La Rivoluzione di Napoleone

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Testo

LA RIVOLUZIONE FRANCESE
La rivoluzione francese opera un profondo sconvolgimento in Francia alla fine del sec. XVIII. Essa in un primo momento, dal 1789 al 1792, abbatte la società feudale, l’antico regime, la monarchia. In un secondo momento, dal 1792 al 1799, crea un nuovo ordine sociale e politico, che segna l’ascesa della borghesia alla direzione dello Stato.
La rivoluzione francese imprime una svolta alla storia europea: da fenomeno francese diviene fenomeno europeo, quando gli eserciti della rivoluzione invadono l’Europa, alla conquista e vi diffonde i principi di libertà, d’eguaglianza e fratellanza.
La “dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” è una conquista di tutti gli uomini e di un grande passo in avanti sulla via dell’affermazione dei diritti della persona umana.
Con la rivoluzione vengono spazzati via gli ultimi residui del Medioevo e ha inizio una nuova epoca storica.
LA FRANCIA, ALLA VIGILIA DELLA RIVOLUZIONE ERA IN PREDA AD UNA CRISI ECONOMICA E SOCIALE.
La Francia era uscita stremata dalle grandi guerre della fine del ‘600 e dei primi anni del ‘700. I successori del Re Sole, Luigi XV e Luigi XVI, si erano trovati alle prese con gravi problemi d’ordine politico e finanziario, con un Paese che da diciannove milioni era passato a ventisei milioni d’abitanti, con un’Europa alla ricerca di nuovi equilibri politici.
La monarchia doveva difendere da un lato il suo potere assoluto, dall’altro doveva porre riparo alle difficoltà finanziarie che rischiavano di portare il paese alla bancarotta. Non mancarono ministri capaci e risoluti, che proposero audaci riforme del sistema finanziario, ma i progetti di riforma incontrarono sempre l’accanita resistenza dei ceti privilegiati: nobiltà e clero.
Sotto il regno di Luigi XVI (1774- 1792), poi, una crisi economica si vaste proporzioni sopraggiunse a complicare le già gravi difficoltà del regno: i raccolti del 1787 e del 1788 furono scarsi, il prezzo del pane subì sbalzi paurosi, la miseria e la disoccupazione raggiunsero punte mai viste sia fra i ceti popolari delle città che delle campagne.
La crisi economica venne ad aggiungersi, così, a quella politica, alla crisi cioè di uno Stato, che con le sue istituzioni antiquate non rispondeva più alle esigenze di una società in trasformazione.
Dei ventisei milioni d’abitanti, quanti ne contava la Francia alla vigilia della rivoluzione, l’85% era formato di contadini, l’8,5% di borghesi, il 4,5% d’operai propriamente detti, l’1,5% di nobili, lo 0,5% d’ecclesiastici. Di fronte alla grande maggioranza del Paese che lavorava e pagava le tasse, c’era una ristretta minoranza di privilegiati, i nobili e gli ecclesiastici di rango elevato, che non pagavano le tasse, che godevano d’antichi privilegi feudali, che avevano tributi particolari.
L’antica distinzione, che risaliva agli ultimi secoli del Medioevo, in tre ordini o stati non rispettava più l’effettiva consistenza della società, che si trasformava in seguito all’evoluzione economica, al tipo d’attività svolta, alla fortuna e all’intraprendenza di gruppi o ceti. La distinzione in tre ordini tendeva a stabilire in maniera rigida un tipo di gerarchia sociale, fondata sul godimento di privilegi che risalivano tutti all’epoca feudale, ma che non coincideva con la matura realtà del Paese. Invece esistevano ancora pochi appartenenti ai ceti privilegiati, mentre la stragrande maggioranza della popolazione apparteneva ai ceti non privilegiati.
Ai ceti privilegiati appartenevano la nobiltà e l’alto clero, che su una popolazione di ventisei milioni se ne contavano non più di trecentomila persone.
La nobiltà rimaneva la classe dominante della società. Nonostante fosse divisa al suo interno, la nobiltà era tuttavia concorde nella difesa dei propri privilegi onorifici, economici e fiscali, ai quali si accompagnava quasi sempre l’esercizio dei diritti feudali, come la riscossione di censi dai contadini.
