Galileo

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Testo

Galileo (1564-1642)
Primo passo fondamentale dell’opera di Galileo fu la difesa dell’autonomia della scienza , autonomia nei confronti soprattutto della Chiesa e degli aristotelici. A differenza di altri dotti del tempo che avevano scelto di non sfidare le autorità ecclesiastiche e che tenevano nascoste le loro scoperte, Galileo reagisce, ritenendo la libertà della scienza di fondamentale importanza.
Contro la chiesa.
La controriforma aveva stabilito che ogni forma di sapere doveva essere in armonia con la Sacra Scrittura. Ma in armonia con la sola Bibbia o con ogni affermazione scritturale? Il cardinale Bellarmino ritenne più giusta la seconda ipotesi. Galileo pensa che una posizione del genere avrebbe ostacolato il libero sviluppo del sapere e danneggiato la religione stessa perché, rimanendo ancorata a tesi dichiarate false dal progresso scientifico, avrebbe definitivamente finito per squalificarsi dinanzi agli occhi dei credenti.
Quale soluzione trova quindi Galileo?
- La natura e la Bibbia derivano entrambe da Dio. Come tali esse non possono contraddirsi fra loro. Eventuali contrasti tra verità scientifica e verità religiosa sono quindi solo apparenti e vanno risolti rivedendo l’interpretazione della Bibbia. La Bibbia non contiene principi che riguardano le leggi della natura, essa contiene verità che si riferiscono alla salvezza dell’uomo. Essa ci insegna a come andare al cielo, non come vada il cielo. La Bibbia è quindi arbitra nel dominio religioso, la scienza in quello naturale.
Contro gli aristotelici
Galileo mostra grande stima per Aristotele e per gli altri scienziati antichi in quanto li ritiene uomini amanti della verità e della ricerca. Il suo disprezzo va invece contro i loro infedeli discepoli, soprattutto gli aristotelici contemporanei. Essi non osservano la natura, ma si basano solo su testi di carta rimanendo convinti che il mondo è come lo scrisse Aristotele e non come vuole la natura. Galileo afferma che questo loro dogmatismo ostacola l’avanzamento del sapere.

Scoperte fisiche
Galileo fu un grande appassionato di fisica, venne soprattutto affascinato dal moto dei corpi. Fu proprio in questo campo (la dinamica) che fece numerose scoperte che gli diedero l’appellativo di fondatore della dinamica scientifica moderna.
Per Aristotele la quiete era lo stato naturale dei corpi sublunari essendo il moto qualcosa di temporaneo che viene meno non appena cessa l’applicazione della forza che lo produce. I moti si distinguevano poi in naturali e violenti. Naturale è il moto con cui un corpo si dirige verso il suo luogo naturale, violento il moto che lo conduce fuori dal suo luogo naturale. Galileo confuta questa tesi col principio di inerzia o primo principio della dinamica (un corpo tende a conservare indefinitamente il suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme sinchè non intervengano forze esterne a modificare tale stato).
La fisica aristotelica pensava poi che la velocità dei corpi fosse direttamente proporzionale al peso dei corpi. Galileo risponde con la legge sulla caduta dei gravi che dice: tutti i corpi, cadono conla stessa velocità, qualunque sia il loro peso. Da questo Galileo deduce poi il secondo principio della dinamica: le forze applicate ai corpi non causano loro delle velocità, bensì delle accelerazione che risultano proporzionali alle forze che le hanno prodotte. Questo gli ha permesso di determinare il concetto di accelerazione come variazione di velocità

Distruzione della cosmologia aristotelico-tolemaica
Galileo aveva intuito la verità del copernicanesimo sin dall’inizio dei suoi studi, verità verificata grazie all’uso del cannocchiale. E’ stato per questo che egli rifiutò e confutò la cosmologia aristotelico-tolemaica.
Aristotele credeva che solo la terra, essendo immobile, fosse centro di moti astrali e che un corpo in movimento nello spazio non potesse costituire un nucleo di movimento per altri corpi. Galileo confutò questa tesi, scoprì i quattro satelliti di Giove che si muovevano intorno al pianeta. Ma se Giove ruota insieme ai suoi satelliti intorno al sole, nulla vieta di pensare che anche la terra assieme alla luna si muovi attorno al sole. Galileo confutò anche l’opinione secondo la quale i corpi celesti, essendo perfetti, fossero incorruttibili e non soggetti al divenire scoprendo le macchie solari.

