La giustizia nel mondo greco

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Testo

La giustizia nel mondo greco

1. La poesia greca delle origini
Alle origini della poesia greca, nel campo della giustizia - essenzialmente intesa come azione divina - era presente un intreccio tra Δικη, la Giustizia, e Αναγκη, la Necessità. La Δικη consisteva in una giustizia superiore che regolava la vita umana: chi non rispettava questa giustizia, doveva necessariamente, cioè secondo Αναγκη, pagarne il fio. La pena che Necessità infliggeva a causa della υβρις, ovvero della tracotanza, poteva anche colpire gli eredi del reo o, nel caso di un re, tutta la sua popolazione: è questo il concetto, sostenuto già da Esiodo, di ereditarietà della pena.
L’unione di Δικη e Αναγκη consente una convivenza civile, basata su leggi di derivazione divina che, in quanto tali, non possono essere messe in discussione, pena una punizione da parte degli dei.

Esiodo, “Opere e giorni”
Esiodo, poeta epico del VII secolo a.C., sostenne che gli dei garantiscono la giustizia sul mondo servendosi di due tipi di “controllori”: i demoni, esseri immortali “vestiti d’aere”; Δικη, figlia di Zeus, che riferisce al padre le iniquità degli uomini, in particolare dei governanti, sicché il popolo sconti la pena della loro υβρις, in base al principio di ereditarietà della pena. Questa concezione è riconducibile all’intento esiodeo di propagandare il ritorno agli antichi e semplici valori, quindi di sconsigliare ai re e ai giudici “mangiatori di doni” (δωροφαγοι) di commettere ingiustizie che potessero riversarsi sul loro popolo.
Sostenne altresì che la giustizia è un tratto distintivo degli uomini, che si differenziano così dalle bestie, fra le quali vige semplicemente il diritto del più forte.

Vicino e in mezzo agli uomini, gli Immortali osservano quanti con inique sentenze si tormentano l'un l'altro non curando il timore degli dei. Trentamila, infatti, sulla terra nutrice di molti, sono gli Immortali inviati da Zeus, custodi agli umani mortali, i quali ne osservano appunto le cause e le opere nefande; essi, vestiti d'aere, si aggirano su tutta la terra. V'è anche la gloriosa vergine Dike, generata da Zeus e venerata dagli dei che abitano l'Olimpo; quando qualcuno la offende tortuosamente insultandola, essa subito s'asside supplice presso il Padre, il Cronide Zeus, e denuncia l'animo degli uomini ingiusti affinché il popolo paghi la follia dei giudici che meditano inganni e con tortuose parole sviano altrove i loro giudizi. Tenendo presente ciò, operate rettamente, o giudici, divoratori di doni, e dimenticatevi per sempre delle vostre inique sentenze. A se stesso prepara mali l'uomo che ad altri prepara mali; il cattivo consiglio è pernicioso allo stesso consigliere.
L'occhio di Zeus che tutto scorge e tutto comprende vede dall'alto anche queste cose, se vuole, né a lui sfugge quale sia la giustizia che si amministra nella nostra città. [...]
Agli uomini, infatti, il Cronide dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l'un l'altro, perché non esiste giustizia fra loro; ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità, la proclama, a lui Zeus dall'ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia dopo di sé la progenie sempre più oscura, mentre fiorirà la discendenza dell'uomo che ha giurato il vero.
(Esiodo, “Opere e giorni”, vv. 248-269,276-285)

Teognide, “Elegie”
Teognide, poeta elegiaco del VI secolo a.C., invocò la giustizia divina di Zeus per punire i malvagi senza che la loro colpa ricadesse sul popolo o sui figli. Contrappose a questa speranza la triste realtà contemporanea, segnata da un andamento della giustizia opposto: «Ora, invece / chi male fa, la scampa, sconta la pena una altro» (Elegie, I, vv. 741-742). Questa invocazione è intrisa dello stato d’animo del poeta, afflitto per le lotte interne alla sua città, probabilmente Megara Nisea, dove si schierò contro i democratici che, invece, uscirono vincitori dalla lotta.
Inoltre, la υβρις condannata da Teognide è spesso intesa anche su un piano socio-economico: nella sua opera, egli opera una distinzione fra αγαθοι e κακοι, ma in un senso prima di tutto economico e sociale, in secondo luogo morale. Per questo, la sua preghiera per una punizione dei malvagi potrebbe assumere un valore differente da quella puramente morale di Esiodo.