L’alto clero possedeva importanti prerogative di natura politica, giudiziaria e fiscale. Nelle città possedeva numerosi immobili, dai quali riscuoteva affitti; ma ancora più estesa era la proprietà di terre, che comprendevano circa il 10% dell’intero territorio nazionale. Riscuoteva inoltre la decima, cioè una parte dei frutti o delle greggi, che i proprietari terrieri erano tenuti a versare alla Chiesa.
Il basso clero, invece, apparteneva ai ceti popolari e si dibatteva in notevoli difficoltà economiche.
I non privilegiati erano quelli del terzo stato, che rappresentavano la maggioranza della popolazione. Il terzo stato comprendeva le classi popolari rurali e urbane, la piccola media e alta borghesia. Si tratta di categorie diverse tra loro, ma comune a tutti era l’opposizione ai ceti privilegiati.
La borghesia era il ceto più consapevole dei propri diritti; essa produceva la maggior parte della ricchezza del Paese e pagava la maggior parte delle tasse. Il borghese era entrato nei municipi, era presente in tutte le branche dell’amministrazione dello Stato. Egli aveva praticamente nelle mani la macchina amministrativa dello Stato, ma non ne era il padrone. Ciò che egli desiderava erano i diritti politici cioè partecipare alla vita politica e al governo dello Stato.
ALLA CRISI ECONOMICA E SOCIALE SI AGGIUNGEVANO UNA CRISI POLITICA E UN SISTEMA FINANZIARIO INGIUSTO.
L’organizzazione statale era tutta accentrata nelle mani del re. Il re accentrava nelle sue mani tutti i poteri dello Stato: potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario.
Il suo potere derivava direttamente da Dio: egli era “re per grazia di Dio”. L’unico limite al suo potere era rappresentato dalle leggi divine e dalle leggi fondamentali del regno. Antichi istituti, come gli Stati generali e i Parlamenti provinciali, avrebbero dovuto limitare l’assolutismo del sovrano, ma di fatto questi istituti non funzionavano. Gli Stati generali non si erano più convocati dal 1614.
Consigli e corte sovrane assistevano il re nell’opera di governo, ma essi non avevano che una funzione consultiva. I ministri e i segretari di Stato dirigevano i vari settori amministrativi, ma erano funzionari senza iniziativa e senza responsabilità politiche.
L’organizzazione finanziaria poi era il punto più debole di tutto l’apparato statale. Le imposte venivano riscosse in modo disuguale e diverso da provincia a provincia. Tra esse si distinguevano la “taglia” e la “capitazione”: la prima gravava solo su coloro che non erano nobili invece la seconda su tutti i Francesi. In pratica, però, colpiva solo gli appartenenti del terzo stato.
I Francesi non erano più disposti a sopportare l’assolutismo del re e le istituzioni antiquate, che non rispondevano più alle esigenze dei tempi.
VENGONO CONVOCATI GLI STATI GENERALI PER RIFORMARE IL SISTEMA FINANZIARIO, MA I RAPPRESENTANTI DEL TERZO STATO VOGLIONO DARE UNA NUOVA COSTITUZIONE ALLA FRANCIA.
La situazione finanziaria era apparsa in tutta la sua gravità nel 1781: le casse dello Stato erano vuote, sia a causa delle guerre sostenute nel passato, sia per le elevate somme che venivano spese per mantenere il lusso e lo sfarzo della corte di Versailles, per elargire elevate pensioni a nobili e cortigiani, per mantenere l’esercito e per pagare la numerosa burocrazia.
La miseria e la disoccupazione nel Paese avevano toccato punte mai viste nel passato. Per far fronte alla situazione occorrevano riforme radicali: ridurre le spese e fra pagare le tasse anche a quei ceti privilegiati che non le avevano mai pagate.
Per una tale riforma occorreva una ferma volontà politica e soprattutto un re deciso e capace, ben diverso da Luigi XVI, che si faceva dominare dai cortigiani e dalla moglie Maria Antonietta, figlia dell’imperatrice d’Austria e invisa al popolo francese che la chiamava “l’Austriaca”. Ministri, come Turgot e il Necker, buoni conoscitori dei complicati ingranaggi dell’economia e della finanza, avevano proposto al re audaci riforme in materia, ma il re aveva temuto l’opposizione della nobiltà.
Nel 1789 le cose erano giunte a tale gravità, che anche il re si decise ad accettare le riforme proposte. Nobili e clero però si opposero e, per guadagnare tempo, anche con la speranza di rinviare tutto, chiesero la convocazione degli Stati generali, in basi alle leggi del regno. Gli Stati generale erano un’Assemblea composta dai rappresentanti dei tre stati, alla quale spettava ogni decisione sulla riforma del sistema finanziario.
