La rinascita urbana del XII secolo

Materie:Appunti
Categoria:Storia
Download:560
Data:04.09.2001
Numero di pagine:78
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
rinascita-urbana-xii-secolo_1.zip (Dimensione: 61.22 Kb)
readme.txt     59 Bytes
trucheck.it_la-rinascita-urbana-del-xii-secolo.doc     192.5 Kb



Testo

LA RINASCITA URBANA NEL XII SECOLO
La città medievale
L’incremento demografico e l’espansione della produzione agricola verificatisi tra il X e l’XI secolo permisero alla campagna di fornire nuove risorse alla città grazie alle eccedenze agricole; i circuiti commerciali tra le aree rurali e quelle urbane si riattivarono e ne emersero ceti nuovi, fornitori di manufatti e di servizi.
La ripresa della vita cittadina interessò l’Europa Occidentale e si manifestò attraverso la nascita di nuovi centri urbani e la crescita fisica, delle città e della popolazione residente.
Accanto alle città commerciali, porti marittimi o fluviali, luoghi di fiere o di mercati, alcune città mantennero caratteristiche semirurali.
In Europa esistevano, nell’Alto Medioevo, tre aree territoriali distinte:
o Area nordica: dall’Inghilterra alla Germania, era essenzialmente rurale e vi esistevano, al massimo, insediamenti di mercanti, empori fortificati e semipermanenti, da cui si sarebbero sviluppate le città medievali.
o Area centro – europea: dalla Francia alla Germania meridionale, tra la Senna e il Reno, l’urbanizzazione di tradizione romana era più forte e i borghi dei mercanti si appoggiarono a strutture urbane preesistenti; vi risiedevano i vescovi.
o Area mediterranea: dalla Francia meridionale all’Italia centro – settentrionale, era densamente abitata e la popolazione era eterogenea.
Le città europee si ingrandirono nell’XI e nel XII secolo e le antiche cinte murarie dovettero essere sostituite da altre più larghe, per proteggere la popolazione; i borghi sorti alle propaggini della città o separati da essa, furono inglobati dentro le mura e dentro la città.
Le città d’origine romana conservarono tracce dell’antica struttura a scacchiera, con vie disposte ortogonalmente intorno agli assi del cardo e del decumano.
Dove la continuità fu inferiore, le strade formavano un dedalo aggrovigliato e tortuoso; nelle città create come piazzeforti militari, le strade ebbero una disposizione concentrica o radiale.
Molte città dell’Europa settentrionale presentavano un dualismo topografico: la parte più antica della città, in posizione elevata, aveva come centro la cattedrale o il castello signorile; l’altra parte, distesa lungo un corso d’acqua, in posizione più bassa, aveva vie spaziose e dritte e aveva come centro la piazza del mercato; queste erano città sorte dalla riunificazione di un vecchio nucleo fortificato e di un burgus commerciale.
La città medievale era strettamente addensata; gli abitanti edificarono dappertutto e sfruttarono ogni spazio possibile prima di costruire mura più ampie.
Le costruzioni si svilupparono in altezza e si adottarono particolari soluzioni architettoniche, come la costruzione in aggetto, cioè di corpi sporgenti dalle case.
La presenza di famiglie cavalleresche, legate ad uno stile di vita militare, e i frequenti disordini favorirono alle città la frequenza di dimore fortificate e di case – torri.
Il materiale da costruzione più usato era il legno; la pietra era riservata alle dimore più ricche, ai palazzi pubblici e alle chiese; per questo, gli incendi rappresentavano una delle calamità naturali più temute; le città medievali conobbero il flagello delle epidemie.
L’artigianato
L’addensamento demografico favorì la specializzazione dei mestieri e la diversificazione sociale; le attività prevalenti furono quelle artigianali, poiché l’esistenza fisica della città e dei suoi abitanti richiedeva una molteplicità di prestazioni lavorative differenziate.
I professionisti delle città medievali si organizzarono in corporazioni (o Arti), associazioni che riunivano tutti coloro che esercitavano un certo lavoro, tutti i titolari d’impresa, i maestri e coloro che ne lavoravano alle dipendenze. Esse avevano lo scopo di assicurare l’armonia e la tutela degli interessi comuni di quanti operavano nello stesso settore e miravano a:
o Stabilire i prezzi delle merci, le retribuzioni dei dipendenti, le tecniche di lavorazione e la qualità del prodotto;
o Fissare condizioni per l’apertura di nuovi servizi e sancirne il numero chiuso;
o Garantire le condizioni più vantaggiose per l’acquisto delle materie prime;
o Tutelare l’immagine pubblica della categoria attraverso forme di pubblicità collettiva;
o Vegliare sulla salute spirituale dei membri;
o Esercitare pressioni politiche sui poteri cittadini a vantaggio della propria categoria.
Ogni corporazione aveva statuti e capi, che esercitavano controlli e punivano i responsabili di eventuali infrazioni; il marchio dell’Arte, imposto sulle merci, ne garantiva la qualità sui mercati esterni.
Le corporazioni avevano il compito di fissare la durata del tempo lavorativo; si lavorava per la durata del giorno, dall’alba al tramonto, con una pausa per il pranzo, non si lavorava nei giorni festivi e nel pomeriggio prefestivo.
Non tutte le corporazioni avevano lo stesso peso economico, sociale e politico; dipendeva dall’importanza della professione nella vita economica locale, dal prestigio sociale, dalla sua sostituibilità o meno, dal vigore fisico e dalla capacità di combattere dei suoi membri.
A Firenze, le corporazioni si dividevano in Arti maggiori, Arti mediane e Arti minori.
Fu inventato il mulino ad acqua, usato nella macina del grano, nell’ambito della produzione artigianale cittadina, con l’invenzione dell’albero a camme, nella fabbricazione di tessuti, nella lavorazione del ferro e della carta, nelle segherie, nella produzione della birra e nella conciatura delle pelli; nel XII apparvero, nella Penisola Iberica, i mulini a vento, che si diffusero in tutto l’Occidente.
La conoscenza delle attività era affidata alla trasmissione orale, limitata dal desiderio di custodire i segreti del mestiere. Nel settore dell’approvvigionamento alimentare, occorreva assicurare gli alimenti e impedire ogni forma di accaparramento e d’incremento dei prezzi, interesse di tutti i ceti urbani.
