George Wilhelm Hegel

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

GEORGE WILHELM HEGEL
A) Vita e opere: Nato nel 1770 a Stoccarda, anche lui studiò al seminario di teologia di Tubinga, si trasferì a Berna e Francoforte dove fece il precettore e quindi a Jena, dove insegnò all'università. A Norimberga insegnò al liceo, quindi insegnò ad Heidelberg. Negli ultimi anni della sua vita fu a Berlino dove fu docente e rettore. Morì nel 1831. Tra le opere si ricordano:
- periodo di Jena (1801-1807) → "Fenomenologia dello spirito" (pubblicato a Bamberga nel 1807);
- periodo di Norimberga (1808-16) → "Scienza della logica" (1812);
- periodo di Heidelberg (1816-18) → "Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio" (1817);
- Periodo di Berlino (1818-31) → "Lineamenti di filosofia del diritto" (1821).
B) Gli scritti giovanili: Di argomento teologico, si riferiscono ai periodi di Berna e Francoforte. Tra i tanti scritti, "Lo spirito del Cristianesimo e il suo destino", composto tra il 1798 e il 1800, anticipa la concezione della dialettica nella filosofia matura di Hegel. In esso, Hegel descrive la religione greca come religione in cui prevale un'armonia originaria, inconsapevole, che lega gli uomini agli dei, alla natura e agli altri uomini. Questa unità è spezzata dalla religione ebraica, intesa come la "religione della separatezza", perché in essa l'uomo è separato da Dio (che è trascendente e non può essere visto né nominato), dagli altri uomini (perché il rapporto di fede appartiene al singolo) e dalla natura (intesa come una potenza ostile). La religione cristiana ricompone ciò che l'ebraismo ha separato, quindi viene ricomposta l'armonia attraverso la figura di Cristo. Attraverso l'incarnazione si ricompone il rapporto uomo-Dio e uomo-natura, con la religione dell'amore il rapporto uomo-altri uomini. I tre momenti del rapporto tra le tre religioni prefigurano quello che sarà definito rapporto dialettico (religione greca: tesi, ebraica: antitesi, cristiana: sintesi). Nell'ottica hegeliana è superiore la sintesi, perché segna la rottura e la sofferenza, mentre la tesi esprime un'unità inconsapevole.
C) IL SISTEMA HEGELIANO, i capisaldi: La filosofia di Hegel è sistematica; secondo lui la filosofia è la "descrizione in concetti di tutta la realtà", ed è perciò il supremo sapere scientifico. I capisaldi del sistema sono due:
- "Il vero è l'intero" (contenuto nella prefazione alla "Fenomenologia dello spirito, 1807) → secondo Hegel l'infinito è la totalità che non lascia nulla fuori di sé. All'interno di questa totalità ci saranno i cosiddetti elementi finiti, ciascuno dei quali, compreso insieme agli altri, non è nient'altro che un momento finito dell'infinito. Con questo caposaldo si attua la risoluzione del finito nell'infinito (ogni elemento finito viene compreso pienamente solo se messo in rapporto con l'infinito di cui è parte). Infatti se si estrapola un elemento dal tutto e lo si considera isolatamente si ha una conoscenza parziale e astratta (nel senso etimologico di "estrarre da"): la conoscenza intellettuale. La conoscenza dell'infinito, che considera qualsiasi elemento in rapporto a tutti gli altri, è invece totale e concreta (cioè con-cresciuta, cresciuta insieme): la conoscenza razionale (dove la ragione, come in Kant, è "intelletto che ha superato i propri limiti", considerato però positivamente da Hegel), che ci permette di cogliere l'elemento nelle sue peculiari relazioni con tutti gli altri. La verità sta nella conoscenza dell'infinito, che Hegel ritiene di avere delineato in tutte le sue parti e nelle relazioni tra queste parti;
- "Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale" (esposto nella prefazione ai "Lineamenti di filosofia del diritto, 1821) → la razionalità è la struttura del mondo ("Tutto ciò che è razionale è reale") e la realtà è il dispiegarsi della Ragione ("tutto ciò che è reale è razionale"). Ragione e realtà, quindi, coincidono, dunque l'ideale coincide con il reale, il dover essere (kantianamente parlando) coincide con l'essere e la logica coincide con la metafisica.
Conseguenze:
- quella di Hegel è una sorta di Ragione universale, non individuale, perché gli individui non sono altro che elementi finiti dell'infinito. Per l'identificazione tra Ragione e realtà la filosofia di Hegel è stata definita panlogismo (tutto è ragione): apparentemente si tratta di una negazione del Romanticismo, ma la sua Ragione, al contrario di quella degli illuministi, è infinita e assoluta. Hegel, perciò, pur non essendo romantico in senso stretto (lo è nella sua insofferenza per il finito, ma la sua visione del mondo è profondamente diversa da quella dei Romantici, che avevano privilegiato arte, sentimento, religione per accedere all'infinito), rappresenta un'altra anima del Romanticismo;
- la realtà è un dispiegarsi, quindi è storia, ma la storia, in quanto sviluppo della realtà, è intrinsecamente razionale, perciò non può essere giudicata (qualsiasi evento storico ha la sua ragion d'essere). La storia è giustificata (giustificazionismo storico);
- il giustificazionismo è un aspetto del necessitarismo. Se la realtà è ragione, essa non può essere diversa da com'è, dunque è necessaria. Hegel distingue tra eventi ininfluenti (che non cambiano la storia) ed eventi che hanno un peso nella realtà: i primi non sono necessari e razionali (sono come gli attributi della sostanza).
D) IL SISTEMA HEGELIANO, il compito ed il ruolo della filosofia: Sempre nella prefazione alla "Fenomenologia dello spirito", egli paragona la filosofia alla "nottola (= civetta) di Minerva", che si alza in volo solo sul far del crepuscolo. La filosofia, come la civetta, arriva quando la realtà si è già dispiegata, troppo tardi per pretendere di porsi come guida. Pertanto essa non deve cambiare le cose, ma tradurre in concetti la realtà, mostrarne cioè la struttura razionale: poiché la realtà è storia (storicismo), la filosofia è storia della filosofia.
