l'elogio della follia

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia
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Data:30.12.2005
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Testo

ERASMO DA ROTTERDAM
Il vero nome era JEERT JEERTS, nacque a Rotterdam nel 1469 circa e morì a Basilea. Rimasto orfano fin dalla tenera età, spogliato del suo piccolo avere dai tutori visse disagiatamente. Educato da Steyn, prese nel 1492 nel convento degli Agostiniani gli ordini ma ottenne più tardi la dispensa dei voti dal Papa Giulio II. Fatti i corsi nel collegio fu poi a Parigi dove seguì Montaigne, in seguito in Inghilterra e a Torino, dove ottenne la laurea e venne a contatto con la teologia. E da qui poi a Venezia con l'umanesimo italiano. Tornato di nuovo in Inghilterra scrisse "L'Elogio della Pazzia" (1509), insegnò teologia all'Università di Cambridge e nel 1516 pubblicò a Basilea l'edizione del testo “Nuovo Testamento” in greco originale. Infine rientrò in patria, luogo che si confaceva più al suo spirito poiché vi convivevano Cattolicesimo e la Riforma. Qui iniziò con Lutero la sua polemica con alcuni scritti come il " De Libero Arbitrio" (LIBERO ARBITRIO è la facoltà dell’uomo e di tutti gli esseri razionali di agire in un determinato senso, di compiere o no delle azioni. È la libertà di agire secondo la propria volontà, senza influenze o condizionamenti esterni.)La sua figura di intellettuale, sia in campo filosofico che teologico, non si risolve in maniera completa, ma spesso si lascia guidare dalla necessità della polemica. Il suo gran sentimento classico si traduce nell'avversione, come tutti gli Umanisti e i Rinnovatori Religiosi, per la Scolastica. Non apprezza le discussioni astratte o i problemi metafisici o dialettici degli Scolastici perché non interessano direttamente il sentimento umano e gli interessi sociali, ma sono freddi esercizi mentali. Come umanista e letterato dà grande importanza a ciò che scuote l'animo e commuove, tende ad essere più un ragionatore che un razionalista. Per questo apprezza più di tutti Socrate che meglio di Platone fu sempre a contatto con la vita dell'uomo.Lo sforzo d’Erasmo è di mettere sulla stessa linea la fede con l'erudizione e il bello stile, come se fossero valori equivalenti. Vuole affermare la sostanziale identificazione dei valori più autentici del Cristianesimo con la sapienza antica. Cerca quindi di togliere al Cristianesimo le asprezze e le affermazioni assolute. Aveva quindi cercato un equilibrio fra la pura moralità evangelica e la sobrietà e misura pagana; n’è testimonianza il suo latino duttile e colorito, pieno di psicologia, finezza e forza esortativa. Insiste molto sulla figura di Socrate soprattutto nel suo paragone con Cristo, riconosce la somiglianza fra queste due personalità nella loro opposizione tra valori autentici e valori inconsistenti, nell'equilibrio e dominio di se stessi, in contrapposizione con i beni mondani ed esteriori. Mostrando la somiglianza fra Socrate e Cristo, Erasmo vuole rendere concreto con i comportamenti dei due più illustri rappresentanti, la coincidenza tra etica cristiana ed etica pagana. Erasmo satireggiò la degenerazione di un epoca corrotta, i vizi dei laici come quelli degli ecclesiastici e da principio vide in Lutero il riformatore dei costumi e il polemista contro i privati teologi. La satira erasmiana, apparentemente spregiudicata, è densa di motivi etici. Nell’" Encomium" alla Follia celebra le sue glorie e dichiara di voler fare l'elogio di sé come dominatrice del mondo; tutti gli uomini infatti sono a Lei obbedienti e tutti contribuiscono al suo successo perché essa domina ovunque: nell'amore, nella guerra, tra i teologi, tra i poeti, tra gli scienziati, tra i filosofi. Con quest’impostazione l'opera diviene una paradossale satira d’ogni manifestazione dell'attività umana. La Pazzia infatti è l'illusione, la menzogna di cui la vita dell'uomo si copre per nascondere la sua cruda realtà, ma il principale obiettivo della polemica è costituito dal clero e dallo stato della Chiesa. Devozioni degne di riso sono per Erasmo l'accendere candele dinanzi ad immagini in pieno giorno o intraprendere peregrinazioni in luoghi dove nessun motivo plausibile spinge ad andare. L'Elogio si chiude ricordando il proverbio che: “Spesso anche l'uomo pazzo parla giudiziosamente”.