Deh, se piacesse ai Numi di spingere sempre i malvagi
a tracotanza, padre Giove, e piacesse a loro
che chi medita e compie misfatti con anima iniqua
senza avere pei Numi riguardo alcuno, il fio
poi dovesse egli stesso pagar, né le colpe del padre
dovessero produrre la sciagura dei figli,
sì che dell'empio i figli, quand'anche del giusto Cronìde
temono l'ira, e solo pensano e fanno il giusto,
rinnovellando il culto del giusto fra i concittadini,
non dovesser le pene scontar dei padri loro.
Deh, se così piacesse d'Olimpo ai Beati! Ora, invece,
chi male fa, la scampa, sconta la pena un altro.
(Teognide, “Elegie”, I, vv. 731-742)

2. La tragedia
Il tragediografo Eschilo, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., basò la sua concezione di giustizia su quella già espressa da Esiodo: anch’egli sostenne il governo del mondo da parte della divinità e la stretta unione fra Δικη e Αναγκη.

Eschilo, “Eumenidi”
Eschilo elogiò la giustizia collegandola con la felicità: se vige il rispetto delle leggi, si hanno armonia ed equilibrio, mentre se si commettono ingiustizie verso gli dei, ribellandosi contro le loro leggi, si giunge alla rovina dei singoli e della città intera. Egli sostenne che non va lodata una vita senza leggi o senza libertà: l’equilibrio sta nel giusto mezzo, secondo il principio dell’aurea mediocritas ripreso poi anche da Aristotele; pertanto, l’ideale è una vita libera con leggi giuste. Secondo Eschilo, sono i demoni a punire la υβρις, così come aveva scritto Esiodo: il tragediografo dipinse una scena in cui l’uomo orgoglioso e tracotante è fatto naufragare da un demone, senza compagni né possibilità di salvezza, proprio per rappresentare la pena che necessariamente segue alla tracotanza.

STROFE III
Senza freno di leggi non lodare la vita, né senza libertà. Sempre il giusto mezzo prevalga. Questo volle il dio, che i casi diversi diversamente sorveglia e dirige.
E sia qui ripetuto il detto: «Di Empietà verissima figlia è Tracotanza». Da equilibrio di mente nasce felicità a tutti cara, da tutti desiderata.

ANTISTROFE III
Anche ripeto, ed è legge suprema: «Rispetta l'altare di Giustizia. Non ti seduca Guadagno a rovesciarlo con piede sacrilego, perché il castigo sopravverrà».
Ogni azione ha suo termine fisso. Abbia ciascuno per i genitori la reverenza dovuta, e sia rispettoso degli ospiti che frequentano la sua casa.

STROFE IV
Chi per suo volere, e non costretto da necessità, ama Giustizia, non sarà infelice né potrà mai perire del tutto. Ma chi per sua ribellione trasgredisce ogni norma, costui io dico che con tutta la sua nave, con tutto il suo carico di ricchezze contro giustizia accumulate, per forza un giorno dovrà precipitare nel mare quando il vento della tempesta gli prenda le vele e gli spezzi l'antenna.

ANTISTROFE IV
Chiama egli al soccorso, ma nessuno lo ascolta in mezzo al turbine che lo travolge. Ride il demone su l'orgoglio dell'uomo, a vederlo così dal suo orgoglio caduto. E ora è come un fuscello tra gorghi di calamità senza scampo, ne più si regge sul filo dell'onda. Con la sua lunga e felice opulenza di un tempo egli ha dato di cozzo nello scoglio di Giustizia, e quivi si è spento, nessuno lo piange, niente è più.
(Eschilo, “Eumenidi”, II Canto)

Eschilo, “Sette a Tebe”
All’interno di quest’opera, Eschilo contrappose due eroi: Capaneo, eroe tracotante, forte a parole, ma che ha i numi invisi, dato che si scaglia a male parole contro gli dei; e Polifonte, eroe pio, meno forte a parole, ma saldo grazie all’appoggio dei numi e in particolare di Artemide. Il segno della punizione divina è il fulmine: Capaneo lo definisce «un’immagine dei calori del sole a mezzogiorno», ma Zeus lo usa per fulminarlo e punire la sua υβρις.

