Hegel

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Testo

HEGEL

Fenomenologia dello Spirito.

La “Fenomenologia dello Spirito” è la prima opera di Hegel in cui si descrive compiutamente la nuova concezione idealistica. Oggetto dell’opera è la descrizione di come lo spirito umano abbia acquistato consapevolezza nel corso del suo sviluppo. Tutto il cammino che l’uomo percorre avvicinandosi alla verità, lo vede prima consapevole unicamente della propria coscienza individuale per poi portarlo a comprendere di essere parte dello Spirito assoluto. Questo percorso ha termine con la filosofia hegeliana: infatti Hegel ritiene che, dopo la sua opera, la filosofia non abbia ulteriori possibilità di evoluzione. La presa di coscienza fenomenologica rappresenta la sintesi di tutte le conquiste del sapere; ripercorrendo la strada che lo ha condotto nella situazione attuale, lo spirito rivive le contraddizioni attraverso cui è pensato e che ha dialetticamente superato per elevarsi dal punto di vista della coscienza naturale a quello del Sapere assoluto. Questa progressiva consapevolezza dello spirito si realizza attraverso un processo dialettico: la coscienza di volta in volta acquisisce una parziale consapevolezza di sé che gli sembra corrispondere alla verità.
Ad infrangere questa sua sicurezza si sviluppa una contraddizione che la coscienza supera dialetticamente concependosi con caratteristiche sempre più universali. La fenomenologia è proprio questo itinerario della coscienza, è il cammino del dubbio che pervade la coscienza stessa. Fenomenologia dello spirito significa lo studio di tutte le manifestazioni che lo spirito umano ha assunto, giacché “fenomenologia” letteralmente significa ‘scienza delle manifestazioni’. Ognuna di queste identificazioni dello spirito (manifestazioni) rappresenta una particolare figura.
La coscienza è la percezione immediata di sé. La prima certezza posseduta dalla coscienza è quella sensibile che attraverso il processo dialettico permetterà alla coscienza di passare dalla sicurezza della singola sensazione alla consapevolezza di una più generale facoltà percettiva: infatti, quando la coscienza si accorge che ciò che ha percepito è contemporaneamente uno e molteplice, diventa intelletto, cioè si rende conto di possedere una facoltà percettiva generale.
Nel momento in cui la coscienza diventa consapevole di sé ma anche del suo agire diventa autocoscienza. L’autocoscienza si concepisce da una parte come vita assoluta, in quanto esaurisce tutta la realtà esterna in se stessa, dall’altra come appetito, cioè desiderio del mondo per il mantenimento di sé. L’autocoscienza consuma e distrugge il mondo per sopravvivere e la sua onnipotenza viene dialetticamente legata dall’incontro con un altra autocoscienza che ha lo stesso desiderio e che naturalmente entra in conflitto con la prima. Nel corso di questa lotta inevitabile tra le due autocoscienze per affermare la propria indipendenza, esse si trovano di fronte alla morte. Chi per primo prova paura per il proprio possibile annientamento si ritira dal conflitto accettando di sottomettersi all’altra autocoscienza. L’autocoscienza vincitrice ha bisogno del riconoscimento della propria superiorità e perciò sottomette il perdente. Si delinea così una delle più famose figure dell’opera hegeliana: il rapporto servo-padrone. Il servo (l’autocoscienza perdente) si sottomette al proprio padrone (l’autocoscienza vincitrice), lavorando per il sostentamento di quest’ultima; il padrone invece, vivrà esclusivamente del lavoro del servo. In questa figura, però, il rapporto verrà capovolto dal movimento dialettico. Infatti, il padrone che poneva la propria superiorità nel lavoro dello schiavo, si scoprirà a sua volta dipendente dal lavoro servile. Quindi, il lavoro diventa l’attività che nobilita l’uomo e ne stabilisce la superiorità nella natura. Solo il lavoro, attraverso la trasformazione che opera sulle cose, rende l’uomo in grado di progredire valorizzandone la libertà. Con l’inversione del rapporto di dipendenza si apre un’epoca di liberazione nella storia dello spirito, liberazione che si realizza attraverso tre passaggi emblematici o figure storico-culturali. Nella figura dello Stoicismo il saggio diviene libero solo astrattamente, dato che disprezzando la natura, ma conservando le catene che lo legano al suolo, si eleva su di essa. Nella figura dello Scetticismo, l’emancipazione teoretica diventa completa, poiché si dubita radicalmente di tutto. Si diviene autosufficienti e ci si libera dalla dipendenza dal mondo esterno, giacché lo si nega. Dallo scetticismo si esce affidandosi al divino, realizzando una liberazione solo apparente. L’ individuo, infatti, avverte un distacco abissale tra sé e Dio (l’assoluto), diviene così coscienza infelice, in quanto dolorosa consapevolezza di una insuperabile separazione tra la mutevolezza e la limitatezza dell’individuo, e l’eternità e l’infinità del divino. Quella della coscienza