale sulla scena agonistica, portando conseguentemente alla perdita di spontaneità, di imprevedibilità persino nei risultati.
A differenza di Stone, Riguer si basa essenzialmente sulle premesse marxiste, riguardanti il carattere di sfruttamento del lavoro nelle società comuniste. Lo sport, sostiene Riguer, è un prodotto moderno, che serva da svago e ricreazione per le classi dominanti, e con lo sviluppo del lavoro, lo sport può diventare uno svago che si adatta anche ai lavori più rozzi.
Secondo il sociologo, nello sport moderno aumenta la volontà di vincere, così quella di battere record. Secondo questa concezione, lo sport non è più uno strumento volto a fornire sollievo dal lavoro, ma diventa attività alienante ed impegnativa.
Tutte e tre le tesi evidenziano come lo sport stia diventando sempre più serio e l’esibizione il centro dell’azione. Emerge dall’analisi sociologica come lo sport abbia subito una democratizzazione che lo abbia portato al suo decadimento, dati gli elevati standard morali. Lo sport moderno infatti ha sviluppato caratteristiche simili al lavoro.
E’ da sottolineare però come né Huizinga, né Riguer, né Stone abbiano trattato in modo soddisfacente le dinamiche del processo di modernizzazione dello sport, ma piuttosto si siano soffermate sulla perdita dei valori.
Elias invece ha colto come il crescente sviluppo sociale e politico abbia regolato l’individuo che era capace di controllarsi all’interno di una società, e meno capace di sentirsi libero e inibito nella sua attività sportiva. Lo sviluppo dello sport moderno, secondo Elias, è da ricercare nell’”Ethos” del dilettantismo tipico della Gran Bretagna. L’idea dell’Ethos è quella del divertimento, idea che a mano a mano scompare lasciando posto ad una sorta di sport come forma di guadagno. Successivamente, soprattutto nelle scuole, aderisce l’idea del personaggio famoso, legato esclusivamente alle caratteristiche sportive. Il programma “public schools” intendeva:
1. Promuovere il personale secondo criteri sportivi;
2. Stabilire i “prefects” ovvero i capiscuola in base alle doti sportive;
3. Elevare lo sport ad attività prevalente nel curriculum;
4. Razionalizzare gli sport di squadra come elemento di socializzazione.
Elias notò allora come lo sport moderno avesse origine a livello dilettantistico e non dal conflitto tra dilettanti e professionisti, come diceva Huizinga.
L’”Ethos” dello sport è quindi evidente all’interno delle “public schools” e quello che emerge non è più puro divertimento, in quanto i giovani universitari si rinchiudono nei loro circoli disprezzando le classi operaie, facendo di tutto pur di vincere. Ebbe così la precedenza la gerarchia dei valori sportivi, rispetto al divertimento.
In ultima analisi possiamo dire come sia l’industrializzazione alla base del fenomeno del processo di modernizzazione dello sport.
Industrializzazione e sviluppo di forme di sport orientate alla vittoria
Durkheim afferma che la struttura della società è caratterizzata da un‘elevata densità morale e materiale, cioè da un’elevata concentrazione della popolazione e da un elevato tasso di interazione sociale tra individui e gruppi’. Secondo il sociologo, le tensioni nel lavoro venivano cancellate dalla divisione di esso e dalla differenza tra i lavoratori, quindi poteva produrre due effetti:
1. Creare legami di interdipendenza;
2. Canalizzare le tensioni prodotte dalla competizione verso sfere professionali specializzate.
Tuttavia questa teoria ha alcune lacune nella stessa divisione del lavoro che, anche nelle sue forme normali, produce antagonismi.
Elias produce un concetto più realistico; la trasformazione sociale si riferisce all’industrializzazione, alla crescita economica, alla transazione demografica, all’urbanizzazione e alla modernizzazione politica che si prefigurano come cambiamenti della struttura sociale. Da essa emergono catene di interdipendenza e l’insorgere di una maggiore specializzazione professionale e l’integrazione di gruppi di individui dal punto di vista funzionale.
Secondo Elias, un mutamento della diminuzione dei differenziali di potere tra gruppi e tra gli stessi individui all’interno o un mutamento nei rapporti di potere nel sistema di governo, tra le classi sociali e nella famiglia, è dovuto a coloro che detengono una specializzazione e possono esercitare un controllo sugli altri; allo stesso tempo coloro che sono sottoposti al potere di queste figure sociali, fa scaturire in loro il concetto della dipendenza specifica, cioè una crescente pressione sugli individui da parte di altri.
Questa teoria diviene importante all’ interno dell’ambito sportivo ed esclusivamente in società moderne e industrializzate dove comunicazione e controllo sociale hanno un forte valore. Quindi,le pressioni e i controlli reciproci che operano in società industrializzate vengono riprodotti nella sfera dello sport; ne risulta quindi che gli sportivi più giocano ad alto livello, più vedono lo sport come professione e non come puro divertimento.
Non è più attività sportiva fine a se stessa, ma diventa rappresentazione di unità sociale più ampia, come le città alle quali sono legate gratificazione personale, materiale e di prestigio. In cambio essi devono fornire una prestazione sportiva che viene legata allo spettacolo al quale la gente è disposta a partecipare, pagando.
Il gioco controllato a livello locale, nazionale, internazionale opera nella stessa direzione.
Il giocatore, per mantenere un alto livello, deve avere una forte motivazione alla vittoria, deve avere una pianificazione del lavoro a lungo termine, un rigido autocontrollo e allenamenti e pratica costanti;non dimentichiamo poi anche il controllo burocratico.
Il pattern delle dipendenze tra gruppi genera vincoli che giocano contro la realizzazione pratica dell’ethos del dilettantismo, con la sua enfasi nel divertimento come scopo centrale dello sport. Più propriamente, genera vincoli che giocano contro la realizzazione del divertimento immediato contro qualsiasi tipo di contesa sportiva fine a se stessa e porta la sostituzione con obiettivi di lungo periodo come vittoria di un campionato. Queste costrizioni non sono limitate ai livelli alti dello sport, ma anche a livelli inferiori e questo è dovuto al fatto che gli atleti agonisti sono un modello di riferimento che porta i media a stabilire standard ai quali gli altri cercano di adeguarsi.
In parte è una conseguenza generata dalla pressione delle competizioni il cui risultato è legato a riconoscimenti materiali e di prestigio. Infine,tutto ciò non è dovuto solo alle pressioni interne allo sport,ma la società è caratterizzata già di suo da processi di controllo e pressioni che sono legati a status, rapporti di classe, sesso, età degli individui. Nello sport si riflette la struttura sociale.
Ipotesi sulla crescente importanza dello sport
Esiste un processo che ha aumentato il valore sociale del loisir e di cui si possono individuare tre aspetti:
1) Lo sport si è sviluppato come uno de principali veicoli per la generazione di eccitamento;
2) Ha iniziato a funzionare come principale strumento di identificazione collettiva;
3) E’ diventato per molta una delle fonti chiari che conferiscono significato all’esistenza;
Inoltre, lo sport ha assunto una funzione “deroutizzante” e questo è un bisogno universale che comprende ogni società, soprattutto nelle società industrializzate dove gli individui devono sempre avere un contenimento emotivo elevato e ne risulta che attività deroutizzanti come lo sport, siano molto intense. Ma questa attività è a sua volta controllata da regole ed è civilizzata, cioè lo sport è ambito sociale dove i giocatori-spettatori si procurano piacere ed eccitamento che sono limitati; non sarebbe sbagliato (come parla Durkheim: “L’effervescenza collettiva nei riti religiosi”) sostenere che lo sport è diventata un’attività religiosa che riempie il vuoto sociale lasciato dal declino della religione: seguire o giocare uno sport è diventato mezzo di identificazione sociale nella società moderna e fonte di significato. Non è irrealistico suggerire che lo sport stia diventando in misura crescendo la religione delle società industrializzate.
Il carattere intrinsecamente antagonistico dello sport spiega la sua rilevanza come luogo di identificazione collettiva; esso si presta all’identificazione di gruppi (contrapposti tra loro) a diversi livelli. La contrapposizione tra questi gruppi è cruciale e rende più forte l’identificazione.
A livello internazionale, lo sport è cresciuto di importanza con la crescita dell’interdipendenza tra le nazioni e di una pace internazionale, seppur fragile e debole.
I Giochi Olimpici e la Coppa del Mondo sono competizioni che:
- Uniscono il mondo nel suo insieme
- Permettono agli atleti di competere e di non uccidersi
- Mascherano la tensione tra gli stati (anche se si ripercuotano poi nella competizione)
Infine non si può trascurare che la pressione sociale sugli atleti professionisti è molto alta a livello internazionale e non è facilmente gestibile.
Coesione sociale e violenza nello sport
Benché si siano fatte molte ipotesi sulla crescente importanza dello sport a livello sociale, noi viviamo in uno dei periodi più violenti della storia umana e le condizioni attuali hanno contribuito a diffondere la sensazione di un processo di “decivilizzazione“ in tutti i campi del sociale.
Marsh sostiene che i recenti tentativi di sradicare l’irruenza dell’individuo hanno diminuito la violenza rituale (socialmente costruttiva), aumentando quella incontrollata (distruttiva); quindi è avvenuto uno spostamento dalla violenza “buona“ a quella “cattiva“.
Secondo il sociologo tedesco Weis la violenza sta crescendo nello sport e in relazione ad esso; questo aumento rappresenta una parziale confutazione della teoria del processo di civilizzazione di Elias.
Dunning non è d’ accordo con la visione di Weis e non condivide l’idea secondo cui la società e gli sport contemporanei stiano diventando più violenti. Egli sostiene che l’aggressività evidenzia diversi problemi, che si potranno risolvere sviluppando gli aspetti della teoria della civilizzazione.
Dunning distingue diverse forme di violenza: affettiva-simbolica (se c’è attacco fisico o con gesti non verbali), giocosa-finta-seria-reale, con uso di armi o no, violenza intenzionale, legittima, senza provocazione, violenza “razionale” (se è scelta razionalmente come mezzo per assicurare il conseguimento di uno scopo determinato) o “affettiva“ (se viene praticata come fine in se stesso emozionalmente soddisfacente e gradevole).
Inoltre, egli analizza lo sport e la violenza in una prospettiva evolutiva. A questo proposito afferma che i criteri i quali regolano l’espressione e il controllo della violenza non sono i medesimi nella stessa società, nei diversi gruppi e sport e non sono sempre stati uguali nei differenti periodi storici.
I giochi di un tempo erano più simili a battaglie reali. Una volta le regole dei giochi erano definite in modo vago, venivano trasmesse oralmente e i giochi stessi erano più simili a battaglie che non a intrattenimenti (per fare degli esempi si citano la lotta di cani contro un orso incatenato, oppure il bruciare gatti vivi in ceste o il combattimento di galli).
Simili passatempi erano il riflesso di quello che Huizinga chiama “il tenore violento della vita“ in Europa durante “l’autunno del Medio Evo“ e continuano sino a quelli che gli storici chiamano “tempi moderni“. I giochi dell’antichità evidenziano una “soglia di ripugnanza“ bassa nei confronti degli atti violenti.
Elias sostiene che nell’Europa occidentale la gente ricerca molto meno il piacere in azioni violente in cui è coinvolta o di cui è spettatrice. Infatti si è verificata una diminuzione del desiderio di attaccare, un innalzamento della soglia di ripugnanza e una spinta della violenza sempre più dietro le quinte; così facendo la gente che prova apertamente piacere dalla violenza viene considerata malata mentale.
Questo processo sociale ha aumentato l’inclinazione degli individui a pianificare le azioni, comportando un aumento della pressione sociale alla competitività e di conseguenza un innalzamento della propensione della gente ad usare in alcune situazioni la violenza in modo calcolato.
