Georg Wilhelm Friedrich Hegel

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Testo

Hegel
(1770-1831)
Condusse la normale vita di un intellettuale. Nacque a Stoccarda e morì a Berlino nella famosa epidemia di colera. Si spostò in funzione della sua carriera universitaria; si trovava a Jena al momento dell’ingresso delle truppe francesi, fuggì precipitosamente e concluse frettolosamente la Fenomenologia dello spirito, il suo primo importante lavoro filosofico. Abbiamo testi pubblicati da Hegel in vita e lezioni pubblicate postume dai suoi allievi (Lezioni sulla storia della filosofia, Lezioni sulla filosofia della storia, Lezioni sull’estetica), che uniscono suoi scritti preparatori e appunti degli studenti. Le lezioni ci presentano un altro profilo di Hegel, ma sono fondate su un’operazione filologicamente discutibile, ed hanno un brillante taglio espositivo e divulgativo, oltre ad essere un’applicazione delle sue tesi. Lo stile espositivo è molto faticoso e complesso, già nella Fenomenologia dello spirito, che forse risente di una stesura affrettata. Poco prima di morire Hegel aveva intrapreso una revisione sistematica delle sue opere, che purtroppo non riuscì a portare a termine.
Il suo percorso intellettuale è dalla teologia alla filosofia, che nelle università tedesche si studiavano insieme. I suoi primi scritti trattano temi tipicamente religiosi, poi il suo pensiero si laicizza sempre più e secondo alcuni giunge a rappresentare l’esempio più compiuto di ateismo.

Le tesi di fondo del sistema hegeliano
La filosofia di Hegel è uno dei rari esempi di elaborazione sistematica. Il suo sistema riesce ad offrire un’interpretazione unitaria di tutti i temi presi in considerazione, vi è una forte coerenza interna, lo sviluppo della sua ricerca filosofica è molto rigoroso, anche nei più tardi approfondimenti.
- risoluzione del finito nell’infinito
- funzione giustificatrice della filosofia
- identità tra ragione e realtà.
Finito è letteralmente ciò che ha termine, dunque la nostra realtà caratterizzata dalla morte, dal particolare, dal caduco, dal transeunte. L’infinito è ciò che vorremmo essere e che non capisce limite. Con un’operazione originale Hegel afferma che il finito è un aspetto dell’infinito. Ripropone la visione spinoziana. Hegel deduce il finito dall’infinito e non viceversa. Osserva che dimostrare l’esistenza di Dio a partire dalla contingenza del mondo significa relativizzare l’infinito.

Il realismo di Hegel
“Tutto ciò che è razionale è reale
e tutto ciò che è reale è razionale.”
E’ un celebre aforisma contenuto nelle pagine introduttive della Filosofia del diritto, concerne il rapporto tra ragione e realtà. La ragione è il principale strumento di comprensione. Con questa affermazione s’intende che tutto ciò che si può capire perché ha un senso è reale e di conseguenza si verifica anche che il reale si a razionale. Ma in primis Hegel sottolinea la ragione.
Vi è una terribile implicazione: così si giustifica tutto. Mette capo al problema del giustificazionismo. Si può pensare che anche il male abbia un senso. Hegel si difendeva distinguendo ciò che è accidentalmente reale e ciò che lo è effettivamente. Bisogna, però, spiegare perché l’accidentale sia reale.
Per esempio, il fatto che un albero sia vicino a una casa è accidentalmente reale, il fatto che la materia abbia una sua organizzazione logica è effettivamente reale. Si considerano certi aspetti marginali e non decisivi, altri caratteristici e principali. Il problema del realismo di Hegel è irrisolto, ma la sua posizione è significativa: pur essendo un filosofo realista assume toni di crudo realismo.
Intende la filosofia come pensiero del mondo, che pensa la realtà quando essa si è completamente sviluppata. Lo esprime con una famosissima metafora: “La filosofia è come la nottola di Minerva che comincia il suo volo su far del crepuscolo.” Paragona la filosofia ad un uccello notturno che veglia quando gli altri dormono, e lo accosta a Minerva, dea della saggezza. Il pensiero filosofico capisce la realtà dopo che essa ha compiuto il suo svolgimento, e non può indicarle come debba essere: “Essere e dover essere coincidono.” Significa che la realtà è sempre come deve essere, senza mai uno scarto tra le due cose, tagliando le gambe alla speranza. C’è un’amara saggezza e anche rassegnazione.