STROFE I
Coro. Gli dei concedano felice
l'esito al nostro campione
Col diritto egli scende in campo
in difesa della città.
Tremo al pensiero
di vedere la morte
e il sangue di quanti cadranno
per i loro cari.

Messaggero. Gli dei ti diano ascolto e gli concedano
l'esito che tu chiedi e la vittoria.
Le porte Elettre l'ebbe Capaneo.
È il secondo, e nemico è dei Celesti
come un tempo i Giganti, e più superbo
e tremendo è del primo. Il vanto in lui
ha pensieri che superano il limite
dell'umano, e terribili minacce
scaglia contro le mura. La Fortuna
le disperda! Il dio voglia o non lo voglia,
grida che oggi raderà al suolo
la rocca e che neanche Zeus in campo
piombando sulla terra ne potrà
fermare il passo. I lampi e le saette
del fulmine per lui sono un'immagine
dei calori del sole a mezzogiorno.
L'insegna ha un uomo nudo, portatore
di fuoco, armato solo di una fiaccola
che accesa ha nelle mani, e in una scritta
battuta in oro dice: «Io arderò
Tebe». Contro costui manda... E chi
senza paura potrà stare a fronte
ad un guerriero simile e ai suoi vanti?

Eteocle. È un vantaggio e ne nasce altro vantaggio.
Stolide menti hanno nella lingua
la loro veritiera accusatrice.
Capaneo ci minaccia e pronto è a fare
quello che dice, ha in dispregio i numi,
e col riso del folle dando campo
alla sua bocca, e non è che un mortale,
contro Zeus e al cielo scaglia l'onda
gonfia e sonante delle sue parole.
Questo mi dà la certezza che il fulmine
portatore di fuoco non sarà
immagine del sole a mezzogiorno,
e su di lui scenderà con la Giustizia.
Di contro ha già un uomo che, se lento
è di lingua, ha l'animo che arde,
il forte Polifonte, il più sicuro
baluardo, se Artemide, la dea
che veglia alla difesa, gli sarà
benigna al fianco insieme agli altri numi.
(Eschilo, “Sette a Tebe”, II Episodio)

3. Socrate: IL RISPETTO PER LE LEGGI
Socrate insegnò per tutta la vita che il rispetto per le leggi è la base fondamentale della vita in comunità. Non si oppose alla legge neanche quando, nel 399 a.C., fu condannato a morte in un processo basato su accuse perlopiù fittizie mosse al fine di sopprimere un pensatore per quel tempo “rivoluzionario”, dunque “scomodo” per il nuovo regime democratico. Egli rispettò la sentenza «preferendo morire, rimanendo fedele alle leggi, anziché vivere violandole» (Senofonte).

Platone, “Apologia di Socrate”
Socrate si difende da solo nel processo contro di lui. Dopo aver esposto i vari punti della sua difesa, conclude il discorso, prima che venga messa ai voti la proposta di pena, con una riflessione sul suo concetto di giustizia. Il giudice deve giudicare esclusivamente sulla base degli argomenti che sono emersi dal processo, non certo lasciandosi influenzare da pianti e suppliche. Queste manifestazioni di debolezza coprirebbero di disonore la città che, fondandosi sulle leggi, trae onore e rispettabilità anche dal modo in cui esse vengono applicate e accettate dai cittadini. A questo proposito, Socrate afferma che non è degno della reputazione della città né di quella delle singole persone abbassarsi a ciò; l’unico strumento adatto e degno per essere assolti è, per il filosofo, la persuasione (come si noterà in seguito nel “Critone”).