Questo processo è ben evidente nel rugby che ha subito un “processo di civilizzazione“; da gioco popolare medioevale con regole trasmesse oralmente si è civilizzato attraverso quattro fattori: una serie di regole scritte, sanzioni di gioco chiaramente definite, un organismo centrale nazionale che stabilisce e controlla le regole e, infine, l’istituzionalizzazione del ruolo dell’arbitro chiamato a supervisionare la partita. Nel contempo, però, il rugby moderno è diventato più competitivo, perché è aumentata l’importanza della vittoria in sè. Perciò si è innalzata la tendenza dei giocatori a giocare pesante, i quali pur rispettando le regole tendono ad usare atti illegittimi di violenza per raggiungere la vittoria.
Questo nuovo modello di gioco presuppone che i giocatori non ricavino più piacere dalla violenza in sé stessa, ma la pratichino come strumento per raggiungere l’obbiettivo della vittoria di un campionato. L’equilibrio tra violenza razionale e affettiva si è modificato in favore della prima, in quanto il rugby attuale implica che il piacere del gioco risieda molto più nell’abilità dimostrata, nella padronanza della palla, nella cooperazione con i compagni e meno nell’ intimidazione fisica e nel dolore inflitto agli avversari. La crescente pressione competitiva porta ad un aumento dell’uso nascosto della violenza razionale e tende a generare violenza aperta, quella che ha luogo quando un atleta perde momentaneamente l’autocontrollo e colpisce l’avversario per ritorsione. Il fatto che l’uso tattico della violenza strumentale possa provocare perdita di autocontrollo mostra come un tipo di violenza possa trasformarsi in un altro.
Dunning in questo capitolo affronta anche il tema della violenza e la trasformazione dei legami sociali. Egli spiega come il processo di civilizzazione abbia prodotto un mutamento del pattern della coesione sociale: c’è stato uno sviluppo nel corso del quale si è passati dalla “coesione segmentaria“ alla “coesione funzionale”.
Questi due modelli di coesione sociale rappresentano un tentativo abbastanza primitivo di esprimere alcune delle differenze strutturali centrali tra le società dell’Europa medioevale e quelle contemporanee, risultano molto generali e non mettono in luce differenze come quelle tra le classi sociali.
La struttura di una società in cui la coesione segmentaria è dominante tende ad incoraggiare la violenza nei rapporti umani. I vari elementi di questa composizione sociale innescano un ciclo positivo di feedback che intensifica la tendenza a far uso della violenza a tutti i livelli e in tutte le sfere dei rapporti sociali. Questo tipo di società è facile preda di un attacco esterno, perciò i ruoli militari sono tenuti in grande considerazione e questo induce, a sua volta, il consolidamento di una classe dominante prevalentemente guerriera.
Le norme di combattimento delle fazioni caratterizzate da coesione segmentaria sono analoghe ai sistemi di vendetta tutt’ora operanti in molti paesi mediterranei: un individuo offeso da un membro di un gruppo è costretto a cercare vendetta contro tutta la banda che ha lanciato l’ offesa; a sua volta il gruppo tenderà a schierarsi in aiuto di coloro che hanno iniziato il conflitto scatenando così la lotta tra gruppi. All’interno della fazione i sentimenti d’orgoglio e di attaccamento sono così intensi che i conflitti sono inevitabili; inoltre il combattimento tra gruppi è necessario all’instaurazione e al mantenimento della reputazione nei termini della mascolinità aggressiva: essi devono, continuamente, combattere per sentire e provare agli altri che sono uomini.
La violenza endemica caratteristica di questa società sottolinea l’aggressività e la forza maschile provoca il predominio degli uomini sulle donne, favorisce la separatezza tra i sessi e quindi la nascita di famiglie centrate sulla madre. L’assenza del padre e la conseguente poca sorveglianza dei figli da parte degli adulti porta a due esiti: il primo è la tendenza dei bambini a far ricorso alla violenza nei rapporti, il secondo è la formazione di bande che entrano in conflitto con altri gruppi.
Questo tipo di struttura si traduce nei cosiddetti sport di comunità; ad esempio gli antecedenti del rugby sono espressioni ritualizzate della “guerra per bande“che si genera in queste condizioni e trae origine dalle lotte di gruppi locali.
Le società empiriche che si avvicinano al modello di coesione funzionale sono opposte a quelle in cui predomina la coesione segmentaria. Tali società sono soggette a un ciclo di feedback positivo che a differenza di quelle a coesione segmentaria svolge una funzione civilizzatrice e tende favorire forme più attenuate di violenza.
Caratteristica strutturale della società in cui domina la coesione funzionale è che lo stato ha stabilito un monopolio sul diritto ad usare la forza fisica; esso impedisce ai cittadini di portare le armi e punisce l’uso illegittimo della violenza.
Questa società è altamente competitiva perché la divisione del lavoro genera un’ideologia del successo e una tendenza ad assegnare i ruoli su base acquisitiva invece che ascrittiva; questa competizione porta alla rivalità, ma senza che gli atti violenti diventino espliciti grazie al monopolio dello stato. Inoltre uomini e donne hanno un’alta soglia di ripugnanza, interiorizzata nel corso della socializzazione, nei confronti di questi atti.
In questa società vi è un uso pianificato e strumentale della violenza da parte dei cittadini in contesti specifici e nello sport. In particolare, attività sportive di combattimento come il rugby e il calcio formano un ambito sociale in cui atti di violenza sono socialmente definite legittime; tali sport sono civilizzati, ritualizzati e l’uso della forza fisica è limitato da regole, convenzioni e controllato da funzionari speciali: gli arbitri.
Quando nello sport la pressione competitiva cresce aumenta l’importanza della vittoria e ciò fa si che i giocatori infrangano le regole ricorrendo alla violenza illegittima.
La coesione funzionale si è sviluppata in Gran Bretagna e questo modello è valido per alcune classi operaie britanniche.
Nell’ultimo paragrafo Dunning espone il problema della violenza negli stadi. Egli afferma che il teppismo calcistico è diventato un problema sociale in Gran Bretagna negli anni Sessanta.
L’incidenza di questi fenomeni violenti ha la forma di una U: alta prima della prima guerra mondiale, in diminuzione tra le due guerre, bassa fino agli anni Cinquanta, si alza negli anni Sessanta sino a diventare un ingrediente normale del gioco professionale.
Una caratteristica ricorrente del teppismo del calcio è la violenza fisica: aggressioni ai giocatori, agli arbitri, scontri tra gruppi di tifosi rivali.
Nella fase attuale, la forma dominante di questa violenza è quella degli scontri tra gruppi di tifosi rivali spesso con il coinvolgimento della polizia, con l’uso di armi e il ricorso ai cosiddetti “bombardamenti aerei“ con oggetti lanciati da una certa distanza. La segregazione dei tifosi rivali ha aumentato l’incidenza di questi bombardamenti aerei.
Marsh, Rosser e Harrè sostengono che il teppismo calcistico sia una forma di “aggressione ritualizzata“ che di norma non è veramente violenta, a meno che qualche intervento ufficiale non la stravolga e le impedisca di assumere la sua forma ”normale“. Oltre a ciò, essi sostengono un identificazione troppo ravvicinata dei soggetti umani con animali che si trovano a stadi inferiori della scala evolutiva.
Secondo l’autore del libro, il comportamento violento dei teppisti è legato alle norme della mascolinità.
Esistono alcuni aspetti del teppismo negli stadi che suggeriscono che le sue caratteristiche centrali potrebbero essere generate da legami segmentari: i teppisti sono reclutati dalle sezioni “dure“ della classe operaia; ad essi interessa fare la guerra e non guardare la partita, la loro azione è uniforme e viene esibita nei canti teppistici che rappresentano l’esaltazione dell’immagine virile del gruppo e la denigrazione del gruppo out; infine le lotte di questi gruppi hanno forme di vendetta in quanto i singoli individui vengono presi di mira perché appartengono ad un gruppo rivale.
La ricerca sociologica mostra che le comunità della classe operaia “dura“ sono caratterizzate da: povertà, lavori non qualificati o disoccupazione, bassi livelli d’ istru
zione, scarsa mobilità geografica, famiglie centrate sulla madre, separazione tra i sessi, uomini che ricorrono a violenze sulle donne, scarsa sorveglianza degli adulti sui bambini, scarsa abilità nel controllo delle emozioni, livello basso di ripugnanza nei confronti della violenza fisica e formazione di bande di strada.
I gruppi locali odierni sono soggetti a pressioni e controlli “civilizzanti“ da parte di: organi di polizia, dai mass media e dagli organi ufficiali. In breve nella società moderna gruppi segmentati sono soggetti a limitazioni dall’ esterno ma non in egual misura dall’interno.
In conclusione tutto questo scenario è ciò che accade oggi nel mondo del calcio. Gli intensi sentimenti di attaccamento alla propria squadra e l’ostilità verso gli avversari portano ad uno scontro inevitabile tra le due fazioni opposte.
LA VIOLENZA DEL TIFO DA STADIO
Non può essere completo un discorso sullo sport che trascuri gli aspetti che si legano al tifo sportivo. Il tifo è un fenomeno complesso, rispetto al quale ognuno di noi potrà possedere una conoscenza diretta o per sentito dire: a seconda del luogo in cui ci troviamo, in cui siamo nati, a seconda del contesto e delle amicizie che abbiamo, in questo momento della vostra vita il tifo potrà essere da voi ritenuto irragionevole o normale, potrà rappresentare una realtà a noi vicina o, viceversa, totalmente sconosciuta. Quel che è certo è che il fenomeno tifo esiste, ed è una realtà che si impone con rilievo all'attenzione dell'opinione pubblica. Come pure per altri fenomeni, provare a riflettere su come è nato ed evoluto il tifo calcistico, può fornirci degli utili elementi di analisi su fatti rispetto ai quali la sola delega al meccanismo repressivo e di polizia pare non condurre a risultati apprezzabili.
Volendo analizzare il fenomeno in termini teorici, potremmo dire che il tifo è un atteggiamento assolutamente naturale. Chi conosce e segue uno sport, proprio perché osserva con l'occhio dell'esperto l'evento agonistico si scopre inevitabilmente a "tifare" per il contendente nel quale si immedesima di più. Si potrà tifare per la squadra più brava, per quella più combattiva, per quella che ha mosso le nostre passioni fin dalla tenera età, e via discorrendo. Lo spettatore diventa dunque un tifoso in quanto si trova a soffrire, sperare, auspicare che il risultato della gara sia favorevole alla squadra per la quale parteggia. In questo atteggiamento non vi è assolutamente nulla di riprovevole. Vi è semmai l'eco di una passione infantile, che come tutte le passioni è irragionevole, irrazionale ma pure assolutamente sana. Sano è infatti il piacere che si prova al gol, o al canestro o alla schiacciata andata a punto. Il fatto è che il tifo, attualmente, si caratterizza in ben altri atteggiamenti che portano a domandarci se si può parlare di una sottocultura ultrà unica e specifica.
Sembra che la risposta non possa che essere affermativa: nonostante le specificità che contraddistinguono i vari contesti, si registrano una serie di canoni comuni; a loro volta, questi canoni sembrano poi richiamarsi a una ancora più generalizzata «cultura del tifoso», le cui peculiarità ritroviamo, trasformate e amplificate, nel movimento ultrà.
Il primo degli elementi di base, della “cultura del tifoso” è l'adesione al modello amico/nemico, introdotta dall'essenza stessa del gioco. La natura agonistica e di gioco di squadra del football promuove infatti una visione manichea del mondo, e trasforma la partita in un confronto rituale tra due appartenenze distinte e contrapposte.