E) IL SISTEMA HEGELIANO, le critiche alle filosofie precedenti: Si ricordano:
- critica all'Illuminismo → dell'Illuminismo Hegel critica la scissione tra ragione e realtà (tra dover essere ed essere). La ragione illuministica era infatti finita e critica (ovvero indicava come la realtà doveva essere ma non era). In particolare Hegel prende di mira Kant, che aveva concepito questa scissione nella "Critica alla ragion pratica", quindi aveva definito la legge morale, razionale, come un dovere (si deve imporre alla realtà, ma non si impone naturalmente);
- critica al Romanticismo → il Romanticismo ha colto correttamente l'infinità della realtà, ma ha individuato la capacità di accedere all'infinito in facoltà come l'intuizione, il sentimento, l'istinto e la passione. Invece tali facoltà sono conoscenze immediate, e non possono cogliere l'assoluto, poiché consentono una conoscenza soltanto parziale e momentanea. Per cogliere l'assoluto è necessaria la conoscenza razionale, che è una conoscenza mediata. L'assoluto è storia, è sviluppo, è diacronico, cioè si sviluppa attraverso il tempo, e la mia ragione lo deve pertanto cogliere allo stesso modo, attraverso dimostrazioni. In particolare egli rivolge le proprie critiche a Fichte e a Schelling. A Fichte fa due critiche: la prima coincide con quella che gli aveva già rivolto Schelling (lo accusa di soggettivismo: non è un vero idealista perché il non-io rappresenta un ostacolo alla libertà, per questo egli non ha superato realmente il noumeno kantiano); la seconda è la critica più famosa, per cui Hegel afferma che l'infinito di Fichte è un cattivo infinito, paragonato a una retta, perché non giunge mai a compimento (l'ostacolo viene costantemente allontanato ma mai superato). Di Schelling invece critica l'assoluto, che è come la notte senza luna in cui tutte le vacche sono nere: dell'assoluto non si può distinguere la natura dallo spirito. L'assoluto di Schelling viene paragonato a un punto: è l'origine di tutto, ma non ci è dato sapere come dal punto tutto derivi. Questo accade perché l'assoluto di Schelling è statico, infatti per Hegel ciò che rende comprensibile il suo assoluto è che sia dinamico (sviluppo).
F) IL SISTEMA HEGELIANO, la dialettica: E' l'ossatura del sistema hegeliano. L'assoluto per Hegel è un assoluto che diviene: la legge dello sviluppo dell'assoluto è la dialettica. Poiché la metafisica coincide con la logica, tale legge, essendo la legge dello sviluppo del principio della realtà, è anche quella attraverso cui si può comprendere la realtà (legge della realtà e del pensiero). Hegel non tratta mai sistematicamente la dialettica, ma se ne occupa nella "Scienza della logica" e nell'"Enciclopedia delle scienze filosofiche". La dialettica è una legge che si articola in tre momenti distinti e a partire dalla contrapposizione realizza una superiore conciliazione. I tre momenti sono:
- tesi (altrimenti detto momento astrattivo-intellettivo) → è il momento della cosiddetta "posizione", in cui l'intelletto (= facoltà dell'astrazione e dell'analisi) pensa la realtà configurandola come una molteplicità di determinazioni finite e statiche (estrapola un elemento dall'infinito e lo considera isolatamente applicandogli il principio di identità e non contraddizione). Rappresenta una conoscenza parziale;
- antitesi (altrimenti detto momento dialettico o negativo-razionale) → è il momento della cosiddetta "opposizione", il momento cruciale, definito da Hegel "vero motore della dialettica", che supera l'intelletto per anticipare la facoltà della ragione. Consiste nella contrapposizione tra le determinazioni concettuali (ogni determinazione è messa in relazione con il suo opposto). L'antitesi nega la tesi, e conduce ad un'ulteriore determinazione. Spinoza diceva "omnis determinatio est negatio" (si comprende più profondamente qualcosa se lo si contrappone al suo opposto);
- sintesi (altrimenti detto momento speculativo o positivo-razionale). In questo momento (della "composizione") gli opposti vengono conciliati in una superiore unità che, mentre nega l'antitesi riaffermando la tesi, la conserva allo stesso tempo (Aufhebung, allo stesso tempo togliere e conservare), raggiungendo perciò un livello superiore. Ad esempio:
o Tesi: innocenza (= ignoranza del male) - Antitesi: vizio (= conoscenza del male e sua accettazione) - Sintesi: virtù (= rifiuto del male che si conosce). La sintesi conserva il positivo dell'antitesi (la conoscenza) e toglie l'accettazione;
o Tesi: unità - Antitesi: molteplicità - Sintesi: totalità (= unità dei molti);
o Tesi: essere - Antitesi: non-essere - Sintesi: divenire.
La dialettica è un movimento positivo, perché si conclude sempre con un'affermazione. In questo aspetto, come nell'identità di ideale e razionale, sta l'ottimismo hegeliano. Le triadi dialettiche sono poste in una relazione l'una con l'altra che determina un andamento a spirale di questa legge di sviluppo. Nel sistema hegeliano infatti la sintesi di un momento precedente corrisponde alla tesi di un momento successivo. Così si determina la legge dello sviluppo. Il sistema di Hegel è chiuso, e si può rappresentare con un circolo (Hegel parla di "felicità del circolo), dunque ci sarà una sintesi finale, la sintesi di tutte le sintesi, che raccoglie tutti i momenti che si sono sviluppati: l'infinito. Si è detto che la dialettica è la legge di sviluppo dell'assoluto, che per Hegel è "idea che diviene". Questo divenire dell'idea si articola in tre grandi momenti dialettici:
- idea in sé (corrisponde alla tesi): la ragione considerata in se stessa, indipendentemente dalla realtà. Rappresenta l'ossatura razionale della realtà, ed è oggetto della scienza della logica;
- idea per sé o fuori di sé (corrisponde all'antitesi): è l'idea che si aliena (= si rende estranea) da se stessa, e diventa natura. E' oggetto della filosofia della natura;
- idea in sé e per sé (corrisponde alla sintesi): idea che, dopo essersi estraniata, torna a sé (si rende consapevole di essere tutta la realtà). La disciplina che si occupa dell'idea in sé e per sé è la filosofia dello spirito.
Logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito (le tre scienze che si occupano dell'assoluto che diviene) formano l'"Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio".
