La follia: quel lato oscuro oltre la ragione

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Testo

Valentina Magini
Classe V B a.s. 2006/2007
Tesina interdisciplinare

LA FOLLIA

QUEL LATO OSCURO OLTRE LA RAGIONE
"I've always been mad, I know I've been mad, like the most of us...
very hard to explain why you're mad, even if you're not mad..."
"Sono sempre stato matto, so di esserlo stato, come la maggior parte di noi...
difficile da spiegare perché sei matto, anche quando non lo sei..."
“Speak to me”, Pink Floyd “The dark side of the moon”
Iter interdisciplinare
Introduzione pag. 3
La follia. Quel lato oscuro oltre la ragione pag. 4
Filosofia: Freud, la “follia isterica” e la psicoanalisi. pag. 5
Storia; Adolf Hitler, il trionfo della follia nella storia. pag. 8
Letteratura italiana: Luigi Pirandello: la follia del vedersi vivere. pag. 12
Storia dell’Arte: La follia della disperazione: “L’urlo” di Munch. pag. 19
Scienze della Terra: La follia della natura. pag. 21
Inglese: The madness of trying to eliminate death and evil. pag. 35
Fisica: Einstein: il genio folle della relatività. pag. 37
Conclusione pag. 45
Bibliografia pag. 46
Introduzione
Esistono due concetti nettamente distinti di follia, uno orientato alla società, l’altro all’individuo.
Nel primo caso, specie nella letteratura moderna, il pazzo è colui che è più cosciente delle convenzioni e delle assurdità della vita borghese ( Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”).
Quindi nel concetto di salute psichica orientato alla società l’uomo è sano quando è all’altezza dei compiti che la società gli assegna.
Per il concetto umanistico sono, invece, i criteri insiti nell’uomo stesso a determinare che cosa sia la malattia o la salute psichica.
Esiste anche un concetto di follia usato in psichiatria; si può parlare di individuo “relativamente sano”se non c’è nessuna nevrosi, psicosi o sintomo psicosomatico e, se su un piano socialmente rilevante, non ci sono alcolismo, omicidi e disperazione.
E’ folle e malato chi è afflitto da quella patologia mentale che interferisce con la capacità della persona di riconoscere ciò che è reale o immaginario, di gestire le emozioni, di pensare in modo chiaro, di dare giudizi, di comunicare.

LA FOLLIA. QUEL LATO OSCURO OLTRE LA RAGIONE.
La follia è una condizione in cui lo stato della ragione non sembra avere alcuna autorità, il regno dell’irrazionalità, dell’assurdo; l’altro della ragione. E’ una congiura dell’inconscio ai danni della ragione, che giunge al suo epilogo con l’avvento di Freud e della sua teoria della Psicoanalisi, che toglie all’uomo l’ultimo valore che ancora gli era in possesso; l’“io non è padrone in casa propria” dirà Freud nell’ “Introduzione alla Psicoanalisi” del 1915.
Le ricerche sulla nascita della follia e sulla sua evoluzione nel corso della storia sono state numerose
Michael Foucault, nella sua opera “Storia della follia nell’Età classica” pubblicata nel 1963, pone l’inizio della storia della follia nel Medioevo, periodo storico in cui l’uomo perde le proprie certezze e cerca in ogni modo di raggiungere il bene. La follia è legata all’antitesi tra il bene e il male e il folle è considerato sotto due punti di vista: da una parte come l’effige dell’insensatezza e della dissolutezza umana, collocato ai margini della società ma mai escluso da essa; dall’altra come il detentore di un sapere oscuro e impenetrabile, che può accedere a realtà impercettibili all’uomo comune (“il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede questo sapere così inaccessibile e così temibile… lo porta in una sfera intatta, piena ai suoi occhi di un sapere invisibile”- Storia della follia nell’Età classica).
Dal Rinascimento in poi, in particolare con filosofi come Descartes e Montaigne, l’orizzonte della follia si restringe facendo prevalere la sua interpretazione allegorica; prende vita così quel meccanismo che renderà il folle una minaccia. Nascono proprio in questo periodo le prime strutture, che si diffonderanno a macchia d’olio nel XVII secolo, in cui venivano rinchiusi i malati psichici, offensivi verso la morale, condannati come complici del male. Si svilupparono anche gli studi filosofici e medici sulla follia; importanti, infatti, sono gli studi di Descartes sulla fisionomia del cervello umano, poi proseguiti nell’‘800 e nel ‘900. I filosofi giungono anche ad ipotizzarne le cause: in prossime, dovute ad alterazioni del sistema nervoso e del cervello; e in lontane, dovute ad avvenimenti dell’anima violenti o intensi, o a rapporti col mondo esterno.
Nel campo medico e scientifico ci fu una vera e propria rivoluzione con l’avvento del metodo freudiano e con la Psicoanalisi.
Freud, la “follia isterica” e la psicoanalisi.
Sin dalla gioventù gli studi medici e psicologici di Sigmund Freud erano indirizzati verso la follia e in particolare, come lui stesso la definisce, verso la “follia isterica” . Durante i suoi studi fu fondamentale l’incontro e il rapporto di amicizia che instaurò con Josef Breuer, medico e scienziato. Freud divenne assistente di Breuer e lo supportò nei suoi casi e nelle sue ricerche, in particolare in quelle che prevedevano casi di isteria. Dal 1880 al 1882 a Breuer si presentò il caso di una giovane donna di 21anni, Berta Pappenheim, o meglio conosciuta come Anna O., il caso più famoso condotto da Breuer e l’ispiratrice delle teorie psicoanalitiche di Freud. La paziente contemporaneamente alla morte del padre aveva manifestato una serie di sintomi molto invalidanti: paralisi di tre arti, disturbi gravi e complessi della vista e del linguaggio, impossibilità a nutrirsi e tosse nervosa molto fastidiosa; si manifestava anche una doppia personalità che vedeva la paziente passare da una fase di auto-ipnosi ad una di lucidità. Fu con l’uso della “talking cure”, cioè della cura con le parole, che la paziente sotto ipnosi poteva far affiorare le associazioni, così da potersene liberare; questo metodo fu nominato dalla stessa paziente “chimney sweeping”(spazzacamino), ossia la pulizia della sua anima.
“La paziente con gli occhi pieni di lacrime, era seduta al capezzale del padre malato quando questi gli chiese improvvisamente l’ora. Ella non distingueva chiaramente, aguzzò gli occhi per vedere, avvicinò a sé l’orologio, col quadrante che appariva ingrandito; oppure si sforzò al massimo di trattenere le lacrime, acchè il malato non la vedesse piangere”.
“ Una notte ella vegliava nella più grande ansia il malato che era in preda a una febbre altissima, tutta in tensione perché da Vienna doveva arrivare un chirurgo per operarlo. La madre era uscita, e Anna sedeva accanto al letto, col braccio destro penzolante lungo la spalliera della sedia. Cadde così in una reverie, e vide un serpente nero come sbucare dalla parete e avvicinarsi al malato per morderlo. (E’ molto probabile che la ragazza avesse visto realmente parecchi serpenti nel prato dietro casa e ne fosse rimasta spaventata). Cercò di scacciare la bestia, ma sembrava paralizzata. Il braccio destro, che penzolava dietro la sedia, si era addormentato diventando insensibile e paretico, e quando ella lo guardò, le dita si trasformarono in tanti serpentelli con teschi. E’ probabile che ella abbia cercato di allontanare il serpente con la mano destra paralizzata, così che l’anestesia e la paralisi dell’arto vennero ad associarsi con l’allucinazione del serpente.
Quando questa svanì, ella, in preda all’angoscia, cercò di parlare, ma non ci riuscì. Non poteva esprimersi in nessuna lingua, finché non le vennero in mente le parole di una filastrocca inglese e da quel momento poté pensare e parlare solo in quella lingua”.
“Si era d’estate, in un periodo di afa intensa, e la paziente aveva sofferto moltissimo la sete; ché, senza ragioni plausibili, all’improvviso ella non era riuscita più a bere. Così, prendeva un bicchier d’acqua, ma non appena lo portava alle labbra lo respingeva bruscamente come se fosse affetta da idrofobia. Naturalmente, in quei brevi attimi, era in stato di assenza. Per alleviare in qualche modo la sete che la torturava, la paziente mangiava solo frutta. Dopo circa sei settimane di un tale stato di cose, un giorno, mentre in ipnosi stava parlando della sua antipatica governante inglese, le uscì finalmente detto, con evidenti segni di ribrezzo, che una volta era entrata nella sua stanza e aveva visto il suo odioso cagnolino che beveva in un bicchiere. Per una forma di cortesia, la paziente non aveva detto nulla. Ora, dopo esser riuscita ad esprimere violentemente tutta la sua collera repressa, ella chiese di bere e trangugiò una grande quantità di acqua senza il minimo disturbo; si svegliò dall’ipnosi col bicchiere alle labbra. Da allora il sintomo scomparve definitivamente” (da “Studi sull’isteria” )
Mai nessuno, fino allora, aveva guarito un sintomo isterico con tali sistemi. Era necessario ripetere l’intera sequenza dei ricordi patogeni in ordine cronologico e procedere a ritroso per poter risalire al trauma.
I due scienziati scoprirono che la paziente si era ammalata poiché non riusciva a trovare una via di uscita per poter sfogare le sue paure. “I nostri pazienti isterici soffrono di reminiscenze”, così Freud introduceva il suo metodo: la Psicoanalisi, parola fu usata da Freud per la prima volta nel 1896 in uno scritto francese.
Il metodo della psicoanalisi, seguendo quello di Breuer, fu inizialmente definito catartico e consisteva nel tentativo di provocare una scarica emotiva (abreazione), facendo riemergere attraverso l’ipnosi ricordi, pensieri e impulsi che erano stati rimossi, o meglio sembravano essere usciti dalla coscienza. Il compito del medico era quello di ascoltare e interpretare quello che il paziente gli riferiva mediante il transfert, il passaggio di stati d’animo dal paziente al medico. Così il metodo di Freud passò da catartico ad analitico, mediante il processo delle libere associazioni, introdotto tra il 1892 e il 1895, con il caso di Elizabeth von R.. Il procedimento che egli adottò fu quello di chiedere alla paziente di distendersi sul divano ad occhi chiusi, di concentrare la sua attenzione su un sintomo tentando di richiamare qualunque ricordo potesse chiarire l’origine di esso.
Attraverso la psicoanalisi Freud si propose di studiare quella parte oscura della struttura umana che si agita al nostro interno, un calderone di impulsi ribollenti che egli chiama inconscio. Divise quindi l’apparato psichico in es, io e super-io.
L’es è l’insieme degli impulsi inconsci della libido, la parte sepolta della coscienza nella quale sono relegate le pulsioni e i traumi che non possono emergere per censura drastica dell’io.
L’io è la parte del pensiero consapevole che mantiene in equilibrio la mente umana; svolge la funzione di censore e fa penetrare allo stato di consapevolezza ciò che può essere ricordato senza danni.
Proprio dalla giusta relazione tra l’io e l’es nasce l’equilibrio psichico o la sindrome nevrotica. La funzione censoria dell’io si registra nell’attività onirica e in particolare attraverso l’interpretazione del sogno l’analista può recepire le motivazioni del trauma nevrotico o psichico.
Il super-io è sede della coscienza morale e dei sensi di colpa e rappresenta le norme di comportamento che un individuo ha assimilato durante la crescita. Se tali norme sono state percepite senza forti traumi si ha un equilibrio tra l’io e il super-io, altrimenti c’è conflittualità tra le due parti del pensiero, con la conseguente nascita di una volontà di trasgressione violenta proiettata all’esterno e che talvolta può sfociare nel patologico.
Bisogna per Freud cercare di reprimere le forze dell’inconscio che ci spingono verso il piacere la libido attraverso la ragione e il principio di realtà che costringe le pulsioni della notte ad incanalarsi per le vie della produzione artistica, della scienza e così via. Se questa sublimazione non avviene si ha la nascita della malattia, la nevrosi, che porta al delirio e all’indebolimento mentale dell’individuo in perenne conflitto con se stesso. E’ qui che nasce la follia, il pensiero assurdo e illogico il totale abbandono della ragione.