La verità
Hegel dice che “il vero è l’intero.” E’ un’idea non più centrata sulla corrispondenza tra verità e realtà, ma sull’assoluto. Vero è il pensiero che abbraccia l’intera totalità della realtà e del pensiero stesso. In definitiva si perde la distinzione tra vero e falso. Per Hegel l’assoluto, come l’incondizionato, è la totalità, di cui il pensiero filosofico è lo strumento privilegiato di espressione. Valuta tutte le epoche storiche come epoche dello spirito, momenti in cui si manifesta l’assoluto; alla luce di questa convinzione criticherà l’Illuminismo che aveva demonizzato il Medioevo.

I momenti dell’assoluto
I tre momenti dell’assoluto sono idea, natura e spirito; con questi termini intende rispettivamente la struttura logica della realtà, l’esteriorizzazione della logica, la consapevolezza dell’assoluto (autocoscienza). La natura si costituisce come l’idea che si fa altro da sé.
Hegel introduce la processualità: tutti gli aspetti della realtà sono risultati di un processo. Secondo gli interpreti più favorevoli a Hegel la processualità non avrà mai fine, ma egli ritiene che la propria filosofia sia “il verbo che ha espresso l’assoluto” e dunque abbia raggiunto l’intero. Darwin compià un’operazione analoga in biologia. La comprensione dell’idea può avvenire solo a processo compiuto, poiché è nel risultato che si vede l’estrinsecazione dell’idea.
Con i tre momenti di idea, natura e spirito Hegel ha cercato di comprendere l’intera realtà nel suo aspetto logico, materiale ed intellettuale. I tre momenti si tengono insieme secondo un’articolazione triadica e circolare. La triade consta di tesi, antitesi e sintesi. Lo spirito, attraverso l’attività intellettuale, è una ricomposizione dei due primi momenti: la successione non è cronologica ma logica.
“Il destino di un grand’uomo è di condannare gli altri a interpretarlo.”
“Non c’è eroe per il cameriere.” (tratta da Montagne)

Terminologia hegeliana
La terminologia di Hegel è la stessa di Kant, ma i significati sono diversi. Per esempio, intende per “ragione” la realtà. “Idea” in Hegel significa la realtà come unità vera di concetto e oggettività. E’ in fondo il punto di vista di Platone. Nella dialettica trascendentale Kant esaminava le contraddizione della ragione nel suo uso puro, Hegel, invece, nella sua dialettica tratta una logica incentrata sulla contraddizione, di cui tenta una rivalutazione. La contraddizione non è più un tabù. Tenta un salto oltre la logica binaria di matrice aristotelica (“tertium non datur”).
La dialettica consta di tre momenti:
1) astratto-intellettuale tesi
2) negativo antitesi
3) postivio-razionale sintesi
Il momento astratto-intellettuale è quello che individua le contraddizioni mantenendole separate, il momento negativo coglie le relazioni, il momento positivo-razionale vede la realtà come un intero.
Uno degli esempi più interessanti è di Bertrand Russell: l’oro è il massimo valore che si possa concepire, oppure l’oro non vale niente; le due proposizioni sono entrambe vere a seconda delle situazioni.
Hegel ritiene che sia una caratteristica dell’intelletto considerare gli aspetti della realtà astrattamente, separatamente ed unilateralmente.
Secondo Hegel la dialettica è al contempo un processo logico e reale. La comprensione della realtà è la realtà stessa. Nell’Enciclopedia Hegel fornisce una trattazione sistematica della dialettica.
La dialettica è un processo –il pensiero stesso, per Hegel, è caratterizzato dalla processualità. Ritiene che la realtà vada avanti secondo schemi dialettici. Hegel identifica opposizione e contraddizione: solo così processo reale e processo logico possono coincidere.
“La guerra non è un conflitto tra un torto e una ragione, ma tra due ragioni opposte.” Hegel era molto abile nel cogliere gli aspetti relazionali della realtà.
Hegel sosteneva la necessità di un processo a sintesi chiusa –credeva che la propria filosofia fosse concludente- e che la processualità dovesse giungere a un traguardo. Riteneva che l’infinito sia realtà sempre in atto e compiuta; l’infinito come processo aperto è, invece, una “cattiva infinità.”