Essi si riunirono a Versailles il 5 maggio 1789: c’erano 270 deputati della nobiltà, 291 del clero, 578 del terzo stato. L’assemblea avrebbe dovuto prendere decisioni soltanto sulla riforma finanziaria. Invece furono posti in discussione anche problemi che riguardavano il nuovo assetto da dare al governo del Paese.
L’impossibilità di giungere ad un accordo apparve chiara sin dall’inizio per la questione del voto: la nobiltà sosteneva che bisognava votare per ordini; la borghesia, invece, per testa. Votare per ordini significava che ogni ordine aveva diritto a un solo voto: in tal caso, nobiltà e clero, i due ordini privilegiati, avrebbero avuto la maggioranza sul terzo stato, che avrebbe avuto diritto a un solo voto. Votare per testa significava che ogni componente dell’assemblea avrebbe avuto diritto ad esprimere il suo voto: in tal caso i rappresentanti del terzo stato avrebbero avuto la maggioranza.
Il re colse l’occasione di questo contrasto per ricorrere ad un atto di forza e fece chiudere la sala delle riunioni. I deputati del terzo stato, però, non lasciarono intimidire. Ai soldati che erano venuti a cacciarli con la forza, il Mirabeau gridò: “Noi siamo qui per la volontà del popolo e non usciremo se non con la forza delle baionette”.
Essi si rifiutarono di ubbidire al re, si proclamarono Assemblea nazionale costituente e giurarono di non separarsi fino a quando non avessero dato alla Francia una nuova Costituzione. Il re finì per cedere e ordinò alla nobiltà e al clero di partecipare ai lavori dell’Assemblea.
CON LA “DICHIARAZIONE DEI DIRITTI” APPROVATA DALL’ASSEMBLE COSTITUENTE FINIVA PER SEMPRE L’UOMO- SUDDITO E NASCEVA L’UOMO- CITTADINO.
I rappresentanti del terzo stato, con il loro gesto e con la loro resistenza, avevano compiuto un atto rivoluzionario. Essi, riunendosi in Assemblea costituente, come rappresentanti della maggioranza del popolo francese, per la prima volta nella storia avevano affermato che la sovranità non apparteneva al re, ma al popolo.
Il re aveva dovuto cedere, anche perché alcuni esponenti della nobiltà e del clero si erano uniti spontaneamente al terzo stato. Egli però, non intendeva rinunciare alle sue prerogative sovrane e si preparava, anzi, a sciogliere l’Assemblea con la forza dell’esercito.
L’11 luglio 1789, il re congedò nuovamente il Necker, il ministro che aveva proposto la riforma del sistema finanziario. Il gesto aveva impressionato negativamente sia l’Assemblea che il popolo di Parigi. Questo si sollevò e il 14 luglio 1789 diede l’assalto alla Bastiglia, un’antica fortezza ove erano imprigionati i detenuti politici, coloro che avevano criticato e combattuto il potere assolutistico del re. Da quel giorno, il 14 luglio è ancora festa nazionale per la Francia, ebbe inizio la rivoluzione francese, perché la caduta della Bastiglia acquistava un valore simbolico: era la fine dell’assolutismo monarchico sotto i colpi della sollevazione popolare.
Da Parigi la sollevazione si estese rapidamente anche nelle campagne: i contadini assaltavano i castelli, distruggevano gli archivi, bruciarono in piazza i registri delle tasse. Il malcontento popolare contro un regime oppressivo e ingiusto esplose e si riversò contro i ceti privilegiati e i rappresentanti del governo. Il mese di luglio 1789 fu quello della “grande paura” che investì tutta la Francia, dalle città alle campagne. Fu come una ventata di collera popolare, che scosse profondamente tutto il Paese.
Come immediato riflessi di quegli avvenimenti, della notte del 4 agosto 1789 l’Assemblea costituente approvò un decreto con cui si abolivano i diritti feudali e i privilegiati del clero e il 26 agosto approvò la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”: due decreti di fondamentale importanza non solo per la Francia ma per tutta la storia dell’umanità. Ogni distinzione sociale era abolita per sempre: da allora tutti potevano ricoprire cariche pubbliche; tutti i cittadini erano consideratati uguali di fronte alla legge.