Adolf Hitler, il trionfo della follia nella storia.
Freud nei suoi studi sull’inconscio e sui rapporti di questo con l’infanzia dell’individuo ha ipotizzato una teoria che definisce l’uomo “messo in croce” da due pulsioni contrastanti: quella di vita e quella di morte. Le due pulsioni nell’uomo coesistono in equilibrio tra loro, ma se una di queste prevale sull’altra allora si giunge a due tipi di stati psicologici: la biofilia, amore per la vita, e la necrofilia, amore per la morte.
Tali studi di Freud furono poi applicati ai Grandi della storia e in particolare allo studio di Hitler e del suo comportamento. Il principale filosofo che si occupò del Grande Dittatore fu Erich Fromm, che descrisse Hitler come il più eclatante caso di necrofilia, “affascinato dalla distruzione, l’odore della morte gli era dolce; nel periodo del suo successo voleva eliminare solo i suoi nemici, questo poi si trasformò in distruzione assoluta di quelli intorno a lui e di lui stesso”(“Il cuore dell’uomo”).
Adolf Hitler nacque nel 1889 in un paesino dell’Austria, in una zona in cui la presenza di ariani era bassissima e lui stesso aveva il padre era di origine ebraica. Hitler ebbe sin dall’infanzia un rapporto conflittuale con il padre, che non accettava la sua scelta di abbandonare gli studi, per cui non era portato, e dedicarsi alla pittura.
Spesso il Dittatore si trovò in imbarazzo per la sua scarsa cultura. Dopo la morte del padre decise di provare la strada della pittura e si recò a Vienna, dove tentò di entrare all’Accademia delle Belle Arti, ma fu bocciato per ben due volte e anche qui bollato con il risultato di “mediocre”, questo fu il primo cocente fallimento del giovane Hitler, che ne risentì la sconfitta per il resto della vita.
Nel 1909 visse solo a Vienna, senza lavoro, senza soldi; disoccupato, frustrato, costretto a lavori saltuari e a cambiare casa a causa delle sue scarse possibilità economiche; in quel periodo si trovava nello stesso quartiere di Lenin; nessuno poteva immaginare che nello spazio di 40 metri, dentro due anguste stanzette, i cervelli di due barboni si stavano formando sui libri rivoluzionari, per poi maturare due apocalittici progetti. Hitler si dedicò alla lettura di libri di politica rivoluzionaria che divennero un’ossessione per lui, unico modo per poter organizzare il proprio riscatto contro tutti coloro che non avevano creduto in lui e lo avevano dipinto come un “mediocre.
Fu costretto a scappare da Vienna per non essere arruolato, ma fu catturato e, dopo le visite mediche, riformato per la scarsa forza fisica; giunse, così, per la labile coscienza del giovane Hitler, un’altra ferita.
Non appena fu dichiarato l’inizio della Prima Guerra Mondiale e dopo aver preso parte al discorso di Guglielmo II ed essersi galvanizzato per questo, decise di scrivere al re Luigi III di Baviera per arruolarsi come volontario. Durante i combattimenti fu ferito e premiato con la croce di ferro, ma non con una promozione di grado, in quanto “uomo coraggioso, ma per il carattere bizzarro incapace di farsi ubbidire”.
Ma “alla notizia del crollo, all’annuncio che il Kaiser era fuggito in Olanda, lui come una belva colpita a morte si mise a gemere” e disse: “quel giorno crebbe in me l’odio per i responsabili, Miserabili! Degenerati criminali! Con dentro la rabbia che mi divorava l’anima, decisi di dedicarmi più seriamente alla vita politica” (Mein Kampf); i criminali citati da Hitler erano i borghesi ebrei accusati di essere i responsabili della resa e della vendita della Germania ai nemici.
Entrò a far parte del partito socialista e simpatizzò per il partito dei lavoratori, nonostante questi fossero tendenzialmente di sinistra.
Nel 1919 nacque il Partito Comunista (KPD) guidato da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, i due socialisti che facevano parte della ben più nota Lega di Spartaco, i quali avevano in mente di instaurare in Germania una Repubblica Socialista secondo il modello sovietico. Nacque la Repubblica di Weimar. Dopo la fuga del Kaiser e la soppressione di tutte le dinastie, il 9 novembre 1918, i socialdemocratici si erano riuniti nel Reichstag per decidere del futuro dello Stato tedesco; alcuni volevano una monarchia costituzionale, ma per sfuggire al pericolo della diffusione dell’ideologia comunista, Scheidemann “si affacciò alla finestra e proclamò alla grande folla, la Repubblica” (Storia del Terzo Reich, W. L. Shirer). La Repubblica, che durò per circa 13anni, si presentò come una Repubblica di libertà in cui i cittadini erano assenti.
Hitler entrò nel Partito operaio tedesco, di estrema destra, e fin da subito emerse la sua indole dominatrice e il suo sentimento di riscatto; apparve come un “giustiziere” delle umiliazioni inflitte alla Germania, inneggiando al disprezzo per gli ebrei e i comunisti. Il vero e proprio partito del Dittatore fu il Partito Nazionalsocialista (NSDAP) o come partito nazista, un partito aperto a tutti, in cui si riunivano i disillusi provenienti da ogni tipo di classe: gli ufficiali umiliati, i lavoratori disoccupati, i “colletti bianchi” e molti altri.
Le radici del Nazionalsocialismo, secondo Ritter, sono da ricollegare al fenomeno che si stava sviluppando in Europa: il ricorrere ad un partito unico con un unico capo alla guida. Questa esigenza derivava dalla crisi della società e dello stato liberale, che in Germania coincideva con la crisi della Repubblica di Weimar: il popolo tedesco era alla ricerca di una guida, che sapesse interpretare la volontà popolare, e Hitler sembrava incarnare queste caratteristiche, soprattutto grazie alla sua arte di dominare le masse. Il suo programma, presentato in modo plateale, agiva sul sentimento patriottico e sul desiderio di riscatto del popolo tedesco.
Nel 1923 Hitler e il suo partito organizzarono un colpo di Stato al putsch di Monaco.
L’operazione fallì per l’inesperienza di Hitler condannando lui stesso e i suoi alleati a mesi di carcere.
Durante il periodo di reclusione egli scrisse il Mein Kampf (La mia battaglia), la base teorica del suo pensiero, il suo programma politico. In esso ne tracciava una sorta di fantapolitica, di cui egli era condottiero. Il suo odio contro gli ebrei, alimentato anche dalla sua ammirazione per Chamberlain, uomo politico che definiva la Germania come contenitore degli ariani e credeva all’aspirazione degli ebrei a predominare il mondo, è descritto nei minimi particolari e andava ad avvalorare ancora di più la sua tesi sulla supremazia e sulla grandezza della Germania: il successo sarebbe derivato dall’affermarsi della razza superiore, quella ariana.
“In luogo dell’odio contro altri ariani, dai quali tutto può separarci, ma ai quali tuttavia ci unisce comunanza di sangue e di civiltà, dobbiamo votare al furore generale il perfido nemico dell’umanità, l’ebreo, il vero autore di tutte le sofferenze. Il nazionalsocialismo deve fare in modo che, almeno nel nostro paese, il mortale avversario sia riconosciuto e che la lotta contro di esso mostri anche agli altri popoli la via della salvezza dell’umanità ariana… Se all’inizio e durante la Guerra si fossero tenuti sotto i gas velenosi quei 15.000 ebrei marxisti corruttori del popolo, come dovettero restare sotto i gas, centinaia di migliaia dei migliori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i mestieri, non invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime” ( “Mein Kampf” ).
Il compito era quello di distruggere senza pietà i popoli non ariani, gli ebrei che si erano amalgamati alla società tedesca occupandone posti di rilievo; il suo obiettivo era quello di creare un Reich millenario libero dalle etnie impure.
In Hitler brillava la scintilla di una geniale follia…
Per raggiungere il proprio scopo aveva bisogno di un forte appoggio e seppe conquistarlo ampiamente, facendo leva sulle piazze, con le sue numerose tattiche e sfruttando l’arma della stampa, della radio e del cinema.
“Il popolo lo segue ma non perché è di indole reggicoda, ma perché il germanico ammira e segue un capo che dimostra quel coraggio perfino insolente nell’interpretare i sentimenti nazionalisti…ha ammirazione solo per l’uomo dominante, il condottiero, il capo branco…davanti a una personalità forte invece di piegare la testa e ubbidire, la testa la alza e lo segue” (“Germaniae”, Tacito).
”I seguiti popolari non solo accettano la follia dei demagoghi, ma la ritengono magica, proprio perché ne sono trascinati senza capirla”. (Hanna Arendt)
Gli uomini, secondo Erich Fromm, si distinguono in due categorie: le pecore e i lupi. Le prime rappresentano quella parte della popolazione facilmente influenzabile, desiderosa di cedere la propria volontà a qualcuno che sappia usare la parola e proprio su questa accusa i grandi dittatori hanno edificato i loro sistemi. Il bisogno di un leader ha convinto i potenti di essere autorizzati, chiamati ad un dovere morale. Hitler fu un uomo lupo, capace di attuare la propria follia grazie all’aiuto di milioni di uomini pecore pronti ad uccidere pur di far parte del meccanismo della “nobile causa”.
Nel 1932 in Germania ci furono le nuove elezioni e il partito Nazionalsocialista ottenne il ben 37,4% dei voti popolari e circa 230 seggi al Reichstag, riscuotendo così un grande successo. I tedeschi, ammaliati dalla sua convincente propaganda e piuttosto provati ed esasperati dalla difficile crisi economica, erano disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido cambiamento.
L’innovazione del Nazionalsocialismo consisteva nell’utilizzo di un nuovo sistema politico, che faceva dei miti e dei culti il suo mezzo principale. In realtà Hitler non si basò su una vera e propria innovazione, ma considerò quella che era stata la “volontà generale” di Rousseau, motivo del XVIII secolo, fondato sul concetto di sovranità popolare, cioè quella tendenza di tutti gli uomini a partecipare alla vita politica e non della comunità facendo prevalere l’autodeterminazione dei popoli. Si sviluppò così un vero culto del popolo e la politica cercò sempre di incrementarne l’incidenza: lo Stato era basato sul popolo e sulla volontà generale.
Il 31 gennaio 1933 Hitler venne nominato cancelliere del Reichstag e l’anno successivo divenne capo dello Stato e padrone del Reich.
Nacque il Terzo Reich.
Gli altri due Reich si erano costituiti nei secoli precedenti. Il primo era stato il Sacro Romano Impero Germanico, l’altro il Secondo Reich di Otto von Bismarck.
Il Terzo Reich nacque fin da subito con le tutte le caratteristiche tipiche di un totalitarismo, come si era affermato già in Italia e nell’Unione Sovietica; un’ideologia ben predeterminata e inculcata in tutta la società, rappresentata da un partito unico, guidato e controllato da un dittatore, denominato Fuher, con un sistema di controllo terroristico, la polizia di Stato e forze armate e il totale controllo dell’economia. Così a dieci anni dalla pubblicazione del suo “Mein Kampf” il giovane che era sempre stato giudicato dai suoi superiori e dagli insegnanti “scarso” e “mediocre” aveva in pugno tutta la Germania.
Questa vittoria rafforzò in lui la convinzione d’essere l’uomo della provvidenza, si sentiva invincibile. Il delirio di onnipotenza si impossessò di lui, “la famosa Alessandrite”, la conquista e l’unificazione del mondo programmata dal macedone aveva sconvolto il cervello di tutti i potenti e nessuno ne rimase immune; la “pseudologia fantastica”, cioè chi racconta e poi crede nelle proprie bugie, era una delle sue patologie che giunsero tutte ad un punto di arrivo.
Tanto potere lo condusse negli anni alla follia, anni che videro gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto (1939-1945).
L’atto finale fu la sua morte: si tolse la vita, con un unico colpo di pistola, il 30 aprile 1945 nel suo bunker sotto il giardino della Cancelleria.
Luigi Pirandello: la follia del vedersi vivere.
La follia percorre tutta l’opera pirandelliana e fu il suo punto di partenza per esplorare quella crisi d’identità tipica del Novecento.
Pirandello è uno scrittore isolato, difficile da costringere negli schemi di uno specifico movimento letterario. Sin dalle prime opere egli evidenzia la totale disillusione circa la possibilità di trovare risposte ai problemi dell’esistenza umana: non è possibile un’interpretazione deterministica della vita che è complicata dal mescolarsi di verità e finzione.
Attraverso l’intensa produzione novellistica, alla quale è costretto anche per ragioni economiche, egli può sperimentare nuove forme espressive. Le novelle compongono uno straordinario "serbatoio di invenzioni", idee, personaggi e situazioni, da cui lo stesso Pirandello attinge frequentemente lo spunto che dà vita alle sue opere romanzesche e teatrali. I suoi personaggi, posti in situazioni bizzarre, costituiscono sempre un caso che svela la contraddittorietà dell’esistenza. L’autore non propone soluzioni, anzi, sul piano ideologico si attesta su posizioni conservatrici, lasciando aperta, come unica strada di fuga, quella che conduce verso l’irrazionale.
Il pensiero pirandelliano trova una sistemazione propria nel suo romanzo più famoso "Il fu Mattia Pascal" (1904) che evidenzia la divergenza tra la verità dei fatti e le loro apparenze e segna un punto di non ritorno nell’arco dell’opera pirandelliana: ritrae il sogno di un’evasione impossibile, il desiderio irrealizzabile di afferrare per sé un’identità che non sia quella imposta dal destino. Mattia e anche tutti gli altri personaggi sono però in balia del caso e degli avvenimenti esterni: sono incapaci di comunicare con gli altri e di dominare la realtà. Pirandello dichiara l'inconsapevolezza del reale, la frammentazione dell’identità psicologica dell’individuo. L’autore non si preoccupa di garantire l’autenticità del discorso (questa è la tecnica alla base dei romanzi di Svevo) ed ogni parola pronunciata dal personaggio è sempre circondata da una forte ambiguità. Il risultato è una scrittura frammentata che riflette la complessità della vita. L’ultimo romanzo di Pirandello, "Uno nessuno e centomila" (1912-1925) porta agli estremi questa concezione artistica; è privo di intreccio, ma si svolge in prima persona seguendo la meditazione del protagonista Vitangelo Moscarda che sorge dal casuale commento della moglie: se lei lo vede diverso da come si vede lui dal punto di vista fisico, ciò avverrà anche dal punto di vista psichico. Ci sono dunque tanti Moscarda quanti sono quelli che lo vedono.
Egli si propone di distruggere il vecchio se stesso cancellando tutte le immagini che gli altri hanno di lui, ma nel tentativo di attuare questa operazione, si procura la "maschera" di pazzo.
“Uno nessuno e centomila” è perciò il romanzo dell'incapacità di comunicare e della solitudine. Moscarda è consapevole che i giudizi di ogni uomo hanno un valore sempre soggettivo: a ciascuno le cose appaiono "a suo modo" e chi attribuisce al proprio punto di vista una verità assoluta si allontana essa. In realtà nulla è fermo e definitivo nella vita e perciò il protagonista del romanzo accetta la disgregazione della sua personalità come positiva: "la realtà siamo noi che ce la creiamo: ed è indispensabile che sia così. Ma guai a fermarsi in una sola realtà: in essa si finisce per soffocare". La vita non può essere fissata in una regola e la conoscenza la blocca, la uccide in impressioni soggettive che l’uomo purtroppo considera assolute. Per conoscere "bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti ad una macchina fotografica. Lei si atteggia. E atteggiarsi è come diventare una statua per un momento. Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire."
Nelle ultime scene di "Così è (se vi pare)" (1918) Pirandello arriva al culmine della riflessione sull’impossibilità di arrivare alla conoscenza di una verità. Quando la signora Ponza, alla fine del dramma afferma "Per me, io sono colei che mi si crede" getta nello sconcerto non solo i personaggi teatrali, ma anche gli spettatori. Tutti si aspettano la risoluzione dell’enigma secondo uno sviluppo normale.
Secondo Pirandello è normale non ciò che risponde alle norme, ma ciò che da ciascuno viene fatto seguendo i propri intimi bisogni, e sono questi bisogni che portano l'uomo sulla via del progresso. Il personaggio tende a ribellarsi quando si rende conto che l'osservanza delle norme gli impedisce di vivere e di migliorare la propria condizione. L’anormalità, per Pirandello, è il sottomettersi alle regole anche quando queste impediscono all'uomo di vivere, permettendogli solo di esistere.
Per capire l'opera pirandelliana bisogna quindi ribaltare il concetto di normalità-anormalità.
Vi sono anche due distinte dimensioni del reale, perché ciascuno vede la realtà secondo le proprie idee e i propri sentimenti: a fronte della realtà esterna che si presenta una e immutabile, abbiamo le centomila realtà interne di ciascun personaggio, per cui la vera realtà è nessuna.
Abbiamo la dimensione della realtà oggettiva, che è esterna agli individui e che apparentemente è uguale e valida per tutti, perché presenta per ognuno le stesse caratteristiche fisiche; e la dimensione della realtà soggettiva, che è la particolare visione che ne ha il personaggio, dipendente dalle condizioni sia individuali che sociali: vi sono tante dimensioni quanti sono gli individui e quanti sono i momenti della vita dell'individuo.
Della realtà oggettiva esterna, così fissa ed immutabile, noi non cogliamo che quegli aspetti che sono maggiormente adeguati a una delle nostre anime, al particolare momento che stiamo vivendo, in base al quale riceviamo dalla realtà certe impressioni, certe sensazioni che sono assolutamente individuali.
Per i personaggi pirandelliani non esiste, quindi, una realtà oggettiva, ma una realtà soggettiva che, a contatto con la realtà degli altri, si disintegra e si disumanizza, come avviene per Moscarda. Si può distinguere come la realtà è vista dal personaggio; come la realtà esterna si impone al personaggio; come il personaggio crede che gli altri vedano la realtà.
Questa triplice concezione della realtà è un elemento tecnico che serve a Pirandello per esaminare come sono fatti veramente dentro e capire come essi si vedono. Ciò porta a definire l’impossibilità di sfuggire alle convenzioni sociali, l’impossibilità della comunicazione con gli altri.
L’uomo non può conoscere la realtà in sé, ma può creare dei modelli interpretativi che gli permettano di mettere ordine "nel suo piccolo mondo.
Nel pensiero di Pirandello non c’è nulla di nuovo. E’ infatti una ripresa del motivo romantico della insoddisfazione e dell’inquietudine perenne dello spirito umano, esasperata nel Decadentismo. Pirandello lo rielabora, intensificandolo e rappresentandolo in situazioni paradossali ma non tanto, perché a volte esse si verificano realmente.
Dall’insoddisfazione e dall’inquietudine dell’esistenza la gente si difende con il buon senso, rassegnandosi, con l’accettazione serena dei limiti umani, convinta che non esiste né la libertà assoluta, né la verità assoluta.
Pirandello invece rappresenta lo stato d’animo di chi si ribella a questa condizione e ne fa un dramma che può portarlo anche alla pazzia.
Il suo merito è quello di smascherare e condannare nella sua opera i luoghi comuni, le ipocrisie, gli egoismi, i pregiudizi, e soprattutto i venditori di fumo, coloro cioè che approfittano della forma, entro cui si sono chiusi, per tramare i loro inganni e le loro frodi a danno degli altri. Facendo ciò, egli desidera un autentico miglioramento della società, fondato sul rispetto assoluto della persona umana.
I fondamenti teorici della concezione del mondo di Pirandello sono riscontrabili nel saggio “L’umorismo”, nel quale lo scrittore espone, discute e codifica la sua poetica. La prima parte è storica, perché dedicata all’esame delle varie forme assunte dall’umorismo nel corso del tempo e ad analizzare l’opera di vari umoristi italiani e stranieri. Nella seconda parte, di carattere teorico, Pirandello distingue due stadi dell’osservazione del reale, che egli definisce "avvertimento del contrario" e "sentimento del contrario".
L’ “avvertimento del contrario” si ha quando ci accorgiamo di una stonatura nella realtà che ci circonda, e percepiamo in un comportamento o in un fatto un’incongruenza che ci sconcerta e ci induce a reagire in modo istintivo e immediato, come quando, vedendo una vecchia signora troppo truccata e vestita in modo inadatto alla sua età, ci mettiamo a ridere. Quando in un’opera la descrizione si limita a questa primo stadio si ha il comico.
Se però superiamo quella impressione superficiale e la trasformiamo in riflessione, all’"avvertimento del contrario" subentra il "sentimento del contrario": ciò accade quando ci soffermiamo a pensare "perché" la signora agisce in quel modo, scoprendo che forse non prova nessun piacere ad agghindarsi così, e magari ne soffre, ma lo fa per un disperato tentativo di mantenere vivo l’amore del marito, più giovane di lei. Mettendo in luce tutto ciò, si fa umorismo.
La critica che Pirandello muove alle illusioni dell’uomo è lucida e definitiva, e la sua esigenza di verità può apparire crudele, ma proprio perché mette a nudo la sofferenza dei suoi simili, l’autore dimostra una partecipazione accorata, una sincera pietà per i suoi personaggi, nei quali vita e formav sono in continuo contrasto: personaggi lacerati, messi improvvisamente di fronte alla scoperta della frantumazione della loro identità e alla crisi di quelle certezze che la "forma" sembrava loro garantire; non a caso le creature di Pirandello sono caratterizzate dalla "pena di vivere così", e i loro volti, che si rivelano quando si strappano la maschera, sono "un misto di riso e pianto".
Sebbene Pirandello abbia deciso di dedicarsi alle opere teatrali molto tardi, è a loro che deve il suo successo. Questi testi hanno modificato in modo decisivo la tradizione teatrale italiana che, all’epoca, era ancora influenzata dal modello naturalista e da quello decadente di D’Annunzio. Pirandello tratta la vita come se fosse una recita, dove ciascuno è "l’attore di se stesso", condannato a rappresentare la parte che il destino gli ha prefissato. Il teatro fornisce anzi uno strumento ancora più adatto per esprimere il rapporto maschera – realtà. Attraverso una mescolanza portata fino agli estremi di realtà e finzione, Pirandello frantuma la "superficie compatta" della vita. In "Sei personaggi in cerca d’autore" (1921) egli raffigura perfettamente la sua visione: se il teatro è metafora dell’esistenza, mostrando agli spettatori i trucchi che lo governano, ne denuncia in realtà le regole. Nelle sue ultime commedie spettatori, maschere, personaggi e attori si confondono a rappresentare gli equivoci che si nascondono dietro la vita stessa. Pirandello passa dal teatro che imita la vita, al teatro che mette in scena se stesso.
Il personaggio di Pirandello, diversamente da quello tradizionale, apre un continuo, incessante dibattito non solo con gli altri personaggi, ma idealmente con il pubblico. Lo spettatore è chiamato a "partecipare" in modo nuovo, a "entrare in scena" anche lui.
Questa scelta di Pirandello significa intenzione di abolire la separazione tra arte (teatro) e vita (pubblico) e di mescolarle continuamente. Il teatro non rispecchia più la vita, ma vuole rappresentare se stesso (anche perché la vita è teatro), il farsi della creazione artistica, il difficile rapporto tra autore e personaggi, che diventa espressione simbolica del rapporto universale tra l'uomo e il suo destino.
“…Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! -Eh! Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! Ma voi dite che non è vero. E perché? – Perché non par vero a te, a centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi! …Se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi, potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca...” (Atto II di ”Enrico IV”)
Enrico e la sua follia: unica via di fuga dalla realtà
Scritta nel 1921, la commedia fu rappresentata per la prima volta il 24 febbraio 1922 al teatro Manzoni di Milano, e costituisce (insieme a “Sei personaggi in cerca d’autore”) una delle opere più apprezzate dal pubblico.
L’ “Enrico IV” è la recita di una recita. Finzione di una finzione, forse per questo appare così autentica. Enrico, il personaggio della tragedia, mette in scena sul palco il perpetuarsi di una situazione storica imbarazzante: l’umiliazione del ventiseienne imperatore di Baviera, costretto a un’estenuante attesa, nell’inverno del 1077, fuori dalle mura di Canossa, mentre Matilde di Toscana, nel ruolo inevitabilmente ambiguo del negoziatore, si adopera presso il Papa Gregorio VII, per ricucire lo strappo fra Chiesa e Impero. Questo dramma, che nella realtà storica si consumò in due giorni, nella tragedia pirandelliana dura vent’anni.
“Circa vent’anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato”. Con queste parole Luigi Pirandello, in una lettera del 1921, presentava l’antefatto della nuova tragedia che stava scrivendo al grande Ruggero Ruggeri, l’interprete che desiderava, e che ottenne, nel ruolo principale.
Nel corso della cavalcata Enrico, che monta accanto alla bella ma frivola Matilde, di cui è innamorato, cade da cavallo, rimanendo intrappolato nel personaggio che sta impersonando. Rinchiuso in un esilio dorato dalla sorella, insieme a quattro servitori che si prestano al giuoco nel ruolo di consiglieri segreti, l’uomo porta avanti la bizzarra rappresentazione che, con il tempo, assume i tratti di una normale quotidianità. Passano vent’anni e la sorella di Enrico, che non si è mai capacitata della pazzia del fratello, sul letto di morte richiede che gli amici rappresentino ancora una volta la scena, per mettere il malato di fronte al tempo trascorso e strapparlo alla follia. Questo è il piano che i cinque personaggi hanno in mente quando si portano alla villa dove è rinchiuso Enrico: Matilde, ormai donna matura; sua figlia Frida, immagine vivente della Matilde di un tempo; Carlo Di Nolli, figlio della sorella di Enrico e fidanzato di Frida; Tito Belcredi, allora rivale di Enrico e oggi amante di Matilde e il medico che ha ordito il piano.
Nel primo atto, al cospetto di Enrico, Matilde, Belcredi e il medico, travestiti in abiti storici, subiscono la conversazione di Enrico che, pur confabulando di vicende riguardanti un ambito di 850 anni addietro, li confonde con l’attualità vaga delle sue affermazioni.
Una parte del secondo atto è passata così dal gruppo a interpretare e cercare contraddizioni e conferme nelle tranquille parole del malato. Egli ha chiarito che erroneamente solo la sua vita è considerata quella di un essere bloccato e mummificato nella storia: "Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita ? - Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti - voi dite - lo faremo noi! Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni. Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti."
Nel III atto Enrico IV rivela di non esser pazzo, di esserlo stato davvero e aver poi finto, per molto tempo. Perché? Perché un giorno, riacquistato il senno, "m'accorsi che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell'e sparecchiato."
Perciò egli può capovolgere il rapporto normalità/follia: "Sono guarito signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua;... Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia."
In questo dramma il protagonista utilizza tutte le difese possibili contro la realtà, considera gli altri soltanto come strumenti per dare un senso alla sua illusione. Ma questo schermo si rompe quando si innamora: non accetta più la solitudine, è costretto a mischiarsi con gli altri e diventa un “pover’uomo”. La dialettica tra realtà e finzione si complica: la finzione è pazzia, e la realtà è finzione della pazzia.
Ciò che si intuisce dal racconto è che l’ “Enrico IV” ha continuato a fingersi folle perché, dopo aver perso così tanti anni della sua vita (ventidue), ha capito che non si sarebbe mai potuto rimpossessare del suo posto nella società che nel frattempo era progredita, lasciandolo indietro. Il tema dominante è infatti uno solo: la scoperta dell’invecchiamento delle cose e di se stessi. È questa scoperta che convince Enrico, nel momento in cui rinsavisce, a non ritornare più alla sua vita autentica. Il dramma “storico” diventa il dramma della storia, del tempo che non si può recuperare, neppure con la fantasia. Non è un caso che il tema dominante sia la pazzia, malattia senza collocazione temporale. L’individuo è isolato completamente: se non può vivere nel presente, non riesce a ricostruire il passato né a proiettarsi nel futuro.
Nel rifiuto di Enrico IV a tornare alla normalità, c’è il rifiuto della vita con le sue assurdità, le sue ipocrisie, le sue buffonate, le sue passioni, le sue vanità, le sue menzogne.
Egli ha compreso l’esistenza della maschera di folle che la società gli aveva attribuito, e ha capito che quella era l’unica maschera che avrebbe mai potuto indossare: “Conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare”.
Ecco il privilegio dei pazzi: esser liberi di far essere ciò che non può essere (comunemente, nel così detto mondo normale), di creder vero ciò che non è vero e bearsi della loro libertà; dal momento che una verità non esiste e che noi, per poter vivere in una trama di rapporti sociali, dobbiamo fingerci che la verità sia una (la convenzione, il pregiudizio) i pazzi sono felici, perché schiavi di nessuna verità che non sia tutta loro. Sono liberi di inventare se stessi ogni giorno e privi del bisogno del certo, che assilla noi “non pazzi”, costringendoci a fissarci in un ruolo e a sperimentare la tragedia del dover essere uno, mentre si vorrebbe essere tanti ovvero si vorrebbe essere uno in misura appagante.
Il personaggio di Enrico è stato visto per lo più come un personaggio positivo, che sceglie di auto-emarginarsi, piuttosto che integrarsi in una società conformista.