La critica delle filosofie precedenti
Hegel prende polemicamente posizione contro gli illuministi, Kant, i romantici, Fichte e Schelling, sulla base dell’identità di razionale e reale. Rimprovera all’Illuminismo l’arroganza della ragione, che si permette di giudicare la storia: la verità è figlia del suo tempo e nessun uomo può permettersi di oltrepassarlo. Hegel, nella critica all’Illuminismo, si fa forte della sua convinzione che essere e dover essere coincidono. Qualifica come “saccente” il punto di vista del dover essere degli illuministi.
Hegel smonta la filosofia del limite e la teoria della conoscenza di Kant con una battuta: la paragona “a quello scolastico che voleva imparare a nuotare prima di arrischiarsi nell’acqua.”
Hegel contesta un particolare aspetto del circolo dei romantici (Holderlin, Novalis etc.), che aveva frequentato a Francoforte: la soggettività e il sentimento, ma è sostanzialmente romantica la sua esaltazione dell’infinito.
Ritiene che in Fichte vi sia un errore nella contrapposizione tra io e non-io e nella concezione dell’infinito come missione (per Hegel l’infinito è sempre in atto, mai incompiuto o aperto). Sostiene che la concezione di Schelling dell’Assoluto sia “una notte in cui tutte le vacche sono nere.”

La Fenomenologia dello spirito
Nel 1806 Hegel si trovava a Jena, dove faceva il suo ingresso Napoleone alla testa delle truppe francesi; alcuni interpreti, benevoli, sostengono che la poca chiarezza dell’opera di Hegel sia dovuta alla circostanza. Comunque l’opera è chiara nelle sue linee generali; è “la storia romanzata della coscienza”. Hegel tenta di tratteggiare lo sviluppo della coscienza dai gradi più semplici a livello particolare sino a quelli più elevati a livello universale. Per Hegel il fenomeno della coscienza è tanto individuale quanto collettivo. C’è un’attenzione ad una prospettiva diversa e più ampia dei fenomeni culturali in genere, caratterizzata dalla processualità e da un orizzonte collettivo. Parla spesso di “spirito del mondo” ad indicare la dimensione intellettuale che abbraccia e sostanzia tutta la realtà nel suo complesso. La coscienza è sempre calata nel suo contesto storico. Hegel ritiene che la coscienza individuale debba ripercorrere tutte le tappe della coscienza universale: fissa dei punti fermi sul progetto pedagogico, deve far parte del nostro bagaglio culturale tutto ciò che l’uomo ha conosciuto, appreso e scoperto dalla realtà in cui viveva nel corso dei secoli. E’ un’impostazione che potremmo definire sincronica e diacronica insieme.
Il punto di partenza di ogni conoscenza è la certezza sensibile (“intuizione sensibile” l’avrebbe chiamata Kant) e tuttavia è solo un’apparenza perché non è oggettiva, ed è confinata nell’hic et nunc. Però la certezza sensibile, pur nel suo carattere particolare, ha un rapporto con l’universale perché il “questo” fa comunque riferimento ad una categoria, quella della tipicità, e per descriverlo occorre comunque ricorrere a termini generali.
In seguito Hegel passa ad esaminare le figure, i momenti tipici, della coscienza, situazioni in cui essa si rappresenta in modo significativo e pregante a simboleggiare i suoi stadi e stati.
Fondamentale è il momento dell’autocoscienza, in cui scatta il problema del riconoscimento –vi è un taglio esistenziale della filosofia di Hegel: l’autocoscienza è autonoma solo fino ad un certo punto, e ha bisogno di attestare il proprio valore a se stessa.
Hegel prende in considerazione un’altra figura fondamentale, chiamata “dialettica servo-padrone”, nella quale si evidenzia il conflitto più drammatico per il riconoscimento: il confronto tra due autocoscienze, in cui una delle due soccombe e perde tutto divenendo serva di quella vincitrice, che ha trionfato perché non teme la morte. Non s’instaura un rapporto statico perché il servo matura attraverso il lavoro la consapevolezza della propria dignità e del fatto che in qualche modo anche il padrone dipende da lui. Per la prima volta la tematica del lavoro entra nella filosofia; in questo senso Marx sarà allievo di Hegel. Mediante questo processo aperto il servo conquista la sua libertà: Hegel ritiene che la perenne lotta dello spirito per la libertà caratterizzi tutti i processi della Storia, che pertanto è orientata al progresso. Engels diceva che Hegel è un rivoluzionario puro all’interno di un’impostazione che è una gabbia.

