Fichte

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia
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Data:04.04.2006
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Testo

Argomentazione apagogica di Fichte
Nel brano di Fiche vi è una richiesta di tipo operativo:”pensa al tuo io”, produci una rappresentazione di te. Questa richiesta ha due aspetti: il primo cerca di trovare un contenuto che si possa identificare con IO → non vi è oggetto da associargli → mi rimane solo la coscienza del fallire; ciò si collega al secondo aspetto, in cui ho una coscienza di agire, la quale è un’intuizione intellettuale (ho un cogliere indipendentemente dai sensi).
Quindi anche se non riesco ad associare nessun oggetto ad IO, nella richiesta vi è una coscienza di agire.
Questa argomentazione è un’argomentazione per assurdo, cerco cioè di mostrare la verità di un’ipotesi mostrando che l’ipotesi opposta le va contro.
Tesi di partenza: Ho una nozione di coscienza
Ho una nozione del sapere intanto che ho una nozione del sapere in quanto sapere che sa
Ipotesi che si vuole dimostrare falsa: vi è una nozione di coscienza perché a una prima coscienza se ne aggiunge una che viene dopo
Argomentazione: se la coscienza fosse saputa da un atto che viene dopo, ciò che di volta in volta verrebbe saputo non sarebbe mai il sapere in quanto sapere che sa → da ciò non sarebbe possibile avere una nozione di sapere → la tesi però aveva assunto che vi fosse una nozione di sapere; l’ipotesi va contro la tesi, quindi l’ipotesi è falsa.
Se l’ipotesi è falsa sarà vera l’ipotesi opposta: vi è un sapere che sa di sé immediatamente
La frase “mi rappresento come rappresentante” significa che sono capace di rendermi presente a me stesso come capacità di produrre rappresentazioni. Rappresentare è porre qualcosa come presente a sé. Ad esempio, quando conosciamo un tavolo abbiamo due aspetti: il primo è un aspetto attivo, l’urto con l’oggetto; il secondo è che l’urto vale per me come rendersi presente di qualcosa: questo è un qualcosa che non fa l’oggetto, lo fa l’IO.
Se rappresentare è porre qualcosa come presente a sé, il porre è anche un porsi, perché parole come presente, assente, hanno senso solo rispetto all’IO. L’IO è da pensarsi come attività che si riferisce a sé stessa: è perciò autodeterminazione → tendere infinito alla realizzazione di sé, perciò libertà.

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