La follia della disperazione: “L’urlo” di Munch.
“Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue; mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”
Edvard Munch diario, 1892
L’ espressione artistica è spesso accomunata ad una certa dose di stravaganza, eccentricità, se non addirittura alla follia.
E’ quasi un onore per un pittore essere “toccato” da una scintilla di follia perché ciò lo rende più libero dagli schemi e indipendente nell’esprimere le proprie emozioni e i sentimenti.
Edvard Munch, norvegese, con un vissuto di particolare tragicità (dirà “Le malattie, la pazzia e la morte furono gli angeli neri che vegliarono sopra la mia culla e mi accompagnarono fin dall’infanzia” ) dà avvio a quella poetica dell’angoscia che percorre tutta l’arte di quel paese, espressa con un linguaggio affannosamente ansioso, tanto da risultare incompleto e per certi versi impenetrabile all’analisi dei critici contemporanei.
Il quadro presentato è uno fra i più celebri e drammatici dell’artista e di tutta l’arte moderna; di chiara lettura figurativa seppure assolutamente antinaturalistico, si presta ad un’interpretazione psicologica che coincide con il contenuto rappresentato, un uomo fisicamente stravolto nelle sembianze da un terrore cieco che lo sconvolge interiormente, ed esprime, attraverso chiari riferimenti simbolici, la solitudine individuale (la figura isolata in primo piano), la vanità e la superficialità dei rapporti (le due figure sullo sfondo, amici incuranti che continuano a camminare), dilatando l’esperienza individuale fino a compenetrarla nel dramma collettivo dell’umanità e in quello cosmico della natura.
Con quel grido Munch vuole dare voce alla disperazione del suo animo e del suo tempo, raffigurando con gelida spietatezza la condizione esistenziale dell’uomo del Novecento in uno stile pittorico crudo e inquietante.
Un uomo che urla, un corpo lontano da ogni naturalismo, con la testa completamente calva come un teschio, gli occhi-orbite dallo sguardo allucinato e terrorizzato, il naso appena accennato nelle narici, la cavità della bocca aperta dalla quale si propagano le onde sonore del grido, una serie di pennellate sinuose che innestano in tutto il quadro un movimento concentrico: come cerchi nell’acqua contagia la natura circostante, il paesaggio, il cielo, trascinandoli in un gorgo di irresistibile potenza dove tutto si annichilisce.
La spinta dinamica del movimento ad onda domina l’insieme definendo con tratti concitati la tipica deformazione espressionista che, premendo sulla forma, vuole far sgorgare e liberare l’angoscia interiore attraverso un grido liberatorio.
La figura in primo piano è tagliata dalla diagonale del parapetto del ponte, di scorcio sulla sinistra, sul quale si allontanano le figure di sfondo, mentre sulla destra è raffigurato un paesaggio irreale e desolato, un gorgo d’acqua sopra il quale un cielo innaturalmente striato di rosso riprende lo stesso andamento ondulato.
Per più di due terzi la superficie della tela è occupata da colori caldi, dal giallo al rosso; nel terzo residuo il blu è lavorato con tratti profondi di giallo e rosso. Fra i chiari e gli scuri non c’è un concerto ma una violenta contrapposizione. Le fasce ondulate del cielo non scaricano la tensione ma la intrappolano in una cappa di fuoco.
In antitesi con la contemporanea corrente impressionista di lirico naturalismo e gioioso cromatismo, l’opera di Munch non si proietta verso il mondo esterno, verso la natura, ma si rivolge all’inconscio, ripiegandosi su un’interiorità della quale scopre tutta l’incontrollabile violenza emotiva.
Non c’è però nessun elemento che induca a credere alla funzione liberatoria e consolatoria dell’urlo che resta solo un grido muto, inavvertito dagli altri, dolore pietrificato che vorrebbe uscire dal profondo dell’animo.
I temi dominanti, il dolore, la sofferenza di vivere, l’angoscia di guardarsi dentro, la disperazione dell’uomo e della natura, sono aspetti che definiranno la poetica dell’ Espressionismo tedesco e austriaco ed anticipano anche ciò che essi mutueranno dal Simbolismo.
Munch fu consacrato il vero fondatore di tutte le correnti di ispirazione espressionista che, a partire dalle avanguardie storiche di inizio secolo, hanno attraversato l’arte moderna fino ai nostri giorni.

