Fichte

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Testo

Fichte (1762)

Ben presto Fichte si avvicinò alla filosofia kantiana che rivoluzionò il suo pensiero e la sua vita. Fichte scrutò a fondo le tre critiche per scoprire il principio di base che le unificava e che Kant non aveva rivelato. Infatti Fichte era convinto che Kant aveva fornito tutti i dati per costruire il sistema, ma non lo aveva costruito. Lo scopo di F. è quello di costruire questo sistema trasformando la filosofia in una rigorosa scienza che scaturisca da un principio primo supremo: è questa la “Dottrina della scienza”.

Dall’io penso all’io puro
F. mette in discussione l’io penso e la cosa in sé, contrapponendo al primo l’io puro inteso come intuizione pura che si autopone e crea così tutta la realtà. F. ci parla di Idealismo e di Dogmatismo. L’Idealismo è la concezione che muove dall’io puro e riconosce nell’io puro la sorgente di tutta la realtà. Il Dogmatismo invece è la concezione che muove dalla natura e fa scaturire dalla natura le leggi stesse del pensiero. F. afferma la superiorità dell’Idealismo sul dogmatismo nell’attività pratica poiché l’Idealismo è libertà in quanto afferma l’autonomia dell’io nei confronti della natura, mentre il Dogmatismo è passività perché affermando la priorità delle cose subordina l’io ad esse; è superiore anche nell’attività teoretica poiché l’Idealismo muove dall’io e spiega la natura come prodotto del pensiero, mentre il dogmatismo muove dalla natura e vorrebbe da essa giungere al pensiero: cosa assurda perché l’essere non può generare il pensiero.

La dottrina della scienza

Il primo principio dell’idealismo: L’Io pone se stesso.
Per Aristotele, il principio della scienza era il principio di non contraddizione, nella filosofia moderna, e anche per Kant, il principio incondizionato era il principio di identità: A=A. Per F. questo principio deriva da un altro principio perché il principio A=A ci dice solo che se esiste A, allora A=A. Di necessario, in questo, c’è solo il legame logico “se…allora”. Questo legame logico non può essere posto se non dall’Io che lo pensa, il quale pensando il legame di A con A, pone oltre al legame logico, anche A. Quindi il principio supremo non è dunque quello dell’identità logica A=A perché esso risulta posto e quindi non è originario. Il principio originario non potrà che essere l’Io stesso il quale si autopone.
L’io, in quanto attività creatrice è per definizione assoluto, ovvero in-condizionato e infinito, che non dipende da altro, ma da cui tutto il resto dipende.
Poiché l’io si autopone, F. stravolge la concezione della metafisica classica secondo cui l’azione è una conseguenza dell’essere. Egli afferma invece che l’azione precede l’essere, l’essere deriva dall’azione e non viceversa.
L’Io è pertanto un’intuizione intellettuale. F la intende come l’auto-intuizione immediata che l’io ha di se stesso in quanto attività autocreatrice. Attività per la quale conoscere qualcosa significa fare o produrre tale qualcosa ed esserne, implicitamente o esplicitamente consapevoli. L’intuizione intellettuale è presente a ciascuno, sebbene raggiunga la piena coscienza di sé solo nel filosofo. Con questo concetto F. attribuisce all’uomo quell’intuito creatore che Kant attribuiva solo a Dio.

Il secondo principio: l’Io oppone a sé un non-io
Al principio dell’autoposizione dell’Io F. contrappone un altro principio di opposizione: l’io oppone a sé il non-io. Se poniamo che “non A non è =A”, questo suppone l’opposizione di un non A e la posizione di A. Ma queste non sono se non atti dell’Io e presuppongono l’identità dell’Io. Dunque, è l’Io che, così come pone sé, oppone qualcos’altro a sé. L’io pone se medesimo come qualcosa di dinamico (come azione), si pone come ponente, e il porsi come ponente comporta necessariamente lo scaturire di qualcos’altro, ossia la posizione di qualcos’altro e quindi la posizione di un non-io. Questo non.-io si trova all’interno dell’Io stesso poiché nulla è pensabile al di fuori dell’io. Se il primo momento è quello della libertà, il secondo, dell’opposizione, è il momento della necessità.

Il terzo principio: l’opposizione nell’Io dell’io limitato al non-io limitato.
Il terzo principio rappresenta il momento della sintesi. L’opposizione di io e non-io avviene nell’io. Questa opposizione non è tale che l’io elimini il non-io e viceversa, ma l’uno delimita l’altro e viceversa. E’ evidente che la produzione del non-io non può sorgere se non come limite dell’io. F. identifica questo terzo momento con la kantiana sintesi a priori; ed egli è inoltre convinto di essere in grado di dedurre le categorie che Kant ha preteso di ricavare, ma che ha meccanicamente desunto dalla tavola dei giudizi. Dai tre principi esaminati si deducono le tre categorie della qualità: 1) affermazione (primo principio), 2) negazione (secondo principio), 3) limitazione (terzo principio).
L’antitesi di io e di non io e la reciproca limitazione spiegano sia l’attività conoscitiva (che si fonda sull’aspetto per cui l’io viene determinato dal non-io) sia l’attività morale (che si fonda sull’aspetto per cui l’io determina il non-io).