Mi fermo qui, cittadini: più o meno sono questi, o simili, gli argomenti che posso addurre a mia discolpa. Ma qualcuno di voi potrebbe forse irritarsi con me se gli sovvenisse di avere una volta, nel mezzo di un processo anche meno importante di questo, scongiurato e supplicato i giudici con fiumi di lacrime, spingendosi a condurre in tribunale i propri figli, nonché una quantità di altri parenti e amici, per destare la più grande compassione: laddove io non farò nulla di tutto questo pur correndo, a quanto pare, il pericolo estremo. A questo pensiero, quel qualcuno potrebbe irrigidirsi nei miei confronti e, adirato per il mio atteggiamento, con ira deporre il suo voto. Se qualcuno di voi è disposto in tal senso (non è che ne sia sicuro, dico se), troverei opportuno apostrofarlo così: «Anch'io, carissimo, ho alcuni parenti, non essendo certo nato - qui ci sta bene quel verso di Omero - da una quercia né da una pietra ma da esseri umani, e dunque ho parenti e inoltre figli, Ateniesi, in numero di tre: uno già grandicello e due bambini. Tuttavia non ne condurrò qui alcuno, per impetrare l'assoluzione». E perché non farò nulla di tutto ciò? Non per arroganza, Ateniesi, né per mancarvi di rispetto, e quanto al mio coraggio nell'affrontare la morte è un altro discorso... È per riguardo alla reputazione mia, vostra e della città tutta che non mi par bello fare nulla del genere, alla mia età, e col nome che ho: sia questo giusto o sbagliato, tutti almeno concordano sul fatto che in qualcosa Socrate si distingue dalla maggior parte degli uomini. Se si comportassero così quelli fra voi che hanno fama di distinguersi per sapienza o coraggio o altro, sarebbe una bella vergogna... Vero è che tipi del genere mi è capitato di vederne spesso a giudizio, che pur godendo di una certa reputazione fanno cose incredibili, perché s'immaginano di subire morendo qualche pena terribile: quasi fossero destinati all'immortalità se non li mandate a morte voi... A mio vedere costoro coprono la città di ignominia: un forestiero potrebbe persino credere che proprio gli Ateniesi di segnalata virtù, eletti dai concittadini alle magistrature e ad altri posti d'onore, non si distinguono affatto dalle donne. Queste cose non dovete farle, Ateniesi, se avete un minimo di reputazione, ne permetterle se a farle siamo noi: al contrario, dovete dimostrarvi molto più pronti a condannare chi mette in scena tali compassionevoli spettacoli, gettando il ridicolo sulla città, che chi conserva la calma.
Ma a parte la reputazione, cittadini, non mi sembra neanche giusto mettersi a supplicare il giudice e grazie alle suppliche essere assolti: lo è, invece, istruire e persuadere. Il giudice non siede qui a far grazioso dono della giustizia, ma a giudicare in materia: e ha giurato di non concedere grazie a proprio arbitrio, ma di rendere giustizia secondo le leggi. Dunque non bisogna ne che noi vi abituiamo a violare questo giuramento, ne che prendiate voi questa abitudine: così non agiremmo piamente, né noi né voi.
(Platone, “Apologia di Socrate”, 34 c - 35 c)

Platone, “Critone”
Socrate rifiuta la proposta di fuga dal carcere di Critone, che già aveva corrotto il carceriere: contrappone al suo interesse personale il bene della città e la stessa convivenza civile, basata proprio sul rispetto delle leggi. Socrate chiede a Critone cosa risponderebbe alle leggi (personificate) se esse chiedessero loro se sono consapevoli che la loro fuga comporterebbe la distruzione della città. Dopo che l’amico risponde che direbbe che la città ha sentenziato male, egli sostiene che le leggi direbbero che bisogna sottostare in ogni caso a loro, così come ai genitori, poiché l’uomo è figlio delle leggi e, come tale, deve rispettarle sempre e non può commettere ingiustizia contro di loro anche se esse sono state ingiuste nei suoi confronti. Fuggire da una condanna a morte, infatti, equivarrebbe a condannare a morte la città. Socrate, dunque, afferma che bisogna obbedire in tutto alla patria (di cui le leggi sono espressione e fondamento), anche se ciò va a proprio svantaggio.
L’unica via possibile di salvezza da un giudizio ingiusto è persuadere la legge a cambiare il suo indirizzo, rimanendo però la condizione che l’interesse privato debba sottostare a quello comunitario.

