I naturalisti

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Categoria:Filosofia

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Testo

I naturalisti o presocratici o fisici
I filosofi del periodo naturalistico o presocratico cercano la verità e l’origine del mondo, il principio ultimo delle cose nella sfera naturale, (considerano gli elementi naturali alla base del cosmo e dell’universo), e non negli Dei (→ non fanno riferimento all’origine divina). Indagano, quindi, nella natura per cercare l’origine e le regole del cosmo.

I MILESI
Talete (Mileto, fine VII - prima metà VI sec. a.C.) → è il primo dei filosofi a porsi il problema del “principio”, da cui dipenderebbe l’origine di tutte le cose, ma anche ciò che sorregge tutte le cose. Quindi ricerca il fondamento, ciò da cui derivano e ciò in cui si risolvono tutte le cose.
Talete individua questo principio nell’acqua, in quanto è “PRESENTE IN TUTTO QUELLO CHE HA VITA” [fonte: Aristotele, metafisica, l. I; rr. 260-280 del libro di testo]. Questa realtà originaria viene denominata dai primi filosofi physis (= natura), e per questo i naturalisti vengono anche chiamati fisici.

Anassimandro (Mileto, fine VII - seconda metà VI sec. a.C.) → discepolo di Talete, prosegue l’indagine sul principio, che viene da lui, per la prima volta, denominato archè (appunto principio, in greco). Se l’archè deve poter diventare tutte le cose che sono, che esistono, e che sono diverse per qualità e per quantità, deve essere di per sé privo di determinazioni qualitative e quantitative, deve essere infinito spazialmente e indefinito qualitativamente (quindi non può essere l’acqua di Talete, perché è determinata qualitativamente): tutto ciò è l’apeiron. Dall’apeiron le cose derivano da una sorta di “originaria ingiustizia”: la nascita delle cose è connessa con la nascita dei contrari che tendono a sopraffarsi l’un l’altro. Le cose poi vi ritornano ciclicamente per una sorta di espiazione (la morte delle cose è una sorta di ritorno all’apeiron e porta alla dissoluzione dei contrari in esso).
Anassimandro introduce poi il concetto di “regola”, ovvero l’apeiron, cosa da cui tutto deriva e che tutto dirige.

Anassimene (Mileto, VI secolo a.C.) → prosegue la discussione sul principio avviata da Anssimandro, di cui è discepolo. Egli individua in un elemento naturale questo principio: l’aria, infinita e diffusa, che avvolge, sostiene e governa ogni cosa, è come la forza che anima il mondo. “COME L’ANIMA NOSTRA CHE È ARIA CHE CI SOSTIENE, COSÌ IL SOFFIO E L’ARIA CIRCONDANO IL NOSTRO INTERO”. Per Anassimene, l’archè è quindi la forza la legge che governa e che anima il mondo ma anche la materia di cui tutta la terra è composta.

Eraclito (Efeso_colonia ionica, VI - V secolo a.C.) → Eredita dai milesi il concetto di dinamismo (movimento) universale e sostiene che il divenire è una caratteristica strutturale della realtà→ la realtà diviene sempre, ma non è un divenire caotico ma un ordinato “conflitto di opposti”, che si ricompone in un’ “ARMONIA DEI CONTRARI”: il mondo è guerra nei particolari, ma pace e armonia nell’insieme (come l’armonia dell’arco che nasce dall’equilibrarsi delle forze opposte). Tutte le cose passano da uno stato all’altro (da caldo a freddo, da giovane a vecchio, da vivo a morto, ma anche da ciò che è morto rinasce la vita), una guerra tra i contrari che però genera armonia: “LA GUERRA È MADRE DI TUTTE LE COSE E NE È LA REGINA”. Lo scorrere di tutte le cose si rivela armonia dei contrari. Solo contendendosi a vicenda i contrari si danno l’un l’altro l’armonia del principio, un senso specifico.
Per Eraclito questa “armonia degli opposti” è l’archè (fr. 67), è il principio delle cose. Il fuoco esprime in maniera esemplare le caratteristiche del mutamento continuo del contrasto e dell’armonia: è continuamente mobile, è vita che vive della morte del combustibile, sempre in movimento. “E’ COME FULMINE CHE GOVERNA TUTTE LE COSE”. Se governa tutte le cose è intelligenza, è ragione, è “logos” (= ragione) → al principio di Eraclito viene espressamente associata l’idea di razionalità, d’intelligenza, che tra i Milesi era solo implicita.