Lo schema amico/nemico tende inoltre a sviluppare nel tifoso un senso di appartenenza per contrapposizione: nell'autoidentificazione con la squadra, e nell'avversione per le squadre altrui, la massa del tifosi trova quel denominatore che la trasforma in una “comunità” (se non di sangue, almeno di luogo e di spirito), fondata su un sentimento di fraternità. Una sorta di «ritorno al paradiso» del diritto naturale, dell' accordo reciproco, della vicinanza di sentimenti. Nella cornice rituale del calcio la prima e fondamentale discriminante, al di là di ogni possibile differenza di sesso, censo, età e ubicazione geografica, è infatti 1'appartenenza alla stessa tifoseria, alla stessa “tribù”.
A questo scenario di base si vanno a sommare le peculiarità sociocomportamentali dei vari paesi di appartenenza: la stratificazione sociale, anagrafica e per sesso del pubblico tende a variare a seconda dei contesti e delle epoche, con dei percorsi a volte addirittura inversi.
In Gran Bretagna si passa per esempio da un pubblico tipicamente operaio a una stratificazione sociale più mista; in Italia, al contrario, si va da un pubblico mid-class a uno popolare. Sempre in Italia, la conflittualità simbolica veicolata dal calcio trova un fertile terreno di coltura prima nelle rivalità campaniliste, quindi nell'elevato livello di scontro tra opposte fazioni politiche;in Gran Bretagna si nutre invece del senso di gruppo e di comunità operaia, più che di «campanile», e degli atteggiamenti istintivamente violenti della rough working class.
E’ in questo scenario che va inscritta la nascita del movimento degli ultrà, che si conforma sin dagli inizi come una sottocultura specifica, che rielabora a livello simbolico le contraddizioni, le ansie e le incertezze,il senso di conflittualità della propria epoca e soprattutto della condizione, giovanile e subalterna.
Jeffrey H. Goldstein, psicologo della Tempie University, descrive il processo in questi termini: «Le persone che assistono a uno sport aggressivo tendono a diventare a loro volta aggressive; in questo modo, la sequenza di eventi tende a perpetuarsi per forza propria: i tifosi si sentono aggressivi, vedono o sentono aggressione e quindi agiscono aggressivamente».
Un'interpretazione psicologica molto diffusa dell'aggressività per imitazione è la teoria dell'apprendimento sociale; come spiega Goldstein, «gli individui apprendono ciò che osservano e se quanto osservano resta impunito ci sono buone probabilità che lo ripetano quando si trovano in circostanze simili osservando atleti aggressivi che in campo si danno a violenze impunite, i tifosi tendono a imitare alcuni di quei comportamenti aggressivi».
Ma l'aggressività in campo è solo una delle ragioni che spiegano la violenza sugli spalti. Melvin Mark, uno psicologo della Pennsylvania State University, ha analizzato di recente con due colleghi un altro fattore importante, nell'ambito di un volume sulla violenza sportiva a cura di Goldstein. Secondo Goldstein gli stadi, il campo e gli spalti sembrano quasi fatti apposta per accrescere le condizioni che poi sfociano nella violenza. Basti pensare a ciò che accade ad una persona con tendenze violente stipata in un luogo rumoroso, sotto il sole ardente o più spesso al gelo, a cui bisogna aggiungere la spersonalizzazione o la perdita dei freni inibitori che subisce all'interno della massa.
Per il buon ultrà l'uso di sostanze stupefacenti è un rito, una scaramanzia tesa a propiziare la vittoria della propria squadra; non può esistere partita e tanto meno trasferta senza l'uso, ma soprattutto l'abuso di tali sostanze. Questa abitudine si è consolidata negli ultimi anni, in quanto fino a pochi anni fa il rito si consumava all'interno dello stadio, ma ora per correre ai ripari i gestori degli impianti hanno installato dei sistemi di telecamere in grado di tenere sotto controllo il"popolo della curva".
La popolazione ultrà è come una grande famiglia, all'interno della quale non sono assolutamente tollerati i furti e i litigi tra i componenti.
Quando si arriva in curva (1a casa) si può tranquillamente lasciare il proprio zaino incustodito perché tanto nessuno glielo toccherà. Le dispute all'interno della comunità sono molto rare e quando avvengono riguardano argomenti come ad esempio: chi è più fedele alla squadra o per questioni politiche.
Non è raro che due individui discutano su quale sia il modo migliore per supportare la squadra e spesso la disputa prende toni accesi ma mai si arriva ad un confronto fisico.
Questo lavoro descrive due tipi fondamentali di ingiustizia percepita che possono scatenare risse o tumulti generalizzati fra i tifosi:
• quando gli spettatori pensano che i giudici di gara abbiano applicato una regola in maniera inesatta o ingiusta.
• quando sentono la regola ingiusta di per sé, a prescindere dall'esattezza della sua applicazione.
Il primo caso, che chiama in causa il giudizio dell'arbitro, è il più comune. Generalmente parlando, gli ufficiali di gara prendono due tipi di decisione, una relativa ad infrazioni di gioco (le infrazioni di passi nella pallacanestro, il placcaggio di un avversario che non porta palla nel football, le entrate con la mazza alta nell'hockey, ecc.), un'altra all’esito dell'azione di gioco (il servizio era sulla linea o subito fuori? La palla del lanciatore era buona o no? L'attaccante è caduto prima o dopo la linea di meta?). Una singola decisione arbitrale sbagliata in uno qualunque di questi casi difficilmente scatena disordini, a meno che non capiti in un momento cruciale verso la fine della gara.
Ma una serie di decisioni che sembrino favorire una squadra e danneggiare l'altra produce un accumulo di aggressività che può arrivare al punto dell'esplosione. Ciò vale soprattutto negli incontri fra rivali tradizionali, si tratti di squadre universitarie di football o di incontri internazionali fra le rappresentative di paesi ostili. In questi casi, il normale sentimento della tifoseria di essere «noi contro loro» è esasperato da anni di tradizioni o da secoli di tensioni.
Il tifo calcistico e le sue degenerazioni
Il tifo moderno è soprattutto il tifo calcistico, con il suo seguito di scontri, scaramucce e feriti più o meno gravi. Vi è una profonda differenza fra chi mantiene un atteggiamento maturo e sportivo, caratterizzato sì da passione ma anche da un certo distacco, e chi ritiene l'evento sportivo una sorta di cerimonia aggregante attorno alla quale combattere una guerra tutta propria tra gradinate trasformate in trincee, aste delle bandiere in manganelli, seggiolini in munizioni da lancio.
Questi "tifosi di professione" usano lo sport (e il calcio in particolare) come scusa di facciata per esprimere dosi di aggressività non spendibili in altri contesti. E il mondo del calcio ha la colpa di aver tollerato troppo a lungo questa realtà. Il tifo violento non nasce in Italia[1], ma in Italia
possiede una solida storia di morti ammazzati. La triste lista venne aperta il 28 ottobre del 1979, cioè più di vent'anni fa. Quel giorno allo stadio Olimpico di Roma un giovane meccanico di 33 anni, Vincenzo Paparelli, rimase ucciso da un razzo di segnalazione (tipo quelli usati dai marine) sparato dalla curva Sud da un diciannovenne ultrà romanista. Paparelli era laziale, era andato allo stadio con sua moglie aspettandosi di vedere una bella partita di calcio. Ma il Commando Ultrà Curva Sud aveva altri progetti e voleva sostenere la propria squadra facendo "un bel po' di casino". Fu questa l'espressione usata dal responsabile di quell'atto così idiota al giornalista che lo interrogò 15 mesi più tardi durante la sua latitanza: nel necrologio di Paparelli si sarebbe dovuto scrivere "ammazzato da un idiota animato da fede calcistica". Purtroppo l'uccisione di Paparelli fu la prima di una lunga serie. Da allora a oggi si contano, in vent'anni di calcio, circa un'ottantina di vittime (39 solo nella tragica notte dell'Heysel il 25 Maggio 1985). Ottanta bocche che avrebbero potuto parlare; ottanta occhi che avrebbero potuto vedere. A chi giovano queste morti? La risposta non è scontata, anche se verrebbe da dire che giovano a quegli affaristi che governano il sistema calcio spremendo atleti e sponsor in qualsiasi direzione purché in grado di garantire pubblicità. Si sa infatti che l'origine del fenomeno “ultras” fu assolutamente incoraggiata dalle società della massima serie, che in questo modo pensavano di garantire il "calore" necessario alla squadra, mettendo a disposizione sedi, biglietti per le trasferte, contributi per i pullman e via discorrendo. Le gesta degli ultras, soprattutto all'inizio, servirono da cassa di risonanza: un borgo decentrato, per quanto sconosciuto, può diventare il più chiacchierato dei quartieri se incomincia ad avere dei supporters che sfasciano vetrine e malmenano poliziotti.[2]
Che poi a un certo punto il fenomeno “ultras” abbia di gran lunga superato le aspettative diventando una sorta di variabile impazzita, è senza dubbio sotto gli occhi di tutti. La competizione tra i gruppi è diventata più importante dell'obiettivo stesso per cui i gruppi si erano costituti.
Per il tifo ultrà il fatto sportivo ha smesso di essere centrale ed è diventato un elemento da collocare nella sequenza degli scontri: prima quelli fuori dallo stadio; poi quelli sugli spalti; all’ultimo quelli di fine partita e durante il rietro.
In un tentativo di analisi personale tutto ciò sembra insensato. Come insensati appaiono certi striscioni e certi cori razzisti. [3]
Ma ben si sa che il gruppo, la banda, non è la somma dei singoli individui: nel gruppo ci si responsabilizza e si compiono atti che in solitudine ci si guarderebbe bene dal realizzare. Questa è la logica del branco che non fa eccezione nel branco ultrà.

Analisi grafica del fenomeno della violenza negli stadi
Nel rapporto “Analisi del fenomeno della violenza negli stadi” del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, sono stati evidenziati i dati delle prime Giornate del campionato di calcio 2003/2004, riferibili alla violenza negli stadi, compediate nelle rappresentazioni grafiche seguenti.
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La maggior parte degli incidenti avviene pri
Anche il dato degli artifizi lacrimogeni conferma che il teatro principale delle violenze è l'esterno dell'impianto interessato alla quasi totalità degli episodi in cui è stato necessario impiegare mezzi di dissuasione. Seguono nell'ordine le stazioni ferroviarie ed i centri urbani interessati al transito o alla sosta dei tifosi.
Come si vede, la maggior parte dei feriti si registra tra le Forze dell'Ordine (562). La Polizia di Stato è maggiormente interessata al fenomeno in virtù di un concorso nei servizi di ordine pubblico numericamente superiore.
La maggior parte degli arresti si registrano nelle serie cosiddette maggiori che determinano il 74% del totale delle persone arrestate nella stagione in corso.
La casistica più frequente dei reati che determinano i provvedimenti restrittivi della libertà personale in flagranza di reato è riconducibile a fattispecie di violenza che si estrinseca in danneggiamenti ai beni e alle strutture e lesioni alle persone.
Anche il dato delle persone denunciate conferma la maggiore incidenza in serie A e B con una netta predominanza del dato in serie B.
I reati con violenza su persone e/o cose rappresentano, anche nel caso delle persone denunciate, la casistica più importante. Per una maggiore comprensione occorre precisare che la discriminante del provvedimento adottato (arresto o denuncia) è dato dallo stato di flagranza e dalla possibilità, da parte della Polizia Giudiziaria, di operare quando questo sia ancora dimostrabile.
I dati sono forniti dalle rispettive Società (Autogrill S.p.A. e Ferrovie dello Stato).