Socrate Bene: considera la cosa da questo lato. Se, mentre noi stiamo sul punto... sì, di svignarcela di qui, o come altrimenti tu voglia dire, ci venissero incontro le leggi e la città tutta quanta, e ci si fermassero innanzi e ci domandassero: «Dimmi, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Non mediti forse, con codesta azione a cui ti accingi, di distruggere noi, cioè le leggi, e con noi tutta insieme la città, per quanto sta in te? o credi possa vivere tuttavia e non essere sovvertita da cima a fondo quella città in cui le sentenze pronunciate non hanno valore e anzi, da privati cittadini, sono fatte vane e distrutte?», che cosa risponderemo noi, o Critone, a queste e ad altre simili parole? Perché molte se ne potrebbero dire, massimamente se uno é oratore, in difesa di questa legge che noi avremmo violata, la quale esige che le sentenze una volta pronunciate abbiano esecuzione. O forse risponderemo loro che la città commise contro noi e non sentenziò rettamente? Questo risponderemo, o che altro?
Critone Questo sicuramente, o Socrate.
Socrate E allora, che cosa risponderemmo se le leggi seguitassero così: «O Socrate, che forse anche in questo ci si trovò d'accordo, tu e noi; o non piuttosto che bisogna sottostare alle sentenze, quali elle siano, che la città pronuncia?». E se noi ci meravigliassimo di codesto loro parlare, elle forse riprenderebbero così: «O Socrate, non meravigliarti del nostro parlare, ma rispondi: sei pur uso anche tu a valerti di questo mezzo, di domandare e di rispondere. Di', dunque, che cosa hai da reclamare tu contro di noi e contro la città, che stai tentando di darci la morte? E anzi tutto, non fummo noi che ti demmo la vita, e per mezzo nostro tuo padre prese in moglie tua madre e ti generò? Parla dunque; credi forse non siano buone leggi quelle di noi che regolano i matrimoni, e hai da rimproverare loro qualche cosa?». «Non ho nulla da rimproverare», risponderei io. «E allora, a quelle di noi che regolano l'allevamento e l’educazione dei figli, onde fosti anche tu allevato ed educato, hai rimproveri da fare? che forse non facevano bene, quelle di noi che sono ordinate a questo fine, prescrivendo a tuo padre che ti educasse nella musica e nella ginnastica?». «Bene», direi io. «E sia. Ma ora che sei nato, che sei stato allevato, che sei stato educato, potresti tu dire che non sei figlio nostro e un nostro servo e tu e tutti quanti i progenitori tuoi? E se questo è così, pensi tu forse che ci sia un diritto da pari a pari fra te e noi, e che, se alcuna cosa noi tentiamo di fare contro di te, abbia il diritto anche tu di fare altrettanto contro di noi? O che forse, mentre di fronte al padre tu riconoscevi di non avere un diritto da pari a pari, e così di fronte al padrone se ne avevi uno; il diritto, dico, se alcun male pativi da costoro, di ricambiarli con altrettanto male; e nemmeno se oltraggiato di oltraggiarli, e se percosso percuoterli, né altro di questo genere: ecco che invece, di fronte alla patria e di fronte alle leggi, questo diritto ti sarà lecito; cosicché, se noi tentiamo di mandare a morte te, reputando che ciò sia giusto, tenterai anche tu con ogni tuo potere di mandare a morte noi che siamo le leggi e la patria, e dirai che ciò facendo operi il giusto, tu, il vero e schietto zelatore della virtù? O sei così sapiente da aver dimenticato che più della madre e più del padre e più degli altri progenitori presi tutti insieme è da onorare la patria, e che ella è più di costoro venerabile e santa, e in più augusto luogo collocata da dèi e da uomini di senno? e che la patria si deve rispettare, e più del padre si deve obbedire e adorare, anche nelle sue collere; e che, o si deve persuaderla o s'ha da fare ciò che ella ordina di fare, e soffrire se ella ci ordina di soffrire, con cuore silenzioso e tranquillo, e lasciarci percuotere se ella ci vuole percuotere, e lasciarci incatenare se ella ci vuole incatenare, e se ci spinge alla guerra per essere feriti o per essere uccisi, anche questo bisogna fare, poiché questo è il giusto; e non bisogna sottrarsi alla milizia, e non bisogna indietreggiare davanti al nemico, e non bisogna abbandonare il proprio posto, ma sempre, e in guerra e nel tribunale e dovunque, bisogna fare ciò che la patria e la città comandano, o almeno persuaderla da che parte è il giusto; ma far violenza non è cosa santa, né contro la madre né contro il padre, e molto meno ancora contro la patria? Che cosa risponderemo noi, o Critone, a queste parole? che le leggi dicono il vero o no?
Critone A me sembra che le leggi dicano il vero.
(Platone, “Critone”, 50 a -51 c)