Parmenide (Elea, Magna Grecia, tra il 550 e il 450 a.C.)→ Nel primo poema filosofico (nel quale combina la poesia, forma espressiva del mito, e la filosofia, argomentazione e razionalità del discorso. Dove qundi ripropone una nuva dottrina in forme antiche, infatti egli si definisce erede degli antichi poeti) "Sulla natura" distingue tra due diverse vie di ricerca l'una, basata sui sensi, si ferma all'apparenza delle cose ed è la Doxa (= opinione, in greco) della gente comune; la seconda, basata sulla ragione, che ci porta a conoscere l'essere vero (to on), la ben rotonda verità (aletheia). Solo il filosofo sa staccarsi dalla percezione sensibile, dalla molteplicità del vedere, dell'esperienza quotidiana. Il filosofo accede al mondo della percezione intellettuale, è capace di riferire ad un'unità gli aspetti del reale. Parmenide hgregheruhgeh sui principi d'identità e di non contraddizione, e afferma che la ragione ci dice fondamentalmente una cosa: "L'ESSERE È E NON PUÒ NON-ESSERE, MENTRE IL NON-ESSERE NON È E NON PUÒ ESSERE". Con questi temi Parmenide intende affermare che solo l'essere esiste mentre il non-essere per definizione non esiste e non può essere pensato né detto.
Parmenide attribuisce all'essere alcune determinazioni:
- l'essere è ingenerato e imperituro: se nascesse o morisse implicherebbe il non-essere (verrebbe dal nulla e nel nulla si dissolverebbe)
- nega la temporalità, è eterno, perché se fosse nel tempo implicherebbe il non-essere nel passato (ciò che non è più) o il non essere nel futuro (ciò che non è ancora), l'eternità viene quindi intesa come qualcosa che non è nel tempo
- immutabile e immobile, perché se mutasse implicherebbe di nuovo non-essere, si troverebbe in una serie di stati in cui prima non era, Parmenide nega quindi il cambiamento
- unico e omogeneo, se fosse molteplice o in sé differenziato implicherebbe intervalli del non-essere, nega quindi qui la differenza e la molteplicità

via della verità
via dell'opinione
- essere
- to on (essere vero)
- alétheia (verità)
- "BEN ROTONDA VERITÀ"
- perfezione
- pensiero
- principi / fondamenti della realtà
- non-essere
- doxa (opinione)
- movimento, molteplicità e tempo
- mondo dei sensi e delle apparenze
- sogno / delirio
- contraddizione
- disordine
Parmenide si mise a capo della scuola Eleatica (o scuola parmenidea), di cui fanno parte anche Zenone e Melisso di Samo, che, come Parmenide, sostengono che divenire e molteplicità non esistono, ma esiste un essere unico. “NULLA SI CREA, NULLA SI TRASFORMA”.
Melisso di Samo attribuisce all’essere anche l’infinità spaziale.
Zenone (discepolo di Parmenide), invece, tenta di difendere le teorie di quest’ultimo contro chi lo critica, ma la sua difesa si svolge in un modo nuovo: utilizza la dimostrazione per assurdo (che Aristotele chiamerà dialettica). Consiste nell’ammettere in via di ipotesi l’affermazione dell’avversario per ricavarne poi conseguenze paradossali che la smentiscano→ confuta, in questo modo, le tesi delle molteplicità e del movimento. Dimostra che se si ammette la molteplicità e il movimento, si cade nell’assurdo. Per confutare la teoria del movimento, utilizza l’argomento di Achille (considerato l’uomo più veloce del mondo) e la tartaruga. Sostiene che se la tartaruga ha un passo di vantaggio rispetto ad Achille, non sarà mai raggiunta da lui. Prima di raggiungerla, infatti, Achille dovrà raggiungere la posizione occupata dalla tartaruga, che nel frattempo si sarà spostata di un intervallo di spazio, così la distanza tra Achille e la tartaruga non si ridurrà mai a zero se pur diventerà sempre più piccola.
La grande intuizione di Zenone è quella di distinguere il piano logico-concettuale da quello reale.

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