Stoicismo e scetticismo
Hegel li considera due facce di uno stesso momento, successivo alla dialettica servo-padrone, e caratterizzato dalla conquista della libertà interiore (stoica). Ma, osserva Hegel, la libertà interiore dello stoico è “astratta”, teorica e non effettiva concretamente. Parimenti lo scetticismo è una condizione insufficiente e auto-contraddittoria della coscienza: muove la classica obiezione che lo scettico dal momento in cui dubita si trova in contraddizione con se stesso perché non può dubitare di dubitare. Lo scetticismo è un esasperato atteggiamento negativo verso l’alterità, ciò che è altro dalla coscienza.

La coscienza infelice
L’originalità di Hegel risiede nell’affrontare una questione teorica da un punto di vista esistenziale. Secondo Hegel la coscienza infelice deriva dallo scetticismo, dalla consapevolezza della coscienza che ciò che è altro da sé è in rapporto di scissione rispetto ad essa, rileva una separazione fortemente drammatizzata. Hegel ritiene che il Medioevo soprattutto (e l’ebraismo) sia caratterizzato dalla coscienza infelice perché nel suo sentimento religioso Dio è vissuto come termine a tal punto trascendente da essere irraggiungibile, e da far percepire alla coscienza la sua incommensurabile piccolezza facendola sentire quasi annichilata.
Sia l’ebraismo sia il cristianesimo accentuano molto il senso di colpa.
Secondo Hegel i momenti di questa coscienza infelice sono la devozione, il fare o l’operare e la mortificazione.