Uno dei settori trainanti fu quello edilizio; i maestri murari conoscevano le proprietà dell’uso della pietra e del legno, avevano tecniche efficienti per il taglio e il trasporto, impiegavano carrucole, argani e carriole, effettuavano rilievi e misurazioni precisi; la tecnica della volta ogivale rese possibile la realizzazione dello stile gotico.
I lavoratori addetti erano artigiani specializzati o manovali, o le popolazioni stesse che collaboravano all’esecuzione dei lavori; gli artigiani più famosi furono i maestri comacini, provenienti dal territorio di Como.
In campo edilizio, l’iniziativa rimase nelle mani della Chiesa, dei poteri pubblici e delle più potenti associazioni mercantili.
Le zone interessate dalla lavorazione della lana furono le Fiandre, l’Italia e l’Inghilterra; la trasformazione della lana in panno richiedeva operazioni che erano svolte in luoghi diversi e da lavoranti più o meno autonomi.
Tra l’XI e il XII secolo si cominciò a utilizzare il telaio a pedale, che rendeva più veloce l’operazione della tessitura. La produzione laniera realizzava un’integrazione economica tra operatori economici di località anche distanti ed essa rappresentò il settore più importante di tutta l’economia del tempo.
Il commercio medievale: merci e itinerari
L’aumento della produzione agricola e l’assestamento dell’Europa, dopo la fine delle incursioni ungariche, normanne e saracene, favorirono l’intensificazione dei commerci.
Il commercio non era mai scomparso del tutto nell’Alto Medioevo; nell’Europa settentrionale esisteva una circolazione di legname, cereali, lana, pellicce, pesce, coloranti, e nel Mediterraneo di spezie, olio, vino, tessuti e schiavi; dovunque era presente il commercio del sale.
Erano normali gli scambi all’interno delle curtes e i piccoli traffici tra gli agglomerati urbani e le campagne, ma essi erano fenomeni limitati e marginali rispetto ad una vita economica centrata sull’agricoltura e sul consumo della produzione locale.
La ripresa della vita urbana non fu strettamente dipendente dall’espansione del commercio; poiché il fenomeno della rivoluzione commerciale interessò solo alcune aree dell’Occidente.
L’arteria principale del commercio medievale era quella che collegava le città marittime dell’Occidente con Bisanzio e, dal XII secolo, con i porti dei crociati in Palestina e con l’Egitto; i pionieri dei commerci col Levante furono i mercanti di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia e di altre città siciliane e pugliesi; le crociate furono una conseguenza del rinnovato interesse mercantile dell’Europa nei confronti del Vicino Oriente.
Le spezie consentivano di realizzare elevati profitti ai mercanti, che le acquistavano negli scali orientali dove giungevano da Arabia, India, Cina attraverso le vie carovaniere, e le rivendevano sui mercati occidentali.
Il commercio settentrionale aveva centro nelle città di Gand, Arras e Bruges, i cui mercanti vendevano panni di Fiandra e il cui raggio d’azione si restrinse, nella seconda metà del ‘200, a causa dello sviluppo delle agenzie commerciali italiane del Nord e per la concorrenza esercitata dai mercanti hanseatici.
Nel ‘200, si registrò un’espansione commerciale delle città tedesche del Nord che, prima riunite in associazioni rivali, costituirono un’unica associazione, la Lega hanseatica; i mercanti hanseatici vendevano prodotti tipici delle loro regioni e dell’area baltica.
Il commercio hanseatico fu quantitativamente superiore a quello mediterraneo, ma non ne eguagliò i fasti.
La Germania meridionale e l’area danubiana non svolsero un ruolo attivo fino al XIV – XV secolo; l’Inghilterra restò un paese agricolo, frequentato dalle navi dell’Hansa e dai mercanti – banchieri italiani; la Francia meridionale, affacciata ai traffici mediterranei, subì la concorrenza genovese; la Francia atlantica fu al centro del commercio vinicolo medievale, la zona di Parigi costituì un mercato di prim’ordine; la Spagna operò da congiunzione tra i commerci atlantici e mediterranei e la regione catalana, con il porto di Barcellona, fu favorita dalla disponibilità di schiavi catturati durante la reconquista; dal Mar Baltico al Mar Nero, nelle zone di Novgorod e Kiev, passava un’altra via commerciale aperta dai mercanti varieghi e che congiungeva le regioni del Nord a Bisanzio.
L’ubicazione e la consistenza delle vie commerciali fu condizionata dagli avvenimenti politici e militari e il commercio medievale conservò caratteri di precarietà.
Il commercio si esercitava lungo vie di terra, di fiume e di mare; la circolazione delle merci lungo le strade era resa difficoltosa dal fatto che la manutenzione era stata affidata alle private iniziative i mercanti e pellegrini ed era ostacolata dai pedaggi.
I corsi d’acqua erano le autostrade del Medioevo, poiché i costi erano bassi e la sicurezza maggiore e, data la piccola stazza delle barche, i fiumi potevano essere risaliti fino a monte; i canali artificiali furono costruiti per collegare i sistemi fluviali.
Il commercio per mare sfuggiva ai pedaggi ma era rischioso, per l’attività dei pirati, i sequestri arbitrari, le tempeste e i naufragi; nel XIII secolo, esso fu reso sicuro dall’adozione e il perfezionamento della bussola, la redazione di carte nautiche, l’installazione del timone di poppa.
Il commercio medievale fu a lungo itinerante; l’istituzione di fiere periodiche era favorita dai signori locali che ne traevano utili e che offrivano protezione, riduzione dei pedaggi e allestimento di infrastrutture.
La vitalità del commercio richiese l’istituzione di creditizie e le fiere divennero l’occasione in cui si regolavano le obbligazioni finanziarie, funzionando come primi mercati finanziari.
L’importanza delle fiere declinò, nel XIV secolo, con l’affermazione del mercante sedentario, ma non scomparve mai del tutto.
Il commercio medievale: moneta e credito
Le monete non erano sparite nei secoli precedenti, ma l’intensificazione della circolazione monetaria e il suo assestamento andarono di pari passo con l’espansione dell’economia mercantile.
La circolazione si accrebbe dall’XI – XII secolo, conseguentemente alla maggiore disponibilità di monete, resa possibile dal riequilibrio della bilancia commerciale con l’Oriente e dei saccheggi effettuati dai crociati, dall’effetto della scoperta di giacimenti minerari in Europa e dalla riattivazione di quelli abbandonati.