Con la Dichiarazione dei diritti finiva per sempre l’uomo suddito, che conosceva solo doveri e servitù; nasceva l’uomo- cittadino, che si poneva nei confronti dello Stato con propri diritti e propri doveri, sanciti e riconosciuti dalla legge.
Il 5 ottobre 1789, il popolo parigino aveva assalito la regine di Versailles e aveva costretto il re e l’Assemblea a trasferirsi a Parigi. Di fronte alla marea montante della rivoluzione, i deputati dell’Assemblea non solo dovevano discutere e approvare la nuova carta costituzionale, ma dovevano far fronte alla crisi finanziaria che attanagliava il Paese. Non bastava, infatti aver proclamato il principio dell’uguaglianza fiscale, vale a dire che tutti indistintamente erano tenuti a pagare le tasse; occorreva in qualche modo trovare i mezzi necessari per evitare la bancarotta dello Stato.
E l’Assemblea pensò di aver trovato il rimedio, incamerando i beni della Chiesa: le proprietà ecclesiastiche vennero confiscate e vendute. Il ricavato delle vendite andò a beneficio delle casse dello Stato. Sulle terre già appartenenti alla Chiesa si stabilì una nuova classe di piccoli proprietari, che da allora si legarono alla rivoluzione e la sostennero anche nei momenti più difficili.
Nei confronti di vescovi e del clero, a cui erano state tolte le proprietà, l’Assemblea approvò la Costituzione civile del clero: lo Stato si impegnava a provvedere al mantenimento dei vescovi e del clero, alle spese del culto, all’assistenza dei poveri. I ministri del culto diventavano, così, funzionari dello Stato come tali dovevano prestare giuramento di fedeltà allo Stato. Solo pochi vescovi, però, giurarono: 7 su 160. La maggior parte preferì emigrare.
Dopo due anni, nel 1791, l’Assemblea portò a termine i suoi lavori. Il re accettò e sanzionò, sia pure a malincuore, la nuova Costituzione. La Francia ebbe così la nuova forma di governo: la monarchia non era più assoluta, ma costituzionale, vale a dire che da allora la monarchia doveva dividere il potere con i rappresentanti del popolo.
I poteri non furono più accentrati nelle mani del re. Si affermò il principio della divisione dei poteri: ai ministri scelti dal re fu affidato il potere esecutivo, ai rappresentanti eletti dal popolo il potere legislativo; ai giudici, eletti pure dal popolo, il potere giudiziario. La Francia amministrativamente fu divisa in dipartimenti, in distretti, in cantoni e in comuni: tutte le cariche amministrative erano elettive e il governo centrale poteva intervenire solo per un’azione di controllo.
La Costituzione del 1791 affermò i principi della libertà, di uguaglianza, di sovranità popolare, cioè quegli stressi principi che la borghesia aveva sostenuto attraverso le opere di Montesquieu, di Rosseau, di Voltaire. Essa può essere definita la Costituzione liberale, che esprimeva le aspirazioni e le esigenze della borghesia; infatti elettori ed eletti non potevano essere tutti cittadini, ma solo i più ricchi: basti pensare che solo 40.000 persone avevano il diritto al voto. In tal modo fu limitato il principio di uguaglianza. Con la fase costituente, pertanto, anche se era stato abolito l’assolutismo regio, non si poteva dire conclusa la rivoluzione. Il popolo reclamava una libertà ed una eguaglianza effettiva e concreta. Per questo continuò a battersi.
La nuova Costituzione segnò dunque una svolta decisiva rispetto al passato, ma suscitò profonde divisioni nel Paese. La nobiltà non si rassegnò tanto facilmente alla perdita dei suoi privilegi: molti nobili organizzarono una opposizione all’interno dello Stato; altri emigrarono e all’estero invocarono l’intervento di eserciti stranieri per ripristinare il vecchio ordine di cose. Anche il re, nel giugno del 1791, aveva tentato di fuggire insieme alla sua famiglia, ma a Varennes, ai confini della Francia, era stato riconosciuto e ricondotto sotto buona scorta a Parigi.
Buona parte del clero si schierò contro la rivoluzione dopo i provvedimenti presi dall’Assemblea: molti rifiutarono il giuramento di fedeltà alla Costituzione e furono chiamati preti refrattari.
La corte del re viene trasferita da Versailles a Parigi, alle Tuileries, il 6 ottobre 1789.