G) “Fenomenologia dello spirito”: La "fenomenologia" è la scienza di ciò che appare: quest'opera è dunque lo studio dell'apparire dello spirito (per spirito si può intendere la cultura dell'umanità. In essa Hegel descrive la via che l'assoluto ha dovuto percorrere, attraverso la coscienza umana, per giungere alla consapevolezza di se stesso. In pratica si tratta della storia della coscienza che, attraverso erramenti, scissioni, cadute, dolore è passata dall'individualità all'universalità e si è riconosciuta come ragione che è realtà e realtà che è ragione. Qualche critico lo ha interpretato come un romanzo di formazione il cui protagonista è la coscienza umana. La funzione della "Fenomenologia" è propedeutica (serve come preparazione alla filosofia), cioè solleva il soggetto che la studia al punto di vista dell'assoluto: è una riedizione in tempi molto rapidi dell'evoluzione della coscienza umana. Questo sottolinea ulteriormente l'importanza della mediazione: l'assoluto si conquista attraverso una serie di passi razionali. La storia così com'è rivissuta dalla "Fenomenologia" è un cammino ormai tracciato e cristallizzato (tutto è già avvenuto). Occorre distinguere questi due concetti:
- bekannt (= ciò che è noto) → patrimonio di coscienze accettate come tali, considerate delle ovvietà, delle quali in un certo senso si è inconsapevoli;
- erkannt (= ciò che è conosciuto) → sapere appreso intenzionalmente.
Il noto è cristallizzato, il conosciuto è fluido. Ciò che per noi è noto è stato conosciuto in epoche diverse dalla nostra. Con la "Fenomenologia", l'intento di Hegel è quello di rendere di nuovo fluido ciò che nella coscienza comune è cristallizzato, per riscoprire dentro di noi il processo storico che ha prodotto l'insieme delle acquisizioni che consideriamo ormai patrimonio comune dell'umanità. La "Fenomenologia" si articola in sei momenti, a loro volta articolati in numerose figure. A partire dalla coscienza (scissione tra soggetto e oggetto) attraverso diversi momenti dialettici per mezzo dei quali quest'opposizione viene mediata, si giunge alla totale identificazione tra soggetto e oggetto (sapere assoluto: lo spirito diventa oggetto di se stesso).
- Coscienza → si articola in:
o certezza sensibile (tesi): sensazione, sembra la conoscenza più certa, in realtà è la più povera di contenuto;
o percezione (antitesi): ci consente di cogliere che le diverse qualità appartengono a una cosa. La domanda che ci si pone è "io percepisco la cosa o le qualità?";
o intelletto (sintesi): l'intelletto rivela che l'unità della cosa non appartiene all'oggetto, ma al soggetto. Con l'intelletto la coscienza ha risolto l'intero mondo dell'oggetto in se stessa. Quindi la coscienza del mondo diventa autocoscienza (coscienza di coscienza).
- Autocoscienza → è l'unico momento della filosofia hegeliana in cui non c'è la triade dialettica, ed è anche il momento più importante:
o coscienza di sé e dell'altro: l'autocoscienza si riconosce e si manifesta come tale soltanto in relazione ad un'altra autocoscienza. Questa relazione tra autocoscienze, secondo Hegel, è conflittuale (siamo in un ipotetico stato di natura in cui gli uomini sono in conflitto gli uni contro gli altri, simile all'"homo homini lupus" di Hobbes). L'autocoscienza si manifesta in primo luogo come appetito (desiderio) tipicamente umano del dominio che l'autocoscienza vuole esercitare sull'altro uomo in modo tale che l'altro riconosca il suo dominio (volere il desiderio dell'altro: "tu sei il mio padrone"). In ciò sta il riconoscimento della propria autocoscienza. Ne consegue una lotta in cui qualcuno vince e qualcuno perde: alcune autocoscienze assumono la signoria perché non hanno avuto paura della morte e hanno lottato per raggiungere il dominio, altre si sono ritrovate assoggettate in servitù perché hanno preferito la vita alla libertà. Questa relazione è però destinata a capovolgersi e a determinare l'esatto contrario: il servo diventerà signore del signore e il signore servo del servo. Ci sono tre momenti attraverso i quali il servo si emancipa dalla sua schiavitù e giunge a liberare la sua autocoscienza:
• la paura della morte che il signore non ha provato ha posto il servo di fronte alla negazione totale dell'essere, e permette al servo di assumere maggior consapevolezza dell'essere stesso;
• attraverso il servizio il servo impara la disciplina dei propri impulsi, diventando padrone di se stesso;
• il lavoro è ciò che realmente emancipa l'autocoscienza dalla sua condizione di servitù: attraverso di esso il servo dà una forma alle cose che dipende dalla sua attività razionale e consapevole. Il servo diventa così indipendente dalle cose. Il signore invece, che non lavora, dipende dal lavoro del servo e dalla disponibilità delle cose. Il padrone diventa così servo del servo.
Questo ha avuto molta influenza su Marx, che però intendeva questa dialettica sul piano storico e sociale. Per Hegel questa dialettica è unicamente coscienziale;
o liberazione dell'autocoscienza: la liberazione dell'autocoscienza, che ora è disponibile, si articola in tre momenti:
• stoicismo: la coscienza servile si avvia verso la liberazione dapprima adottando una visione della realtà secondo la quale la libertà esteriore è del tutto indifferente (libero è chi non è schiavo delle proprie passioni). Ma il pensiero stoico entra in crisi perché è vittima della contraddizione che esso stesso ha creato: è vero che nega la libertà esteriore, ma la libertà esteriore continua a esistere e si oppone a quella interiore;
• scetticismo: lo stoicismo cede il passo allo scetticismo, che fa un'operazione affatto diversa, negando l'esistenza della realtà esteriore e interiore. Ma esso cade in contraddizioni ancora peggiori. Se io dico "nulla è vero", tuttavia intendo che quello stesso che dico è vero (Hegel nega lo scetticismo con il modello di Epimenide il cretese);
• coscienza infelice: lo scetticismo trapassa nella figura della coscienza infelice, che ha accolto la contraddizione accettando di essere una coscienza finita e contrapponendo a sé una coscienza infinita. La coscienza è infelice perché si sente separata dalla coscienza immutabile e infinita che è Dio. Tale separazione si manifesta innanzitutto nell'ebraismo, dove la trascendenza di Dio è assoluta. In un secondo momento la separazione sembra essere superata nella manifestazione di un Dio incarnato (Cristianesimo), ma anche questa riconciliazione è tuttavia soltanto apparente. Il fallimento del Cristianesimo è spiegato da Hegel in questo modo: Cristo è Dio incarnato, ma in quanto Dio continua ad essere trascendente, e in quanto uomo la sua venuta è storicamente lontana, e quindi è ugualmente irraggiungibile. Il fallimento di questa riconciliazione è testimoniato dalle crociate, che rappresentano il vano tentativo di trovare il sepolcro di Cristo, che è vuoto. Nel corso del Medioevo sono tre gli atteggiamenti attraverso i quali il cristiano tenta di colmare la distanza tra sé e Dio:
• devozione = sentimento attraverso cui il fedele riconosce la sua totale subordinazione rispetto a Dio;
• fare = opere, sono fallimentari perché il mio fare appartiene a Dio;
• ascesi = mortificazione, negazione di sé, comporta la negazione stessa della coscienza sensibile. Proprio questo negarsi comporta il rovesciamento del rapporto tra coscienza finita e infinita, in quanto la coscienza finita scopre di essere essa stessa infinita (l'uomo scopre di essere Dio). La coscienza scopre di essere tutta la realtà e diventa ragione, che però è ancora individuale.