Platone, “Gorgia”
Socrate afferma che «commettere un’ingiustizia è peggio che patirla». Chi agisce al di fuori della giustizia evidentemente non conosce la giustizia stessa, poiché, per Socrate, chi conosce il bene non può non metterlo in pratica. Patire un’ingiustizia, invece, non comporta ignoranza del bene, dunque è preferibile chi subisce il male a chi lo pratica.
Questa concezione rispecchia il rispetto estremo del filosofo per le leggi, a tal punto che non riesce a comprendere un comportamento cosciente che esuli dalla giustizia, fino a identificare ragione ed etica.

4. Platone: L’IMPERFEZIONE NECESSARIA DELLE LEGGI
Platone sostenne, nel suo dialogo “Politico”, che le leggi sono necessariamente imperfette poiché stabiliscono principi validi per la maggioranza dei casi, ma non possono contemplare la moltitudine di eventualità singole determinate dalla mutevolezza delle cose umane e dalle dissomiglianze fra gli uomini. In questa concezione, sembra che Platone si sia ispirato all’insegnamento eracliteo del παντα ρει, ossia della mobilità delle cose terrene. Per questo affermò che, in questo senso, la legge potrebbe essere simile a un uomo ignorante e autoritario, che non ammette integrazioni né azioni diverse dalle sue prescrizioni.
Con un mito, Platone sostenne che un tempo il mondo era guidato dagli dei, senza leggi scritte ma solo con la divina saggezza. Con la decadenza del mondo, è venuta a mancare la presenza della divinità, dunque sono nate le leggi, intese come una “triste necessità”, ma anche come una condizione indispensabile per la vita in comunità (sul modello di Socrate).
Secondo Platone, le leggi dovrebbero essere stabilite da uomini saggi e rispettate il più possibile nei giudizi; dovrebbero essere ispirate all’antica costituzione divina del “re-pastore” e si dovrebbe impedire a chiunque di non rispettarle, in quanto fondamento della città. Tuttavia, al di là delle norme scritte, si dovrebbe saper stabilire il giusto di volta in volta attraverso una corretta interpretazione delle leggi stesse, traducendole dalla loro generalità ai singoli casi particolari. La condizione ideale sarebbe la guida di un giudice divino che tenesse conto dei meriti di ognuno e li giudicasse di conseguenza. In realtà, però, esistono solo giudici umani, quindi soggetti all’errore e a interpretazioni devianti dei saggi principi generali, perciò può sorgere il dibattito sulle possibilità e i limiti dei giudici.
In ogni caso, però, Platone affermò che ogni tipo di governo trae legittimità dal rispetto delle leggi, che permettono di limitare l’arbitrio dei potenti, mentre un governo si trasforma nella sua degenerazione quando le leggi non vengono osservate. Secondo il filosofo, la migliore forma di governo è la monarchia, nella quale il potere è concentrato nelle mani di un solo reggitore; poi “la costituzione dei non molti”, che è a metà fra la monarchia e la democrazia; infine “quella della massa”, la peggiore di tutte perchè prevede un frazionamento del potere “fra i molti in piccole parti”.