Spiegazione idealistica dell’attuività conoscitiva
Perché il soggetto ritiene che l’oggetto sia altro da se tanto da sentirsi affetto ad opera di esso? F. riprende la figura teoretica dell’immaginazione produttiva di Kant. In Kant, questa determinava a priori la forma pura del tempo, fornendo gli schemi alle categorie. In F. l’immaginazione produttiva diventa creatrice inconscia degli oggetti. Proprio perché si tratta di produzione inconscia, il prodotto ci appare come altro da noi.
Se ci poniamo dal punto di vista della riflessione comune, noi ci formiamo la salda convinzione che le cose abbiano realtà fuori di noi e che esistano senza il nostro intervento. Ma quando ragioniamo in termini di filosofia, riflettiamo su quelle tappe del processo conoscitivo e sulle loro condizioni, allora, acquistiamo coscienza del fatto che tutto deriva dall'’io, e così ci avviciniamo all’autocoscienza pura. E’ evidente che l’autocoscienza pura rimane come un limite cui ci si può avvicinare ma che non si può mai raggiungere, proprio per ragioni strutturali.

Spiegazione idealistica dell’attività morale
Nell’attività conoscitiva è l’oggetto che determina il soggetto, nell’attività morale, è invece il soggetto che determina e modifica l’oggetto. Nel primo caso, il non-io agisce sull’io come oggetto di conoscenza, nel secondo caso, invece, il non-io agisce sull’io come una sorta di urto o sforzo, che suscita un contro-urto, un contro-sforzo. L’oggetto si presenta all’uomo come un ostacolo da superare. Il non-io diventa così lo strumento mediante cui l’io si realizza moralmente. Se così è, il non-io diventa momento necessario per la realizzazione della libertà dell’io. Essere libero significa farsi libero, e farsi libero significa allontanare incessantemente i limiti opposti dal non-io all’io. Attraverso l’attività pratica si capisce anche perché l’io genera il non-io e cioè, per potersi realizzare come libertà.
F. parla del primato della ragion pratica ma questo in modo diverso da Kant, infatti F. deriva questo primato dal fatto che l’attività conoscitiva è subordinata a quella pratica: la conoscenza è il fondamento e il mezzo per l’attuazione della morale. Secondo Kant invece, il primato dell’attività pratica deriva dal fatto che con la morale l’uomo abbraccia la metafisica che non può raggiungere con l’attività teoretica.

La missione dell’uomo e del dotto nella società
Il compito dell’uomo è quello di vivere in società per farsi libero e rendere liberi gli altri. In quest’opera di progressiva conquista della libertà si attua l’unificazione di tutti gli uomini, con i viventi e con quelli che anche nel passato operarono per raggiungere lo stesso scopo. Per realizzare adeguatamente questo scopo si richiede una mobilitazione di coloro che ne possiedono la maggior consapevolezza teorica, cioè i dotti. Il dotto è l’uomo colto che ha maggiore consapevolezza di essere parte dell’io puro. Egli annullando i propri interessi personali, ha il dovere di porre la sua cultura a disposizione del popolo di cui egli diventa così guida e maestro.

I Discorsi alla nazione tedesca
Si tratta di una delle opere più singolari apparse sulla scena filosofica in cui si intrecciano elementi di scienza politica, filosofia della storia, pensiero religioso, teoria dell’educazione dottrina morale, filosofia del diritto….
Il fine di questi discorsi è l’educazione. Ma dal piano pedagogico si passa subito al piano nazionalistico.
Con questi discorsi, pronunziati tra il 1807 ed il 1808 dopo che la Germania aveva perduto l’indipendenza per l’invasione napoleonica, Fichte intende suscitare la rinascita del popolo tedesco. In essi è affermato il principio del pangermanesimo (nazionalismo romantico), cioè il primato della nazione tedesca sulle altre, primato che le assegna la missione di essere guida agli altri popoli, perché essa sola ha conservato attraverso i secoli la purezza della lingua, del carattere e della religione. Le parole di F. sono state travisate nel XX sec. Poiché egli parlava ad una nazione sottomessa che doveva ribellarsi alla sua condizione; invece le sue parole furono lette come monito al popolo tedesco affinché facesse prevalere la sua superiorità su tutti gli altri popoli.

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