- Ragione →
o ragione osservativa: l'uomo misura la propria capacità attraverso l'osservazione e lo studio della natura. La coscienza attribuisce alla natura, non a se stessa, le leggi razionali, perciò smarrisce se stessa (l'oggetto diventa più importante del soggetto);
o ragione che agisce: si manifesta come volontà che cerca di affermarsi sulle cose (soggetto cerca di cambiare l'oggetto). Essa si sviluppa attraverso tre momenti dialettici:
• il piacere e la necessità: inizialmente l'azione ha come oggetto la ricerca del piacere (Hegel lo chiama faustismo, perché ha come modello il leggendario mago Faust che vendette l'anima al diavolo per l'eterna giovinezza). Esso si scontra con la necessità del mondo, il suo progetto è perciò destinato allo scacco, dunque la ragione che agisce trapassa nella legge del cuore;
• la legge del cuore e il delirio di presunzione: la legge del cuore riconosce un'armonia tra la necessità della natura e la propria soggettività. Può diventare delirio di presunzione nel momento in cui si pretende che il mondo palpiti all'unisono con i battiti del nostro cuore (il personaggio che rappresenta questo momento è Rousseau). Anche questo momento è destinato allo scacco e la ragione che agisce trapassa nella virtù;
• la virtù e il corso del mondo: l'opposizione creata nei primi due momenti qui subisce un ribaltamento: la necessità del mondo è in opposizione ai sentimenti e alle aspirazioni dei singoli, i quali vengono sacrificati in nome della virtù (necessità del mondo): il simbolo è Robespierre. Quest'ultima opposizione determina il passaggio alla terza figura della ragione;
o individualità in sé e per sé: corrisponde al momento della legge morale kantiana (non per il cuore ma per il dovere). A questo punto la ragione ha esaurito il suo sviluppo e trapassa nella figura dello spirito.
- Spirito → la ragione era individuale, ma attraverso le sue vicissitudini ha scoperto di non potere risolvere le sue contraddizioni individualmente. Essa allora si fa spirito (= ragione che si è concretizzata nelle istituzioni, nelle leggi e nella storia di un popolo). La ragione che diventa spirito diventa coscienza vera di essere ogni realtà. La coscienza è vera, non certa: la certezza riguarda il rapporto tra la coscienza e il suo oggetto (è più soggettiva); la verità riguarda l'oggetto com'è in sé e per sé. Tra certezza e verità c'è uno scarto; quando la coscienza arriva a diventare spirito, la certezza giunge a coincidere con la verità. Tra le varie figure dello spirito la più famosa è quella che appartiene alla tesi dello spirito vero e l'eticità, in cui Hegel analizza alcuni personaggi delle tragedie greche (Edipo e Antigone). Infatti i drammi vissuti dai personaggi rappresentano il contrasto tra legge umana e divina. Apparentemente nella civiltà greca individuo e polis sono armonicamente congiunti. Ma questa armonia nasconde una profonda instabilità, come dimostra la produzione tragica greca. Nell'"Antigone" la protagonista vuole seppellire il fratello Polinice, morto in battaglia combattendo contro la patria. Il re di Tebe Creonte invece vuole impedire la sepoltura del traditore. Antigone contravviene al divieto, si reca fuori dalle mura della città e cosparge il cadavere di polvere. Sorpresa dai soldati di Creonte, viene arrestata e nonostante protesti invocando la legge divina della pietas familiare, viene condannata a morire in una grotta. La punizione scatena una serie di drammi: Antigone si impicca nella grotta, il suo amato Emone, figlio di Creonte, si uccide e lo stesso fa la moglie di Creonte. La legge divina (la legge universale) è in contrasto con la legge umana (la ragion di Stato): l'agire etico in nome di una delle due leggi è immediatamente reato secondo l'altra legge. La stessa contraddizione si evidenzia nell'"Edipo Re" che, in nome della legge umana, cerca l'assassino di suo padre, scoprendo di essere lui. Qui il conflitto è nella stessa persona. Hegel afferma la necessità di una legge superiore che rappresenti tutto l'agire etico, sintetizzando legge umana e divina.
- Religione → lo spirito si svolge poi attraverso i suoi momenti dialettici, trapassa in religione per poi pervenire al sapere assoluto.
- Sapere assoluto: lo spirito diventa pienamente consapevole di sé in forma concettuale: è allo stesso tempo soggetto e oggetto del sapere.
L'andamento della "Fenomenologia dello spirito" è a spirale: l'autocoscienza è presente già all'inizio, ma a livello basso; man mano che si prosegue viene persa e riacquistata a livello sempre più alto, fino a diventare totale nel sapere assoluto.
H) “ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE IN COMPENDIO”, introduzione: E' il sistema che illustra il processo di costituzione dell'intero analizzandone le diverse determinazioni parziali in cui si articola la realtà. Tutte queste determinazioni verranno comprese nella loro relazione dialettica. Nell'"Enciclopedia" si distinguono tre scienze: logica (= scienza dell'idea in sé), filosofia della natura (= scienza dell'idea per sé) e filosofia dello spirito (= scienza dell'idea in sé e per sé).