Lo straniero Perché una legge non potrebbe mai, comprendendo in sé con esattezza ciò che è migliore e insieme più giusto per tutti, a tutti impartire le ingiunzioni secondo il meglio. Infatti le dissomiglianze degli uomini e delle loro azioni e il fatto che mai nulla, diremo, di ciò che è uomo è immobile non permettono che nessuna arte, quale si sia, enunci nulla di semplice che sia immediatamente valido per tutti i casi e per tutto il tempo, in nessun campo. Possiamo dunque dire di essere d'accordo in ciò? Socrate il Giovane Certo. Lo straniero Io direi quindi che noi vediamo ormai come la legge tende proprio a ciò, e cioè è paragonabile ad un uomo autoritario e ignorante, che non permette per nulla, a nessuno, di agire in modo diverso dai suoi ordini, e non ammette che nessuno l'interroghi neppure se in relazione a qualche oggetto ci sia, per caso, un qualche cosa di nuovo e migliore che vada al di là di quanto egli stesso prescrisse. Socrate il Giovane. È vero; assolutamente come tu hai detto ora, infatti, la legge agisce nei confronti di ciascuno di noi. Lo straniero Non è dunque impossibile che si accordi ciò che è assolutamente e immutabilmente semplice a ciò che semplice non è mai? Socrate il Giovane Può darsi.
Lo straniero Perché mai dunque è necessaria l'opera legislativa se la legge non è una cosa al massimo grado giusta? Bisogna trovarne la causa. Socrate il Giovane Certo. [...]
Lo straniero Dico ancora che una moltitudine, in nessun caso, quale si sia la sua composizione, mai diventerebbe capace di organizzare razionalmente uno stato per aver conquistato la scienza di cui parliamo; noi dobbiamo invece ricercare là dove vi è un potere limitato, di pochi, di uno, quell'unica costituzione che è la retta costituzione e dobbiamo considerarne imitazioni le altre, come anche poco fa fu affermato, le une imitazioni nel meglio, le altre nel peggio. Socrate il Giovane Che cosa mai intendi dire con ciò? Neppure poco fa infatti ho capito veramente la questione delle imitazioni. Lo straniero Non è certo cosa da poco che uno dopo aver dato l'avvio a questo discorso ivi stesso lo lasci cadere e non renda ragione della deficienza che in questo momento si verifica su questa questione, percorrendolo fino in fondo. Socrate il Giovane Quale è la deficienza dunque? Lo straniero Bisogna ricercare questa cosa che dirò, cosa che non ci è proprio abituale e non è facile ad essere veduta. Comunque proviamo ad afferrarla. Vediamo infatti: poiché per noi è retta solo quella costituzione di cui abbiamo parlato, tu capisci che le altre devono salvarsi usando leggi scritte tratte da questa e facendo ciò che ora si loda, pur non essendo la cosa più giusta? Socrate il Giovane Che cosa? Lo straniero Imporre che fuori delle leggi nessuno che è nello stato osi far nulla, e il temerario sia punito con la morte e con gli estremi supplizi. E questo è in seconda istanza l'ordinamento più giusto e più bello, se si eccettui il primo di cui s'è parlato poc'anzi; in che modo poi è venuto fuori quest'ordinamento che abbiamo classificato secondo, ora noi dobbiamo dire dal principio alla fine. Non vuoi? Socrate il Giovane Ma certo. [...]
Lo straniero Io credo infatti che chi osasse andare contro le leggi che si fondino su una grande esperienza, leggi che siano state anche determinate nei particolari da alcuni consiglieri di buona volontà, i quali abbiano anche persuaso il popolo ad approvarle e promulgarle, chi osasse agire contro di queste, commetterebbe un errore infinitamente più grande dell'altro errore, e così ancora più che facciano le leggi scritte sovvertirebbe ogni attività. Socrate il Giovane E come non farebbe ciò? Lo straniero Perciò dunque, per coloro che stabiliscono su qualsiasi cosa leggi e norme scritte, vale la seconda via da seguire nella navigazione politica e cioè non permettere mai né al singolo, né alla massa di fare nulla che a quelle contrasti, neppure una piccola cosa. Socrate il Giovane Giusto. Lo straniero Non saranno allora queste leggi imitazioni delle verità, in ciascun loro aspetto, leggi scritte dagli uomini che sono sapienti quanto più è possibile? Socrate il Giovane Come no? [ ...]
Socrate il Giovane Dicemmo così infatti. Lo straniero E allora è evidente che bisogna che almeno queste costituzioni, se vogliono essere il meglio possibile buone imitazioni di quella vera costituzione dove v'è un solo capo che governa secondo l'arte, una volta che delle leggi siano state stabilite per esse, mai, in nulla si discostino dalle leggi scritte e dalle consuetudini patrie. Socrate il Giovane Hai detto benissimo. [ ...]
Lo straniero Ma ora, quando cioè, come stiamo dicendo, non sorge negli stati un re quale nasce negli alveari, uno che nel corpo e nell'anima appaia immediatamente superiore a tutti, bisogna allora scrivere le leggi collegialmente e, come è verosimilmente giusto fare, seguendo le tracce della costituzione più vera. Socrate il Giovane È probabilmente così. [ ...]
Lo straniero Dobbiamo dire che il governare secondo o contro le leggi suddivide ciascuna di esse. Socrate il Giovane È verosimile dopo questo discorso di adesso. Lo straniero La monarchia dunque, collegata a buone norme scritte, che diciamo “leggi”, è la migliore di tutte; senza legge è invece difficile a sopportarsi e la più dura costituzione in cui si possa vivere. Socrate il Giovane È probabile. Lo straniero La cosituzione poi dei non molti, siccome il poco è medio fra l'uno e la massa molteplice, noi così dobbiamo ritenerla media in relazione alle altre due. Quella della massa d'altra parte è in tutto debole e non può nulla di grande, né in bene ne in male, di fronte alle altre, poiché in questa costituzione i poteri sono distribuiti fra i molti in piccole parti. Perciò ci risulta la peggiore di tutte queste costituzioni nel caso in cui esse seguano le legge, la migliore di tutte quando siano fuori dalle leggi. Supera ogni altra cosa vivere in democrazia dovendo scegliere fra costituzioni che siano tutte prive della disciplina della legge, ma essendo invece ordinate nella legge non è per nulla accettabile vivere in essa, molto preferibile e migliore è star nella prima.
(Platone, “Politico”, 294 a-c, 296 h-e, 300 h-c, 301 a, 301 e, 302 a-h)