Per ogni giornata di campionato vengono impiegati circa 8.000 elementi delle Forze dell'Ordine di cui 2.400 unità di rinforzo della Polizia di Stato e 1.280 dell'Arma dei Carabinieri, 2.640 delle forze territoriali della Polizia di Stato e 1.440 dell'Arma dei Carabinieri.
Ai fini della stima degli oneri finanziari connessi ad un simile impiego delle forze dell'ordine, va considerato che il costo medio giornaliero di un operatore di Polizia ammonta a € 198,85, comprese le competenza fisse. Pertanto, considerando le 8.000 unità impiegate in ciascuna delle 20 giornate trascorse, l'onere finanziario per il personale ammonta a € 31.816.000,00, pari a 61.604.366.320 delle vecchie Lire. Considerato che anche nelle giornate di assenza per congedo straordinario per malattia spetta, comunque, al dipendente la retribuzione relativa alle competenze fisse, che ammonta mediamente a € 75,00, compresi gli oneri sociali, ne deriva che la mancata prestazione lavorativa dei 569 operatori feriti, per una media ponderata di 10 giorni di indisponibilità fisica, comporta un costo pari a € 426.750,00.
Per quanto concerne i mezzi utilizzati dalle Forze dell'Ordine e la loro eventuale indisponibilità a seguito di danneggiamenti, un parametro di raffronto può essere rappresentato dal costo medio per il noleggio di un mezzo idoneo a trasportare 7 persone, pari a € 100 giornalieri, per cui il costo complessivo per la movimentazione di 8000 unità delle Forze di Polizia ammonta a € 114.000,00.
In definitiva il costo totale di una giornata di campionato è quantificabile in € 31.916.000,00 totali suddivisi come rappresentato nel seguente grafico.
Comparazione con i dati dello stesso periodo del 2002
I dati relativi al numero degli incidenti, dei feriti, degli arrestati e dei denunciati, comparati con quelli del precedente campionato, mostrano un generale aumento della violenza negli stadi.
Si registra infatti un aumento del 91% degli incontri con feriti, del 201% delle persone con lesioni e del 629% di episodi in cui è stato necessario fare uso dei lacrimogeni. Rimane costante il dato degli arresti mentre sono aumentate del 118% le denunce in stato di libertà.
Particolarmente significativo l'aumento dei feriti tra le Forze di Polizia (+228%).
Aumentate anche le persone ferite tra i tifosi (+146%).
L'attività repressiva delle Forze dell'Ordine ha sostanzialmente seguito il trend degli episodi di violenza. Rimangono costanti gli arresti ed aumentano le denunce (+118%).
Dalla comparazione dei dati relativi al periodo di vigenza dell'"arresto differito" con quelli dell'analoga fase del campionato precedente e successivo, si rileva:
• una diminuzione del 27% rispetto all'anno precedente degli incontri con feriti che aumentano del 92% nel campionato 2003/2004;
• un aumento del 213% delle persone arrestate che si abbatte al 4% nel campionato 2003/2004;
• un aumento del 381% delle persone denunciate che diminuiscono dell'1% nel campionato 2003/2004;
• una diminuzione dell'80% dell'impiego di lacrimogeni che aumentano dell'800% nel campionato 2003/2004;
• una diminuzione del 62% di feriti tra le Forze dell'Ordine che aumentano del 480% nel campionato 2003/2004;
• una diminuzione del 3% dei feriti civili che aumentano del 297% nel campionato 2003/2004.
Secondo i dati comunicati dalle Ferrovie dello Stato, i danni in ambito ferroviario sono sensibilmente aumentati (+128%) e così per la Società Autogrill (+ 118% ).
I fattori che influenzano la crescita dell’aggressività sportiva

La violenza sportiva va crescendo, la cosa di cui forse dovremmo meravigliarci di più è che non sia ancora più estesa, date le circostanze.
In certi sport, osservano Mark e i suoi collaboratori, il campo di gioco e gli spalti sembrano quasi fatti apposta per accrescere le condizioni che sfociano nella violenza. Si pensi al livello di attivazione fisiologica che si crea quando le persone sono stipate in uno stadio affollato, rumoroso, sotto il sole ardente o nel gelo, un'attivazione che può facilmente trasformarsi in violenza.
A ciò si aggiunga l'anonimato e la perdita di freni inibitori che interviene quando l'identità personale è confusa o camuffata dal fatto di esser parte d'una folla, le bevande alcoliche che allentano ancor più i normali freni e le scommesse prima e durante la partita, e si avrà un ottimo terreno di coltura per la violenza.
Questa aggressività viene descritta molto bene nel film “The Kop” (L’ultimo stadio) di Alan Clarke girato a Liverpool; mi aveva sorpreso perché la storia è quella di un impiegato bancario che la domenica si trasforma in un temibile capo hooligan.
Circa due mesi fa ho seguito un reportage sul problema della violenza negli stadi. Tra le interviste proposte ce ne fu una che mi lasciò parecchio stupita: era realizzata ad un tifoso del Manchester che diceva cosi: "lo vado alla partita per una sola ragione: la rissa. È un'ossessione. Non posso rinunciarvi. Mi piace cosi tanto che quando vado in cerca di uno scontro quasi me la faccio addosso... giro per tutto il paese in cerca dello scontro... Ogni notte della settimana noi ce ne andiamo in cerca di guai. Prima della partita ce ne andiamo in giro con l'aria di persone rispettabili... poi se vediamo qualcuno che sembra un avversario gli chiediamo l'ora: se risponde con l'accento di fuori lo picchiamo e se ha del denaro lo ripuliamo”.
Quello che mi ha colpita non è stato tanto il discorso dello hooligan, quanto il fatto che lui era uno studente diligente, vestiva bene, non aveva l'aspetto di quelli che si definiscono "hooligans".
In un altro servizio venivano raccontati da un tifoso fiorentino alcuni momenti della partita Brescia - Fiorentina del 22-11-1992: ”Conoscevo la pericolosità delle due tifoserie-raccontava il tifoso della Fiorentina-ma la mia voglia di andare in "curva viola" a tifare prevalse anche quel giorno sulle considerazioni per la mia salute fisica.
Fu verso le 13.30 (la partita iniziava alle 14.30) che mi avvicinai a un tifoso fiorentino con la testa e la faccia coperta di sangue. Gli chiesi cosa fosse successo e mi disse che c'erano stati scontri tra le due tifoserie e che una sassata lo aveva colpito alla testa. Quello che mi disse dopo mi è rimasto particolarmente impresso:"Noi il nostro dovere l'abbiamo fatto, ora speriamo che quelli lì facciano il loro." Quelli lì erano i calciatori della Fiorentina che si stavano scaldando.”
Mi ha fatto pensare molto il comportamento dell’ultrà fiorentino che sembrava percepisse come suo "dovere" quello di scontrarsi coi tifosi avversari, quasi che questo aiutasse la squadra a giocare meglio.
“MY NAME IS JOE” DI KEN LOACH
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Barry Ackroyd
Musica: George Fenton
Prodotto da: Rebecca O'Brien
(GRAN BRETAGNA, 1998)
Durata: 105'
PERSONAGGI E INTERPRETI
Joe: Peter Mullan
Sarah: Louise Goddall
Liam: David McKay
Sabine: Annemarie Kennedy
Mc Gowan: David Hayman
Joe, il protagonista dell'ultimo film di Ken Loach è un proletario di Glasgow, che grazie alle riunioni degli Alcolistici Anonimi sta uscendo faticosamente dalla schiavitù della birra. Non beve da quasi un anno e forse sta per farcela, grazie anche alla squadretta di calcio che ha messo su con gli amici ex bevitori. Sono schiappe allucinanti, ma giocano con le magliette della Germania campione del mondo del 1974, quella di Beckenbauer, Muller, Overath. e trovano nelle ruvide partitelle di periferia un modo per stare insieme e per sentirsi vivi. Un giorno, mentre stanno andando a giocare, Joe conosce in modo brusco Sarah, che a momenti investe il loro pullmino e che diverrà la donna della sua vita. E' una giovane assistente sociale. Dopo una bella litigata, fra lei e Joe scocca la scintilla, ma non sarà un amore facile. Sarah sta seguendo la famiglia di Liam, il più talentuoso della squadra di Joe - ma anche il più disperato - con una moglie tossica e un bambino piccolo. Liam è perseguitato da McGowan, il potente spacciatore locale. Per aiutare Liam, e per rabbonire McGowan, Joe si presta a fare un lavoretto che Sarah trova inaccettabile. Ora tutto sembra crollare attorno a lui. Tornano i fantasmi: l'alcool, la disoccupazione, il terrore, di non poter più avere una vita normale. Finché Il film inizia come un vivace ritratto, qua e là spassoso, del proletariato di Glasgow, ma diventa ben presto un dramma con venature thriller. L'interrogativo morale è: può l'uomo commettere un reato, o ciò che è comunemente percepito come tale, per salvare i propri cari, o un amico? In "Piovono pietre" la colpa era più estrema (un omicidio, anche se quasi involontario) ma la risposta era netta e arrivava addirittura dal prete del quartiere; stavolta, il peccato è assai più veniale ma la risposta è sfumata perché il dilemma morale di Joe si confronta con valori quotidiani e banali: l'amore, la famiglia e l'onestà. "My Name Is Joe" è l'ennesimo morality play di quel grande moralista del cinema (nel senso più nobile del termine) che è Ken Loach. Un film bello, intenso e nella prima parte selvaggiamente divertente. Inutile dire che il doppiaggio, per quanto eroico, non può restituire l'aspro dialetto scozzese dei personaggi. A Roma, ogni lunedì e martedì, chi vuole può confrontarsi con l'originale al Nuovo Sacher, e apprezzare la grandezza di Peter Mullan (premiato a Cannes), che nei panni di Joe è qualcosa di più di un attore: è una vera forza della natura.
Dostoevskij incontra Marx a Glasgow. Succede, con la naturalezza che è propria di Ken Loach, in My name is Joe, il film che è stato presentato la scorsa primavera al festival di Cannes e che è stato presentato recentemente al Festival Torino Giovani, dove il regista ha vinto il premio Cipputi alla carriera.
Per Marx non c'è bisogno di spiegarsi: alla sua maniera generosa e semplice, Loach continua ad essere l'unico regista che, in un mondo più incline ad occuparsi d'altro, è interessato solo a personaggi e storie di ambiente proletario, a raccontarci come vive l'altra metà (abbondante)del mondo occidentale.
Quanto a Dostoevskij, beh, sui personaggi del bel film di Loach incombe un destino (nel senso di un meccanismo di eventi inevitabili), una maledizione, una ineluttabilità - nonostante le loro pene e i loro sforzi - che ne fa altrettanti dannati, altrettante vittime di una irredimibile vita da umiliati e offesi.
Fin dall'inizio - una lunga confessione del protagonista su come è uscito dall'alcoolismo - My name is Joe, il mio nome è Joe, a dispetto di alcuni momenti di rumorosa allegria, si presenta come una storia molto amara e dura. Perché nonostante Joe e la sua voglia di fare, di aiutare gli altri, di conciliare, di trovare soluzioni, la vita alla periferia povera di Glasgow, tra quelli che vivono di un risicato welfare o di piccole attività fuorilegge, ha in sé il germe del dolore e della dissoluzione. E l'apparente "buonismo" che si può trovare in un primo incontro con il film - e che si incarna nella figura di Joe, l'ex alcolista che fa tutto per gli altri, l'ottimista a ogni costo, il protettore dei più deboli, l'uomo che, fisicamente, corre in soccorso, l'allenatore entusiasta della peggior squadra di calcio della città - è contraddetto dall'inevitabilità di un meccanismo crudele che perpetua il suo orrore fino a distruggere ogni speranza. Anche lo spettatore finisce per sperarci, nell'amore tra Joe (interpretato dal simpaticissimo e bravissimo Peter Mullen, che si è rivelato con il "veneziano" Orphans anche un regista di talento) e Sarah (Louise Goodall), l'assistente sociale - per verità non simpaticissima - che lavora nel suo quartiere e si occupa, in particolare, di una coppietta di giovani sciagurati molto cari a Joe. Ma la differenza di esperienza umana e di soluzioni di vita tra le classi a cui i due appartengono - il proletariato e la piccola borghesia - rende la storia molto difficile da vivere.