I) “ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE IN COMPENDIO”, la logica: La logica per Hegel non è un mero organon (non è un semplice strumento) in quanto, stante l'identità tra razionalità e realtà, essa coincide con la metafisica. La logica di Hegel quindi non è solo formale, ma comprende anche il contenuto della realtà (è l'ossatura stessa del reale). Nell'Introduzione Hegel esamina le filosofie precedenti, sostenendo che esse non sono state in grado di cogliere l'identità tra logica e metafisica (egli le definisce "filosofie dell'intelletto astratto" perché colgono solo un aspetto parziale della realtà). La prima di esse è la metafisica tradizionale (in particolare quella di Wolff, che Hegel definisce "razionalismo dogmatico": la ragione può conoscere la realtà assoluta, cioè l'anima, il mondo e Dio, ma questa realtà è qualcosa di totalmente diverso dalle forme soggettive del pensiero). Le altre filosofie hanno cercato di opporsi al razionalismo: l'empirismo (che rinuncia alla pretesa di conoscere la realtà assoluta e si accontenta del valore soggettivo della conoscenza, cadendo così nello scetticismo); il criticismo (che supera lo scetticismo empiristico, recupera l'oggettività della conoscenza grazie all'Io penso, ma riduce la conoscenza a puro fenomeno) e le filosofie romantiche (filosofie del cosiddetto "sapere immediato", che superano il limite kantiano e ammettono la possibilità per l'intelletto di cogliere intuitivamente la realtà assoluta, anch'esse sono inadeguate). L'unica vera filosofia è quella in cui la ragione opera dialetticamente, e coincide con il sistema hegeliano. La logica si distingue in:
- essere (tesi);
- essenza (antitesi)
- concetto (sintesi)
L'ultima sintesi del concetto sarà la sintesi di tutte le sintesi: l'idea in sé (risultato di tutto il processo dialettico). La logica è la scienza dell'idea in sé (la verità sta infatti sempre nel risultato). Nella filosofia della logica Hegel afferma che il principio più generale della logica è il principio di contraddizione, ovvero l'accettazione dialettica del contrario (Hegel recupera Eraclito).
J) “ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE IN COMPENDIO”, la filosofia della natura: Per Hegel la natura è l'idea per sé (fuori di sé), ovvero l'idea nella forma dell'essere altro (l'idea che è diventata altro da sé), l'idea che si è alienata. La natura è esteriorità, frammentarietà, accidentalità e dispersione. Proprio per questi caratteri, la filosofia della natura è il carattere più problematico del suo sistema. Hegel non ama la natura: egli ritiene che persino il male compiuto dall'uomo sia infinitamente superiore ai moti degli astri e all'innocenza delle piante, perché il male è consapevole ed è frutto del libero arbitrio. Pur rifiutando, insieme agli altri Romantici, la concezione meccanicistica (newtoniana) della natura, egli non accetta nemmeno la concezione Romantica della natura, come quella di Schelling. Egli non accetta l'identificazione della natura con Dio, né la posizione secondo cui natura e spirito vengono a coincidere. Per Hegel lo spirito appare solo nel momento in cui la natura è negata (la filosofia della natura è l'antitesi, la filosofia dello spirito è la sintesi). La filosofia della natura procede dalla meccanica alla fisica alla fisica organica, secondo un movimento che va dalla dispersione all'unitarietà. Nel momento della fisica organica appare l'uomo, dunque la natura viene già superata: infatti l'uomo è natura consapevole di sè, dunque si fa spirito e non è più fuori di sé, ma ritorna a sé.
K) “ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE IN COMPENDIO”, la filosofia dello spirito: Lo spirito è idea in sé e per sé, il coronamento dello sviluppo della ragione nel mondo. Dopo essersi alienata, l'idea ritorna a sé e si comprende nella realtà umana e storica. La natura è perciò solo un presupposto dello spirito. La filosofia dello spirito si articola in tre momenti, in tre livelli dello spirito, che possono coesistere:
- spirito soggettivo → è la coscienza individuale, il livello più basso e astratto dello spirito. L'individuo, essendo un aspetto parziale della realtà, è un livello minimo dello sviluppo della ragione. Si articola in:
o antropologia: studia l'anima, intesa come sonno dello spirito. Possiamo paragonarla all'intelletto potenziale di Aristotele. Hegel intende con "anima" tutti quei caratteri legati al temperamento naturale dell'uomo, che dipendono dalla predisposizione, dall'età, dalla differenza di sesso. Per esempio, nell'antropologia Hegel analizza le diverse età dell'individuo, distinguendo un'infanzia in cui esso si trova in perfetta armonia con il mondo, un'adolescenza in cui entra in contrasto con il mondo e una maturità in cui si riconcilia con maggiore consapevolezza;
o fenomenologia: non è nient'altro che una riedizione ridotta della "Fenomenologia dello spirito", che comprende solo i primi 3 momenti, con il progressivo ridursi della coscienza ad autocoscienza;
o psicologia: studia lo spirito che si articola in:
• conoscenza teoretica;
• agire pratico;
• volere libero;
Con la libertà si chiude lo spirito soggettivo e inizia la parte più importante del sistema hegeliano: lo spirito oggettivo;
- spirito oggettivo → è il momento in cui lo spirito si realizza concretamente nelle istituzioni storicamente esistenti; esse sono raccolte da Hegel sotto il concetto di diritto in senso lato (che include, oltre al diritto astratto, la moralità e l'eticità) e comprendono le istituzioni della famiglia, le consuetudini, i precetti della società, le leggi dello Stato. Attraverso le istituzioni l’uomo si realizza come libertà. Di tali argomenti Hegel si è occupato anche nei "Lineamenti di filosofia del diritto" (1821), l’opera in cui è contenuta la famosa affermazione relativa alla coincidenza di razionale e reale. I momenti dello Spirito oggettivo sono il diritto astratto, la moralità e l'eticità.