infelice è l’epoca della coscienza medioevale che ha cercato di colmare quelle infelicità con l’Ascetismo, cioè con il tentativo di distaccarsi dal finito mettendo la propria esistenza nelle mani di Dio. Il fallimento delle pratiche ascetiche rimanda la coscienza nella più profonda infelicità, allora decide di rinunciare alla ricerca dell’universale, sottomettendosi completamente alla Chiesa. Può così immergersi nel mondo e dedicarsi alla pura osservazione dei fenomeni: diventa, così, ragione. La ragione inizialmente si costituisce come ragione osservativa che s’identifica con il naturalismo rinascimentale e successivamente con la scienza galileiana. La ragione osservativa si dedica allo studio della natura rilevandone le leggi e i rapporti costanti. Quando la ragione osservativa passa allo studio della individualità organica, comprende l’impossibilità di applicare le proprie categorie quantitative al mondo della vita e sperimenta i limiti della sua efficacia. È evidente che la scienza non occupa nel sistema hegeliano un posto di rilievo, in quanto essa ha una finalità puramente pratica e non può cogliere le verità universali accessibili solo alla riflessione filosofica. Quando la ragione osservativa entra in crisi, comprende come non sia possibile limitarsi ad osservare il mondo, visto che esso è una realtà che l’io può modificare. La ragione allora decide di dedicarsi all’azione, diventando ragione attiva. La sua principale attività e quella di instaurare rapporti con le altre autocoscienze per superare la propria individualità e affermare l’unità fra sé e il mondo esterno. La forma più diretta di rapporto tra le autocoscienze è il rapporto erotico. Infatti nel rapporto erotico il soggetto cerca di fondersi con la persona amata, realizzando una prima forma d’identità col mondo esterno. Ma nell’esperienza erotica è evidente un limite dovuto fatto che l’altro rimane sempre un corpo estraneo al proprio e dunque l’esito dell’erotismo è negativo. Allora la ragione cerca un rapporto più autentico e universale col mondo, imponendogli la propria legge del cuore, cioè il rifiuto delle leggi costituite dalla società considerate artificiali e artificiose, e opposizione a queste di una legge sincera e spontanea che viene dalla propria interiorità. In questo è il limite della legge del cuore: essendo prettamente individuale, essa si scontra con tutte le altre individualità, ciascuna delle quali ha una propria legge del cuore da affermare nel mondo. Allora la coscienza si sforza di realizzare una legge basata sulla ragione, cioè la virtù. Hegel porta come esempio la figura di don Chishotte, considerato come “un cavaliere della ragione” che da solo cerca di cambiare il mondo ma finisce per essere da questo schiacciato, non realizzando la conciliazione con l’universale. Don Chishotte rappresenta un’individualità astratta che agisce in base a propositi razionali, ma che non considera la realtà del mondo. Dunque, la ragione, per realizzare se stessa, deve dare origine ad una individualità più concreta che senta di poter realizzare delle opere che sono il corso stesso del mondo, di un mondo che sarà condizionato dall’agire della ragione stessa. Essa, individualità concreta, si riconosce come ragione intersoggettiva che si realizza della vita associata, cioè nell’ethos (una serie di norme che regolano la vita in comune tra gli individui). La ragione, con il suo carattere intersoggettivo, si propone di dare origine a delle leggi che valgano per tutti, realizzando così l’ethos. Il problema che sorge però, è che tali leggi sono elaborate dalla ragione della sua individualità, perciò non sono valide universalmente. Ecco evidenziarsi la necessità della trasformazione della ragione allo Spirito, in cui la ragione rinuncia alla propria natura individuale. Infatti, nello Spirito le esigenze universali della ragione si concretizzano in istituzioni oggettive che trascendono l’individualità e quindi la possono governare. La sezione conclusiva della Fenomenologia nello spirito si divide in tre sezioni: lo spirito, la religione e il sapere assoluto che anticipano il contenuto della Filosofia dello spirito e della Filosofia della storia contenute nell’Enciclopedia. L’unica parte più specificamente legata alla fenomenologia è quella che riguarda il sapere assoluto. Dal sapere assoluto si riassumono tutte le figure precedenti, lo spirito diviene da sostanza >soggetto, cioè coglie tutte le sue figure come l’insieme del proprio operare, come totalità dei suoi momenti, finalmente consapevole di sé. Il cammino della fenomenologia si è concluso col superamento della fase di alienazione della coscienza, cioè col superamento della fase in cui la coscienza finita considera la verità come qualcosa che starebbe al di sopra di lei. Il sapere assoluto è l’essere stesso che si rivela nel proprio significato e la riflessione che nella conoscenza appariva come dualità di soggetto-oggetto, si manifesta ora come interna all’essere.