La ragione
I limiti di Hegel sono proprio le riflessioni sulla ragione e la logica; disse Engels che egli è “prigioniero della gabbia del sistema.” Per Hegel la ragione è “la certezza di essere di ogni realtà.” Questo assunto si verifica –“il vero è l’intero”- attraverso il processo in cui la ragione esplica se stessa. Il primo tentativo di giustificarsi è un inquieto cercare, che si rivolge inizialmente agli oggetti del mondo naturale (è la fase caratteristica del naturalismo rinascimentale e dell’empirismo), qui la ragione crede di cercare delle cose, ma in realtà cerca solo se stessa. La ragione crede che la realtà esterna sia intelligibile, e sulla base di questa qualificazione procede, fiduciosa di trovare delle spiegazioni al mondo naturale. Hegel eccede nella semplificazione.
Un secondo tentativo avviene col la psicologia (la successione non è cronologica ma logica) quando la ragione si trasferisce dal dominio organico della natura a quello della psiche. Ma le considerazioni di Hegel su questo sono estremamente datate, in quanto non era ancora stata inventata la psicoanalisi di Freud, e difficilmente la psicologia può essere paragonata alle altre scienze per l’impossibilità di compiere altri esperimenti sull’uomo. Hegel fa riferimento alla fisognomica ed alla frenologia, all’epoca molto in voga, e le mette in ridicolo e stigmatizza con una battuta: “l’essere dello spirito è un osso.” Secondo lui fisionomica e frenologia attestano il fallimento della ragione osservativi – è, però, una conclusione affrettata.
Questo segna il passaggio all’autocoscienza razionale, una ragione attiva in virtù della quale la coscienza vuole produrre se stessa mediante la sua attività. Da questo momento in poi la ragione produce se stessa mediante un’attività che fonde se stessa ed il mondo; il leitmotiv della filosofia hegeliana è la dimostrazione che ragione e realtà coincidono.
Nello spiegare il passaggio dalla ragione osservativi a quella attiva Hegel fa riferimento al Faust; secondo l’individuo “i preti fanatici e i despoti corrotti” sono responsabili dei mali del mondo. Se non si traduce in istituzioni la ragione resta astratta.

Enciclopedia delle scienze filosofiche
L’individuo e l’universale
L’individuo viene plasmato dalla realtà storico-sociale e non viceversa: è una lettura amara e cinica, ma non pessimista, giacché Hegel ritiene che vada bene così. Per questo Russell lo definì fascista, perché per Hegel la realtà storico-sociale, lo Stato, è superiore all’individuo e lo sostanzia. E’ un conclusione inquietante perché toglie ogni margine di libertà al singolo ed ogni sua possibilità di incidere sulla storia, che, invece, è un destino che si compie da solo.
L’individuo è condannato a non raggiungere l’universalità, semmai l’universalità si può particolareggiare. Tutt’al più l’artista o il filosofo riescono ad abbracciare l’Assoluto.
“La morte è la malattia originaria dell’individuo, che non riesce ad universalizzarsi.” Dice Hegel nell’Enciclopedia; solo l’universale è imperituro. Lo spirito è questa dimensione collettiva.

La logica
Per Aristotele e per gli studiosi moderni la logica è lo studio delle leggi del pensiero. Hegel parla di logica ma intende una cosa completamente diversa: ritiene che sia l’impalcatura logica della realtà. La sua logica è una onto-logica, concreta e sostanziale (“ciò che è razionale è reale…”). Il pensiero separato dalla realtà e, invece, destinato allo scacco ed al fallimento in ogni sua iniziativa, pertanto per Hegel una logica formale è impensabile. La logica è la struttura programmatica o l’impalcatura originaria del mondo. Le categorie sono determinazioni della realtà oltre che del pensiero.
Hegel critica sia Kant sia l’empirismo.
Come il vento pulisce le acque del mare, così la guerra la società, disse Hegel: siamo ormai molto lontani dal pacifismo cosmopolita di Kant.
“La ragione è la certezza di essere ogni realtà.”
Hegel è molto anti-kantiano e arriva ad affermare che “un popolo senza metafisica è come un tempio senza altare.” Tuttavia polemizza con gli aspetti intellettualistici e dogmatici della metafisica.
La sua logica si divide in logica dell’essere, dell’essenza e del concetto – intende a tutti i costi trovare un’architettura triadica. Per Hegel il concetto più povero ed astratto è il concetto di essere, che essendo il più povero si identifica con il nulla, ovvero con il suo contrario. Afferma questo in virtù dell’impostazione triadica della dialettica secondo la quale le contraddizioni sono intimamente connesse e non possono mai andare disgiunte. Il divenire è la sintesi di essere e nulla, il passaggio dall’uno all’altro. L’essere ed il nulla come pura e vuota astrazione sono l’opposto dell’essere determinato, gli enti, che sono tali in virtù della qualità, della quantità e della misura, che lo specificano. Per ottenere la scansione triadica sostiene che la sintesi di qualità e quantità è la misura, che determina la quantità della qualità. Taluni lo hanno interpretato nel senso che la quantità può determinare cambiamenti di qualità. Tutte queste categorie considerano l’essere nel suo isolamento.
Si passa all’essenza quando l’essere riconosce le sue determinazioni ed acquisisce una coscienza autonoma. Hegel si considera “lo scriba dell’essere”, colui attraverso il quale l’essere si rivela. E’ allo stesso tempo straordinariamente modesto e presuntuoso. Schopenhauer lo considera un ciarlatano. “Attraverso la mia filosofia l’Assoluto si è autocompreso.”
Determinato e arricchito dalla riflessione su di sé l’essere diventa concetto. Il significato di “concetto” è “concepito”. E’ in primo luogo concetto soggettivo, poi oggettivo, infine idea, che per Hegel è l’universale puro ed assoluto. Ogni cosa è sillogismo perché ogni cosa è razionale. Il concetto come oggettività costituisce le categorie fondamentali della natura: meccanismo, chimismo e teleologia.