Il diritto di battere moneta era esercitato dai vari signori territoriali, laici ed ecclesiastici, e dalle città; ne risultava una varietà di pezzi e una svalutazione del denaro.
La varietà dei sistemi monetari era d’intralcio per il commercio su lunghe distanze; di qui la funzione dei cambiavalute, che effettuavano le operazioni di cambio delle monete e i poteri politici limitarono il diritto di coniazione.
Di fronte alla situazione di svalutazione del denarius, i centri commerciali coniarono monete nuove; Venezia coniò una moneta chiamata denaro grosso e, nel corso del XIII secolo, le altre regioni europee fecero altrettanto; riprese, nel XIII secolo, anche la coniazione aurea.
Il primato italiano nel rinnovamento monetario è da attribuire alle esigenze dell’economia mercantile e dai contatti con le aree monetarie islamiche e bizantine.
Il volume delle operazioni commerciali richiese la messa a punto di innovazioni tecniche che rendevano possibile la mobilità dei capitali, la limitazione dei rischi, una contabilità più razionale e la regolamentazione del contenzioso.
Al reperimento dei capitali da investire nelle operazioni commerciali provvidero le banche, presso di cui erano effettuate operazioni di giroconto, grazie a cui i pagamenti avvennero attraverso scritturazioni, e di sconto.
La mobilitazione dei capitali fu favorita dal costituirsi di due tipi di associazione, per la conduzione di affari connessi al commercio internazionale:
o La societas maris di Venezia, nella quale i possessori di capitali fornivano i mezzi a un mercante per intraprendere un viaggio ed acquistare le merci, ripartendosi il ricavato in proporzione alle quote investite.
o Le societates, stipulate per un determinato numero di anni, conducevano vari tipi di affari e i profitti erano ripartiti fra i soci; immettevano nel giro di investimenti anche somme modeste e consentivano agli operatori maggiori di ripartire i capitali su una vasta gamma di operazioni, diminuendo i margini di rischio e creando le prime assicurazioni.
Furono precisate tecniche contabili affidabili, che permettessero di avere il quadro preciso della situazione economica della ditta.
Il mercante – banchiere doveva disporre di competenze tecniche e di un adeguato sistema di informatori dislocati sulle piazze economiche più importanti.
Il successo dei mercanti italiani fu favorito dal fatto che i Senesi e i Fiorentini diventarono gli agenti finanziari della Curia romana e manovravano grandi quantità di denaro; a loro si rivolgevano principi e sovrani e ricevevano concessioni commerciali, privilegi doganali e fiscali, diritti il monopolio e riconoscimenti sociali e politici.
Altri gruppi di popolazione urbana
Nelle città medievali ebbero residenza le famiglie che traevano i redditi da proprietà rurali, ma che non disdegnavano le opportunità offerte dall’economia monetaria cittadina e investivano i capitali nell’acquisto di immobili o in attività mercantili.
Le famiglie cittadine arricchitesi con l’artigianato acquistavano terre del contado; dal XIV secolo, i cittadini ricchi erano anche proprietari di terre in campagna.
Le professioni di tipo intellettuale erano diffuse nelle città che furono sedi universitarie, dove confluiva un gran numero di maestri e di studenti.
Una presenza massiccia era quella del clero: numerosi erano i religiosi dei conventi e delle congregazioni regolari, si aggiungevano i membri degli ordini religioso – cavallereschi, i conversi e gli iscritti al terz’ordine di una regola di frati; questa presenza ecclesiastica infittiva il rapporto delle città col contado.
Gruppi di indigenti vivevano un’esistenza precaria, esposti ai contraccolpi delle congiunture; erano mendicanti o persone bisognose ed erano mal tollerati; esisteva, inoltre, un certo numero di schiavi.
L’affermazione delle autonomie cittadine. Il comune
Le trasformazioni socio – economiche ebbero ripercussioni sull’assetto politico delle città e sullo stato giuridico dei loro abitanti; alla fine dell’XI secolo, le popolazioni cittadine conquistarono forme di autogoverno.
Sulle città esercitavano la giurisdizione due o più signori, il vescovo o il proprietario del castello cui si appoggiava il borgo o il conte del territorio su cui sorgeva la città.
Laddove le città avevano conservato una certa continuità, i cittadini partecipavano alla gestione degli affari correnti; i detentori del potere, laici o ecclesiastici, si avvalevano della collaborazione di cittadini eminenti, che svolgevano funzione di rappresentanza della cittadinanza.
In molti casi, l’autorità del vescovo era il frutto dell’affidamento di responsabilità al concittadino più rappresentativo per cultura, prestigio e ricchezza.
L’influenza della città sul distretto rurale era la conseguenza del fatto che abitanti della città erano possessori di terre e di servi, al di fuori delle mura; i cittadini avevano uno statuto indefinito e fruivano di maggiori libertà.
Dove le città nacquero ex novo, il signore esercitava il suo potere su tutto il territorio e le corporazioni di mercanti avevano un’autorità limitata ai loro membri, ottenendo, però, il riconoscimento di diritti; in centri di nuova formazione, i signori attirarono popolazione concedendo carte di franchigia che assicuravano privilegi.
Dopo fasi di scontro tra cittadini e signori, i gruppi rivali stipulavano una pace giurata (coniuratio), che a volte si presentò come adempimento alle direttive ecclesiastiche, miranti a promuovere la concordia tra i cristiani, nell’ambito delle tregue di Dio.
Nelle zone italiane, il conflitto fra Papato e Impero, nella lotta per le investiture, offrì ai cittadini l’occasione per strappare concessioni o per ricevere l’autorizzazione a soppiantare con rappresentanti propri l’autorità di un vescovo o di un signore schierato nel fronte avverso.
Alla base vi fu la consapevolezza dei ceti urbani della propria forza economica, della capacità di dare un’amministrazione efficiente, dell’identità collettiva, dell’esistenza di interessi comuni.
Alcuni gruppi cittadini strinsero un giuramento collettivo di difesa e di obbedienza ad autorità accettate, che prese il nome di comune; l’iniziativa partì dai borghesi, nelle città del Nord, nelle città italiane e nel Sud della Francia ebbero un ruolo essenziale la piccola feudalità inurbata e i possessores.