Logica.

Lo Spirito dà origine alla pluralità per passare dallo stato di inconsapevolezza alla conoscenza di sé e la sua prima manifestazione si ha nei principi della Logica. La logica in Hegel si identifica con l’ontologia (scienza dell’essere), in quanto descrive l’essere nel suo originario costituirsi, i principi in base ai quali l’essere si realizza e si modifica nel mondo. I principi della Logica non sono dunque astratti e formali, ma sono rappresentazioni dell’essere stesso. Hegel rifiuta la logica formale propria di tutta la tradizione filosofica, infatti Aristotele e Kant hanno interpretato la logica con una serie di principi astratti che acquistano valore se applicati alla realtà, da essi separata, ma l’assurdità secondo le Hegel consiste proprio nel voler separare l’essere dalle condizioni formali in cui si manifesta. Queste condizioni, proprio perché vincolanti per l’essere, sono l’essere stesso nelle sue fondamentali manifestazioni ed è per questo che la Logica è la disciplina che ha per oggetto le manifestazioni originarie dello spirito. La triade dialettica fondamentale in cui è strutturata la logica è costituita dall’essere, dall’essenza e dal concetto. Queste realtà logiche sono fondamento delle tre dottrine che formano l’intera disciplina.

La dottrina dell’essere.

Il punto di partenza della Logica è il concetto di essere che è il più indeterminato di tutti i concetti, il più astratto. In questa sua indeterminatezza, l’essere finisce per coincidere con il suo opposto dialettico: il nulla. Il nulla è, infatti, come l’essere, un concerto puramente astratto privo di qualsiasi determinazione. Dall’unità di essere e nulla si origina il divenire che supera l’assoluta astrazione dei principi che lo determinano e rende possibile quel movimento dal quale si concretizzano le forme determinate. Dal divenire si origina l’essere determinato che è l’esatto opposto della generalità di essere e nulla. L’essere viene determinato dall’azione della qualità, della quantità e della misura. E la misura in particolare è il prodotto del rapporto dialettico tra qualità e quantità, infatti determina la quantità della qualità o precisa in quali rapporti quantitativi una particolare qualità caratterizza un oggetto.

La dottrina dell’essenza.

L’essenza si origina dalla riflessione su di sé da parte dell’essere determinato. Concedendosi non più nel suo isolamento come avveniva nella dottrina dell’essere ma all’interno di un sistema di relazioni, l’essenza percepisce la sua ragion d’essere, le caratteristiche in base alle quali è un essere determinato che si distingue dagli altri essere determinati. La seconda figura del movimento dell’essenza è il fenomeno, ovvero la natura essenziale come si manifesta all’esterno. Per ultimo l’essenza si compie dialetticamente nell’unità di essenza e fenomeno nella realtà effettiva.

La dottrina del concetto.

L’essere diventa concetto in seguito alla riflessione su di sé, prima in una dimensione soggettiva a cui corrisponde la logica formale, poi in una dimensione oggettiva che stabilisce le principali classificazioni della natura e cioè il meccanicinismo, il chimismo e la teleologia. Conclude la dottrina del concetto l’Idea, ossia l’autocomprendersi dell’essere in una totalità in cui confluiscono le dimensioni del soggettivo e dell’oggettivo.

Filosofia della natura.

La natura è il frutto dell’alienarsi dell’ idea nelle esteriorità. L’idea, come compimento della logica, è una comprensione assoluta dell’essere, ma per compiersi deve unificare la molteplicità dei fenomeni. L’idea è dunque costretta a perdersi nell’ esteriorità perché se non lo facesse non potrebbe conquistare l’unità dello spirito. La filosofia della natura perciò costituisce solo un necessario momento evolutivo, una tappa necessaria per realizzare la totalità. La natura presenta dei caratteri nettamente inferiore all’idea e allo spirito. Presenta però una logica dialettica al suo interno che ne permette il superamento. I tre momenti sono: meccanica, fisica e organica. Durante questo movimento dialettico, il mondo esterno si sviluppa dalle semplici realtà organiche alla vita animale e l’energia vitale pronta a costituire la soggettività dello spirito, rappresenta l’ultimo stadio della natura. Infatti il passaggio dalla natura allo spirito si ha quando questa energia acquista la consapevolezza di sé e superando la molteplicità fenomenica della natura porta alla nascita di un centro spirituale in grado di ricomprendere in sé tutto il reale.

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