La follia della natura.
Anche in natura si può parlare di follia, una follia provocata dall’uomo e dal suo comportamento nei suoi confronti. Ha provocato il riscaldamento globale che, dovuto all’effetto serra, costituisce una delle principali minacce di carattere ecologico incombenti sull’umanità. Nonostante i primi allarmi, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera stanno crescendo rapidamente e ciò comporta un elevato aumento della temperatura che, dagli inizi del ‘900, sottopone la Terra a continui cambiamenti climatici creando significativi squilibri negli ecosistemi e nella salute umana. Sembra quasi che il clima stia impazzendo: è imprevedibile, muta repentinamente. Aumenta il pericolo di alluvioni, trombe d’aria, tifoni dopo periodi anomali di lunga siccità, i terreni franano, non reggono più le persistenti aggressioni erosive e umane. Dell’azione umana ne risente soprattutto la natura che diventa sempre più debole e si risveglia apparendo una folle entità.
Anche l’attività sismica e vulcanica della Terra può sembrare all’uomo pura follia.
I terremoti.
Un terremoto, o sisma, è una vibrazione più o meno forte del terreno prodotta da una rapida liberazione di energia meccanica in qualche punto all’interno della Terra. Questo punto in cui l’energia si libera è detto ipocentro ( o fuoco ) del terremoto: da esso l’energia si propaga per onde sferiche che, pur indebolendosi, attraversano tutta la Terra e possono essere registrate dagli strumenti in tutto il mondo.
Queste onde elastiche sono causate dalla deformazione o frattura di masse rocciose nel sottosuolo, che si deformano progressivamente fino a che non viene raggiunto il limite di rottura: allora si innesca una lacerazione a partire dal punto più debole e si crea una faglia, lungo il cui piano le rocce possono scorrere le une contro le altre in direzioni opposte. Le due parti della massa rocciosa originaria reagendo elasticamente riacquistano il loro volume e la loro posizione di equilibrio, con una serie di rapide vibrazioni che si trasmettono alle masse rocciose circostanti. Il comportamento delle rocce ai due lati della faglia è simile a quello di un elastico che si deforma quando viene teso e che, se si rompe, ritorna bruscamente nelle condizioni iniziali. Secondo il modello del rimbalzo elastico con il brusco ritorno all’equilibrio, l’energia accumulata durante la deformazione si libera, in parte sottoforma di calore prodotto dall’attrito lungo la superficie della faglia, in parte sottoforma di violente vibrazioni che si propagano come onde sismiche verso tutte le direzioni.
Questa energia si disperde nel terreno dall'ipocentro in tutte le direzioni in forma di onde che possono essere di due tipi: le onde P e le onde S. Le onde P (primarie o longitudinali) provocano al loro passaggio delle oscillazioni delle particelle avanti e indietro nella stessa direzione di propagazione dell’onda; la roccia subisce rapide variazioni di volume, comprimendosi e dilatandosi. Sono le onde più veloci e possono propagarsi in ogni mezzo.
Le onde S (secondarie o trasversali) provocano l’oscillazione delle particelle perpendicolari alla direzione dell’onda; la roccia subisce variazioni di forma ma non di volume. Sono meno veloci delle onde P e non possono propagarsi attraverso i fluidi dove si smorzano rapidamente.
Le onde P e S si generano nell’ipocentro e sono chiamate onde di volume o interne, ma non sono le sole onde in un terremoto.
Quando le onde interne raggiungono la superficie si trasformano in onde superficiali che si propagano dall’epicentro lungo la superficie terrestre, mentre si smorzano rapidamente con la profondità. Sono le onde di Rayleigh, onde R, in cui le particelle compiono orbite ellittiche in un piano verticale lungo la direzione di propagazione. Onde superficiali sono anche le onde di Love, o onde L, in cui le particelle oscillano trasversalmente alla direzione di propagazione, ma solo nel piano orizzontale.
La registrazione del movimento sismico si chiama sismogramma, una traccia lasciata da un pennino su una striscia di carta che ruota a mezzo di un rullo solidale con il suolo: si registrano così le vibrazione del terreno rispetto ad una massa sospesa che tende a rimanere immobile. Questo strumento si chiama sismografo e ne esistono di tre tipi che funzionano contemporaneamente nelle stazioni sismiche: uno libero di muoversi soltanto lungo la verticale; gli altri due liberi di muoversi solo sul piano orizzontale, lungo due direzioni tra loro perpendicolari.
Nell’area prossima all’epicentro il sismogramma appare molto complicato o confuso, sia per l’ampiezza delle oscillazioni, sia per l’arrivo dei vari tipi di onde. A una certa distanza dall’epicentro, invece, i gruppi di onde cominciano a separarsi e nel sismogramma si riconosce una struttura fondamentale.
L’inizio delle oscillazioni e la parte del sismogramma corrispondono all’arrivo dalle onde P; nella parte centrale all’arrivo delle onde P si sovrappone quello delle onde S; nell’ultima parte compaiono prevalentemente le onde superficiali, più lente ma più ampie.
Dalla lettura di un sismogramma si possono ricavare varie informazioni come la potenza e la durata di un terremoto, la posizione dell’epicentro, la profondità dell’ipocentro, la direzione e l’ampiezza del movimento lungo la faglia che ha generato un terremoto, l’orientamento e l’estensione di quest’ultima; si ricavano dati anche sulla struttura interna della Terra.
L’uomo ha sempre cercato di valutare la forza di un terremoto, attraverso i danni e gli effetti provocati e basandosi, quindi, sulla sua intensità.
In Europa e in America la scala d’intensità più usata è la scala Mercalli, divisa in 12 gradi, basata solo sull'entità e sulla quantità dei danni prodotti su persone, su manufatti e sul terreno.
Sono i dati macrosismici di un terremoto e si riferiscono all’area entro cui esso è stato percepito.
Questo tipo di studio viene effettuato rilevando, attraverso l’uso di opportuni questionari, i danni e le reazioni delle persone confrontando i dati raccolti con la scala d’intensità.
Ad ogni località viene assegnato un grado d’intensità che risulterà massimo nella zona dell’epicentro e via via decrescente in località sempre più lontane.
Si riportano i valori d’intensità su una rappresentazione grafica e si tracciano delle linee di confine tra le zone in cui il terremoto si è manifestato con intensità diverse: si ottiene così una serie di curve, definite isosime, la più interna delle quali contiene l’epicentro.
Le registrazioni strumentali dei terremoti hanno fornito anche il mezzo per poter valutare la “forza” di un terremoto.
Se per due terremoti distinti ma con lo stesso epicentro si mettono a confronto i sismogrammi registrati in numerose stazioni poste a varie distanze, si osserva che il rapporto tra l’ampiezza massima registrata è sempre la stessa, a parità di distanza dalla sorgente, quindi, un terremoto più forte di un altro fa registrare sul sismogramma oscillazioni più ampie.
L’ampiezza massima delle onde ( indicata con A) può essere usata come misura di “grandezza” di un terremoto se viene messa a confronto con l’ampiezza massima (A0) delle onde fatte registrare da un terremoto standard che produce onde di ampiezza massima di 0.001 mm su un sismografo standard posto a 100 km di distanza dall’epicentro.
Poiché i valori che si ottenevano erano troppo grandi, Charles F. Richter, sismologo che si propose di misurare la magnitudo di un terremoto, decise di utilizzare la scala logaritmica: la magnitudo è espressa dal logaritmo in base dieci del rapporto fra l’ampiezza massima del terremoto e l’ampiezza che verrebbe prodotto da un terremoto standard alla stessa distanza epicentrale.
M = log10 A – log10 A0
Bisogna però precisare che intensità e magnitudo non dipendono l’una dall’altra, dato che la prima si riferisce agli effetti provocati da un terremoto in una certa zona e la seconda è una misura strumentale della forza del terremoto nel punto in cui si è originato.
Sono state trovate solo delle relazioni empiriche che legano questi due concetti.
Una constatazione che risulta evidente dall'osservazione della distribuzione a scala planetaria dei terremoti è che essi non avvengono con la stessa frequenza su tutta la Terra, ma sono concentrati in alcune aree ben definite da un punto di vista geologico. I terremoti avvengono principalmente in una ristretta fascia che circonda l'Oceano Pacifico ed è connessa alle recenti catene a pieghe, che formano il margine pacifico del continente americano, ed una serie di isole vulcaniche che bordano la costa pacifica del continente asiatico e dell'Australia. Il 75 % dell'energia associata a terremoti con ipocentro meno profondo di 70 Km. avvenuti tra il 1904 ed il 1952 è stata liberata nella fascia circumpacifica. Un ulteriore 23 % dell'energia sismica liberata nello stesso periodo è concentrato nella fascia di catene montuose recenti che va dal Mediterraneo all'Himalaya e negli archi di isole connessi (Egeo, Eolie). Il restante 2% è legato in gran parte a terremoti che avvengono lungo le dorsali medio - oceaniche. Appare quindi chiaro che l'ubicazione dei terremoti caratterizza i tratti fondamentali delle strutture litosferiche, giacchè: a) segue perfettamente l'andamento delle varie dorsali oceaniche; b) delinea i margini dell'intero oceano Pacifico e dell'oceano Indiano orientale, caratterizzati da vistosi fenomeni recenti di tettonica compressiva; c) si addentra nelle masse continentali rivelando l'instabilità delle grandi linee di sutura in corrispondenza delle catene corrugatesi durante il ciclo Alpino - Himalayano. Nella teoria della tettonica a zolle la distribuzione degli epicentri sismici è considerata marcare i limiti tra zolle di litosfera, in moto relativo tra di loro, nelle quali è divisa la superficie terrestre. Una suddivisione ancora più netta si ottiene se si prendono in considerazione solo i terremoti intermedi (profondità compresa tra 70 e 300 Km.) e profondi (profondità superiore a 300 Km.). Questi, infatti, sono ancora maggiormente concentrati lungo la cintura circumpacifica. Il terremoto più profondo è avvenuto, ad una profondità di 720 Km.. Se gli ipocentri dei terremoti intermedi e profondi che avvengono in una determinata regione vengono proiettati su di un piano verticale orientati perpendicolarmente alla direzione dell'arco di isole, essi definiscono un piano che immerge con un angolo variabile tra 30° e 70° al di sotto dell'arco di isole verso il bacino marginale. Questo piano è chiamato "Benioff" o "Benioff-Wadati" dal nome dei primi geofisici che ne hanno mostrato l'esistenza. Lo spessore del piano di Benioff, definito dalla distribuzione dei terremoti, è variabile da circa 25 Km. nel caso delle Tonga a più di 100 Km. nel caso del Giappone e di altri archi di isole. E' possibile però che almeno parte della variazione sia dovuta a dispersione degli ipocentri dei terremoti a causa di errori nella loro ubicazione. La teoria della tettonica a zolle interpreta questi piani come zolle litosferiche subdotte nell'incontro tra due zolle di litosfera in movimento convergente. La distribuzione dell'energia sismica liberata non è però uniforme per tutta la lunghezza del piano di Benioff. Spesso l'attività sismica raggiunge un minimo a profondità comprese tra 150 e 250 Km. e tra 400 e 500 Km, indica
una possibile variazione della rigidità della litosfera in questi intervalli.
Sulla base dei dati sismici la Terra è stata suddivisa in quattro involucri principali: la crosta, il mantello, il nucleo esterno e il nucleo interno. La più importante discontinuità, a partire dalla superficie terrestre, è la discontinuità di Mohorovicic (scoperta appunto da questo sismologo Jugoslavo nel 1906) detta semplicemente Moho. In corrispondenza di questa la velocità delle onde P passa da 6.8 - 7.3 Km/s a circa 8 Km/s e si trova ad una profondità variabile tra i 5 e i 90 Km. La profondità a cui si trova questa discontinuità sarà più vicina alla superficie in corrispondenza della crosta oceanica e raggiungerà valori più alti al di sotto dei continenti. Recentemente lungo l'asse della dorsale media - oceanica atlantica, presso le Azzorre, si è misurato uno spessore della crosta di soli 3 Km. Nell'area delle Alpi e dell'Italia questa profondità varia notevolmente: al di sotto dei monti si trova a circa 55 Km di profondità, mentre per il resto dell'Italia si trova a circa 30 km.
Tale discontinuità divide quindi la crosta Terrestre dal mantello; quest'ultimo costituisce la maggior parte della Terra sia come volume (circa 84%), sia come massa (circa il 68%), ed è separato dal nucleo dalla discontinuità di Gutenberg alla profondità di 2.900 Km.
Nel mantello sono inoltre presenti altre tre discontinuità meno importanti (a 400 Km, a 650 Km, e a 1050 Km) che sono legate ad un mutamento della composizione del mantello stesso e creano una zona di transizione. Il mantello è principalmente diviso in mantello superiore, che va dalla discontinuità di Mohorovicic ad una profondità di circa 400 Km, e mantello inferiore, che arriva ad una profondità di 2900 Km. Tra i due si trova la zona di transizione (tra i 400 e 1050 Km). Il mantello superiore può essere a sua volta diviso in astenosfera, che si trova tra i 70 e 250 Km ed è costituita parzialmente da materiale fuso, e litosfera, che invece è rigida. Quindi è la roccia fusa nell'astenosfera che, risalendo attraverso fratture della litosfera, da vita ai vulcani e non solo. Al di sotto del mantello inferiore vi è il nucleo che si estende da circa 2900 Km fino al centro della Terra (6371 Km) ed ha un volume pari al 16% del totale, ma la sua massa è ben il 31% .E’ diviso in nucleo esterno e nucleo interno dalla discontinuità di Lehemann.
Per analogia con le meteoriti metalliche, derivate dalla disgregazione di un corpo celeste di cui costituivano la parte più interna, si ritiene che il nucleo interno sia formato in prevalenza da ferro e nichel e che quest'ultimo sia presente in quantità comprese tra il 10 e 20%. Il nucleo esterno che è liquido (poiché le onde S non vi si propagano) è composto da una piccola percentuale di nichel (2%) e una quantità (al massimo del 15%) di un altro elemento più leggero, che potrebbe essere zolfo, silicio o ossigeno, e arriva a circa 5200 Km di profondità (è da questo che si origina gran parte del campo magnetico terrestre). Il nucleo interno è, infine, ritenuto solido.
Spaccato della terra
I vulcani.
Un vulcano è una spaccatura della crosta terrestre dalla quale, in determinate circostanze, erutta il magma incandescente, insieme a gas, vapori e materiali rocciosi.
Il magma, termine greco che significa miscuglio o impasto, è una miscela di materiali fusi, composta essenzialmente di silicati e ricca di gas ad altissima pressione. Questa massa si trova entro o sotto la crosta terrestre in zone chiamate serbatoi, camere o focolai magmatici; quando la sua pressione supera quella esercitata dalle rocce sovrastanti, il magma fuoriesce in superficie, perde i gas che conteneva e diventa lava.
Un vulcano si origina quando il calore prodotto dal nucleo centrale della Terra, tendendo a disperdersi, arriva alla superficie con la risalita di rocce fuse attraverso le spaccature della crosta terrestre, dando vita ad un’eruzione che costruisce l’edificio vulcanico.
Approssimativamente un vulcano tipo è costituito da un focolaio o bacino magmatico, che è il luogo dove si accumula il magma proveniente dal mantello; da un condotto o camino vulcanico, attraverso cui i materiali magmatici salgono dal focolaio alla superficie; e da un cratere (dal greco krater = “coppa”) che rappresenta lo sbocco esterno del camino e di solito è costituito da una cavità imbutiforme. L'apparato esterno, ossia il cono vulcanico, è prodotto dalla stessa attività vulcanica e può avere dimensioni svariate.
Le eruzioni possono avvenire sia attraverso il cratere principale che attraverso condotti secondari, detti coni avventizi, i quali traggono alimento da diramazioni del condotto principale. Talvolta essi si succedono lungo la stessa linea, essendosi originati da fratture laterali del vulcano. Sono questi crateri avventizi che, essendo situati a quote molto basse, hanno prodotto le eruzioni più catastrofiche, perché le loro colate laviche spesso si sono spinte fino al mare e lungo il loro percorso hanno ricoperto, insieme alle colture, vari centri abitati.
I vulcani possono essere: attivi se sono caratterizzati da eruzioni più o meno frequenti, pur senza alcuna regolarità; quiescenti se, per quanto non diano luogo ad eruzioni da alcuni secoli, manifestano segni di vita attraverso emanazioni di gas e vapori; spenti se la loro attività eruttiva è ormai cessata da molti anni e sono assenti anche le emanazioni di gas e vapori.
La distinzione tra vulcani spenti e quiescenti, però, è piuttosto difficile. Spesso è accaduto che vulcani considerati estinti, perché restati inattivi per decine di secoli, improvvisamente si sono ridestati con spettacolari eruzioni.
I materiali emessi dai vulcani, oltre ai gas e vapori, sono di due tipi: liquidi e solidi.