Nella prima parte del film, Loach gioca sul suo tipico registro di umori amarognoli e comici - si veda la partita di calcio, il furto delle magliette, il restauro dell'appartamento di Sarah - ma fa già risuonare i segnali della violenza, quando Joe attacca a pennellate di vernice il funzionario del Dipartimento di sicurezza sociale che lo ha fotografato mentre lavora "illegalmente" (in quanto beneficiario di un assegno di disoccupazione). E, come un tema musicale che sia stato anticipato, la stessa violenza esplode nella seconda parte, di fronte all'inarrestabile meccanismo - la droga, la mancanza di denaro, le minacce, i ricatti - che mette a repentaglio la vita dei suoi protetti, e, in un effetto valanga, la fragile sicurezza di Joe, il suo distacco dall'alcol, il suo amore con Sarah, che, nata nell'altra metà del mondo, non capisce cosa sta succedendo.
In quella che è una delle scene più eloquenti del film (e delle sue intenzioni) Joe racconta a Sarah come è cominciata la sua, per lei sorprendente, passione per il concerto per violino e orchestra di Beethoven, l'unica "cassetta" che possiede e che ascolta e riascolta nel suo spartano appartamentino. Aveva rubato delle cassette, le aveva rivendute con successo al pub. Meno quella, che nessuno ha voluto e che è diventata la scoperta di un'emozione e di un mondo diverso. Ma la musica non colma lo iato tra due diverse esperienze del mondo. E Loach e il suo sceneggiatore Paul Laverty non ci fanno apertamente capire se, alla fine di questo viaggio nel mondo aspro e difficile delle periferie proletarie di Glasgow, Joe e Sarah sapranno restare insieme. La speranza - che è il motore dell'esistenza di Joe - farebbe sognare di sì. La crudele alchimia della storia ci dice di no.
COSA FARE PER CONTENERE LA VIOLENZA: SOLUZIONI POSSIBILI
Conosciamo dunque parecchie cose. Quello che ancora non risulta ben chiaro è cosa fare di fronte a questo fenomeno. Sarebbe ingenuo pensare che in una società complessa e articolata come la nostra si possa risolvere con soluzioni rapide ed efficaci un problema come quello del teppismo calcistico.
All'inizio si doveva fronteggiare un fenomeno nuovo e sconosciuto, e il ricorso alle forze di polizia, a cui si è demandato il compito di prevenire e all'occorrenza sedare gli eventuali disordini tra gruppi ultras sia dentro gli stadi che fuori, risultava l'unica scelta possibile.
Successivamente, con la legge 401 del 13/12/89, si è prevista la possibilità che, con provvedimento amministrativo emanato dagli organi di polizia, si potesse vietare a coloro che si rendevano colpevoli di atti di teppismo calcistico di accedere a tutti i luoghi in cui si svolgevano competizioni sportive. Ma non sembra che nemmeno questa misura sia stata poi così efficace.
Certo non si può dire che non vi siano stati dei risultati: è anzi facile prevedere che in assenza di questi provvedimenti il fenomeno avrebbe raggiunto una soglia di pericolosità ben maggiore dell'attuale. Ma è altrettanto chiaro che queste misure da sole non possono bastare e che ogni serio tentativo di risolvere il problema non può prescindere dall'adozione in parallelo di programmi d'intervento basati su una diversa ottica.
Il fenomeno del teppismo calcistico, infatti, non riguarda semplicemente la gestione dell'ordine pubblico; ci troviamo di fronte a un problema giovanile con più vaste implicazioni sociali, psicologiche e culturali, e rispetto al quale è illusorio pensare che il ricorso alle sole misure di polizia possa fornire una risposta risolutiva.
Violenza da stadio e norme
In conseguenza del tifo violento,sono state indette delle norme:
• Norme per ostacolare le trasferte dei tifosi e per favorire gli abbonamenti alle tv a pagamento;
• Calcio in tv a tutte le ore e tutti i giorni (sempre a pagamento);
• Progetti di nuovi stadi super confortevoli destinati ad un pubblico selezionato e disposto a straspendere;
• Biglietti sempre più cari, divieto ad assistere in piedi alle partite.
Nel calcio del futuro forse non sarà visibile la violenza (però non diminuirà, anzi sarà solo –come accade in Inghilterra - lontano dagli spalti e dagli occhi indiscreti delle telecamere e della polizia) ma ci sarà tanta tristezza.
SPARIR L’ANIMA VERA DEL CALCIO
La passione, i colori e quei canti che rendono tanto lo stadio simile ad una sagra paesana, sostituito dalla compostezza di un pubblico formato salotto televisivo
RIMARRANNO TOLLERATI DA TUTTI
Doping, risse tra giocatori, partite truccate che garantiranno, rispettivamente, maggiori prestazioni, pathos televisivo e facili guadagni a gente senza scrupoli
C’ è un forte sospetto che queste norme (abolizione treni speciali e divieto di vendita di biglietti settore ospiti) siano servite più che a limitare gli episodi violenti, ad incentivare l’utilizzo della pay-tv, scoraggiando le trasferte. La conferma ci viene anche dalle molte dichiarazioni rilasciate dagli esponenti dei vertici del calcio sull’argomento; ad esempio, Nizzola afferma: “Il nostro obiettivo è di avere, in un prossimo futuro, tifosi e sportivi che abbiano in tasca abbastanza per andare a vedere la propria squadra quando gioca in casa e un abbonamento alla pay-tv per seguirla quando gioca fuori”.
Le norme contro il tifo violento
Art 6 comma 1
Il questore può disporre il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, nonché a quelli interessati alla sosta, al trasporto di coloro che partecipano o assistere alle manifestazioni medesime, nei confronti di persone che risultano denunciate o condannate anche con sentenza non definitiva nel corso degli ultimi 5 anni, per i seguenti reati:
1.aver portato fuori dalla propria abitazione armi, mazze ferrate o bastoni ferrati o sfollagente, noccoliere; oppure senza giustificato motivo bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde bulloni, sfere metalliche nonché qualunque altro strumento utilizzabile per l’offesa alla persona.
2.aver indossato casco protettivo o qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona.
3. essersi recato nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive con emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
4. aver lasciato corpi contundenti o altri oggetti, compresi gli artifizi pirotecnici, in modo da recare pericolo per le persone, nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive.
5. aver superato indebitamente una recinzione o separazione dell’impianto cioè durante la manifestazione sportiva invadere il campo da gioco e con ciò portare ad un pericolo alle persone. Inoltre : il questore può disporre il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive nei confronti di persone che abbiano preso parte attiva a episodi di violenza su persone in occasione di manifestazioni sportive oppure nelle medesime abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza.
Alle persone diffidate il questore può prescrivere di comparire una o più volte in orari prestabiliti, nell’ufficio o nel comando di polizia.
Art 6 comma 5
La diffida e l”obbligo di firma” non possono avere durata superiore a 3 anni. In teoria la durata dovrebbe variare a seconda delle ipotesi di reato contestate; in pratica: molte questure tendono a diffidare indistintamente per 3 anni.
Art 6 comma 6
Coloro che contravvengono la diffida e all’”obbligo di firma “ sono puniti con la reclusione da 3 a 18 mesi, o con la multa fino a 3 milioni(1549,40 euro). E’ consentito l’arresto in flagranza nei confronti delle persone che contravvengono alla “diffida “del questore.
Art 6 bis comma 1
Chiunque lanci corpi contundenti o altri oggetti, compresi gli artifizi pirotecnici, in modo da creare pericolo per le persone, nei luoghi in cui si svolgono manifestazione sportive è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.
Art 6 bis comma 2
Chiunque supera indebitamente, nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, una recinzione o separazione dell’impianto, ovvero nel corso delle medesime manifestazioni invadere il campo di gioco; è punito, se da questo fatto ne deriva un pericolo concreto, con l’arresto fino a 6 mesi di reclusione.
Art 8 comma 1
Nel caso di reati con violenza alle persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, nell’ipotesi in cui già applichino gli articoli che disciplinano l’arresto obbligatorio in flagranza -cioè sul fatto- e quello facoltativo, per quei casi in cui all’ articolo 6bis si applicano gli articoli che disciplinano l’arresto facoltativo in flagranza e il fermo indiziato di reato - quest’ultimo si può applicare non solo in flagranza ma, in certi casi, anche successivamente.
In Italia, a differenza dell’ Inghilterra, è ancora pratica comune considerare il tifoso come un potenziale criminale, e di conseguenza trattarlo come tale. Infatti in Italia, l’unica risposta per arginare il fenomeno del tifo violento è stata l’adozione di misure di ordine pubblico e di controllo sociale sempre maggiori; forse si ragiona controcorrente, forse ci si dovrebbe chiedere, invece di varare l’ennesima legge superrepressiva, non sarebbe più utile apportare alcuni correttivi e miglioramenti alle vecchie leggi e affiancarle a misure alternative, misure non di coercizione, ma di carattere sociale.
Non si è mai pensato che per limitare i comportamenti violenti fosse necessario anche introdurre misure di intervento sociale, con politiche mirate non tanto a controllare e a reprimere, ma capaci di analizzare i motivi di questa violenza e di incidere, con un lavoro di lungo periodo, sulla mentalità che sta alla base di certi atteggiamenti. Una conoscenza approfondita del fenomeno porterebbe alla luce un universo variegato e contraddittorio, portatore di valori positivi ed energie potenti, di cui la violenza espressa in varie occasioni non rappresenta che uno degli aspetti.
L’ applicazione di una politica di intervento sociale consentirebbe, tramite l’ausilio e la mediazione di alcune agenzie sociali, di attivare un dialogo tra tifosi auto organizzati e istituzioni, premessa indispensabile per creare un clima meno teso negli stadi. In Italia però, almeno per ora, continua a prevalere una logica di contraddizione delegando alle sole forze dell’ordine il compito di contenere e reprimere duramente il tifo violento.
Il risultato: maggior tensione intorno ai campi da gioco, esasperazione del conflitto non tanto tra ultrà delle opposte tifoserie, ma tra ultrà e forze dell’ordine. Le strategie di controllo adottate, poi, da una parte hanno portato ad una militarizzazione degli stati e ad una trasformazione degli stessi in luoghi più simili a bunker e a spazi di intrattenimento, e, dall’altra, le misure di carattere legislativo particolarmente severe.
Dati alla mano, gli incidenti non sono diminuiti sensibilmente, caso mai è cambiata la tipologia (prima più frequenti incidenti tra oppose tifoserie ore molti più incidenti tra ultrà e forze dell’ordine.)
E certo se da una parte la presenza massiccia delle forze dell’ordine ha funzionato come deterrente, dall’altra ha contribuito a creare maggiori tensioni e conflitti.
1994: 5.500 uomini impiegati ogni domenica nel lavoro di ordine pubblico allo stadio.
2002: 10.500 uomini, quasi il doppio ma gli spettatori sono diminuiti!
Anche gli stessi dati forniti dal Ministero degli Interni sui primi 4 mesi di applicazioni della nuova legge ci lasciano perplessi (il governo ha emanato un decreto che consentirà alle forze dell’ordine di poter eseguire l’arresto dei violenti entro 36 ore, qualora questi siano riconoscibili con certezza attraverso documenti video o fotografie).