L’ELOGIO DELLA FOLLIA
L'elogio della Follia è forse la più grand’opera mai scritta da Erasmo da Rotterdam in una circostanza un po’ "particolare"; infatti, immaginò di scriverla mentre passava a cavallo le Alpi. L'opera fu composta in Inghilterra precisamente nella casa di Tommaso Moro, un suo grande amico, che era ammalato. Con se Erasmo non aveva i suoi libri e per "ingannare il tempo" in una sola settimana scrisse buona parte dell'opera. Erasmo tesse una vasta parodia del mondo contemporaneo. La Follia parlando in prima persona davanti ad una marea d’individui, annuncia di voler fare l'elogio di se stessa poiché nessuno la prende in considerazione. Essa è figlia di Pluto, dio della ricchezza da cui hanno origine tutte le cose, e della Giovinezza. Essa dimostra i suoi meriti verso l'umanità passando in rassegna tutti coloro che sono venuti ad ascoltarla e lodando in ciascuno di loro cio che in realtà dovrebbe essere biasimato. Il clero è l'istituzione che è presa più di mira: l'idolatria dei santi, la corruzione dei monaci, la presunzione del Clero e la vita di Cristo. Erasmo nella premessa spiega le circostanze per cui scrisse l'opera. Dice che mentre tornava in Inghilterra dall'Italia e non avendo con se nessun libro ne scrisse uno nuovo ("Decisi di fare qualcosa, ma convinto non fosse quello il momento più adatto a meditazioni serie, deliberai di divertirmi con un elogio della Follia"). Domanda come gli sia venuta un’idea simile e afferma che fu ispirato dall'amico Tommaso Moro che gli ricorda il nome greco della Follia "Moria". Si difende poi affermando che se la critica lo accusasse di qualcosa ricorda che non è stato il primo: Omero scrisse la Batracomiomachia, Morone scrisse la Zanzara e il Moreto, Ovidio scrisse la Noce, Policrate scrisse l'elogio di Busiride ecc. L'opera vera e propria comincia e questa volta a parlare è la Follia in persona. Essa dice che di lei devono parlare solo i mortali e che rallegra Dei ed uomini. Poi vedendo tutti i presenti a "bocca aperta" esclama che ha attirato l'attenzione con la sua sola apparizione a differenza d’altri uomini che l'attirano con lunghi discorsi. Prosegue affermando che imiterà i sofisti nel fare un discorso perché la loro occupazione consisteva nel celebrare con elogi le glorie degli dei e degli eroi. Essa si ritiene d’essere assai più modesta dei nobili e dei dotti che "con falso pudore adescano abitualmente qualche retore". Dalla Follia i convenuti ascolteranno un discorso non elaborato ma veritiero. La Follia dice che non darà una definizione di se stessa perché "a cosa servirebbe proporvi con una definizione poco più di un’immagine ad ombrata di me stessa quando mi scorgete con gli occhi voi qui presenti, me presente?". Essa è figlia di Pluto "unico padre d’uomini e dei" da lui dipendono le guerre, le paci, gli imperi, i consigli, i tribunali, i comizi, i matrimoni... Quando sì "arrabbia" potrebbe fare impiccare anche "Giove". Sua madre era la Giovinezza "la più bella e la più allegra fra tutte le ninfe". Prosegue parlando del suo luogo di nascita: le Isole fortunate. Là non esiste fatica né vecchiaia né malattia. Presenta poi la sua stirpe; c'è Filautia, Colacia, Lete, Misopania, Edone. Successivamente dopo che i convenuti hanno conosciuto le sue origini e la sua stirpe, incinta quest'ultimi ad ascoltare quali benefici procura agli dei e agli uomini. Proseguendo domanda se può esserci qualcosa più piacevole della vita. "Ma l'origine della vita a chi mai conviene riportarla se non a me?". Prosegue parlando degli Stoici e assicura che anche se questi sono esseri pacifici, rispettabili, sapienti, educati, anche in loro c'è ogni tanto della follia, a dimostrazione che essa è dappertutto. Senza l'intervento del suo potere sia filosofi che pontefici che Stoici sono inutili. Prendendo esempio da questi ultimi dimostra che la vita sarebbe inutile senza i piaceri; infatti, essi i piaceri non li disprezzano