LA GUERRA ALL’AUSTRIA E LA COSTITUZIONE DELLA COMUNE INSURREZIONALE IMPRIMONO NUOVA FORZA ALLA RIVOLUZIONE.
Approvata la Costituzione, l’Assemblea costituente si sciolse e furono indette nuove elezioni per l’Assemblea legislativa (1791- 1792). Questa presentava nei suoi componenti un quadro politico diverso dalla precedente Assemblea.
A sinistra, nell’aula delle riunioni, sedevano i Girondini e i Giacobini, esponenti della media e della piccola borghesia di idee repubblicane; a destra sedevano i Foglianti, appartenenti alla ricca borghesia, di idee monarchico- costituzionali; al centro sedeva la maggior parte dei deputati chiamati per disprezzo la Palude, perché non avevano un preciso programma politico e si lasciavano influenzare ora dagli uni ora dagli altri.
Anche il quadro generale del paese era mutato. L’atteggiamento passivo del re incoraggiava le speranze dei reazionari. L’aumento dei prezzi e il rincaro del costo della vita tenevano desto il malcontento delle popolazioni delle città e delle campagne. Sia dentro che fuori l’Assemblea, acquistava forza la borghesia rivoluzionaria.
A tale situazione interna si aggiungevano le minacce e pressioni esterne. Le monarchie europee guardavano con crescente preoccupazione agli avvenimenti francesi: esse temevano che il focolaio rivoluzionario, acceso in Francia contro la monarchia, potessi estendersi anche agli altri Stati. Come misura preventiva, la Prussia e l’Austria avevano apertamente minacciato di intervenire coi loro eserciti per salvare la famiglia reale francese. Ciò aveva ferito lo spirito nazionale francese e come reazione alle minacce si delineò, nell’Assemblea, una tendenza favorevole alla dichiarazione di guerra all’Austria. Se ne fecero sostenitori i Girondini, che fra l’altro trovarono il consenso della corte e del re. Questi forse puntavano su una sconfitta, per abolire il nuovo ordine instaurato in Francia.
La guerra all’Austria fu dichiarata il 20 aprile 1792. Essa si risolse, però, in un disastro: l’esercito francese, guidato da campi inetti, composto di truppe indisciplinate e ostili ai suoi comandanti, non oppose nessuna resistenza all’avanzata delle truppe austriache alleate con quelle prussiane.
Nel Paese si diffuse il sospetto che il re avesse tradito e che mantenesse segreti legami con il nemico. Il popolo riprese l’iniziativa rivoluzionaria: il 20 giugno assaltò il palazzo delle Tuileries, residenza del re. L’11 luglio l’Assemblea proclamò la patria in pericolo. Il 9 agosto a Parigi il popolo occupò il palazzo di città, il municipio, e costituì la Comune insurrezione, il che significava la contrapposizione tra il potere rivoluzionario del popolo e quello legale dell’Assemblea. Il 10 agosto il popolo di Parigi occupò le Tuileries, il re fu costretto a rifugiarsi presso l’Assemblea, che lo sospese dalle sue funzioni e lo rinchiuse nella Torre del Tempio. Sotto la pressione popolare, l’Assemblea decise di sciogliersi e di indire nuove elezioni sul suffragio universale, ossia con diritto di voto per tutti, per eleggere la Convenzione nazionale.
Nel frattempo, prima che si riunisse la Convenzione, il potere venne affidato ad un Consiglio esecutivo, in cui una posizione di preminenza venne assunta dal Danton, il quale riscuoteva la fiducia del popolo parigino. Misure straordinarie, come requisizione di grano e tribunali straordinari eccetera, furono adottate per colpire i nemici della rivoluzione. La folla assalì le prigioni della capitale dove erano rinchiusi i detenuti e compì vere e proprie stragi di nobili e preti, che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione: circa duemila furono i prigionieri trucidati.
Il 20 settembre 1792, l’esercito francese riportò sugli austro- prussiani la vittoria di Valmy: ciò servì a placare gli animi dei Parigini. Non si trattava di un grande successo militare, ma quella piccola vittoria ebbe un grande effetto psicologico, perché era la prima volta che un esercito rivoluzionario, male amato e mal guidato, riusciva a mettere in fuga un esercito regolare di buone tradizioni militari. Inoltre era la vittoria della rivoluzione sugli eserciti delle monarchie assolute.