Ci viene detto: in maniera trionfalistica che sono in calo gli incidenti (-21%), che c’è un forte aumento di arresti e di divieti d’accesso agli stadi.
Ma non ci viene detto: che una diminuzione degli incidenti la si poteva registrare anche nei primi mesi di applicazione delle precedenti leggi in materia di tifo violento e che, poi, tutto è tornato come prima e che questa nuova legge, con le norme di discrezionalità che offre in seguito di applicazione, che può essere uno strumento contro chi è responsabile di violenza, sancisce ufficialmente la criminalizzazione del tifo organizzato.
Così, tra i numeri snocciolati delle persone denunciate, diffidate o arrestate, compaiono anche tifosi denunciati perché si sono coperti in parte il viso per difendersi dal freddo o diffidati per aver lasciato cadere un fumogeno dopo averlo utilizzato per la coreografia o ancora, arrestati per aver scavalcato una recinzione allo scopo di vedere la partita in un settore migliore.
• Violenza negli stadi: via libera al decreto il 21 febbraio 2003
Flagranza di reato allungata alle 36 ore, più poteri ai prefetti, chiusura degli stadi fino a un mese in caso di episodi di violenza. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 21 febbraio 2003 il decreto legge contro la violenza negli stadi.
Un provvedimento che il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, vede come un rimedio per fermare la crescita "allarmante" della violenza negli stadi, "arrivata ad un livello insostenibile e inaccettabile".
Secondo i dati del titolare del Viminale il tributo che si paga a causa degli scontri durante le partite di calcio "è una barbarie inaccettabile". "Ogni domenica - dice Pisanu - 28 poliziotti feriti e 8 civili rimangono feriti per le violenze. Il mondo del calcio appare ingovernabile e la barbarie non fronteggiabile". Per fare argine, il governo ha reintrodotto la norma sull' arresto in flagranza differita (nel 2001 la norma, poi soppressa, diede ottimi risultati perché consentiva alla polizia l'arresto entro le 48 ore dal reato).
Con il nuovo decreto una persona può essere arrestata non oltre le trentasei ore successive agli episodi di violenza negli stadi grazie all'uso di foto e immagini televisive. Grazie a questo articolo gli autori delle violenze potranno essere processati per direttissima.
Pisanu ha inoltre spiegato che il decreto legge avrà due emendamenti. Il primo conterrà la facoltà da parte dei prefetti di intervenire sui calendari sportivi, con ampia facoltà in caso di emergenza di spostare le partite di calcio; l'altro provvederà alla chiusura degli stadi, per un massimo di un mese, sempre da parte dei prefetti, in caso di intollerabili violenze.
Ma il nuovo decreto non piace a "Progetto ultrà", che lo bolla come un tentativo di criminalizzare i tifosi. “Siamo alle solite. Agli episodi di violenza che si registrano nel calcio lo Stato sa rispondere solo con misure repressive. Come ha sempre fatto negli ultimi venti anni senza ottenere uno straccio di risultato - dice il responsabile Carlo Balestri. La quasi flagranza è prevista dal codice solo per reati gravissimi, e in presenza di indizi e prove certe: una foto o una ripresa tv, lo sappiamo bene per esperienza diretta, non possono essere considerate tali, anche perché si tratta di immagini estrapolate in contesti molto confusi, tra decine di persone in movimento. Gli scambi di persona sono facilissimi”.
• Non tutti però sono a favore di questo decreto
"Non sono d'accordo. Nutro qualche dubbio sull'efficacia del provvedimento di arresto in flagrante differito. E' un modo per fare la guerra e non credo che ce ne sia bisogno, serve il dialogo con gli ultras e non solo la galera " sostiene Antonio Roversi, docente di sociologia della comunicazione all'università di Bologna "bisogna far diventare ammiragli i pirati, cercare una linea di dialogo. Perché non si è davanti a un problema soltanto di ordine pubblico".
In pratica, senza allargare troppo il discorso, per calmare il fenomeno va creata una base riconoscibile e rispettabile. Nel Regno Unito si è creata un'associazione nazionale dei tifosi, a prescindere dalle singole squadre, e gli si sono dati diritti e doveri. In Belgio come in Germania, si è proceduto in un percorso simile. Ma prima non bisognerebbe escludere le mele bacate da quelle sane? E come si fa? Non con gli arresti e la linea dura. All'europeo del 2000 erano pronti a far la guerra eppure gli hooligan hanno fatto quel che gli pareva. La verità è che senza l'accordo di chi vive per la domenica lì dentro non si vince: bisogna cambiare la cultura che dice “bisogna colpire e provare i muscoli”.Come si risponde ai disordini, alle pistole, alle minacce.
Diciamo una cosa: la guerra tra tifosi di opposte fazioni è praticamente finita con la morte di Vincenzo Spagnolo, nel '95; da allora i capi delle fazioni più violente hanno fatto una tregua, che in pratica ancora continua. Adesso però l'obiettivo è diventata la polizia, il vero primo nemico. Quello con cui provare il proprio coraggio.
Provando a ipotizzare delle soluzioni e guardando anche a ciò che accade in altri stati europei si potrebbe pensare di:
• Coinvolgere veramente le società calcistiche professionistiche
Per tentare di disarmare i tifosi violenti, è più che necessario il coinvolgimento delle società calcistiche. Ci hanno pensato per primi gli Inglesi, che hanno messo nei contratti stipulati con giocatori e dirigenti una clausola che prevede l'obbligo di frequentare settimanalmente i club dei tifosi ed esercitare una funzione pedagogica nei confronti dei sostenitori più giovani. A ruota sono seguiti i belgi dell'Anversa che hanno messo a disposizione una sede vicina allo stadio dove i giovani tifosi possono incontrarsi e preparare le loro attività di sostegno alla squadra sotto la supervisione di assistenti sociali e di ex ultras usciti definitivamente dalla spirale del teppismo calcistico. Anche se il bilancio di questi tentativi non è sempre confortante, riteniamo che possano rappresentare una strada "istituzionale" già di un certo rilievo. In Italia esistono i primi timidi tentativi, varati dall'Assessorato alla Sicurezza del Comune di Roma. Purtroppo siamo ancora ben lontani da inserire clausole: nei contratti dei nostri calciatori le clausole riguardano solo i diritti delle immagini televisive.
• Coinvolgere i tifosi organizzati in momenti di sport attivo
L'idea, questa volta, è tutta nostrana e parte da un'organizzazione sportiva "di base".
Da alcuni anni l'UISP (Unione Italiana Sport Per tutti) dell'Emilia Romagna e l'istoreco (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea), con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e della Provincia di Reggio Emilia, hanno lanciato l'idea del Campionato Mondiale Anti razzista. L'iniziativa permette a 96 squadre (circa 1000 partecipanti), di giocare per quattro giorni un torneo di calcio a sette. La peculiarità sta nel fatto che le squadre sono formate da ultras italiani e di altri paesi europei, organizzazioni antirazziste, associazioni di immigrati, gruppi giovanili di volontariato, ecc.
L'idea è che in questo modo si possa offrire un terreno di incontro, con l'obiettivo di far conoscere a coloro che spesso manifestano comportamenti intolleranti e xenofobi le differenti realtà culturali presenti nel nostro tessuto sociale. Il progetto, che usa il calcio come veicolo di aggregazione comune e dimostra ai tifosi estremisti che è possibile recuperare la dimensione popolare della passione calcistica, prevede anche stand espositivi, dibattiti e concerti. L'esperienza sembra avviata a buoni risultati, anche se non sempre è parsa di facile gestione. Indubbiamente si tratta di un tentativo lodevole: la pratica sportiva funziona egregiamente da antidoto positivo, perché rende "conoscitori competenti" piuttosto che "tifosi ignoranti". C'è speranza che altre organizzazioni sportive seguano l'esempio.
• Investire di più sulla cultura sportiva che si impara a scuola
Affermare che la scuola, in quanto agenzia educativa principale presente nel nostro Paese, dovrebbe occuparsi di cultura sportiva, parrebbe essere una cosa normale. Che poi esistano nel mondo della scuola italiana dei veri spazi in cui è possibile affrontare e analizzare il teppismo calcistico della propria città nel tentativo di conoscerlo e, dunque, di arginarlo, è ancora tutto da costruire. Eppure coloro che la domenica imboccano la sciagurata via delle spranghe e dei coltelli, sono degli adolescenti che spesso nel resto della settimana frequentano gli ambienti più normali: scuola, bar, compagnie di coetanei, ecc.
Bisogna lavorare sui giovani di domani per spiegare loro che lo sport è un bello spettacolo da guardare; che è giusto palpitare per le sorti della squadra della propria città; che è normale sperare che alla fine si vinca l'incontro, la coppa o il campionato; ma che mai e poi mai va confusa questa normale tensione emotiva con lo stordimento accecante della violenza teppistica. Questo insulso processo di decivilizzazione va fermato in tutti i modi possibili.
Uno di questi è conoscere meglio il fenomeno, discuterne gli aspetti, affrontare gli elementi di "attrazione" che sa esercitare sui giovani più facilmente preda delle suggestioni di potenza.
Bisogna evitare che l'unico apprendistato giovanile riguardo al fenomeno tifo avvenga nelle curve degli stadi. Le migliaia di aggressioni che in questi ultimi, difficili anni hanno visto protagonisti attivi i giovani ultras e vittime passive giovani come loro con l'unica colpa di indossare i colori della squadra rivale, non sono un problema lontano: sono l'anticamera di un malessere sociale che va contrastato. Il teppismo calcistico, che da "malattia inglese" si è rapidamente trasformato in "malattia tedesca", esiste ormai da tempo anche in versione italiana. Disconoscerlo, negarlo o anche solo relegarlo a problema di polizia sarebbe un errore grave; un errore che, in termini di convivenza civile, potremmo tra non molto tempo pagare tutti a caro prezzo.
• Modifica di alcune regole
Le idee avanzate per bloccare il diffondersi della violenza negli stadi vanno da disposizioni semplici e dure come quella di proibire la vendita di alcolici e di aumentare le forze di polizia, a proposte futuribili come quella di far svolgere le partite in stadi vuoti (o di fronte a spettatori selezionatissimi (con biglietti d'ingresso ad altissimo prezzo), trasmettendole in televisione.
Deveney, dal canto suo, avanza un suggerimento molto più semplice che a suo avviso dovrebbe tener più calmi gli spettatori alle partite di calcio. Cambiare i regolamenti in modo da rendere più facile la segnatura (magari allargando la porta) allenterebbe un po' della tensione creata dal fatto che tante partite di calcio finiscono con un solo punto di scarto, rendendo cruciale ogni singola rete: “Una partita in cui tutte e due le squadre segnassero dai 10 ai 29 goal permetterebbe agli spettatori di sbarazzarsi della frustrazione accumulata, esultando per le reti segnate via via.
• Più far-play
Un’altra soluzione è che i giocatori imparino a fare più spesso gesti cavallereschi come darsi la mano o aiutare un avversario a rialzarsi. Queste cortesie vanno dritte allo scopo di dimostrare che quello che si svolge sul campo è uno sport, non uno scontro tra le forze del bene e del male.
Quando un giocatore di football placca l'avversario senza palla, la folla è pronta a scatenarsi per invocare il fallo, ma se poi il colpevole tende la mano all'avversario caduto, lo aiuta a rialzarsi e gli dà una pacca sulle spalle, prima di separarsi per correre ciascuno al suo pacchetto, ecco che abbiamo quello che chiamo un segnale sociologico alla folla, il messaggio che si tratta solo di un gioco. Quei tifosi che pensano di essere alla guerra saranno calmati da un gesto come questo.