Galileo difende il copernicanesimo nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” partendo col pretesto di mostrarsi imparziale di fronte ai due modelli cosmologici.
Per presentare la teoria geocentrica G. sceglie Simplicio, personaggio dalla mentalità tradizionalista e conservatrice. Per difendere la teoria copernicana scegli Salviati, di intelligenza chiara, rigorosa ed anticonformista. Abbiamo poi Sagredo, in posizione neutrale, personalità portata a simpatizzare con le dottrine recenti.
Il Dialogo si divide in 4 giornate.
1. Accusa della distinzione aristotelica tra mondo celeste e terrestre
2. Confutazione delle tesi contro il movimento della terra. Contro chi sostiene che la terra, ruotando, solleverebbe un vento tale da trasportare tutti gli oggetti, G. risponde che l’aria partecipa del movimento della terra e quindi in rapporto ad essa è ferma. Stessa cosa dicasi per la caduta dei gravi. Queste argomentazioni si fondano tutte sul principio della relatività galileiana.
3. Viene dimostrato il moto di rotazione della terra. Tale rotazione permette di fornire spiegazioni a fenomeni altrimenti inspiegabili.
4. Dottrina sulle maree
L’utilizzo del cannocchiale da parte di Galileo ci mostrano l’importanza che assunsero gli strumenti d’osservazione durante la Rivoluzione scientifica. Vasco Ronchi ci fa notare come la grandezza di Galileo non consiste tanto nell’aver costruito il cannocchiale, ma nell’averlo usato scientificamente. Le lenti erano infatti già note, ma esse venivano utilizzate solo a scopo di divertimento. Addirittura venivano condannate poiché considerate fonti di illusioni ottiche. E’ proprio il diritto ad usare il cannocchiale come mezzo scientifico che gli sarà duramente contestato.