o il diritto astratto: proprietà, contratto, diritto contro il torto. Il volere libero si manifesta come volere del singolo individuo, considerato come persona giuridica, ossia come entità astratta caratterizzata dalla facoltà di essere portatrice di diritti. La persona trova il suo primo compimento in una cosa esterna, che diventa sua "proprietà", ma che è da considerarsi realmente tale solo in virtù dal reciproco riconoscimento tra le persone, ossia tramite l'istituto giuridico del contratto (che rappresenta l'alienazione e la limitazione della libertà). L'esistenza del diritto rende possibile l'esistenza del suo contrario, il torto, che nel suo aspetto più grave è il delitto; la colpa richiede una pena, che si configura come ripristino del diritto violato. Il diritto contro il torto è garanzia della libertà all'interno dell'alienazione della libertà. Tuttavia, perché la pena sia efficacemente punitiva e formativa, occorre che essa sia riconosciuta interiormente dal colpevole; questa esigenza supera l'ambito del diritto, che concerne l'esteriorità legale, e richiama dialetticamente la sfera della moralità;
o la moralità: nella moralità le cose esteriori sono poste come indifferenti e ciò che conta è l’interiorità; attraverso la moralità avviene il riconoscimento interiore di una colpa e, perciò, la possibilità di un riscatto. Mentre nel diritto lo spirito oggettivo opera attraverso una costrizione esterna, imponendo una condotta con la forza della legge, nella moralità lo spirito opera come volontà di superamento dell’egoismo, come volontà del bene. Quindi essa è la sfera della volontà soggettiva che si manifesta nell'azione, dotata di valore morale solo in quanto sgorga da un’intenzione. Il fine dell'azione è il benessere che, quando si solleva all'universalità, diventa il bene in sé e per sé. La forma più alta della moralità è esemplificata dall’etica kantiana, ossia dalla legge del dovere nella quale la coscienza si eleva a legislatrice universale; tipica di questa etica è, secondo Hegel, la separazione tra essere e dover essere, tra realtà e razionalità, in quanto la volontà di realizzare il bene (dover essere) non si compie mai perfettamente nella realtà (essere). In altre parole, nell’etica di Kant l’intenzione morale non consegue mai una vera oggettivazione esterna. Nonostante questa limitazione, essa ha tuttavia il merito di aver superato l’esteriorità oggettiva della norma giuridica in nome della legge interiore e dell’intenzione;
o l'eticità: famiglia, società civile, Stato. La separazione tra soggettività e bene viene risolta nell'eticità, nella quale il bene si è attuato concretamente. Mentre la moralità è volontà soggettiva (cioè privata) del bene, l'eticità è moralità sociale, ovvero realizzazione del bene nelle forme istituzionali della famiglia, della società civile e dello Stato. L'eticità supera la spaccatura tra interiorità ed esteriorità (tipica della morale del dovere) e l'unilateralità di diritto e morale; è infatti diritto che ha assunto le forme della morale, in quanto persegue il bene universale, e morale che ha assunto le forme del diritto, in quanto è esteriorità istituzionale. Nell’eticità gli individui non sono più considerati né come astratte persone giuridiche, né come semplici coscienze, ma come membri di un tutto; la vita dell’individuo non è nient’altro che un momento della vita stessa della comunità etica.
• il primo momento dell'eticità è la famiglia, nella quale il rapporto naturale dei sessi assume la forma di un'unità spirituale (l'individuo si trova, con la sua coscienza, in una totalità) fondata sull'amore e sulla fiducia. La famiglia si articola nel matrimonio, nel patrimonio e nell'educazione dei figli. Quando i figli crescono danno origine a nuove famiglie;
• con la formazione di nuovi nuclei il sistema concorde della famiglia si frantuma nel sistema atomistico della società civile, che è la totalità delle persone nel sistema dei loro interessi particolari (sfera economico-sociale e giuridico-amministrativa), che si trovano a dover coesistere. La società civile si articola in tre momenti:
• il sistema dei bisogni: gli individui, dovendo soddisfare i propri bisogni mediante la divisione del lavoro, danno origine a differenti ceti (o stati). Gli stati sono tre: stato sostanziale degli agricoltori (riunisce i grandi proprietari terrieri e i contadini), stato industriale degli artigiani, dei fabbricanti e dei commercianti, stato generale dei pubblici funzionari, che si occupano degli interessi universali della società. Poiché la società civile è costituita da un sistema di rapporti economici, è inevitabile che in essa si manifesti il conflitto d’interessi, che richiede il costituirsi di altre istituzioni;
• l'amministrazione della giustizia: diritto pubblico;
• polizia e corporazioni: provvedono alla sicurezza sociale. Le corporazioni, mediando l'interesse del singolo con quello della categoria lavorativa a cui egli appartiene, anticipano il momento dell'universalità statale (fungendo da cerniera);
• Lo Stato, infine, è la “realtà dell’idea etica”; esso rappresenta l'unità dialettica di famiglia e società civile, perché ha l'unità della famiglia e la realizza e garantisce nelle forme proprie della società civile (indirizzando i particolarismi di quest'ultima verso il bene collettivo). La concezione dello Stato di Hegel si differenzia tanto dalla teoria liberale (Locke, Kant) che concepisce lo Stato come strumento volto a garantire la sicurezza e i diritti degli individui (che ridurrebbe lo Stato a mero tutore di particolarismi), quanto dal modello democratico (Rousseau), secondo cui la sovranità risiederebbe nel popolo (in quanto il popolo, fuori dallo Stato, è solo una moltitudine informe). Lo Stato, per Hegel, ha in sé la propria ragion d'essere ed il proprio scopo; non sono gli individui a fondare lo Stato, ma lo Stato a fondare gli individui, sia dal punto di vista storico (esso viene prima degli individui, che già nascono all'interno di esso), sia dal punto di vista ideale (lo Stato è superiore agli individui, come il tutto alla parte). Hegel contesta il contrattualismo (che vorrebbe far derivare lo Stato dalla volontà arbitraria degli individui) e il giusnaturalismo (che si basa sull'idea di diritti naturali degli uomini esistenti prima dello Stato). Pur essendo assolutamente sovrano, lo Stato non è dispotico, perché opera soltanto nella forma delle leggi, in omaggio al principio secondo cui sono queste ultime, e non gli uomini, a dover governare; è uno Stato di diritto, fondato sul rispetto delle leggi e sulla salvaguardia della libertà dell'individuo e della sua proprietà. Lo Stato rappresenta l'ingresso di Dio nel mondo. Come tale il suo potere non può essere limitato dalle leggi della morale (principio della ragion di stato; cfr. Machiavelli). Lo sviluppo dialettico dello Stato si articola in tre momenti: diritto statale interno, diritto statale esterno e storia universale:
• diritto interno: la costituzione di uno Stato sgorga dalla storia di un popolo, quindi ogni Stato ha la costituzione che si merita. La costituzione più razionale è la monarchia costituzionale moderna, che prevede la distinzione del potere legislativo, governativo e principesco (quello giudiziario appartiene alla società civile). Al potere legislativo concorre l'assemblea delle rappresentanze di classe (Camera alta e Camera bassa), che mediano tra lo Stato e il popolo dissolto in individui; i rappresentanti della Camera alta appartengono al ceto agrario, espressione delle forze più conservatrici, quella della Camera bassa provengono dalle corporazioni del ceto industriale, che esprimono le forze più innovatrici della società civile. Hegel però è diffidente nei confronti dell'agire politico dell'assemblea, ritenendola incline a perseguire gli interessi privati a scapito di quelli pubblici. Il potere governativo ha una funzione preminente; esso comprende in sé i poteri giudiziari e di polizia operanti a livello di società civile e traduce in atto l'universalità delle leggi, compito svolto dai funzionari dello Stato. Il potere del principe rappresenta l'incarnazione dell'unità dello Stato; tale potere è più simbolico che effettivo (la vera classe politica è quella dei ministri). La monarchia costituzionale risolve in se stessa le tre forme classiche di governo: il monarca è uno (monarchia); nel potere governativo intervengono alcuni (aristocrazia); nel potere legislativo interviene la pluralità in genere (democrazia);
• diritto esterno: lo Stato non riconosce al di sopra di sé nessuna autorità superiore; i rapporti tra gli Stati, quindi, non sottostanno ad alcun “diritto universale”. La politica internazionale si basa unicamente sui rapporti di forza fra gli Stati. La guerra, che è inevitabile, ha un valore morale: “come il movimento dei venti preserva il mare dalla putredine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole, così la guerra preserva i popoli dalla fossilizzazione alla quale li ridurrebbe una pace perpetua”.;
• storia universale: se lo Stato è la Ragione che fa il suo ingresso nel mondo, la Storia, che nasce dalla dialettica degli Stati, non è nient'altro che il dispiegarsi di questa Ragione, "è il dispiegarsi dello Spirito nel tempo, nello stesso modo in cui la Natura è il dispiegarsi dell'Idea nello spazio". Dal punto di vista dell'intelletto finito la storia appare come un avvicendarsi mutevole di eventi disordinati, privo di ogni piano razionale o divino. Ma tale intelletto, cioè l'individuo, osserva la storia dal punto di vista dei suoi personali ideali, e non sa elevarsi al piano speculativo della ragione. La filosofia della storia è la visione della storia dal punto di vista della Ragione ed è conoscenza scientifica del "piano razionale" (che la religione riconosce col nome di Provvidenza, ma che non sa comprendere) secondo il quale essa si svolge. La conoscenza della razionalità della storia permette di individuarne:
• il fine della storia: è che lo Spirito giunga al sapere di ciò che esso è realmente e manifesti oggettivamente se stesso. Lo Spirito universale (la ragione assoluta che coincide con l’assoluta realtà) si dispiega nella storia come Spirito del mondo (Weltgeist), che si incarna di volta in volta nello Spirito di un popolo (Volksgeist), cioè in quell’insieme di manifestazioni etiche e istituzionali in cui si sviluppa l’esistenza di un popolo. Lo Spirito di un popolo fiorisce, poi deperisce e muore; la Storia è mutamento, quindi implica anche il tramonto di ciò che è stato bello, la rovina di ciò che è stato potente, ma dalla morte rinasce la vita, e lo Spirito ringiovanisce. In ogni fase del processo storico vi sarà quindi un popolo il cui spirito rappresenta la migliore incarnazione dello spirito del mondo; in virtù di questa sua superiorità tale popolo acquista una posizione di predominio su tutti gli altri. Quando, a causa dell’inarrestabile sviluppo dello spirito del mondo, esso non sarà più in grado di incarnarlo adeguatamente, questa funzione passerà, insieme al dominio assoluto, ad un altro popolo. Lo spirito di un popolo è così lo spirito universale in una forma particolare;
• i mezzi: i popoli, come gli individui, sono strumenti della storia del mondo come mezzi per il suo progresso. La Ragione universale fa agire a proprio vantaggio le passioni, conducendole a fini diversi da quelli a cui esse esplicitamente mirano. L'azione degli individui è contestualizzata allo spirito del popolo a cui appartengono; mentre la tradizione trova i suoi strumenti negli individui conservatori, il progresso trova i suoi strumenti negli eroi, gli individui cosmico-storici, capaci di cogliere ciò di cui è giunta l'ora e di portarlo a compimento. Gli altri li seguono e obbediscono a loro, perché lo sentono. Soltanto a tali individui Hegel riconosce il diritto di mutare lo stato presente delle cose e di lavorare per l'avvenire; il segno del loro destino è il successo. Apparentemente questi individui (Alessandro, Cesare, Napoleone) non fanno che seguire le loro passioni, ma si tratta di un "astuzia della Ragione", che si serve degli individui e delle loro ambizioni per realizzare i propri fini: "Cesare doveva compiere quel che era necessario per rovesciare la decrepita libertà; la sua persona perì nella lotta, ma quel che era necessario restò: la libertà secondo l'idea giaceva più profonda dell'accadere esteriore". Infatti, quando l'Idea universale ha raggiunto il suo scopo, l'eroe perisce o è condotto a rovina.