Dovunque fu essenziale la partecipazione degli esperti di diritto, cui si ricorse per dare forma e definizione ai contenuti del patto giurato e agli obblighi che ne scaturivano.
Il comune acquisì carattere pubblico e rappresentò un elemento di continuità e, contemporaneamente, di rottura rivoluzionaria; si inserì in un processo di frantumazione del potere, con scontri aspri con gli imperatori che volevano restaurare i diritti regi; operò come agente di ricomposizione del potere a livello locale, eliminando la molteplicità di diritti signorili; svolse una funzione di contenimento del potere dei grandi signori feudali e fu incoraggiato dal potere centrale. Processi di costruzione comunale si verificarono anche nelle aree rurali, riallacciandosi a forme di conduzione comunitaria della vita di villaggio.
La nascita del comune segnò una cesura rispetto ai modi tradizionali di concepire il potere, poiché sostituì la concezione e la prassi di poteri legittimati da un’investitura ricevuta da coloro sui quali erano esercitati questi poteri.
Le istituzioni comunali: diversità regionali
Il comune si dotò di propri istituti politici, di proprie magistrature, di proprie leggi.
L’organismo detentore della sovranità era l’assemblea dei cittadini congiurati, l’Arengo o Parlamento; con l’identificazione tra comune e cittadinanza, divenne troppo numerosa e si dovette restringerla: nacquero i Consigli, formati da alcune decine di persone appartenenti alle famiglie eminenti della città.
I consigli eleggevano i consoli, i più alti magistrati del comune.
Ogni città ebbe i propri ordinamenti, i consoli erano più di uno e restavano in carica per periodi brevi, per evitare il pericolo di una concentrazione di potere nelle mani di singole personalità.
I consoli amministravano la giustizia civile e penale, gestivano le finanze del comune, dirigevano le milizie e i rapporti con l’esterno; furono di estrazione aristocratica.
Le norme regolanti la vita collettiva furono definite quando le città raggiunsero l’autonomia: nacquero i primi statuti, traenti validità pubblica prima da una concessione sovrana, poi, dopo la pace di Costanza, non ebbero più bisogno di tale sanzione.
Nelle città transalpine, l’autonomia delle città faticò ad affermarsi nel tessuto dei poteri signorili e non fu mai estesa come in Italia; la caratterizzazione borghese fece delle città delle isole non feudali in un mare feudale.
Le città italiane, che svolgevano un ruolo centrale nel coordinamento territoriale e la cui popolazione era più articolata, non furono mai separate dal territorio; in Italia non esisteva un forte potere regio e la lotta per le investiture allentò la presa di poteri ecclesiastici e imperiali.
In tutte le città italiane, la concorrenza per il potere divenne acuta e provocò disordini; il comune fu il compromesso che assicurava la pace interna tra i diversi settori della cittadinanza e le istituzioni comunali conservarono caratteri di provvisorietà.
Il comune non raggiunse mai una forma definitiva che ne facesse l’unico organismo pubblico della città; le singole fazioni e i diversi gruppi sociali conservarono forme organizzative concorrenziali, determinando un pluralismo di poteri.
Conseguenza del comune fu il rafforzamento del potere di giurisdizione della città sul distretto rurale: i gruppi cittadini vincenti spogliavano dei loro diritti sulle campagne gli avversari e li trasferivano alla città; la città italiana esercitò una sovranità estesa al territorio vicino.
Il fenomeno del comune fu limitato a una parte del Centro – Nord; le città meridionali fecero i conti con apparati centrali del regno normanno.
L’EUROPA POLITICA NEL XII SECOLO
Il Papato
La cristianità medievale riconosceva come somme autorità il papa e l’imperatore.
Il concordato di Worms del 1122 tra papa Callisto II e l’imperatore Enrico V aveva posto fine al conflitto per le investiture, ma il problema della supremazia universale era rimasto senza soluzione definitiva.
La Chiesa, uscita dalla riforma gregoriana dell’XI secolo, aveva determinato che ambedue i poteri spettavano al papa: il papa deteneva il potere sulla Chiesa e, giacché la Chiesa coincideva con la comunità di fedeli, anche su tutta la società cristiana.
Qualsiasi potere, sia con natura spirituale, sia con natura temporale, esercitato sulla cristianità era un potere derivato dal papa; ne scaturiva il suo diritto di deporre e scomunicare i principi secolari, di disporre dei titoli regi, di approvare o disapprovare leggi, trattati di pace, comportamenti in guerra.
L’identificazione tra Chiesa e società cristiana non lasciava margini al riconoscimento di un’autonomia della sfera temporale.
Sulla questione delle eresie, risultò il ruolo ausiliario ed esecutivo dei monarchi, cui spettava di perseguire coloro che la Chiesa avesse giudicato eretici.
Il potere papale si esercitava incondizionatamente sulla Chiesa: il papa possedeva la sapienza per interpretare la Scrittura ed indicare i contenuti della fede; la Chiesa si strutturò in modo più gerarchico ed accentrato: le decisioni del papa erano inappellabili e a lui era riservato il giudizio definitivo sulle questioni concernenti la vita dell’istituzione ecclesiastica.
L’insieme delle norme emanate dal papa costituiva il diritto canonico, l’unico sistema giuridico universale, la cui elaborazione, iniziata nel IV secolo, proseguì nel corso dei secoli.
Abati e vescovi, che provenivano dalle casate feudali più potenti, erano detentori di poteri signorili e amministravano territori, esercitavano la giustizia ed esigevano le imposte.
La forza della Chiesa era data dalla fede religiosa delle popolazioni, che avevano un’insufficiente conoscenza delle Scritture e presso di cui circolavano temi di polemica anticlericale.
L’Impero
Il pensiero medievale concepiva l’Impero come istituito da Dio per salvaguardare l’unità e la concordia terrena degli uomini e come erede dell’Impero romano di Carlo Magno, che era Impero Sacro e Romano: il suo potere non poteva essere che universale.
Il titolo imperiale era stato assunto, nel X secolo, dai re della parte orientale dell’Impero carolingio, cioè dai re di Germania; la loro forza militare era costituita da cavalieri tedeschi.
Il potere dei re, concepito come limitato al territorio del Regno, implicava la rinuncia all’ideale di unità politica del popolo cristiano; la figura dei re era, pertanto, estranea all’orizzonte mentale del Medioevo.