ma fanno di tutto per farlo sembrare. Prosegue dicendo che l'età più bella di un uomo è la giovinezza, specialmente l'infanzia, quando i bambini non conoscono ancora le molte parole e non sono in grado di tenere un discorso, in loro in un certo senso c'è follia. Sarebbe strano, infatti (dice la Follia) agli occhi nostri vedere un bambino piccolo sapiente, in grado di fare discorsi difficili, quel bambino infatti sarebbe considerato uno sciocco. Da dove deriva il fascino della giovinezza se non dalla follia? Quando ci si allontana da essa la giovinezza viene sempre meno, fino ad arrivare alla "molesta vecchiaia". La Follia continua e afferma che "il vecchio farnetica grazie a me" ed inoltre spiega perché i bambini si trovano con i vecchi e viceversa: perché in entrambi è presente la follia "Dio accoppia il simile col simile". "Quando più gli uomini si avvicinano alla vecchiaia, tanto più tornano ad assomigliare ai bambini".A questo punto la fa una riflessione dicendo : "Non notate che tutti coloro che si dedicano agli studi filosofici sono in maggioranza già vecchi ancor prima di essere davvero giovani? Viceversa i miei matti sono grassottelli, lucidi, la pelle ben curata, non avvertiranno mai alcun disagio della vecchiaia". La follia trattiene la giovinezza. "vadano i folli tra i mortali a chiedere a chi vogliono da chi dipende la giovinezza ma solo io, la Follia, ne ho il potere". Essa è presente non solo in terra ma anche in cielo: "Come mai Bacco è eternamente giovani? Come mai Cupido è un eterno fanciullo? Perché gioca e scherza e non pensa a nulla di sano?" se s’indagasse sulla vita d’Omero e d’altri poeti si scoprirebbe che in loro c'era un poco di follia. La Follia prosegue prendendo come esempio lo stoico. Gli stoici affermano che la sapienza consiste nel seguire la ragione, mentre la follia "è muoversi al capriccio dei sentimenti". Per evitare che la vita degli uomini fosse triste, Giove mise sul mondo una dose maggiore di follia piuttosto che ragione e su suo suggerimento all'uomo fu affiancata la donna, animale folle ed irragionevole, però divertente ed amabile che con la propria follia avrebbe fatto divertire l'uomo. La Follia afferma che ci sono uomini che a dei banchetti brindano anche senza le donne, ma questo è sbagliato perché la donna, essendo folle, infonde allegria. Successivamente si lancia a dimostrazione di come l'amicizia dipenda da lei; infatti dice : "Il chiuder gli occhi, errare, non vedere, subire abbagli sui difetti degli amici, amare e ammirare certi vizi evidenti non sembrano imparentati con la Follia?" Solo essa "lega e conserva i legami fra amici". Anche i matrimoni dipendono dalla Follia; infatti "ben pochi matrimoni si costituirebbero se lo sposo indagasse sui giochetti praticati prima delle nozze dalla moglie e quanti matrimoni rimarrebbero agli inizi se le azioni della moglie fossero ignorate per la distrazione del marito, tutto questo grazie a me". Gran parte della felicità consiste nel voler essere ciò che si è e la sorella della Follia (Filautia) procura tutto questo. Una delle affermazioni più belle che essa esprime riguarda la guerra; infatti afferma che non è da folli intraprendere una guerra quando ambedue le parti ne traggono più svantaggi che benefici? Successivamente dimostra l’inutilità dei filosofi ai bisogni della vita: la prima volta che Socrate provò ad occuparsi di una faccenda pubblica dovette abbandonare l’assemblea fra le risate generali delle persone ed in oltre cosa lo obbligò a bere la cicuta se non la sapienza? Anche Teofrasto è preso come esempio; infatti egli la volta in cui si presentò all’assemblea popolare non riuscì a parlare. Anche Cicerone quando teneva un discorso tremava. In oltre, aggiunse la Follia, i Filosofi sono “dei perfetti incapaci anche in banali situazioni”. Continua con la dimostrazione e suggerisce di invitare a pranzo un filosofo ed è sicuro che questi rovinerà la festa