• Migliorare i servizi
Migliorare i servizi e l'aspetto degli stadi potrebbe essere un altro provvedimento utile a mantenere un clima più disteso. Rendere gli accessi, le gradinate, i servizi igienici e i parcheggi più a misura d'uomo dovrebbe incoraggiare gli spettatori a comportarsi in maniera più umana.
John Cheffers, un professore di pedagogia della Boston University che è consulente di varie organizzazioni per il controllo della violenza nello sport, è convinto che migliorie come queste, non esclusa una ragionevole disseminazione di ornamenti floreali, possono essere molto utili: ”Siamo pronti a saltare oltre cordoni, abbattere barricate, calpestare prati, ma per farci passare su un'aiuola fiorita ce ne vuole “.
Successivamente approfondiremo la violenza negli stadi vista dall’occhio delle nuove tecnologie e forme di comunicazione.
AGGRESSIVITA’, VIOLENZA E MASS MEDIA
Nelle nuove forme di comunicazione, lo sport occupa una gran fetta; lo dimostra lo spazio che viene dato nei telegiornali e le innumerevoli trasmissioni tv che trattano l’argomento (molte di più di quelle politiche o di approfondimento). Tutto questo perché sempre di più la popolazione si interessa a questa attività e i mass media cercano di attirare a sé il maggior numero possibile di telespettatori. Questo viene dimostrato dall’ampio spazio che, all’interno delle trasmissioni sportive, viene dedicato al calcio, essendo lo sport nazionale.
Sport e mass media a volte sono sinonimo di aggressività soprattutto quando lo sport diventa valvola di sfogo. I giovani di tutti i ceti cercano di crearsi una propria cultura definita di “opposizione” al tradizionalismo della società italiana; mentre in Inghilterra gli hooligans hanno il solo obiettivo della violenza dettata dalla rabbia per la loro condizione sociale, in Italia la violenza è solo una delle opzioni del mondo.
I media sportivi italiani descrivono la violenza solo come un male della società con cui il calcio non ha niente a che fare, è un lavarsene le mani e c’è molta ipocrisia in questo atteggiamento: si chiede sempre alla società, allo Stato, alle forze dell’ordine di risolvere il problema, senza domandarsi se realmente mondo del calcio e media sportivi non possano fare qualcosa di concreto, visto che le responsabilità esistono e sono evidenti.
I tabloids inglesi, ma anche il resto della stampa e televisione, hanno sempre descritto lo hooligan come un male del calcio. In particolare i tabloids hanno fatto fin dagli anni settanta degli hooligans un proprio cavallo di battaglia, un argomento sempre redditizio per sollevare il panico generale, sfruttando e contribuendo a creare una fobia nazionale soprattutto quando gli hooligans si recavano all’estero (succede tutt’oggi visto che è opinione generale che la violenza negli stadi sia una “malattia” che gli inglesi hanno esportato). In realtà i tabloids si sono sempre comportati molto male: bastava essere inglese e tifoso di calcio nei decenni scorsi per venire subito bollato come pericoloso hooligan e naturalmente questa convinzione è stata ereditata e accolta appieno in tutta Europa. Si possono riscontrare numerosi episodi sconcertanti che gettano ombre sull’operato di stampa e Tv.
Noi abbiamo analizzato una puntata del “Processo di Biscardi”, famosa per il suo atteggiamento polemico e aggressivo.
Puntata del Processo di Biscardi del 21.12.2004:
La puntata ha inizio con un’introduzione dai toni polemici, vengono introdotti i temi che verranno affrontati nella serata. Parte la sigla dove si mettono in risalto solo le grandi squadre come Milan, Juventus, Roma e Inter e vecchie immagini dei momenti gloriosi della Nazionale.
Questo momento rispecchia poi l’andamento della trasmissione dove chi interviene tifa e parla solo delle grandi squadre escludendo chi comunque fa parte della competizione e del gioco a tutti gli effetti. L’unico giornalista che interviene a favore di una piccola squadra è Giancarlo Padovan (Direttore di Tutto Sport) che ponendosi in modo calmo sottolinea come una cosiddetta squadra di provincia come l’Udinese, adesso come adesso, deve essere presa come esempio dalle altre squadre. Il calcio, a suo parere, dovrebbe avere una struttura simile a quella di questa squadra per essere migliore. Questo messaggio viene lanciato ma non colto da tutti i presenti e cade nel vuoto.
La grafica molto spesso tiene in risalto il contrasto tra le due più importanti città italiane: Roma e Milano con i giornalisti che si schierano apertamente.
Per verificare le decisioni arbitrali vengono riviste le azioni più importanti della domenica in varie posizioni e addirittura in 3D e per ognuna di esse segue un’accesa discussione. Si tratta della “super moviola”. Grazie all’adozione di questo strumento tecnologico, si possono notare nei particolari i vari contatti fisici tra i giocatori, la loro aggressività.
Nelle discussioni si accusano arbitri, giocatori e squadre. Gli scontri tra i giornalisti sono frequenti; c’è sempre un accavallarsi di una o più voci e si tende spesso ad alzare la voce per attirare a sé migliore attenzione. Nelle discussioni non si è mai d’accordo, ci sono sempre visioni diverse.
Il pubblico, in tutto questo, gioca un ruolo fondamentale, quasi come giudice che con il proprio applauso dà il proprio giudizio schierandosi rumorosamente, mentre la regia con speciali inquadrature favorisce e risalta lo scontro.
Vengono letti pezzi e articoli di giornali stranieri che sono favorevoli ai toni critici del momento ed alimentano le polemiche sulla qualità del gioco del calcio in Italia.
A metà puntata viene fatto il confronto tra il programma nel 1982 e l’attuale 2004. La regia accosta questi due anni ma non sembra poi cambiato nulla. Le discussioni sono sempre sugli stessi argomenti e le polemiche che si sollevano sono sempre le stesse. Il programma presentava la stessa struttura e le stesse modalità di adesso.
L’argomento principale di discussione riguarda il ruolo degli arbitri durante le partite e la conseguente immissione della moviola sul terreno di gioco per aiutarli nel loro compito. In merito a questo problema centrale, le idee sono diverse e contrastanti tra loro e tutti i presenti, in particolare Aldo Biscardi, alza la voce e si accanisce cercando di far prevalere la propria opinione sulle altre; parla sopra agli altri e si impone.
Il pubblico si schiera con lui urlando e sventolando sciarpe della squadra di cui è tifoso.
Vengono lanciati due televoti, l’ultimo dei quali per giudicare la prestazione di un arbitro dopo che tutti ne avevano criticato aspramente l’operato. In seguito vengono lette varie e-mail dove i tifosi si lamentano, protestano e fanno valere le proprie fedi calcistiche; sotto il teleschermo passano i messaggi dei tifosi arrabbiati contro le decisioni arbitrali e insulti rivolti alle altre squadre, mentre sono sporadici i commenti di difesa.
C’è un finto buonismo ed una finta volontà di difendere il calcio quando si alimenta la discussione. Il leader incontrastato è il conduttore che è l’unico che maschera il proprio eventuale tifo per una squadra e riesce in ogni caso ad avere il favore del pubblico e a tacere ogni discussione.
In ogni dibattito, anche se l’altro interlocutore ha la stessa idea, lui alza la voce rimarcando la sua posizione e uscendone vincitore. Sottolinea che il suo modo di fare è dovuto al fatto di voler difendere gli interessi della gente comune ed è per questo motivo che il pubblico sembra essere sempre dalla sua parte e questo lo rende quasi intoccabile da parte degli altri interlocutori presenti alla trasmissione. Inoltre il conduttore funge anche da ottimo arbitro nelle discussioni ed è l’unico che viene rispettato e seguito senza commenti. Cerca sempre di prendere la parola e gesticola molto ampiamente per dare risalto alle sue parole.
Ogni partecipante alla trasmissione ha la sua idea fissa (il più delle volte condizionato dalla propria fede calcistica) e a priori nessuno intende cambiare o modificare il proprio punto di vista e questo non fa che alimentare la discussione all’infinito senza un vero confronto e senza arrivare ad un risultato concreto.
Analisi degli articoli di giornale e testimonianze trovate su internet
Girando e navigando nella rete, ci sono innumerevoli siti di varie tifoserie di tutte le squadre di calcio di serie A e B. Poche sono quelle tra queste che possono darci materiale per la nostra ricerca perché la maggior marte contengono solo foto e informazioni varie sui gruppi organizzati di tifo. Pochi forum e poche le testimonianze raccolte; una di queste è la testimonianza di Gabriele Romagnoli, un ex-ultrà che racconta in poche pagine la sua esperienza come tifoso bolognese della curva nord ai tempi del liceo. Gabriele andava a vedere ogni partita del Bologna con i suoi compagni di scuola e gli altri ultrà indossando giacche mimetiche e nascondendo dentro di esse un martelletto rubato sugli autobus di linea. Partecipavano a riunioni strategiche prima delle partite di bowling della città e i loro capi (chiamati con appositi soprannomi) venivano seguiti e ammirati per le loro capacità organizzative e la loro violenza dimostrata in più di un’occasione in passato. Sempre questi ultimi, racconta l’ex ultrà, il sabato sera apparivano raffinati strateghi, domenica pomeriggio arditi guerrieri e il lunedì lavoravano.
Uno di essi era il custode di un bagno pubblico nel quale per entrare dovevi pagare 100 lire. La sua necessità di sfogo, secondo Giacomo, era da manuale. Il tifoso invece giustifica il proprio comportamento passato da tifoso come un “rito di passaggio” e sperimentare la violenza, quando va bene, è il preludio per rinunciarvi per poi combatterla conoscendola.
Vengono descritti pochi casi di aggressività dove ci sono vari scontri tra tifoserie prima e dopo le partite di calcio: solitamente volano insulti e minacce pesanti con coltelli e altri oggetti taglienti.
Per questi tifosi a volte è molto più importante lo scontro, il vendicare un torto subito dall’altra tifoseria più del risultato della partita stessa, tanto che quando le due squadre si rincontrano subito nel girone di ritorno il risultato a malapena si ricorda ma gli scontri avvenuti no.
Alla fine Gabriele Romagnoli racconta la sua decisione di lasciare questo mondo di violenza il giorno che lui e i suoi compagni ultrà attaccarono un presunto tifoso veronese e sentendosi dei vigliacchi per l’impossibilità di questi di difendersi, decisero di lasciar stare.
La seconda è una lettera di difesa del mondo ultrà. E’ un’accusa aperta alle forze dell’ordine che usano lacrimogeni in modo pericoloso lanciandoli ad altezza uomo. Inoltre la lettera parla di cori da stadio da chi invece dovrebbe essere garante della sicurezza e di come la violenza contro gli ultrà venga usata per sfogare le proprie frustrazioni. Difende gli ultrà perché vittime di pregiudizi ed evidenzia come si giustifichi sempre l’operato delle forze dell’ordine. Ogni volta che un ragazzo viene colpito da un poliziotto o da un lacrimogeno nessun coro di moralisti attacca le forze dell’ordine ma avviene subito il contrario con pagine di articoli contro gli ultrà, accusati di essere troppo violenti. Quando c’è qualcosa di poco chiaro la verità dà torto alla polizia.
La lettera si conclude dicendo: “Siamo consapevoli che questo accerchiamento è studiato e che forse chi controlla e chi sovrintende vuole proprio che sia così, che vada così. Che il tifoso venga maltrattato e deriso, magari ferito.”
Qui di seguito riportiamo direttamente la testimonianza di un tifoso del Taranto sulla trasferte di Crotone. Il resoconto mette in evidenza il rapporto degli ultrà con le forze dell’ordine.