L’identificazione dell’Impero con la religione cristiana era fonte di prestigio e causa di conflitto con l’autorità spirituale del papa; l’imperatore, titolare di un potere universale, era il re feudale della Germania, quindi detentore di un’egemonia politico – militare sulle stirpi germaniche, attraverso rapporti vassallatici.
I vassalli dovevano dimostrare fedeltà al sovrano e combattere al suo fianco, mentre il sovrano doveva rispettare i loro diritti acquisiti e i loro possessi ereditari; l’assunzione al trono dipendeva dall’elezione dei grandi signori laici ed ecclesiastici.
Il territorio tedesco risultava formato da un aggregato di dominazioni territoriali coordinate intorno al re.
I sovrani tedeschi, da Ottone I il Grande, avevano cercato di avvalersi della collaborazione di dignitari ecclesiastici, conferendo ai vescovi privilegi e giurisdizioni temporali; l’autorità sovrana restava, però, limitata in Germania alla disponibilità delle risorse familiari della casa regnante.
I re di Germania erano anche re d’Italia e imperatori, esercitando sull’Italia settentrionale un’autorità più labile che in Germania, protettori della Città santa, del papa e della cristianità intera.
Il titolo imperiale li esponeva ai rischi della concorrenza con il potere del papa e li obbligava a dedicare tempo e risorse per mantenere operativa la sovranità cisalpina.
Il moto riformatore si era avviato verso la negazione dei diritti d’interferenza dei laici nella Chiesa e verso l’affermazione del potere del papa; l’Impero si trovò in una posizione debole davanti alle teorizzazioni della superiorità papale.
Accettata la premessa teocratica, l’Imperatore diventava un semplice credente, timoroso delle sanzioni emanate contro di lui da un’autorità le cui decisioni avevano validità ultraterrena.
Il conflitto delle investiture si concluse con un compromesso sfavorevole all’Impero, che aveva rinunciato a controllare e utilizzare la gerarchia episcopale.
Vittoria del papa e della libertas Ecclesiae, ma anche delle casate feudali: l’elezione dei vescovi fu influenzata dai principi laici, così che la potenza temporale della Chiesa si tradusse in un rafforzamento dei feudatari laici e in un fattore di indebolimento politico per l’Impero.
La situazione dell’Impero divenne più fragile alla morte di Enrico V nel 1125; si elesse Lotario II di Supplimburgo, cui successe, nel 1137, Corrado II di Svevia, che fu contrastato dal duca di Baviera.
Il conflitto tra sostenitori della casa di Svevia (ghibellini) e quelli della casa di Baviera (guelfi) compromise le posizioni dell’Impero, sia in Germania, sia in Italia, sia nei confronti del Papato, che veniva precisando ed estendendo la portata delle tesi del primato romano.
Federico Barbarossa
Con la sua alleanza, col sostegno finanziario delle città tedesche e con la collaborazione del clero, Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, ripristinò l’autorità regia sui signori del regno e promosse la ripresa dell’espansione tedesca verso i territori slavi dell’Est.
Federico, nel 1154, scese in Italia, dove l’autorità dell’Impero aveva bisogno di un intervento di restauro; egli poteva contare su molti alleati, tra cui il papa.
A Roma, dal 1143, il popolo era insorto contro la signoria temporale del papa e si era organizzato in comune, dandosi magistrature proprie; si erano aggiunte polemiche contro la mondanità della Chiesa, di cui era portavoce Arnaldo; il pontefice Adriano IV contava di ricevere l’appoggio dell’imperatore per ripristinare la propria autorità su Roma. Favorevoli all’imperatore erano i marchesi del Monferrato, i marchesi d’Este, i marchesi Malaspina e i conti di Biandrate, che avevano verso l’imperatore legami vassallatici.
Il ripristino delle intelaiature feudali costituiva l’unica possibilità di restituire all’Impero la sovranità sull’Italia centro – settentrionale e di arginare le spinte autonomistiche dei centri cittadini; il ripristino dell’autorità regia era auspicato dai comuni minori, minacciati dalla politica espansionistica dei comuni maggiori.
Federico I cercò l’appoggio dei giuristi dell’università di Bologna, per una rivendicazione laica dei poteri regi; le circostanze avverse lo costrinsero a limitarne l’estensione e a cercare di livellare i poteri concorrenti.
Nel 1154, tenne la prima dieta di Roncaglia, nel corso della quale furono ribaditi gli obblighi di fedeltà dei vassalli e furono presi impegni a difesa della pace e a tutela dei comuni minori; catturato Arnaldo, nel 1155 ricevette da Adriano IV la corona imperiale.
Nel 1158, Federico dovette tornare in Italia, perché i comuni italiani non rispettavano i deliberati di Roncaglia; l’imperatore assediò Milano e ottenne la rinuncia ad esercitare i diritti regi usurpati e l’impegno a non molestare i comuni circostanti.
Nella seconda dieta di Roncaglia, nel 1158, l’imperatore definì i diritti regi e decise di inviare propri rappresentanti nelle città; l’arcivescovo Rainaldo di Dassel fu nominato luogotenente imperiale per l’Italia.
Il papa Alessandro III, difensore dei diritti del papato, aveva provocato la reazione di Federico definendo l’Impero un beneficio papale; la sua elezione fu giudicata invalida dai cardinali, che elessero un antipapa appoggiato da Federico. Davanti all’insubordinazione dei comuni, l’imperatore distrusse Crema e Milano e, nel 1163, dopo la sua discesa in Italia, si formò contro di lui la Lega Veronese; i comuni di Cremona, Brescia, Bergamo, Mantova e Milano si coalizzarono con la Lega Veronese dando origine alla Lega Lombarda.
A Legnano, nel 1176, l’esercito della lega comunale sconfisse la cavalleria imperiale: si allontanò la prospettiva di ricomposizione unitaria implicita nel programma di Federico I.
L’imperatore si riconciliò col papa e siglò un armistizio con le città lombarde e con Guglielmo II di Sicilia, permettendosi di tornare in Germania e di risolvere il contrasto con il cugino bavarese.
Enrico fu sconfitto e le sue terre distribuite ai vassalli fedeli; si delineò in Germania un gruppo di principi in rapporto di dipendenza feudale con l’imperatore: erano i principi dell’Impero, dotati di uno status definito che prevedeva l’esercizio di alcuni diritti.