IL PRIMO ATTO DELLA CONVENZIONE NAZIONALE FU DI ABOLIRE LA MONARCHIA E DI PROCLAMARE LA REPUBBLICA.
Il quello stesso giorno si riunirono per la prima volta i deputati eletti dalla Convenzione nazionale (1792- 1795), il cui primo atto fu dichiarare la marchia e di proclamare la repubblica.
La Convenzione avrebbe dovuto procedere alla formulazione di una nuova Costituzione, più democratica ed egualitaria. Essa, invece, fu chiamata nel contempo ad assolvere compiti difficili per difendere i confini nazionali e per tutelare le conquiste della rivoluzione.
Nell’Assemblea si fronteggiavano da una parte i Girondini, repubblicani moderati, e dall’altra i Montagnardi, repubblicani estremisti. Anche in questa Assemblea c’era un folto gruppo di deputati di incero orientamento politico: la Palude o Pianura, come furono chiamati. Essi dapprima appoggiarono i Girondini, ma poi finirono nel confluire sulle posizioni dei Montagnardi.
Inizialmente furono i Girondini a svolgere un ruolo di primo piano: essi volevano una repubblica moderata, rifiutavano la violenza e gli eccessi popolari, ritenevano necessario ricondurre il Paese nella legalità; non erano disposti a subire l’iniziativa rivoluzionaria della Comune insurrezione e le interferenze di questa sull’Assemblea. Perciò essi si impegnarono a continuare la guerra contro le monarchie assolute: in tal modo pensavano di unire tutte le forze del paese contro il comune nemico.
La guerra fu coronata da successo: il Belgio e l’Olanda vennero occupati dagli eserciti rivoluzionari, che alla bandiera borbonica avevano sostituito la nuova bandiera della Francia.
Alle forze popolari parigine si richiamarono invece i Montagnardi, i quali riuscirono, contro il parere dei Girondini, ad imporre la ripresa del processo del re. Il re fu accusato di alto tradimento e di intesa col nemico: fu condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.
L’avvenimento destò profondo stupore ed emozione in Europa. Le monarchie temettero per i loro troni e si coalizzarono contro la Francia, per impedire che gli altri popoli potessero seguire l’esempio di quello francese. Questa volta a promuovere la coalizione di forze fu l’Inghilterra che, dopo l’occupazione del Belgio e dell’Olanda da parte degli eserciti rivoluzionari, si vedeva minacciata. Si formò, così, una larga coalizione, alla quale, oltre all’Inghilterra, parteciparono la Prussia, l’Austria e alcuni Stati italiani ,tra cui il Regno di Sardegna, lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli. La Francia rivoluzionaria si trovò quindi di fronte a una guerra generale, da cui o la rivoluzione sarebbe uscita vittoriosa o tutto sarebbe tornato come prima con il ripristino della monarchia.
Il boia mostra al popolo parigino la testa appena tagliata del re Luigi XVI
LA FRANCIA SI DIFENDE DAI NEMICI DELLA RIVOLUZIONE INSTAURANDO “IL PERIODO DEL TERRORE” ALL’INTERNO E RIORGANIZZANDO L’ESERCITO CONTRO LE POTENZE EUROPEE.
L’uccisione del re ebbe, come immediata conseguenza, non solo la formazione della prima coalizione, ma provocò anche movimenti contro- rivoluzionari e legittimisti all’interno del Paese.
Nella Vandea, una regione della parte occidentale della Francia, le masse contadine, colpite dalla carestia e dall’aumento vertiginoso dei prezzi, vennero eccitate e strumentalizzate dalle forze reazionarie , cioè nobili borghesi e preti, e si rivoltarono. Fu la guerra civile.
La Convenzione dovette, quindi, sia sul fronte interno sia sul fronte esterno. Furono adottate misure straordinarie per provvedere alla difesa nazionale: si attribuirono i pieni poteri ad un Comitato di salute pubblica, composto da nove membri. Un tribunale straordinario sedette in permanenza per giudicare e condannare i nemici della rivoluzione.
Danton, Marat, Robespierre entrarono a far parte del Comitato: essi agirono con spregiudicatezza e tempestività. Con loro ebbe inizio il periodo più sanguinoso della rivoluzione: il periodo del terrore. Tutto fu rivolto alla difesa del Paese. Si proclamarono leve di massa, che mobilitarono tutti gli uomini atti alle armi: il popolo rispose all’appello. L’esercito fu organizzato con nuovi metodi. Fu represso il moto antirivoluzionario scoppiato in Vandea: Lione e Tolone furono riconquistate. I Girondini furono messi sotto accusa.