Il metodo della scienza
Tra i risultati più importanti ottenuti da Galileo, vi fu l’individuazione del metodo della fisica, di quel procedimento che da quel momento ha aperto le porte alle maggiori scoperte scientifiche. La forza di questo metodo risiede proprio nell’aver trovato quella via di compenetrazione tra ragione ed esperienza, tra ragione e sensi. Egli ha saputo riunire nel suo metodo il momento osservativo ed induttivo della ricerca (sensate esperienze) con quello teorico e deduttivo (necessarie dimostrazioni)
Alcuni tentativi di scandire o sintetizzare il procedimento della scienza li troviamo nelle opere: il Saggiatore, nel Dialogo e nei Discorsi.
Galileo articola il lavoro della scienza in due parti fondamentali: il momento risolutivo e quello compositivo.
Il primo consiste nell’osservare e nel risolvere un fenomeno cercando di arrivare ad un’ipotesi matematica sulla legge da cui dipende. Il secondo momento risiede nella verifica di tale ipotesi e nell’esperimento, ossia si tenta di riprodurre artificialmente il fenomeno. Se l’ipotesi viene verificata, essa viene formulata in termini di legge.
Sempre a proposito del metodo, G. ci ha parlato di sensate esperienze e di necessarie dimostrazioni.
- Sensate esperienze: Con questa espressione si è voluto evidenziare il momento osservativo-induttivo della scienza. Osservativo in quanto fondato sull’osservazione del fenomeno, induttivo poiché questa induce una legge generale. E’ questo il momento più noto del metodo scientifico.
- Necessarie dimostrazioni: momento ipotetico-deduttivo della scienza. Attraverso ragionamenti logici, condotti su base matematica, il ricercatore partendo da un’intuizione di base, formula in teoria le sue ipotesi, riservandosi di verificarle nella pratica.
La storiografia del passato ha presentato talora G. come sostanziale induttivista oppure al contrario come convinto deduttivista. In realtà Galileo è tutte e due le cose insieme. Tra l’induzione e la deduzione c’è una reciproca implicanza. Infatti le sensate esperienze presuppongono sempre le necessarie dimostrazioni in quanto vengono assunte e rielaborate in un contesto matematico-razionale. Anche le necessarie dimostrazioni presuppongono un richiamo alle sensate esperienze poiché è l’esperienza che fornisce la base e lo spunto per le ipotesi. Inoltre intuizioni ed ipotesi acquistano validità solo per mezzo della conferma sperimentale.
Tutto il discorso sulle relazioni intercorrenti tra ragionamento ed attestazione dei sensi, tra teoria ed esperimento, trova la sua più larga espressione nella lettera scitta a Pietro Carcavy.
Galileo ci porta poi la differenza tra esperienza scientifica ed esperienza immediata. La prima non corrisponde alla seconda. Infatti l’esperienza scientifica è il frutto di un’elaborazione teorico-matematica dei dati, che si conclude con la verifica. L’esperienza ordinaria è qualcosa di lontano dalla scienza. Infatti la scienza quotidiana può essere ingannevole.
Galileo conclude affermando che l’esperienza, di per sé, non ha valore scientifico se non viene legittimata dall’esperimento. Si può quindi dire che l’esperienza scientifica è l’esperimento.
Metodo galileiano e scienza antica
Il metodo galileiano fa notare ancora di più i limiti della scienza antica. Da un lato gli antichi sbagliavano per eccesso di teoria e deduttivismo in quanto pretendevano di spiegare i fenomeni concreti sulla base di principi astratti, dall’altro sbagliavano la troppa aderenza alla realtà, per una passiva accettazione dei fenomeni per come appaiono a prima vista.
Il limite più grave stava nel non sottoporre le proprie teorie a verifica, senza poter quindi mai affermare le proprie ipotesi.
Attraverso il suo metodo, Galileo perviene a quel pensiero secondo cui: la natura è un ordine oggettivo e causalmente strutturato di relazioni governate da legge e la scienza è un sapere sperimentale-matematico intersoggettivamente valido.
Il processo a Galileo
Le prime consistenti reazioni polemiche nei confronti di Galileo provennero dal clero.
Mentre i Gesuiti mantenevano un atteggiamento globalmente prudente, i domenicani cominciarono ad attaccare apertamente. Niccolò Lorini (1612) accusò di eresia i copernicani, nel 1616 lo stesso citò lo scienziato Galileo presso il Santo Uffizio denunciandone il copernicanesimo e la sua visione del rapporto scienza-Sacre Scritture. Vennero dichiarate false ed eretiche la teoria eliocentrica, la mobilità della terra e vennero messe all’indice le opere che sostenevano tali tesi.
Galileo veniva poi convocato per ordine di Paolo V dal cardinale Bellarmino. Venne ammonito. Il verbale della seduta rimane tutt’oggi un autentico giallo. Infatti il foglio su cui è scritto ha l’aspetto di una minuta e di una trascrizione e non reca alcuna firma. I termini del verbale appariranno poi del tutto nuovi ed inauditi nel processo del 1633..
Nel 1632 G. incoraggiato dall’elezione del papa Urbano VIII, pubblicò il Dialogo. Ma la rabbia del papa convinto di essere stato preso in giro dallo scienziato nella figura di Simplicio, fece sì che la situazione precipitasse. L’inquisizione sospese la diffusione dell’opera.
G. fu poi costretto nel 1633 a venire a Roma dove venne processato per l’accusa di aver trasgredito il precetto del 1616. Durante gli interrogatori Galileo affermò più volte di non rammentare alcun precetto. Trovandosi senza testimoni, cercò di aggirare l’accusa con una bugia, dicendo che nel Dialogo non aveva voluto insegnare il copernicanesimo, ma mostrare il suo sbaglio. Ma egli venne ben presto scoperto, Galileo ammise di essere andato contro l’ammonizione. Il processo si concluse il 22 giugno 1633 con l’abiura di Galileo.

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