La filosofia dello spirito
Si presenta attraverso una tripartizione: spirito soggettivo, oggettivo e assoluto. Lo spirito soggettivo è quello nell’ambito individuale, studiato, secondo la tripartizione, da fenomenologia e psicologia.
Il diritto astratto, la moralità e l’eticità sono gli aspetti che caratterizzano lo spirito oggettivo. L’originalità di Hegel qui risiede nel suo tentativo di passare da una morale del dovere ad una morale del costume (inteso come comportamento spontaneo e volontario). A Hegel interessa la dimensione, che ritiene autentica, dell’eticità, con riferimento al termine greco evqo (costume). Alla morale del dovere si deroga, non così all’eticità, che diviene abitudine razionale della vita individuale e sociale. Hegel ritiene che la morale del dovere divenga etica del costume quando le regole ed il bene si realizzano in istituzioni (famiglia, società, stato).
Hegel qualifica come astratto il diritto perché il codice civile e penale sono solo parole, regole astratte, che si concretizzano solo mediante dei mezzi e delle concezioni o la volontà.
La moralità è la sfera della volontà soggettiva, della pratica soggettiva. Nella moralità vi sono sempre una distanza ed uno iato tra la soggettività ed il bene. E’ polemicamente capovolto il discorso kantiano, in cui questo scarto era proprio della natura umana e rendeva impossibile la santità; Hegel, invece, lo ritiene proprio solo della moralità, che è una dimensione astratta, caratterizzata dallo iato tra essere e dover essere.