I materiali liquidi sono rappresentati dalle lave, che, in base alla quantità di silice contenuta, si distinguono in basiche (con quantità di quantità di silice inferiore al 53%), neutre (53-66%) e acide (oltre 66%). Le lave con basso contenuto di silice provengono da bacini magmatici profondi, hanno colore scuro e sono molto fluide, per cui scorrono piuttosto velocemente sui fianchi del vulcano; quelle ricche di silice, invece, provengono da bacini magmatici superficiali, hanno colore chiaro e sono molte viscose, per cui scorrono con difficoltà e si solidificano con rapidità, accumulandosi attorno al cono craterico e provocandone il progressivo innalzamento.
I materiali solidi, detti anche piroclastici (dal greco pur = “fuoco” e klàsis = “rottura”) sono materiali di natura e di grandezza variabili che provengono dalle pareti del camino e dalla base del vulcano, oppure sono frammenti di lave solidificate in aria che le esplosioni lanciano a grande altezza.
A seconda delle dimensioni si hanno le ceneri e le sabbie, cioè particelle finissime di lava polverizzata o minuti frammenti di rocce provenienti dal camino vulcanico e che, proprio per le loro piccolissime dimensioni, possono restare in sospensione nell’atmosfera ed essere trasportate dal vento a grandi distanze; i lapilli (dal greco lapillus = “sassolino”) che sono pezzetti di lava di pochi centimetri di diametro, di colore grigio; le pomici, ossia lave vetrose e ricche di gas che, uscendo dal cratere, si espandono in blocchi spugnosi molto leggeri di colore biancastro o grigio; e le bombe vulcaniche, vale a dire brandelli di lava che, quando vengono lanciati in aria durante le eruzioni, roteando assumono forma tondeggiante che conservano anche quando cadono al suolo già solidificati. Altri tipi sono le bombe a crosta di pane che mostrano una superficie vetrosa piena di screpolature attribuibile alla riduzione di volume durante il raffreddamento.
Si hanno essenzialmente due tipi di attività vulcanica e sono quella esplosiva e quella effusiva.
La fase eplosiva, detta anche fase pliniana perché minutamente descritta dallo scrittore romano Plinio il Giovane durante la celebre eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C., che distrusse Pompei, Ercolano, Stabia ed altri centri situati attorno al vulcano, si ha quando il magma che risale è molto viscoso e ricco di gas. In questo caso, al diminuire della pressione, i gas iniziano a liberarsi in singole bollicine, che, a causa dell'alta viscosità del magma, non riescono ad espandersi liberamente: la pressione da essi esercitata deve salire enormemente prima di vincere la resistenza della massa fusa e della spessa crosta già consolidata che ostruisce la parte finale del condotto. Quando questo avviene, si verifica una fortissima esplosione che squarcia il cratere e lancia in alto una densa nube di vapori e gas, insieme con ceneri, lapilli e bombe vulcaniche. I materiali solidi, raggiunta una certa altezza, ricadono al suolo; la nube di gas, invece, s'innalza fino ad un'altezza di 10-20 km, formando un enorme pennacchio che viene chiamato pino vulcanico perché si presenta stretto alla base e largo nella parte superiore. Talvolta, insieme con il gas, fuoriesce anche una densa miscela di magma polverizzato, detta nube ardente, che scende rapidamente lungo i fianchi del vulcano bruciando quanto incontra sul suo cammino. L'accumulo dei materiali solidificati delle nubi ardenti viene detto ignimbrite (dal latino ignis = “fuoco” e imber = “pioggia”).
La fase effusiva, o di deiezione, consiste nell’emissione di lava fluida incandescente che si espande in lingue di fuoco chiamate colate laviche.
La velocità di percorso di una colata lavica è varia perché dipende, oltre che dalla maggiore o minore fluidità, dalla pendenza più o meno ripida del vulcano; ma in genere è massima in prossimità della bocca eruttiva e minima nella parte frontale della colata. Anche l’aspetto di una colata lavica dipende da vari fattori, come la composizione, la viscosità, il contenuto in gas della lava e la morfologia del terreno su cui la colata scende.
Quando la lava che si raffredda è molto fluida la parte esterna si solidifica più rapidamente rispetto a quella interna, che per un certo tempo resta fluida e continua a scorrere come in un tunnel dalle pareti isolanti. In tal modo, soprattutto lungo i pendii molto scoscesi, la parte interna della colata può restare vuota, per cui si formano gallerie di scolamento. Spesso le lave solidificano anche all’interno del condotto formando i cosiddetti neck, in inglese “collo”, che successivamente, se il materiale circostante viene rimosso dall’erosione, affiorano in superficie a forma di colossali guglie. Altre volte, la pellicola superficiale di queste colate, solida ma ancora plastica, viene trascinata dalla lava sottostante, ancora fluida, e si raggrinza secondo una successione di linee arcuate simili a fune, si parla allora di lava a corde.
Se, invece, la lava è più viscosa, la superficie della colata, più rigida, a contatto con l’aria, si frantuma in numerosi frammenti spigolosi e taglienti formando ammassi caotici, per cui tale tipo di lava è definita scoriacea; se la viscosità è un po’ più accentuata, i frammenti trascinati dalla parte ancora fusa possono essere di grandi dimensioni e si parla allora di lava a blocchi.
Altri tipi di colate laviche sono quella a budella, se, fuoriuscendo liquida dall'interno della colata attraverso fratture del crostone superficiale, crea volute capricciose e figure spesso fantastiche; e a colonne, se risulta fratturata in una serie di colonne prismatiche perpendicolarmente alla superficie di raffreddamento.
Se la colata lavica fuoriesce sul fondo di un oceano, a causa del brusco raffreddamento a contatto con l'acqua, la sua superficie si riveste rapidamente di una crosta vetrosa, che la pressione per l’arrivo di nuova lava dal condotto fa rompere in vari punti: dalle numerose fessure escono fiotti di lava che a loro volta si rivestono di un guscio vetroso, e il processo si ripete. Si parla di lava a cuscini.
Terminata l’attività eruttiva, il vulcano entra nella fase di solfatara, detta anche di quiescenza, che è caratterizzata dalla emissione di gas e vapori.
In base alle modalità con cui l’attività eruttiva si manifesta, si possono distinguere cinque diversi tipi di vulcani: hawaiano, islandese, stromboliano, vulcaniano, pliniano e peléeano .
Il tipo hawaiano, così denominato dai vulcani dell'arcipelago delle Isole Hawaii1, è caratterizzato da abbondanti effusioni di lava molto fluida che trabocca dal cratere in modo tranquillo, senza esplosioni. Di tanto in tanto, tuttavia, si verificano improvvisi zampilli di materiali incandescenti, detti fontane di lava, che sono lanciati in alto dalla pressione dei gas e possono innalzarsi fino a 300 metri.
La lava di solito forma edifici a scudo, ossia aventi l'aspetto di un piatto rovesciato, e spesso può defluire anche da lunghe fessure laterali, che partono dal condotto centrale.
Il tipo islandese, presente soprattutto lungo le dorsali oceaniche, è caratterizzato dalla fuoriuscita di grandi quantità di lava fluida da spaccature lineari lunghe anche parecchi chilometri. Il ripetersi di tali eruzioni dalla stessa fessura porta alla formazione di vasti espandimenti lavici basaltici, quasi orizzontali, detti plateaux basaltici, di spessore relativamente modesto. Queste eruzioni lineari, ora limitate soprattutto all'Islanda, un tempo erano molto diffuse: ad esse si devono i vasti altipiani lavici dell'America meridionale (Patagonia), dell'Africa (Etiopia), dell'Asia (Arabia, Siberia, Mongolia, India), della Groenlandia e di tante altre parti della Terra
Il tipo stromboliano, così denominato dal vulcano Stromboli, nell’arcipelago delle Eolie, è contraddistinto da un’attività eruttiva continua e da esplosioni d'intensità moderata, che avvengono ad intervalli regolari e ravvicinati. Il fenomeno si spiega con il fatto che il magma emesso è piuttosto denso, per cui tende a solidificare nel cratere. Ma di tanto in tanto i gas intrappolati nel camino, raggiunta una determinata pressione, si liberano, lanciando in aria, insieme con una bianca nube di vapore, brandelli di lava fusa che si rivestono di una crosta plastica e assumono una forma affusolata. Esaurita la spinta dei gas che hanno innescato l'eruzione, la lava torna a ristagnare sul fondo del cratere e si forma una nuova crosta solida, finché un nuovo accumulo di gas farà ripetere il fenomeno.
Il magma di tipo intermedio, accumulandosi e solidificandosi, forma edifici detti misti o a strati.
Il tipo pliniano è caratterizzato dalla violenza estrema dell’esplosione iniziale, che svuota rapidamente un gran tratto del condotto superiore: il magma può risalire con grande velocità da zone profonde, fino ad espandersi in maniera esplosiva, uscendo dal cratere, dissolvendosi in una gigantesca nube di minutissime goccioline.
Il tipo vulcaniano, dall’Isola di Vulcano, nelle Eolie, presenta eruzioni piuttosto rare, ma violente, che sono accompagnate dall’emissione di grandi nubi scure, miste a gas e materiale detritico polverizzato.
Tale comportamento dipende dal fatto che il magma è molto viscoso, per cui tra un’eruzione e l’altra solidifica nel cratere e lo ostruisce, formando un “tappo” di grosso spessore. Quando la pressione dei gas sottostanti diventa tale da vincere l’ostruzione, il magma risale con estrema violenza dalla camera magmatica e viene letteralmente “sparato” verso l’esterno attraverso il condotto; l’esplosione è violentissima, tanto da coinvolgere, a volte, la sommità stessa del cono vulcanico. La colonna di vapori, gas e lava polverizzata sale diritta verso l’alto e può raggiungere i 30 km di altezza prima di collassare. Poi, rimossa l’ostruzione, le colate laviche fluiscono dal cratere, formando edifici a strato, e da fessure laterali, dove possono formarsi crateri avventizi. L’attività del Vesuvio e dell’Etna rientra in questa categoria di eruzioni.
Il tipo peléeano, dal Monte Pelée, nell'isola della Martinica, ha due caratteristiche principali: estrema esplosività e abbondanti emissioni di nubi ardenti. Ciò si deve al magma estremamente viscoso, che blocca la fuoriuscita dei gas e li costringe ad aprirsi una via al di sotto del tappo craterico, per cui le esplosioni si verificano in senso orizzontale anziché verticale. Si sprigiona allora una densa miscela di vapori surriscaldati e di ceneri incandescenti, la cosiddetta nube ardente, che scende rapidamente lungo i fianchi del vulcano bruciando quanto incontra sul suo cammino. In seguito si ha la risalita di una corrente lavica molto pastosa, detta protusione solida, che si ferma nel cratere e chiude un'altra volta le vie d'uscita ai gas, favorendone così l'accumulo all'interno del camino e creando le condizioni per altre esplosioni.
I vulcani attualmente in attività sono circa 700 e la loro distribuzione sulla superficie del globo non è casuale: essi, infatti, sono collegati con zone geologicamente attive della crosta terrestre.
La maggior parte dei vulcani attivi, circa il 60%, è situata attorno all’Oceano Pacifico, dove forma un allineamento noto come «cintura di fuoco del Pacifico», che si estende dalla Catena delle Ande fino all’Alaska. Sono tutti vulcani fortemente esplosivi, localizzati nelle zone in cui la crosta terrestre subisce fenomeni di compressione, come ai margini dei continenti o lungo gli archi insulari.
Diversi sono, invece, i vulcani situati nelle zone in cui la crosta terrestre è soggetta a movimenti di distensione, dove cioè le placche si allontanano una dall’altra.
Fra essi si possono ricordare i vulcani della fascia atlantica, della zona orientale dell’Africa e della zona mediterranea.
Non tutti i fenomeni vulcanici avvengono in corrispondenza dei margini delle placche; esistono, infatti, numerosi altri centri di emissione, che rappresentano appena l’1% del vulcanismo, che sono situati al centro delle placche litosferiche rigide, sia oceaniche che continentali. Essi vengono chiamati punti caldi, ed emettono un tipo di lava che è simile a quella basaltica prodotta dai vulcani localizzati lungo le dorsali oceaniche o presso i margini continentali, ma contiene una certa percentuale di metalli alcalini.
La causa della loro formazione non è stata ancora individuata con certezza, tuttavia la maggioranza degli scienziati propende per attribuirla alla risalita in superficie di materiale caldo sotto forma di enormi pennacchi caldi, la cui sommità, giunta sotto la litosfera, si allargherebbe verso direzioni opposte, innescando il processo di espansione; contemporaneamente entro il resto del mantello si verificherebbe un flusso di ritorno discendente di materiale meno caldo.
Quando una placca litosferica, nei suoi lenti movimenti, passa sopra un punto caldo si genera una fila di vulcani che, superata la sorgente vulcanica, diventano spenti e tendono ad abbassarsi. Ciò si verifica perché in corrispondenza del punto caldo la litosfera è meno densa e quindi, per compensazione isostatica, risulta sollevata.
Se la placca litosferica che passa sopra un punto caldo è oceanica, allora si formerà una serie di isole vulcaniche che, con il passare del tempo, sprofonderanno sotto il livello del mare e, per l'azione abrasiva delle onde che ne smantella la sommità, acquisteranno la forma di un cono tronco.
L’esempio più noto di vulcanesimo dovuto ai punti caldi è quello delle Isole Hawaii, che si sono formate con il passaggio della Placca Pacifica su un'unica sorgente calda durante gli ultimi 70 milioni di anni. L'arcipelago è, infatti, composto da un lungo allineamento di isole che presentano un diverso stadio vulcanico. La più meridionale, l'Isola Hawaii, è caratterizzata da un intenso e spettacolare vulcanismo attivo perché si trova ancora sul punto caldo; le più settentrionali sono caratterizzate invece da vulcani spenti o in fase di spegnimento, perché si trovano ormai lontane dal punto caldo. Esse, inoltre, si presentano più piccole e più basse, perché sono state maggiormente erose dagli agenti esogeni a causa della loro più antica formazione.
The madness of trying to eliminate death and evil.
Frankenstein or the Modern Prometheus
A pinch of madness goes trough all the work of Mary Shelley. Frankenstein, a Swiss scientist, manages to create a human being by joining parts selected from corpses. The result of this experiment is ugly and revolting; the Monster becomes a murder and in the end he destroys his creator.
All began in a dreary night of November but quickly “the beauty of the dream vanished, and breathless horror and disgust filled my heart”.
It was the result of human madness: he wanted to create life to save men from death.
Mary Shelley gives her own account of Frankenstein’s origin. She was fascinated by ghost stories, speculation about the reanimation of corpses or the creation of life and at one point of her life her personal anxieties and the memories of her sense of loss at her mother’s death came together, creating the walking dream or nightmare that so terrified her.
She sympathizes with the monster but she is afraid of the consequences of his actions.
Frankenstein in an overreacher likes Walton that wants to reach the North Pole; their madness is that of questing the forbidden knowledge and penetrating into the Nature’s secrets.
So Walton is a double of Frankenstein since he manifests the same ambition, the wish to overcome human limits in his travelling towards the unknown and same wish for lonliness and pride of being different. But differently to Frankenstein, Walton understood is madness and decided to change before it was too late.
The monster can be considered the Rousseau’s natural man, which is the primitive man, unspoilt by civilization.
Another important influence was the work of the romantic poets in general, especially “Rime of the Ancient Mariner” of Coleridge: both in Coleridge’s ballad and in Mary Shelley’s novel a crime against nature was committed .
Also the myth of Prometheus is important: Prometheus in Greek mythology was a giant whose madness was to steal fire from Gods in order to give it to men.
The strange case of Dr Jekyll and Mr Hyde
Also in the most important work of Stevenson there is the presence of madness: it was the madness of the Victorian Society, characterized, on one hand, by respectability and wealth and, on the other hand, by criminality, poverty and social injustice.
A brilliant scientist, Dr Henry Jekyll, has created a potion able to release his evil side, Mr Hyde.
The two parts are in perpetual struggle but slowly the evil side dominates the good one and appears also without the potion. Dr Jekyll has only two choices: a life of crime and depravity or the suicide.
He chooses the second possibility.
The theme of the double may be found also in the setting of the novel: as a matter of fact Dr Jekyll used the fairy front of the house, while Mr Hyde used the back side, a sinister block of buildings.
The madness of Dr Jekyll is that of dividing good and evil to eliminate the latter.
Jekyll and Hide are the stereotypes of people who are “good” and “evil”.
As Jekyll has lived a virtuous life, his face his handsome, his hands white and well – shaped, his body larger and more harmoniously proportioned than Hyde’s. Since Edward Hyde is pure evil and hate, he is pale and dwarfish, his hands are dark and hairy, he gives an impression of deformity. Hyde is uglier and smaller than his alter ego Hyde.
Slowly he begins to grow in stature and the original balance of good and evil in Jekyll’s nature is threatened with being permanently overthrown.