“Gli ultrà del Taranto si ritrovano per partire alla volta di Crotone. Durante il viaggio in treno non mancano i soliti cori di festa che evidentemente infastidiscono non poco i funzionari delle ferrovie dello stato, cosa comunque normale per tutte le tifoserie che viaggiano in treno, siamo quindi nella più classica routine.
Appena arrivati alla stazione di Crotone succede l’incredibile, infatti scesi dalle carrozze veniamo accusati di aver “distrutto” un vagone (guarda caso proprio quello dove c’erano funzionari delle fs) e di qui in poi l’atteggiamento delle forze dell’ordine nei nostri confronti diventa sempre più ostile. Arrivati nei pressi del settore a noi destinato ci sono i soliti sfotto’ di rito con gente del posto nonché la massiccia presenza di carabinieri, polizia e guardia di finanza in assetto antisommossa. Nel frattempo uno dei due autisti dei pullman ha un duro battibecco con alcuni tarantini, la situazione si riscalda e vola qualche schiaffo.
Dopo questo episodio la polizia riscaldava ulteriormente l’ambiente iniziando a provocare gli ultras con accenni di carica e i soliti abusi di potere, come ad esempio quando hanno “invitato” con maniere forti i tifosi (manganellate e spintoni) ad entrare nel settore dello stadio a loro riservato. Una volta dentro, la situazione si andava via via tranquillizzandosi.
Al fischio finale, notavamo con stupore lo schieramento dei carabinieri all’ingresso del settore in tenuta antisommossa, cosa che non faceva presagire nulla di buono; venivamo trattenuti all’interno dello stadio per oltre tre ore senza un’apparente motivazione. Nell’antistadio accadeva qualcosa di molto simile ad una vera e propria “deportazione”. I supporters rossoblù venivano fatti defluire in un corridoio di celerini attrezzati di scudi, manganelli e altri “attrezzi del mestiere”. Alla fine di questo corridoio c’era un “banchetto” dove gli stessi venivano schedati, identificati, filmati e successivamente ammassati nelle camionette della celere per essere trasportati in stazione. Arrivati in stazione, non contenti dei controlli già effettuati sottoponevano gli ultras ad ulteriori verifiche, questa volta con l’ ausilio del reparto cinofili della polizia di stato.
Le motivazioni sostenute da diversi esponenti delle forze dell’ordine riguardo l’accaduto sarebbero riconducibili a danni provocati dai tifosi tarantini sul treno sibari-crotone , danni che agli occhi degli stessi sarebbero inesistenti, ma frutto delle dichiarazioni di alcuni funzionari delle fs evidentemente disturbati dai cori di festa. Altre motivazioni riguarderebbero l’aggressione subita dall’autista dei trasporti pubblici crotonesi e dal fatto che alcuni ragazzi di Taranto siano riusciti ad entrare nel settore con torce e fumogeni. Situazioni come questa, purtroppo, vedono accomunati tanti Ultras italiani domenicalmente vittime di questo sistema repressivo che punta a colpire il vero cuore del calcio…..gli ULTRAS!”
Questa è un’altra testimonianza che racconta il viaggio di tifosi per seguire la partita Livorno-Verona, partita da loro mai vista. Scritto da Ashley Green – Progetto Ultrà 10 febbraio 2003.
“Partiti alle 9.30 dopo aver dovuto esibire davanti alla telecamera di un solerte addetto della scientifica un documento d'identità per poter partire, procedura di per sé legalmente discutibile, i pullman sono otto. Dopo un'ora ci fermiamo lungo la strada per mangiare qualcosa e sgranchirci le gambe in un autogrill peraltro blindato. Al casello di Firenze, poi, salgono con noi alcuni gemellati viola, giusto per riempire ancor più un pullman già stracolmo e fitto di gente in piedi. L'atmosfera è bella calda, sappiamo che all'arrivo ci sarà da stare svegli ma tutto è tranquillo, finché a pochi Km da Livorno non ci fermiamo tutti ad un distributore dove finalmente prendiamo conoscenza delle Forze di Polizia che ci scorteranno fino allo stadio.
Da un momento all'altro l'aria cambia, la vista di manganelli pronti per l'uso e cellulari ovunque ci ricorda che non siamo in visita di cortesia. Ripartiamo in pochi minuti, ma dopo pochi Km ecco la sorpresa, giacché le volanti ci guidano in un'uscita d'aperta campagna, in una zona industriale, e poi ci fanno fermare tutti incolonnati in un rettilineo nel bel mezzo del nulla.
Scendiamo tutti dai mezzi, senza problemi e incidenti di sorta, per una perquisizione personale e dei pullman. Quintali di bottiglie scolate vengono raccolte dal pavimento e gettate nei campi, mentre è strano notare come nessuno controlli zaini ed effetti personali lasciati sui sedili. A parte le bottiglie, comunque, le forze dell'ordine non trovano nulla.“
In conclusione ci siamo trovati a chiederci perché e come i mass media arrivano a questo.
In una prima parte i mass media devono, se non altro per ragioni di cartello, raggiungere ed interessare tutto il pubblico, tutte le parti del grande pubblico anche quelle più pigre o deboli a cui non si possono sottoporre analisi troppo fini, perché si correrebbe il rischio di non essere sufficientemente seguiti lasciando per strada una parte degli utenti (e quindi di proventi).
In questa prima fase si preferisce ritenere la società completamente sana e non responsabile di aver coltivato nel proprio seno i germi della violenza. Tutte le colpe sono esclusivamente e solamente dei violenti, spesso descritti come animali, rinnegati della civiltà e barbari .
Sono queste metafore ad effetto valide in tutti i campi indipendentemente dal grado di danno e di pericolosità della violenza: per esempio i tifosi (ma sarebbe meglio parlare di delinquenti) che gettano un motorino in un campo di gioco dello stadio San Siro di Milano. Prima reazione della stampa è di allarme sociale e di denuncia della violenza fine a sa stessa: non si ricercano complicità, responsabilità o omissioni da parte di terzi. Ci si limita a compattare una pubblica opinione sgomenta nella condanna e nell'esecrazione dei fenomeni violenti.
Queste analisi vengono demandate ad un secondo modello, in prima battuta ci si limita ad una denuncia della violenza fine a se stessa e di chi l'ha compiuta per allarmare e compattare la pubblica opinione; solo dopo cronisti e giornalisti lasciano la scena a psicologi, sociologi ed esperti che forniscono interpretazioni e spiegazioni più o meno accurate e più o meno sfumate.
Quindi, nell'analizzare un articolo o una trasmissione radiotelevisiva, si deve sempre fare la tara, ossia andare a vedere chi sia l'editore, ossia il proprietario, dell'organo di informazione in questione. Fatti oggettivi nel mondo dell'informazione (e nel mondo in generale) non esistono. Esistono solo notizie, ossia resoconti filtrati da uno o più informatori che rispondono a logiche ed intendimenti ben precisi.
Questa è la griglia utilizzata nelle osservazioni delle partite di pallavolo per rilevare l’aggressività nei giocatori:

AGGRESSIVITA’ E SPORT NEL MONDO GIOVANILE
L'aggressività sembra sia diventata una condizione essenziale del nostro tempo.
Nello sport, per esempio, ha sostituito la competizione, divenendo un fatto normale, agonistico.
La vittoria deve essere ottenuta a tutti i costi, anche utilizzando mezzi violenti.
Abbiamo realizzato 4 interviste ad alcuni allenatori di diverse discipline sportive, per constatare se realmente esiste a livello giovanile un certo tipo di aggressività.
Riteniamo che già in giovane età molte persone che iniziano a praticare sport a seconda della disciplina, dell’allenatore e di ciò che le circonda, acquisiscono una modalità più o meno aggressiva nel praticare un determinato sport.
Ponendo alcune domande agli allenatori abbiamo ottenuto un certo numero di informazioni relative all’ argomento aggressività, che variano a seconda della disciplina considerata.
Domande:
1)Secondo lei, esiste l 'aggressività nello sport giovanile?
2)Secondo lei, è importante avere un certo livello di aggressività quando si pratica sport?
3)Esistono manifestazioni di aggressività nella sua squadra?
4)Che tipo di manifestazioni aggressive sono più frequenti?
Risposte:
Antonio Durando, maestro di tennis:
1)Dipende dal carattere dei ragazzi, c' è chi ha un carattere più aggressivo e chi meno per cui dipende dal singolo soggetto , si può notare nei singoli ragazzi che svolgono attività sportiva.
2)Per praticare uno sport sicuramente no, perchè la pratica sportiva non è sinonimo di agonismo.
Nell'agonismo l'aggressività emerge, specialmente in quelle attività che richiedono maggiore competizione. I ragazzi con un carattere più aggressivo scelgono uno sport con più dinamicità, mentre i ragazzi con un carattere più calmo scelgono sport più tranquilli.
3)Sì, abbiamo ragazzi con caratteri diversi e quindi alcuni mostrano in certe situazioni un comportamento aggressivo. Il nostro scopo è di cercare di dominare in questi ragazzi i comportamenti aggressivi.
4)Sicuramente quando uno perde o sbaglia un punto o sbaglia un colpo, reagisce sbattendo la racchetta per terra o manifestando degli atteggiamenti aggressivi contro se stesso.
-Paolo Ponzio, maestro di tennis:
1)L'aggressività è una componente importante dello sport giovanile se dosata, nel senso che una leggera aggressività ha un senso che esista, mentre se indirizzata male è un male per lo sport.
2)L'aggressività è una nota sbagliata, perchè non va confusa con la grinta in quanto quest'ultima è una cosa positiva.
3)Nel tennis non c’è contatto fisico, quindi non esiste una vera e propria aggressività, però in altri sport dove c’è il contatto fisico l' aggressività è un dato di fatto, esiste.
4)Nel tennis l'aggressività si manifesta ad esempio rubando palline, cioè nel cercare di prendere punti all'avversario. Dato che non esiste contatto fisico come in altri sport, l'aggressività si manifesta in questo modo.
Angelo De Santis, allenatore di calcio:
1)Sì, secondo me già nello sport giovanile esisite l'aggressività. E' un fattore che dipende molto sia dal carattere dei ragazzi, sia dall’ educazione che essi ricevono da parte dei genitori o della scuola.
2)Sicuramente no, l'aggressività è una dote molto diversa rispetto alla grinta, in quanto quest' ultima è una nota molto positiva e può portare a migliorare il rendimento sportivo, mentre l' aggressività è una nota molto negativa e non dovrebbe verificarsi, specialmente negli sport giovanili.
3)Sì, a volte alcuni dei miei ragazzi hanno delle reazioni, dei comportamenti aggressivi.
Il mio scopo è quello di riprendere questi ragazzi con punizioni a volte anche molto dure da sopportare. In effetti l' aggressività nello sport giovanile non lo tollero proprio.
4)Nel calcio le manifestazioni più aggressive sono comportamenti violenti verso gli avversari, come ad esempio scalciare, offendere con insulti o offese molto pesanti. A volte si esagera anche nei confronti dell'arbitro con insulti o gesti offensivi
Alexander Spincich, allenatore di pallavolo:
1)Sì, secondo me esiste, dipende dal carattere delle ragazze e quindi è un atto soggettivo.
2)Avere un livello di aggressività durante il gioco serve, ma solo per fare punto, al di fuori di ciò è sbagliato.
3)Esistendo persone diverse, in squadra ci sono ragazze aggressive e altre no.
Dipende dal soggetto. Io cerco di far tenere alle mie ragazze un livello di aggressività teso solo a far vincere la squadra .
4)Non esistono grandi manifestazioni aggressive, magari tirano un calcio al pallone o lo schiacciano con molta forza così che va a finire contro il muro, ma nulla di più.

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