L’eticità: famiglia, società e stato
L’eticità si articola in tre momenti: la famiglia, la società civile e lo stato. Secondo Hegel il passaggio da famiglia a società è dato da una dinamica legata alla crescita dell’individuo. La famiglia si articola in matrimonio, patrimonio ed educazione dei figli. La società civile si identifica con la sfera economico-sociale e giuridico-amministrativa del vivere insieme, il suo spazio è quello in cui si producono e compongono i conflitti sociali, poiché al suo interno si muovono sempre opposti interessi. “La società civile è il campo di battaglia dell’interesse privato di tutti contro tutti.” La società civile è il momento antitetico della realtà, è ancorata alla realtà concreta da alcune norme; si articola in sistema dei bisogni, amministrazione della giustizia, politica e corporazioni, quali momenti in cui si concretizza un principio. Così prende corpo la divisione in classi sociali. Nel sistema hegeliano le corporazioni (ideale del fascismo sarà lo stato corporativo) sono quelle dei mestieri che attuano una sorta di unità tra la volontà del singolo e quella della categoria cui egli appartiene. Le corporazioni prefigurano il momento dell’universalità statale, fungendo da punto di raccordo tra società civile e stato. Alcune intuizioni hegeliane saranno poi molto apprezzate da Marx e dai marxisti.
Lo stato è il momento culminante dell’eticità nella sua dimensione concreta ed effettiva. “I popoli che non hanno uno stato non entrano nella storia.” Lo stato è la dimensione macroscopica in cui un popolo esprime consapevolmente il proprio ethos. Gli antichi romani nel concepire lo stato concepivano se stessi, vi vedevano un riflesso della propria identità. “Lo stato è la sostanza etica consapevole di sé, la riunione del principio della famiglia e della società civile.” Questa concezione dello stato si distacca da quella liberale di Kant, Locke e Humboldt, che erano volte a garantire i diritti e la libertà di ciascuno. La concezione di Hegel comporta una confusione di stato e società civile, e si differenzia anche dal modello democratico della sovranità popolare. E’ uno stato monolitico che intende il popolo come un’unità e non ammette le minoranze, sicché rischia di degenerare in tirannia della maggioranza. Il popolo al di fuori dello stato è soltanto una moltitudine informe.
La sovranità dello Stato deriva dallo stato stesso: lo stato non è fondato sugli individui ma sulla stessa idea di stato, secondo una concezione un poco platonica che si accosta a quella leniniana di partito. Il leader è una punta di diamante che guida la base in modo aristocratico, secondo una visione agli antipodi del modello rappresentativo. Lo stato è una realizzazione del concetto di stato.
Purtroppo la concezione hegeliana dello stato è piaciuta al fascismo.
Questa ottica organicistica si oppone al modello contrattualistico del vivere associato. Lo stato hegeliano è assolutamente sovrano, ma non dispotico, perché deve operare solo mediante le leggi: si configura come uno stato di diritto fondato sul rispetto delle leggi. Hegel ritiene che la costituzione non sia un’elucubrazione a tavolino ma scaturisca necessariamente dalla volontà collettiva, sotto la pressione degli eventi storici (si parla, infatti, di un’impostazione storicistica).
I popoli senza stato non entrano nella storia, sono solo “moltitudini informi”. Lo stato non si fonda sugli individui, ma gli individui sullo stato; ciò comporta il rifiuto della impostazione contrattualistica (Rousseau) e del giusnaturalismo (che prende corpo alla fine del ‘500 con Grozius e prende forma nella definizione dei diritti naturali dell’uomo, dunque anche nei principi della Rivoluzione francese). Hegel condivide, però, con il giusnaturalismo la tesi del primato della legge.
In definitiva la concezione hegeliana è quella dello stato di diritto, ovvero fondato sulle leggi, dunque non una concezione dispotica, che si baserebbe sull’autorità.
La costituzione scaturisce collettivamente e necessariamente dal momento storico, non da una elaborazione teorica arbitrariamente avviata. “Una costituzione è soltanto una svolta nello spirito” in un momento obbligato della storia e della cultura. Osserva Hegel che se si vuole imporre una costituzione ad un popolo inevitabilmente si fallisce.
Hegel ha il merito di aver trattato in modo interessante la filosofia della storia.
Il potere legislativo ha la facoltà di determinare e stabilire l’universale. Ritiene che i ceti politici abbiano sempre dei limiti perché legati ad un qualche interesse particolare, a questo proposito esprime la sua diffidenza riguardo le democrazie, in modi vicini a quelli di Platone.
La logica è l’esposizione dei pensieri di Dio, che è il logos del mondo.
Si parla di “statolatria” di Hegel; alcuni studiosi hanno cercato di difenderlo da questa accusa: Dio non si identifica con lo stato ma con lo Spirito Assoluto (che consta di arte, religione e filosofia), ma per Hegel lo Spirito Assoluto è reale nello stato.
Quando Hegel si sofferma sul diritto dello stato giustifica la guerra, in modo inaccettabile: “come il movimento dei venti preserva il mare dalla putredine […] così la guerra preserva i popoli dalla fossilizzazione.”

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