Dopo le prime vittorie militari, nell’ottobre 1793, il Comitato si occupò della condizione interna e diede inizio ai grandi processi politici. Vittime illustri cedettero sotto la lama della ghigliottina: la regina Maria Antonietta, il poeta Andrea Chenier, il chimico Lavoisier. In un mese e mezzo furono ghigliottinate circa 1.400 persone.
Alla fine, a prezzo di tanto sangue, la Francia fu salva: aveva contenuto l’invasione degli eserciti stranieri; aveva domato le rivolte interne.
A questo punto, però, si delineò all’interno della Convenzione una reazione contro i responsabili di tanto spargimento di sangue e in particolare contro Robespierre, che aveva instaurato una vera e propria dittatura personale, aveva sostituito alla religione cattolica il culto della Ragione, aveva emanato un nuovo calendario, in cui l’anno iniziava il 222 settembre 1792, primo giorno della repubblica, e i mesi venivano chiamati con i nomi dei frutti o con le condizioni meteorologiche dell’anno. Occorre aggiungere però che egli emanò anche alcuni provvedimenti intesi a realizzare una effettiva eguaglianza economica ed una vera democrazia sociale.
CONDANNATO A MORTE ROBESPIERRE, RIPRENDE IL SOPRAVVENTO LA BORGHESIA MODERATA E AL TERRORE GIACOBINO SUCCEDE IL TERRORE BIANCO.
Il 27 luglio 1794 nell’aula della Convenzione Robespierre fu accusato di tirannide. I deputati gli impedirono di parlare. All’unanimità fu decretato il suo arresto: il giorno dopo, senza processo, Robespierre e i suoi amici furono giustiziati.
Si capovolse, così, l’orientamento politico alla Convenzione: i moderati ripresero il sopravvento sugli estremisti rivoluzionari. La Convenzione, dominata dalla Palude e da capi molte volte intriganti e venali, appoggiava in pieno la politica controterrorista.
Al Terrore giacobino succede il Terrore bianco, il terrore cioè diretto contro i seguaci della politica di Robespierre, parimenti violento e spietato, che imperversò in modo particolare nei dipartimenti.
Nel frattempo, essendo state abolite le misure di controllo sulla produzione, sui salari e sui prezzi, aumentava l’inflazione e con essa il costo della vita: il che consentiva agli uomini politici e ai grandi commercianti ed uomini d’affari di allearsi per realizzare notevoli guadagni, speculando sui viveri e sulle forniture militari, semplicemente, sul rincaro dei prezzi.
Arricchirsi non fu più una colpa; ostentare ricchezza, a qualsiasi titolo acquisita, non fu più una vergogna; la vecchia e la nuova borghesia francese cercò di differenziarsi, con il suo tenore di vita, dalle masse popolari. All’austerità e alla pratica delle virtù repubblicane, che avevano caratterizzato il clima morale del periodo giacobino, succedeva il clima, un po’ folle e civettuolo, dell’epoca iniziata il 9 termidoro con la condanna a morte di Robespierre. La vita mondana riprendeva e gli antichi salotti tornavano a riaprirsi in competizione con i più recenti, entrambi dominati dalla nuova classe dirigente.
Fu emanata una nuova Costituzione, la Costituzione dell’anno terzo della Repubblica, che abolì il suffragio universale e riservò un diritto di voto a quanti possedevano un determinato reddito. Il potere esecutivo fu assunto da un Direttorio formato di cinque membri; il potere legislativo fu affidato a due camere: il Consiglio degli Anziani e il Consiglio dei Cinquecento.
Con il Direttorio si può dire che finisca la rivoluzione francese.
Alla fine del 1795, solo l’Austria e l’Inghilterra ancora in guerra contro la Francia. In pratica, però, restava solo l’Inghilterra, perché l’Austria era allora impegnata in altri settori europei. Perciò il Direttorio decise di riprendere solo l’offensiva contro l’Austria, con due armate comandate dai due generali Jourdan e Moreau. Essi dovevano portare la guerra in territorio austriaco.
All’armata d’Italia, che era quella meno importante e meno organizzata, fu affidato invece il compito di invadere il Piemonte e la Lombardia. Ma a capo di questa armata vi era un nuovo astro nascente: Napoleone Bonaparte.

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