Nel 1183, a Costanza, fu firmata la pace tra il Barbarossa e i comuni, cui furono riconosciuti diritti di spettanza regia; era un ordinamento basato sull’equilibrio tra autonomia e subordinazione.
Concordò una politica comune di lotta contro l’eresia; l’espansione verso il Mezzogiorno d’Italia e il matrimonio fra il figlio Enrico e Costanza d’Altavilla fu la realizzazione di diritti imperiali sull’Italia.
Nel 1189, organizzò una crociata per la riconquista di Gerusalemme, ma, nel corso di questa spedizione, morì annegato nel 1190.
Le monarchie
Per il pensiero medievale, il potere del re derivava dal Dio; l’incoronazione avveniva in una cerimonia religiosa che conferiva al re caratteri di sacralità.
Il re doveva garantire l’unità, l’equilibrio e la concordia fra ecclesiastici, cavalieri e lavoratori e, svolto il suo ufficio regale, avrebbe ottenuto la canonizzazione.
In Francia e Inghilterra restò la convinzione che i re fossero taumaturghi e, alla fine del secolo, il miracolo della guarigione fu attribuito all’intrinseca santità del suo ufficio; il re era capo dei suoi uomini armati e il suo potere traeva legittimità da riconoscimenti conferitigli dai sudditi.
La prassi della successione dinastica si impose sulla base di una concezione famigliare del regno e della convinzione che solo chi apparteneva a una stirpe di re poteva svolgere funzioni regali.
I re controllavano efficacemente solo la parte del regno su cui erano concentrate le proprietà familiari; l’utilizzazione dei rapporti feudali servì a ricucire il potere e, laddove prevalse una linea di collaborazione col ceto feudale, fu accentuato l’aspetto feudale, dove prevalsero i fattori di contrasto, fu accentuato l’aspetto teocratico.
La monarchia inglese
Nel 1066, dopo la morte di Edoardo III il Confessore, Guglielmo il Conquistatore sconfisse a Hastings gli Inglesi e stabilì una nuova dominazione, assegnando posizioni di controllo ai compagni normanni.
Guglielmo e i suoi successori non concessero ai loro vassalli un’ampia autonomia; i re inglesi conservarono possessi demaniali e si assicurarono il controllo delle risorse economiche e di clientele militari all’interno dei feudi.
Nel 1086 fu redatto il Domesday Book, un censimento della popolazione, delle sue risorse economiche e del suo stato; il re inglese poté impostare sulla base di ciò un prelievo fiscale diretto sui suoi sudditi.
I re inglesi consolidarono le proprie posizioni nell’isola e soggiornarono in Normandia, dove condussero operazioni militari contro i signori francesi.
Enrico I d Enrico II Plantageneto si impegnarono per estendere i diritti della corona, scontrandosi con la Chiesa inglese che cercò di sottomettere con le Costituzioni di Clarendon nel 1164.
La limitazione delle prerogative ecclesiastiche provocò la resistenza dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, che fu ucciso, nel 1170, da quattro cavalieri normanni.
Nel 1152, Enrico II aveva sposato Eleonora d’Aquitania, ampliando i possedimenti dei re d’Inghilterra in Francia e il coinvolgimento nelle vicende militari e diplomatiche del continente; i risultati di tale politica furono il consolidamento dell’autorità regia e la spossatezza finanziaria della società inglese, sottoposta a pressioni fiscali.
La monarchia francese
Il regno dei Franchi occidentali, sorto nell’843 dalla divisione dell’Impero carolingio, aveva subito un processo di disgregazione nel IX e nel X secolo.
L’ereditarietà dei grandi feudi era diventata la regola, le province erano divenute principati e i funzionari regi indipendenti; il dominio del re si era ridotto alla regione tra la Senna e la Loira, si affermarono le dominazioni più ristrette di conti e castellani, in un processo di sbriciolamento dei poteri che solo i legami di vassallaggio attenuavano. Erano accentuate le differenze tra Nord e Sud: nel Mezzogiorno francese, vocazione mediterranea, diritto scritto, costumi raffinati, letteratura in lingua d’oc; nel Nord, affinità col mondo tedesco, diritto consuetudinario, spiriti bellicosi, letteratura in lingua d’oil; nel mezzo, Parigi, che divenne il centro amministrativo del monarca e il centro artistico e culturale della Francia.
I successori di Ugo Capeto, arbitri nelle contese tra i signori del regno ed eredi della dignità sacerdotale di Carlo Magno, furono considerati gli ecclesiastici e la Chiesa si rivolse a loro per averne protezione.
I re di Francia agirono con prudenza e si avvalsero della ripresa economica dell’XI secolo: consolidarono le loro posizioni, riassoggettando i castelli dei vassalli e creando un corpo di funzionari, i balivi, che esercitavano funzioni regie dietro stipendio.
Alla fine del XII secolo, Filippo III governò direttamente solo sui vecchi possedimenti regi, minacciato dalla vastità dei domini francesi del re d’Inghilterra.
La monarchia normanna nell’Italia meridionale
Nell’Italia meridionale i Normanni costruirono una compagine monarchica.
Alla ricerca di signori che apprezzassero e ricompensassero le loro capacità militari, gruppi di guerrieri normanni erano giunti nel Sud d’Italia, dove trovarono impiego al servizio di signori locali; uno di questi, Rainulfo Drengot, nel 1027 ottenne dal duca di Napoli la contea d’Aversa e Guglielmo d’Altavilla divenne, nel 1043, conte di Melfi.
I pontefici avevano cercato di opporsi al dinamismo militare normanno, che minacciava territori considerati dalla Chiesa di proprio appannaggio: l’esercito pontificio fu sconfitto a Civitate sul Fortore nel 1053 e papa Leone IX fu fatto prigioniero.
I pontefici si resero conto dell’utilità di un’alleanza con i Normanni contro l’Impero tedesco, per riacquistare la libertas Ecclesiae e per dimostrare la supremazia del potere papale.
Niccolò II stipulò, nel 1059, l’accordo di Melfi con Riccardo d’Aversa e Roberto il Guiscardo, cui concesse un’investitura ducale sulla regione tra la Puglia e la Calabria e sulla Sicilia, espellendo i Bizantini e avviando un processo d’integrazione territoriale e politica della regione peninsulare.