Einstein: il genio folle della relatività.
Il XX secolo è stato ricco di notevoli eventi e di veri e propri sconvolgimenti che finirono per cambiare radicalmente il mondo. Anche la scienza ha subito una notevole evoluzione sia in ambito militare, che dal punto di vista prettamente scientifico. Questo è il secolo delle nuove armi, della bomba atomica, ma è anche il secolo delle più grandi scoperte delle leggi della fisica che sono alla base di tutta la civiltà moderna. Una delle più grandi intuizioni della fisica fu la formulazione della teoria della relatività del celebre fisico tedesco Albert Einstein il quale, nel 1907, intuì l’inesistenza del tempo assoluto della fisica classica, sostenendo che esso è “relativo” e dipende dallo stato di moto del sistema che si considera rispetto all’osservatore. Da questo egli intuì che se l’orologio si muove molto velocemente, il tempo misurato da esso risulterà fluire più lentamente rispetto a quello misurato dall’orologio che l’osservatore tiene con sé. Anche se questo fatto può sembrare paradossale è stato provato scientificamente con particelle subatomiche che possono essere accelerate a velocità molto prossime a quella della luce ( 300.000 km/s) dimostrando l’eccezionalità dell’intuizione di Einstein.
L’uomo del Novecento, sconvolte le sue certezze, è entrato definitivamente in crisi, una crisi che spesso lo ha portato alla follia….
La relatività dello spazio e del tempo
Il tempo assoluto
La luce è un’onda luminosa che ha la capacità di propagarsi attraverso il vuoto; perciò è facile dedurre per via teorica la sua velocità c. Ma risulta evidente che, anche cambiando sistema di riferimento, esso non varia. Si può riscontrare quindi una contraddizione tra la teoria della meccanica classica che affermava che, tramite le trasformazioni di Galileo, la velocità di un qualsiasi oggetto variava cambiando sistema di riferimento, e la teoria dell’elettromagnetismo.
Un’ipotesi alla base della fisica di quel periodo era l’esistenza di un tempo assoluto, cioè un tempo che scorre immutabile e indifferente, identico in tutti i sistemi di riferimento. Grazie all’intervento di Einstein si riuscì a dimostrare che, in realtà, esso era un concetto errato.
Si può parlare di simultaneità quando nel momento in cui un atleta, simultaneamente allo sparo del giudice, comincia una corsa, il cronometro segna un certo valore, mentre all’arrivo, nel momento che l’atleta attraversa il traguardo, ne segna un altro. In ambedue i casi si verifica l’applicazione del concetto di simultaneità tra i due eventi. Nel caso in cui, però, si debba verificare il fenomeno con oggetti molto distanti con velocità prossime a quella della luce, questo tipo di misurazione può risultare molto meno semplice.
Einstein risolse la contraddizione proponendo di rifondare la fisica partendo da due soli postulati:
Le leggi e i principi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
• La velocità della luce è la stessa in tutti i sistemi di riferimento inerziali, in modo indipendente dal sistema stesso o della sorgente da cui la luce è emessa.
Formulato il postulato sulla costanza della velocità della luce si poteva stabilire effettivamente se due oggetti erano o meno simultanei.
Per definizione si può dire che due fenomeni F1 e F2 sono simultanei se la luce che essi emettono giunge nello stesso istante in un punto P equidistante dai punti P1 e P2 in cui si verificano i due fenomeni.
Il giudizio di simultaneità, però, risulta relativo dato che, considerando uno sistema di riferimento in moto rispetto ad un altro i due eventi non risultano più simultanei. Ne consegue che il concetto di simultaneità assoluta è impossibile e che quindi non si può definire un tempo assoluto che scorra uguale per tutti gli osservatori.
• La dilatazione dei tempi
La durata di qualunque fenomeno risulta minima se è misurata nel sistema di riferimento S solidale con il fenomeno stesso, cioè in quel sistema in cui il fenomeno inizia e finisce nello stesso punto. In tutti i sistemi di riferimento in moto rispetto a S, però, la durata del fenomeno risulta maggiore e la misura di uno stesso intervallo di tempo dipende dal sistema di riferimento in cui questo è misurato. Anche questo fatto conferma che il concetto di tempo è relativo.
La dilatazione dei tempi è espressa dalla formula:

∆t′ = 1 . ∆t
1- (v/c)2

Si può definire intervallo di tempo proprio (∆τ) la durata di un fenomeno che viene misurato in un sistema di riferimento solidale con esso.
Indicato inoltre con il simbolo β il rapporto tra il modulo della velocità di un oggetto e la velocità della luce nel vuoto,
β = v/c
prende il nome di coefficiente di dilatazione nel vuoto,
γ = __ 1 . , per cui la formula della dilatazione dei tempi diventa: ∆t′ = γ ∆t .
1 - β2
• La contrazione delle lunghezze nella direzione del moto relativo
Se un osservatore effettua la misurazione della lunghezza di un segmento in un dato sistema di riferimento e un secondo osservatore compie la stessa azione in un sistema in moto rispetto al primo, ne risulterà che nel secondo la lunghezza del segmento è uguale alla differenza tra le posizioni dei suoi estremi misurate nello stesso intervallo di tempo, rispetto agli orologi di quel sistema. Effettuato ciò, risulta che all’intervallo di tempo ∆t′ , che è l’intervallo di tempo “proprio” di quel sistema, corrisponde un intervallo di tempo ∆t più lungo. Ne consegue che la lunghezza propria del segmento nel secondo sistema è minore.
Come per il tempo, anche lo spazio assoluto della meccanica classica non esiste.
Δx′ = (Δx) / γ = 1- (v/c)2 Δx
• L’invarianza delle lunghezze perpendicolari al moto relativo
Dimostrata la dilatazione degli intervalli di tempo e la contrazione delle distanze poste nella direzione del moto di un secondo sistema di riferimento non solidale, è lecito dubitare che un segmento posto in direzione perpendicolare ad un sistema di riferimento in movimento, ad esempio un treno, appaia uguale ad ambedue i sistemi di riferimento.
Si può procedere per assurdo asserendo che non sia vera l’affermazione che si vuole dimostrare.
Utilizzando l’esempio del treno che passa in una galleria abbiamo due situazioni distinte:
- il riferimento del terreno: in esso la galleria è ferma e il treno è in movimento. Secondo l’ipotesi della contrazione il treno, visto da terra, appare più stretto e più basso di prima: non c’è dubbio che riesca a passare sotto la galleria;
- il riferimento del treno: in esso il treno è fermo e la galleria è in movimento. Ora sono l’altezza e la larghezza della galleria a diminuire, mentre quelle del treno rimangono costanti. Il risultato dovrebbe essere un drammatico incidente quando il treno tenta di entrare in una galleria troppo piccola.
Naturalmente non è possibile che un incidente avvenga o no a seconda del sistema di riferimento che si adotta. L’unico modo per rimediare a tale assurdità è ammettere che le dimensioni trasversali rimangano uguali.
• Le trasformazioni di Lorentz
Nella meccanica classica per indicare le trasformazioni da un sistema ad un altro, venivano utilizzate le trasformazioni di Galileo che presupponevano, però, l’esistenza di un tempo assoluto. Esse non sono corrette per indicare le trasformazioni da un sistema di riferimento ad un altro. Sono quindi sostituite da quelle formulate dal fisico olandese Lorentz note come trasformazioni di Lorentz.
x′ = x – vt = γ( x – vt ) z′ = z y′ = y
1- (v/c)2