Il fine supremo della storia è la realizzazione della libertà dello spirito, che si compie nello Stato. La storia del mondo dunque passa attraverso tappe dialettiche che segnano un progressivo incremento di razionalità e di libertà a partire dalla forme statali del mondo orientale (uno solo è libero), a quelle del mondo greco-romano (alcuni sono liberi), per giungere a quelle del mondo cristiano-germanico (le nazioni germaniche, ovvero tutti gli stati creati dai discendenti dei popoli germanici sulle rovine dell’impero romano d’occidente, e dunque anche i popoli latini, sono giunte alla coscienza che l’uomo è libero grazie al cristianesimo che, perciò, rappresenta il grande punto di svolta della filosofia universale. La vera conciliazione tra religione e stato, tra libertà e realtà mondana, si compie con la riforma protestante, che appare come l’evento centrale della storia moderna; con essa il divino cessa di apparire, come nel cattolicesimo medioevale, l’al di là del mondo, nel quale invece si immerge. Il matrimonio del prete, il mangiare carne il venerdì, la valorizzazione del lavoro, il prestare denaro per interesse e, soprattutto l’obbedienza allo Stato come suprema testimonianza della libertà, rappresentano i passi che lo spirito del mondo ha compiuto in terra germanica per la compiuta realizzazione di sé), in cui tutti gli uomini sanno di essere liberi;
- spirito assoluto → dopo essersi realizzata nella storia come libertà, l'Idea conclude il suo ritorno a sé nell'autoconoscersi assoluto; lo Spirito assoluto è la ragione infinita che diviene finalmente consapevole di se stessa dopo essere passata attraverso le sue determinazioni finite. Tale ragione è infinita non perché sia trascendente alla realtà particolare e finita, ma perché la ricomprende in sé come totalità dialettica (“il vero è l’intero”). L'autocoscienza dello Spirito è il risultato di un processo dialettico rappresentato dall'arte (che conosce l'Assoluto nella forma dell'intuizione), dalla religione (che conosce l'Assoluto nella forma della rappresentazione) e dalla filosofia (nella forma del puro concetto). Queste attività non si differenziano per il contenuto, che è sempre l'Assoluto, ma per la forma attraverso la quale lo conoscono.
o l'arte: rivela lo spirito in forme sensibili (è l’apparire sensibile dell’idea), quindi conosce l’assoluto nella forma dell’intuizione. Nell'esperienza del bello artistico spirito e natura vengono recepiti intuitivamente come tutt'uno, in quanto l'opera d'arte (oggetto) è la manifestazione del concetto (cioè dell'Idea). La storia dell'arte viene dialettizzata in tre momenti storici. L'arte simbolica, tipica dei popoli orientali, si caratterizza per l'incapacità di esprimere un messaggio spirituale secondo forme sensibili adeguate (in quanto lo Spirito ha ancora una conoscenza incerta dell’idea) e per il conseguente ricorso al simbolo e allo sfarzo. Essa trova nell’architettura la sua forma caratteristica. Nell’arte egizia la Sfinge rappresenta il “simbolo del simbolo”; con l’enigmaticità della sua figura, mezzo umana e mezzo animale, essa esprime efficacemente lo sforzo con cui lo spirito tende ad emergere dalla natura; Edipo, risolvendo il famoso enigma sull’uomo, precipita la Sfinge dalla rupe e innalza lo spirito a riconoscersi nella figura umana. L'arte classica, che si esprime prevalentemente nella forma della scultura, si caratterizza per l'equilibrio tra contenuto spirituale e forma sensibile, tramite la figura umana, e rappresenta il culmine della perfezione artistica. L'arte romantica è caratterizzata da un nuovo squilibrio, in quanto lo spirito acquista coscienza che qualsiasi forma sensibile è insufficiente ad esprimere compiutamente l'interiorità; per questo motivo essa trascura le forme artistiche nelle quali l’elemento sensibile è più forte, come l’architettura e la scultura, per concentrarsi sulla pittura (di corporeo rimane soltanto il colore), sulla musica (si perde la figura e rimane il suono) e sulla poesia (in cui il suono diviene qualcosa di spirituale attraverso la parola). L’arte romantica si riferisce a tutto il mondo cristiano dal Medioevo all’età moderna e vive nel tentativo di racchiudere in sé l’assoluto, dalle vertigini dell’architettura gotica alle forme artistiche sempre più immateriali. Quest'ultimo momento determina la "crisi" e la “morte” dell'arte; è venuto il tempo in cui l’arte cessa di essere una forma adeguata di espressione dell’Assoluto (“ha cessato di essere il bisogno supremo dello spirito”). Deve quindi essere superata da altre forme di conoscenza;
o la religione: con la “morte dell’arte” lo spirito si volge verso una più adeguata espressione di sé, la religione, nella quale l'assoluto si manifesta nella forma della rappresentazione. La rappresentazione è una forma di conoscenza intellettuale; essa sta a metà strada fra l'intuizione sensibile e il concetto e procede per determinazioni giustapposte, indipendenti le une dalle altre. Gli attributi di Dio, la creazione, la provvidenza, ecc. sono rappresentazioni unite in modo puramente accidentale, sicché non si riesce a cogliere l’Assoluto nella sua unità organica. Lo sviluppo della religione è lo sviluppo dell'idea di Dio nella coscienza umana. Nel primo stadio si trova la religione orientale, che comprende sia la religione naturale, (ricerca il divino negli oggetti materiali) le cui forme infime sono la stregoneria e il feticismo, mentre le più elevate sono le religioni panteistiche dell'estremo Oriente, sia le religioni naturali che trapassano in religioni della libertà, cioè religioni ancora naturalistiche, ma che concepiscono Dio come spirito libero (persiana, siriana ed egiziana). Nel secondo stadio si trovano le religioni dell'individualità spirituale (giudaica, greca, romana) in cui Dio appare in forma spirituale o in sembianze umane. Nel terzo stadio si arriva alla religione assoluta, quella cristiana, in cui Dio è puro spirito che si fa uomo. Benché la religione sia più vicina alle verità della filosofia, quella cristiana presenta il limite di ogni religione: quello di rapportarsi allo Spirito nella forma inadeguata della rappresentazione;
o la filosofia: nella filosofia culmina e si conclude il divenire razionale della realtà; in essa l'Idea giunge alla piena coscienza di se medesima, attraverso il concetto. Il modo di rappresentare l'Assoluto nella filosofia è speculativo e dialettico. Anche la filosofia, come la realtà, è processo storico e si è sviluppata attraverso una serie di gradi che culminano con l'idealismo: la storia della filosofia è in effetti una filosofia della filosofia, ovvero lo sviluppo necessario della filosofia come tale. Ogni sistema filosofico rappresenta un tappa necessaria del farsi della Verità, che supera quella precedente ed è superata da quella successiva. Ma la filosofia ultima, quella hegeliana, ricomprende in sé tutte le precedenti. Il dispiegarsi dialettico della Filosofia avviene nei tre momenti dell'antichità greca, della cristianità medievale e della modernità germanica; il momento culminante dello sviluppo storico della filosofia è rappresentato dal sistema hegeliano, nel quale si compie l’autocoscienza dell’Assoluto

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