Nel 1060 i Normanni avevano dato inizio alla conquista della Sicilia araba con Ruggero I, che fu portata a termine nel 1091; le vittorie normanne segnarono il passaggio all’offensiva dell’Europa romano – germanica.
L’incoronazione di Ruggero II, nel 1130, suggellò la conquista e l’unificazione di tutta l’Italia meridionale; sotto i regni di Guglielmo I e Guglielmo II proseguirono i tentativi d’espansione oltremare.
La rivolta dei baroni, scoppiata in Sicilia nel 1160, si saldò con il malcontento delle classi popolari, provocato dall’inasprimento del carico fiscale.
Nel 1189 Guglielmo II morì senza eredi: i suoi domini passarono a Costanza, figlia di Ruggero II, che aveva sposato, nel 1186, Enrico VI di Hohenstaufen, che riunì le corone dell’Impero e di Sicilia.
Nella stretta tra l’affermazione di un potere statale centralizzato e la sopravvivenza di un ceto di signori feudali, rimasero intrappolate le città meridionali; nell’Italia normanna non si ebbe lo sviluppo dei Comuni.
La posizione di crocevia fra le civiltà bizantina, araba e latino – germanica favorì nell’Italia meridionale la fioritura d’esperienze culturali e artistiche; la Sicilia e Palermo furono i principali centri di traduzione in latino dei testi greci e arabi.
CHIESA E IMPERO NELLA PRIMA META’ DEL XIII SECOLO
Innocenzo III e il rafforzamento della Chiesa romana
Il periodo tra gli ultimi anni del XII secolo e gli inizi del XIII fu segnato dalla figura di Innocenzo III, Lotario dei conti di Segni, che, nella sua opera De contemptu mundi sive de miseriis humanae conditionis, insisteva sull’insufficienza morale degli uomini, denunciava i vizi della società mondana e affermava le responsabilità che competevano alla Chiesa; il suo obiettivo fu il rafforzamento della Chiesa.
La cristianità era sotto l’impressione della caduta di Gerusalemme e del fallimento della terza crociata; i difficili rapporti della Chiesa con l’Imperatore Enrico VI, figlio del Barbarossa, e i problemi sorti con la sua morte nel 1197, avevano reso impossibile organizzare una nuova crociata che approfittasse della morte del Saladino nel 1193.
La crociata, il controllo della successione imperiale, l’eliminazione delle eresie, la riforma della Chiesa, furono le linee lungo le quali egli svolse la sua opera.
La crociata presupponeva l’unità della cristianità, che non sarebbe stata possibile se le autorità temporali non avessero agito con il pontefice e se il corpo della cristianità fosse stato lacerato dalle eresie alimentate dalla corruzione ecclesiastica.
La questione più grave era la successione al trono dopo la morte di Enrico VI, complicata dall’unione tra Impero e regno normanno; i principi tedeschi erano divisi tra i fautori di Filippo di Svevia, fratello di Enrico VI, e di Ottone IV di Brunswick, figlio di Enrico il Leone: si era riprodotta la divisione tra guelfi e ghibellini, con la paralisi dell’azione politica del re di Germania.
Innocenzo III nel 1209 appoggiò la candidatura di Ottone, che s’impegnò a rinunciare ad ogni rivendicazione sull’Italia meridionale; ma sin dal 1210, dinnanzi alle inadempienze di Ottone, Innocenzo lo scomunicò ed avanzò la candidatura di Federico, che gli era stato affidato alla morte della madre Costanza d’Altavilla nel 1198: essa riapriva la prospettiva dell’unione tra corona imperiale e corona siciliana.
Forte dell’appoggio del Papa e della feudalità ghibellina, Federico fu proclamato re di Germania nel 1212.
La contesa tra Ottone e Federico fu risolta nel 1214, quando l’esercito di Ottone e di Giovanni Senza Terra fu sconfitto dall’esercito francese di Filippo II Augusto, alleato di Federico.
Innocenzo stava allestendo una nuova crociata che avrebbe dovuto avere un carattere di spedizione armata sotto la sua direzione, una crociata pontificia sul modello della prima, voluta da Urbano II.
Il Papa si rivolse ai signori feudali, alla piccola feudalità cavalleresca e al popolo, mobilitando i vescovi e i monaci nella predicazione della crociata.
All’appello del Papa risposero alcuni grandi feudatari, ma la spedizione, allestita nel 1202, fu manovrata molto più da Venezia che dal Papa e si concluse con la conquista di Costantinopoli e con la fondazione dell’Impero Latino d’Oriente.
L’autorità della Chiesa di Roma in Oriente era uscita rafforzata dalla riunificazione ad essa della Chiesa Greca.
Nel Nord Europeo, le monarchie danese e svedese e i cavalieri dell’Ordine Teutonico conseguivano successi nella guerra contro le popolazioni slave pagane; queste guerre determinarono un’espansione del cristianesimo nella penisola dello Jutland, lungo le coste di Pomerania, Prussia, Lituania, Livonia ed Estonia.
La conquista dei territori baltici e la conversione forzata delle popolazioni slave nascevano da materiali obiettivi di potere e di ricchezza.
Il regno di Bulgaria si sottometteva all’autorità di Roma nel 1204; all’estremo Occidente, i sovrani d’Aragona, Marsiglia, Portogallo e Leon, raccogliendo gli inviti papali all’unità, ottenevano una vittoria sui musulmani a Las Navas de Tolosa nel 1212.
All’espansione delle frontiere della cristianità fece riscontro il consolidamento del potere temporale del papa a Roma e nel territorio di San Pietro.
Il Concilio Lateranense del 1215 parve suggellare il prestigio e la forza raggiunti dalla monarchia papale, ma le vittorie della cristianità erano state le vittorie dei sovrani cristiani e, all’interno della Chiesa, giungevano questioni irrisolte.
Le eresie e la loro repressione
La seconda metà del XII secolo e gli inizi del XIII segnarono l’apice della vicenda eretica del Medioevo; i temi centrali delle eresie furono quelli della povertà e del ruolo della Chiesa, e la contestazione di alcune dottrine teologiche.
La riforma ecclesiastica dell’XI secolo fu attuata attraverso l’estromissione dei laici da posizioni di supremazia e la valorizzazione della funzione liturgico – sacramentale del clero.
