Le vittime del consumismo si ribellano

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LE VITTIME DEL CONSUMISMO SI RIBELLANO

Con l’esplosione del fenomeno “no-global”, sempre più persone si sentono schiave dell’ingranaggio consumista, che per molti aspetti determina i nostri comportamenti sociali e le nostre scelte. Prova a spiegare come evolve, recentemente, l’opinione pubblica mondiale riguardo al fenomeno consumista.

Letteralmente, il consumismo una tendenza ad acquistare e usare prodotti e materiali anche per nulla necessari, allo scopo di avere prestigio sociale o di “non essere da meno”. Il consumismo in quanto tale risente fortemente sia delle campagne pubblicitarie che inducono il soggetto a “farsi venire l’acquolina in bocca” dinanzi ad un prodotto, sia del benessere e degli agi esistenti a livello socioeconomico.
In quest’ottica si spiega la dilagante tendenza a spendere e acquistare di tutto di più. I soldi ci sono, la possibilità anche; i prodotti pubblicizzati (non a caso, da sempre, la pubblicità risulta essere l’anima del commercio) appaiono ai nostri occhi non solo indispensabili (pur se non lo sono affatto), ma soprattutto come mezzi di “concorrenza”.
Una sorta di concorrenza che ha alla base la voglia di primeggiare, di non essere inferiori all’altro, che sia questo un amico, un vicino, un conoscente o un parente, di “far vedere” chi e cosa si è…L’esteriorità.
Sì, è di questo che si tratta ed è questo che la pubblicità vuole, che venga esaltato il nostro lato esterno, amplificata la nostra immagine agli occhi degli altri. Così, molto spesso, se qualcuno acquista dei gioielli o una pelliccia costosissima o un’automobile ultimo modello, potente e con tutti comfort, non lo fa perché realmente ha bisogno di quell’oggetto. Lo fa per semplice esaltazione della propria esteriorità e magari per dimostrare qualcosa a qualcun altro. È una logica, una linea di pensiero, questa, che, nell’epoca moderna, sembra aver contagiato se non proprio tutti noi, comunque una buona fetta della popolazione mondiale.
Quella che ci prende, a volte, è una vera e proprio smania di possesso che spinge molti all’acquisto di oggetti anche della stessa specie, ma che siano “ultimo grido”, vale a dire più “ricchi” e funzionali, più all’avanguardia.
È qualcosa che, di volta in volta, si trasforma quasi in malattia e, per taluni, va effettivamente a costituire una sorta di spirale in cui si viene profondamente catapultati; un po’ come può esserlo, il cibo per i bulimici, tanto per rendere l’idea.
Per “curare” questa sorta di patologia, l’estone Kalle Lasn è diventato guru della cultura cosiddetta jamming, ossia che va controcorrente, atta a combattere la tendenza agli acquisti smodati e immotivati e intenzionata a sovvertire lo strapotere dei mass-media.
Lasn, che predica la teoria della “disubbidienza” verso il consumismo, è l’ideatore del “Buy Nothing Day”, il giorno universale del non acquisto. Un giorno che si celebra, in oltre 40 nazioni, fin dal 1995 e che sta riscuotendo sempre maggiori consensi anche nelle maggiori città italiane.
Si protestato contro il consumismo con diverse modalità, tutte valide e tutte giuste per non rischiare una sopraffazione esagerata.
Ci sono state le classiche sfilate con i carrelli da supermercato vuoti, volantinaggi, iniziative gratuite per i bambini, mercatini di libri fondati sul baratto. Oltre a manifesti, cartelli, striscioni, convegni e altre iniziative dove si insegnava a realizzare da sé prodotti casalinghi come i detersivi.
Molti altri, poi, nel giorno del non acquisto, si sono limitati ad aderire semplicemente non comprando nulla di futile nell’arco delle ventiquattro ore.
Altri ancora, che dell’iniziativa non si sono curati, hanno fatto normalmente i loro acquisti…Per tutti doveva, comunque, essere chiaro un principio: ossia, farsi guidare sempre dal buon senso e dall’uso della ragione e scegliere, nei negozi, quello che davvero è utile e vitale.
La spira del “voglio-compro-possiedo-poi-butto-e-ricominicio: voglio-compro-possiedo…”, e così via, non conduce a nulla di buono, a nulla di positivo.

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