Una posizione moderna in parte riconducibile all’ideale platonico è quella del filosofo Thomas Hobbes, il quale respinse la pretesa di stabilire in termini di pura evidenza razionale ciò che è il giusto e l'ingiusto. Per Hobbes, giusto è ciò che la legge prescrive e che non è pertanto anteriore a essa: è solo con la costituzione dello stato che si stabilisce una separazione fra giustizia e ingiustizia; è compito del sovrano fissare, attraverso le leggi, questo confine. Questo primato assoluto del sovrano si giustifica su basi contrattualistiche: il problema della giustizia tende in larga misura a coincidere con quello della pace, nel senso che compito del potere costituito è quello di sottrarre gli uomini allo stato di guerra di tutti contro tutti in cui vivevano allo “stato di natura” e, per fare ciò, il sovrano deve essere delegato dal popolo, che rinuncia a parte dei suoi diritti e della sua libertà per metterla nelle sue mani con un “contratto”.
In base a questa concezione, la giustizia è un fondamento della comunità, come affermava Platone, poiché regola la vita umana in una società e li sottrae alla lotta contro tutti tipica dello “stato di natura”; inoltre, il re deve saper creare leggi giuste e farle rispettare. Lo stato e la sua autorità sono legittimi se e finché la libertà che dà, punendo i soprusi, è maggiore di quella che toglie. Se la limitazione della libertà è eccessiva, il popolo-sovrano ha diritto di riappropriarsi dei suoi diritti, cui in parte aveva rinunciato affidandosi a un governante. Non è importante, per il filosofo, il tipo di governo, ma l’opera che esso riesce a compiere. Tuttavia, come Platone, egli preferì la monarchia, ponendo le basi, in campo filosofico, per l’assolutismo politico.
Fonti
• Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero - “Itinerari di filosofia” - Volume 1A.
• Nicola Abbagnano - “Storia della filosofia” - Volume 1.
• Platone - “Apologia di Socrate”.
• Platone - “Critone”.
• Paolo La Manna - “Nuovo sommario di filosofia” - Volume 1.
• G. Aurelio Privitera - “Storia e forme della letteratura greca” - Volume 1.
• “Hobbes, Thomas” - Microsoft Encarta Enciclopedia Plus.
• http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Hobbes
• http://www.filosofico.net/hobbes.html
Luca Porcella
Classe 1^B
Approfondimento di Filosofia
3

Esempio



  



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