e la stessa cosa farà se portato a teatro. Afferma che tutte le scelte che sono compiute nella vita sono delle pazzie. “cosa ha spinto i Deci a sacrificarsi agli inferi?” La Follia. Essa costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche, la vita umana è un semplice gioco voluto da essa. Successivamente la follia prende in esame la scienza. Essa si chiede che cosa ha spinto gli uomini a tramandare ai posteri grandi opere anche oralmente se non la Follia stessa? Dopo aver tessuto l’elogio di se stessa, parla della sua saggezza. “avere buon senso non significa servirsi delle cose a proprio vantaggio?” Allora chi merita di essere chiamato saggio? Il sapiente oppure il pazzo? Il pazzo, perché a differenza del sapiente non sì “rifugia nei suoi libri ammuffiti”. In oltre essa è l’unica fonte di consolazione; infatti l’intera vita dell’uomo è piena d’ostacoli: malattie, incidenti, contrattempi… solo la Follia grazie all’ignoranza induce gli uomini a dimenticare i loro mali e li illude con la speranza in un futuro migliore. Si prosegue parlando delle invenzioni umane. La scienza fu inventata dal dio egiziano Thath, il genio nemico del genere umano e per questo motivo non può contribuire alla felicità dell’uomo. Le scienze si sono diffuse per opera dei demoni ma nell’età dell’oro gli uomini vivevano senza conoscere la scienza e obbedivano solo agli istinti naturali. Ma ben presto qualcosa cambiò; infatti alcuni “ geni maligni ” inventarono le arti e le scienze: e gli astrologi sono derisi da tutti, i teologi non sono creduti…solo il medico era rispettato. Dopo i medici sono rispettati gli avvocati. I “ rami ” dell’arte della scienza più importanti sono quelli che hanno più affinità con la follia. Quindi gli animali vivono felici perché non hanno alcuna conoscenza in campo scientifico. Da tutto ciò che si è detto in precedenza si deduce che è da preferire l’idiota piuttosto che il dotto o il potente (Grillo preferì restare nel porcile piuttosto che accompagnare Ulisse). “Nel mondo degli uomini coloro che praticano il cammino della saggezza difficilmente raggiungono la felicità”.la Follia prosegue affermando che la essa rende simpatici, infatti i “buffoni sono particolarmente amati e stimati da principi e sovrani e la cosa che li rende particolarmente simpatici e li contraddistingue è la sincerità”. Infatti principi e sovrani non si arrabbiano se sono offesi da queste persone. Ci sono due forme di pazzia: una è ispirata dalle furie vendicatrici degli inferi (che porta a compiere omicidi) l’altra a generarla è la Follia stessa, quindi è benefica; essa da una sensazione di piacere. Quante in più forme di pazzia cade l’uomo, tanto è più felice. Pazzi sono anche i cacciatori quando provano piacere nello squartare la preda; gli architetti perché non si stancano mai, finché si trovano sul lastrico, senza un tetto su cui dormire; gli alchimisti perché sperano di riuscire a creare qualcosa di nuovo ma poi sono costretti a ricredersi; i giocatori perché appena sentono il rumore dei dadi sussultano e fremono di impazienza; i superstiziosi perché parlano di spiriti, fantasmi; i falsi nobili perché non fanno altro che vantare un’immaginaria “ascendenza aristocratica”, mettendo in mostra ovunque quadri e statue degli antenati, portando cognomi e nomi di nonni e trisavoli ma vivendo comunque beati e questa beatitudine è dovuta alla “vanità folle”. Ne sono affetti i padroni che si vantano di avere delle qualità. Anche gli attori, i musicisti, gli oratori e i poeti sono vanitosi. Molto importante è l’adulazione, ma la Follia afferma che quest’ultima ha cattiva fama perché ci sono persone che si basano sulle parole piuttosto che sulla realtà delle cose. Per loro l’adulazione non va d’accordo con la fedeltà. C’è anche una forma d’adulazione molto dannosa ed è quella che è usata da un uomo per rovinarne un altro. La Follia prosegue affermando che la felicità sta in quel che si