t′ = t – (vx)/ c2 = γ( t – (β/c) .x)
1- (v/c)2
La relatività ristretta
Per descrivere un qualsiasi fenomeno fisico si deve partire dal fatto che un certo fenomeno è avvenuto in un determinato istante, in un certo punto dello spazio. Introdotto quindi un sistema di riferimento ( t, x, y, z) in cui t indica l’istante in cui tale fenomeno è avvenuto e le altre tre lettere le coordinate spaziali del luogo dove esso è avvenuto, si definisce evento la quaterna ordinata ( t, x, y, z).
La descrizione dello spazio con tre assi cartesiani particolari, però, non ha alcun significato fisico; è soltanto una scelta arbitraria che può variare da osservatore ad osservatore.
Un discorso analogo, nella teoria della relatività, si può fare pure per l’intervallo di tempo ∆t.
Dati due eventi separati dagli incrementi delle quantità ∆t ∆x ∆y ∆z, esiste una quantità chiamata intervallo invariante ∆σ equivalente alla radice della quantità (∆σ) = (c∆t)2 – (∆x)2 – (∆y)2 – (∆z)2
Nel sistema di riferimento solidale con il fenomeno dove i due eventi di inizio e di fine hanno le stesse coordinate spaziali, mentre la sua durata ∆t è pari all’intervallo di tempo proprio τ,
∆t = ∆τ e ∆x = ∆y = ∆z =0
ne risulta quindi che ∆σ = c∆τ.
In definitiva lo spazio quadrimensionale ( t, x, y, z) nel quale l’intervallo invariante tra due eventi è (∆σ)2= (c∆t)2 – (∆x)2 – (∆y)2 – (∆z)2 prende il nome di spazio-tempo.
L’equivalenza tra massa ed energia
Nella meccanica classica vi sono due leggi separate ed indipendenti che riguardano la conservazione della massa e la conservazione dell’energia. Nella relatività si scopre, invece, che la grandezza fisica “massa” non si conserva separatamente dall’energia. La massa non è altro che una forma di energia che si somma all’energia cinetica e potenziale nell’enunciare la conservazione dell’energia meccanica.
La teoria della relatività afferma che, se un corpo assume una quantità di energia E, la sua massa non si conserva bensì aumenta della quantità
∆m = E . ;
c2
al contrario, nel momento in cui il corpo perde energia, la sua massa diminuisce.
Grazie a questa formula si può affermare che la massa stessa è una forma di energia che scompare quando compare energia e viceversa. Tutte le trasformazioni sono regolate dalla relazione di Einstein E=mc2. Ne risulta quindi che un corpo fermo possiede un’energia E0 = m0 c02 che prende il nome di energia di quiete o riposo.
La relatività generale
La teoria della relatività ristretta nasce per accogliere al suo interno l’elettromagnetismo classico, infatti non a caso la riflessione sull’invarianza della velocità della luce nel vuoto è uno dei punti di partenza da cui poi si è sviluppata tutta la teoria.
Fin dall’inizio, Einstein si pose il problema se fosse possibile introdurre l’attrazione gravitazionale nella teoria della relatività ristretta e nello stesso tempo si chiese se fosse possibile ampliare il primo dei due assiomi della relatività ristretta secondo cui le leggi fisiche hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
Infine si rese conto che i due problemi si fondevano in uno unico e la sua risoluzione costituiva l’ossatura della nuova relatività generale, che andava a completare quella ristretta.
La massa gravitazionale e la massa inerziale sono sempre direttamente proporzionali tra loro e grazie a questa proprietà sono state scelte delle unità di misura in modo che esse risultino addirittura uguali. L’uguaglianza tra le masse giustifica il fatto che tutti i corpi che si trovano in una stessa zona di spazio risentono della stessa accelerazione di gravità.
Il modulo della forza di interazione gravitazionale tra un pianeta e un punto materiale di massa mg e massa inerziale mi posto ad una distanza r dal centro del pianeta è:
F = G Mg mg
r2
dove Mg è la massa gravitazionale del pianeta e G è la costante di gravitazione universale.
L’accelerazione del punto materiale dovuta alla forza gravitazionale si può calcolare grazie al secondo principio della dinamica e corrisponde all’equazione:
F = mia
Sostituendo questa formula con la precedente e ricavando da questa l’accelerazione a, si ottiene
a = G Mg mg
r2 mi
In quest’ultima espressione si potrebbe pensare che l’accelerazione possa dipendere dal rapporto mg / mi e che, quindi, potrebbe variare da corpo a corpo, ma con accurate misure sperimentali si è scoperto che esso equivale ad 1; perciò l’equazione diventa:
a = G Mg
r2
Poiché l’accelerazione dipende solamente dalle costanti G e Mg se ne deduce che anche essa sia una costante uguale per tutti i corpi.
È possibile effettuare alcuni esperimenti ideali con i quali si è in grado di simulare l’esistenza di un campo gravitazionale o eliminarlo e proprio grazie a questi Einstein fu in grado di formulare uno degli assiomi fondamentali della nuova teoria della relatività generale: il principio di equivalenza, che afferma che in una zona delimitata dello spazio-tempo è sempre possibile scegliere un opportuno sistema di riferimento in modo da simulare l’esistenza di un campo gravitazionale uniforme o reciprocamente, in modo da eliminare l’effetto della forza di gravità.
Grazie a questo principio Einstein poté fare una serie di riflessioni tramite le quali guardò alla fisica, ed in articolare alla gravità, in un modo assolutamente nuovo. Il fisico riuscì, infatti, ad ampliare il primo assioma della relatività ristretta, considerando i sistemi inerziali non più “privilegiati” rispetto agli altri sistemi di riferimento poiché quello che avveniva al loro interno si verificava tranquillamente anche in un sistema accelerato o in uno in caduta libera.
Einstein formulò il principio di relatività generale: le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento.
In seguito, il fisico tedesco, riuscì a superare anche il secondo postulato, secondo cui la velocità della luce è la stessa in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
Se la luce si propaga in linea retta con velocità costante in un sistema di riferimento, passando ad uno accelerato rispetto al primo, risulterà avere una traiettoria curva.
Grazie a questi punti di partenza Einstein fu in grado di formulare una teoria organica e completa che prese il nome di teoria della relatività generale, che si basa su due assiomi fondamentali:
• la presenza di masse incurva lo spazio tempo;
• i corpi soggetti alla forza di gravità devono essere considerati come particelle libere, che si muovono seguendo le geodetiche dello spazio – tempo.
Poiché la teoria della relatività ristretta non prende in considerazione l’attrazione gravitazionale tra le masse, lo spazio-tempo di questa viene considerato piatto.
Il termine spazio-tempo, in realtà, è una definizione non proprio corretta poiché dal punto di vista geometrico si parla di spazi a quattro dimensioni.
Viene formulata, quindi, una concezione nuova di geometria, in cui non vale più il quinto postulato di Euclide che afferma che esiste ed è unica la parallela condotta da un punto esterno ad una retta. Queste nuove geometrie prendono il nome di “non euclidee” e possono essere di due tipi: iperboliche e ellittiche. Nelle prime per un punto esterno ad una retta è possibile condurre infinite rette parallele, mentre nelle seconde non esistono rette parallele ad una retta data passanti per un punto esterno ad essa. Hanno una proprietà particolare che è la curvatura che risulta positiva negli spazi con geometria ellittica, negativa negli altri.
Tali spazi si dicono curvi, mentre quello Euclideo o quello di Minkowski, che hanno curvatura nulla, vengono definiti piatti.
Di rilevante importanza è conoscere la distribuzione delle masse dato che esse influiscono sulla curvatura dello spazio-tempo: le zone più vicine ad una massa presentano una curvatura più accentuata.
Prendono il nome di geodetiche le curvature di minima lunghezza, che hanno la funzione di unire i vari punti: esse sono segmenti di retta nella geometria euclidea, mentre in uno spazio-tempo sferico assumono la forma di archi di circonferenza massima.
Una volta nota la distribuzione delle masse si è in grado di calcolare la geometria dello spazio-tempo grazie all’equazione di campo di Einstein che è il cuore della sua teoria.
Tra le previsioni teoriche della relatività generale ve ne è una particolarmente affascinante: se la geometria dello spazio è determinata dalla distribuzione delle masse e se tale distribuzione viene modificata, si ha di conseguenza una variazione della geometria dello spazio-tempo che, però, non può essere istantanea in tutto l’universo ma si propaga dal punto in cui si è generata con la velocità della luce c. Tale propagazione prende il nome di onda gravitazionale.
La luce subisce una deflessione in presenza di un campo gravitazionale e quindi in presenza della curvatura dello spazio-tempo. Alcune stelle osservabili vengono viste in una posizione diversa rispetto a quella che realmente occupano. Secondo la teoria della relatività generale, la luce trasporta energia, ma poiché essa ci giunge con una frequenza minore di quella con cui è stata emessa e poiché nell’ambito della luce visibile il rosso è il colore a cui corrisponde la frequenza minore, si ha il fenomeno di spostamento verso il rosso o redshift gravitazionale.
Conclusione
In conclusione? Dire che cosa sia realmente la follia è un’impresa abbastanza ardua. Nel passato come nel presente la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti. Ma oggi il termine “follia” ha un significato più comune per indicare semplicemente chi si ribella all’ordine della vita sociale per dare sfogo alle passioni, ai sentimenti, all’istinto, alla pura irrazionalità. Questo termine è entrato dunque a far parte del linguaggio corrente e non può essere tenuto al di fuori del mondo reale come manifestazione della diversità, come un nemico che minaccia l’identità di ognuno.
Dalla realtà dei giorni nostri si può evincere come l’uomo sia nato dall’incontro tra la verità e la follia e di come il mondo corra instancabilmente verso qualcosa che non c’è, mosso dallo sfrenato desiderio di potere, di conquista e di vittoria.
La follia non allontana l’individuo da se stesso ma lo rende partecipe di una realtà che sta al di fuori delle regole e dei canoni del vivere civile; è la realtà che si nasconde nel profondo dell’anima, è l’essenza dello spirito.

Bibliografia
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la Vita, pur essendo mobile e fluida, per un “destino burlone” tende a calarsi in una forma, in cui resta prigioniera e dalla quale cerca di uscire per assumere nuove forme, senza mai trovare pace.
1 Le Hawaii sono isole di origine vulcanica
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Esempio



  


  1. MARTA

    STO CERCANDO APPUNTI PER TESINA SULLA FOLLIA

  2. antonella

    debbo fare una tesina di maturità


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