crede e fa un esempio : “Se un uomo ha una moglie bruttissima ma lui la crede bella è felice perché non si fa ingannare dai trucchi della realtà” (secondo Platone gli uomini che vivono nella caverna possono vedere ed ammirare solo l’ombra delle cose). Tra tutti i personaggi citati fino a questo punto c’è una speciale classe di mercanti che è folle ed infame che “si occupa di affari infami in modo infame”; sono bugiardi, ladri, impostori e truffatori; ci sono poi gli adulatori che sono ammirati specialmente tra i religiosi; vi sono poi i seguaci di Pitagora che credono nella comunione dei beni e nella condivisione di questi. Vi sono poi i grammatici, un gruppo d’uomini particolarmente sfortunati; soffrono la fame, la sete, vivono nella polvere e pure si credono gli uomini più importanti che esistano ritenendosi uomini eruditi. La Follia invece adora i poeti; infatti a loro come ai pittori tutto è permesso. A questo punto dell’opera, la Follia “prende di mira” anche i religiosi e i monaci soprattutto affermando che questi due nomi sono assolutamente falsi perché da una parte queste persone sono le più estranee alla religione dall’altra ce ne sono dappertutto. Ritengono massima religiosità l’assenza di cultura e non sono in grado di leggere. Questi vanno girando per le strade tutti sporchi chiedendo il cibo per le case e “disturbano” continuamente gli alberghi danneggiando gli altri mendicanti. In questo modo portano tra noi per modo di dire gli apostoli. La cosa più divertente di queste persone è che fanno tutto secondo una regola: quanti nodi devono avere i sandali, di che colore deve essere il vestito di ognuno, di che materia e larghezza deve essere la cintura. Queste persone si disprezzano tra loro e dicono di non amare il denaro, ma non si astengono dal vino e dalle donne, danno grande importanza ai nomi: “Cordiglieri, Caleti o Monori o Minimi o Ballisti, i Benedettini, i Bernardini, i Brigidini, Agostiniani, Guglielmiti, Giacobiti. La Follia assicura che quando questi “miseri” si presenteranno al cospetto di Dio potranno mostrare solo la loro pancia gonfia d’ogni genere di pesci, un altro gli mostrerà centinaia di salmi, un altro “si vanterà di non aver toccato mai un soldo in sessant’anni, se non con due paia di guanti”, ma Cristo dirà : “Da dove viene questa nuova razza d’Ebrei?”. La Follia dopo i monaci, introduce i re ed i principi di corte affermando che sono molte le occasioni che fanno allontanare dalla retta via quest’ultimi: i piaceri, l’adulazione, la ricchezza… Quindi tutti i loro sforzi devono essere più intensi affinché non vengano meno al dovere nemmeno per sbaglio. Ma grazie alla Follia tutte queste preoccupazioni le lasciano agli dei. Essa muove una “pesante accusa” anche nei confronti dei cardinali, papi e vescovi; infatti, afferma che la religione è follia. La Follia, però si trova anche nella Sacre Scritture “voglio dunque sostenere e motivare il mio elogio con alcuni passi tratti dalle Sacre Scritture: nel primo capitolo dell’Ecclesiaste si legge che il numero dei folli è infinito, nel decimo capitolo ancora più esplicitamente si afferma, tramite Geremia, che l’uomo è stato reso folle dalla sua sapienza infatti solo Dio è sapiente. Le Sacre Scritture attribuiscono al folle un atteggiamento modesto, mentre i sapienti si credono superiori a chicchessia. Nel nuovo testamento S. Paolo, nella lettera ai Corinzi, afferma di parlare da stolto più di chiunque altro”. Questa è la dimostrazione che esiste della Follia anche nelle Sacre Scritture. L’opera si conclude con un epilogo in cui la Follia dice: “Dimenticatemi e se qualcuno riterrà di aver udito parole troppo sfrontate e petulanti ricordi che a parlare era una donna: la Follia”.

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  1. sabrine

    una riflessione finale su "Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam


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