La definizione della nuova identità della Chiesa si era risolta nella costituzione di un ordinamento gerarchizzato, che collocava i laici in posizione subalterna; la riforma della Chiesa in senso evangelico – pauperistico era rimasta accantonata e si era ridotta la capacità del laicato di promuovere iniziative riformatrici e si erano accentuati i tratti di legalismo e fiscalismo dell’edificio istituzional – disciplinare della Chiesa.
La polemica contro la ricchezza della Chiesa e contro le corrotte gerarchie ecclesiastiche si configurò come eresia.
La Chiesa si mostrava disposta ad attenuare la condanna di ogni impegno terreno pronunciata dai monaci dell’Alto Medioevo; questa disposizione più accomodante, che si espresse nel tema del Purgatorio, apparve ad alcuni come un tradimento.
Alcuni fedeli non accettavano di far dipendere la salvezza dalla partecipazione a riti amministrati da un clero corrotto e rivendicavano il diritto e dovere di conquistare da sé la salvezza; i gruppi ereticali più importanti furono Valdesi e Catari. I Valdesi, o Poveri di Lione, erano seguaci di Pietro Valdo, predicavano l’aderenza alle Scritture e riconoscevano come sacerdoti solo quelli che vivevano in povertà, apparendo agli ecclesiastici come usurpatori della funzione di ministri della Parola di Dio e sovvertitori dell’ordine sociale.
Innocenzo III invitò i vescovi a tenere un atteggiamento possibilista nei loro confronti e una parte di essi ritornò alla Chiesa; nei confronti di coloro che perseveravano, Innocenzo III predispose Inquisizione e crociata.
I Catari sostenevano l’esistenza di due opposti principi, il bene, lo spirito, e i male, la materia; coloro che si erano purificati dal male dovevano indicare agli altri la strada; essi predicavano il rifiuto dei sacramenti, istituirono il consolamentum (l’imposizione delle mani), e organizzarono una nuova gerarchia.
Il catarismo fu l’espressione di una rilettura razionalistica e letterale delle Scritture da parte di laici che rivendicavano la propria autonoma responsabilità.
Contro i Catari, Innocenzo III ricorse all’Inquisizione, alla crociata e all’opera di nuovi Ordini religiosi che liberassero le popolazioni dagli errori ereticali.
L’Inquisizione era un tribunale creato dalla Chiesa nel XII secolo per rintracciare gli eretici e i loro complici; la sentenza spettava al vescovo, l’esecuzione al potere pubblico (braccio secolare); nel 1252, Innocenzo, con la bolla Ad extirpandam autorizzò l’impiego della tortura, riuscendo a isolare gli eretici e a renderli innocui.
La manifestazione di questa politica si ebbe nella crociata contro gli Albigesi cioè i Catari della Francia meridionale.
Nel 1177 era stata intrapresa una spedizione armata contro i Catari, con esiti inconcludenti; nel 1207 il Papa scomunicò il conte Raimondo VI di Tolosa, considerato protettore degli eretici.
I signori feudali del Nord accolsero l’invito del Papa, che accordava loro i benefici spettanti ai crociati nella lotta contro gli infedeli.
La campagna militare iniziò con la presa di Beziers e proseguì fino alla vittoria nel 1213 dell’esercito di Simone di Montfort.
La distruzione dell’autonomia della Francia meridionale a vantaggio dei signori del Nord spianava la strada all’estensione della sovranità del re di Francia verso Sud, ma l’eresia sopravvisse fino al ‘300.
Nel ‘200 e nel ‘300 si manifestarono forme di dissenso rispetto alla linea ufficiale della Chiesa, con i movimenti delle Beghine, dei Begardi, delle Sorelle e dei Fratelli di Libero Spirito, con i moti dei Flagellanti e con il profetismo di Gioacchino da Fiore, monaco cistercense che aveva profetizzato l’avvento dell’età dello Spirito, in cui la Chiesa e l’umanità si sarebbero rigenerate.
I nuovi Ordini mendicanti
Il ritorno della Chiesa a uno stile più povero ed evangelico era auspicato dagli Umiliati in Lombardia e da alcuni gruppi valdesi, come i fondatori e i seguaci degli Ordini mendicanti dei Domenicani e dei Francescani.
L’Ordine domenicano sorse nel 1205 con Diego di Osma e Domenico di Guzman, che predicarono nelle regioni francesi dove erano presenti i Catari; questo corpo di dotti fu approvato nel 1216 dal Papa Onorio III.
L’Ordine francescano nacque con Francesco d’Assisi che abbandonò la vita agiata e nel 1209 si votò all’imitazione integrale di Cristo; i suoi seguaci predicavano pace, amore e povertà.
Nel 1220 a Francesco fu affidato il cardinale Ugolino per redarre una Regola, che fu approvate dalla Santa Sede nel 1223; ritiratosi in vita ascetica, Francesco compose il Testamento e il Cantico delle Creature e morì nel 1226.
L’Ordine divenne preda di discordie interne che sfociarono nella lotta tra Spirituali e Conventuali.
Con essi comparve la figura del frate, che vive nel mondo in cui diffonde il Vangelo; il convento è posto in città ed è povero; i Domenicani si specializzarono negli studi al livello universitario, i Francescani occuparono spazi diversi nella società.
La diffusione del francescanesimo si dovette alla strutturazione in tre Ordini: Frati Minori, Clarisse e Terz’Ordine.
La vicenda di Federico II fino all’incoronazione imperiale
Il figlio di Enrico VI di Hohenstaufen e Costanza d’Altavilla, Federico, nacque a Jesi nel 1194; affidato dalla madre al pontefice Innocenzo III, in una Sicilia in cui Normanni e Tedeschi si contendevano con le armi la supremazia, trascorse la sua infanzia a Palermo.
Nel 1208, Federico assunse il titolo di re di Sicilia, ma, approfittando della sua minorità, le diverse fazioni avevano imperversato nel territorio del regno ed avevano indebolito l’autorità regia; Federico riuscì a riportare ordine nel paese. Lo zio di Federico, Filippo di Svevia, era stato assassinato ed egli era l’unico erede della sua dinastia; nel 1212, Federico fu riconosciuto re di Germania e, lasciata l’Italia, mosse verso la Germania per contendere contro Ottone.
La guerra fu risolta a Bouvines nel 1214, e in Germania egli cercò di rendere sicura la propria posizione, affidandosi al possesso diretto del ducato di Svevia e alla lealtà dei principi tedeschi, cui dovette riconoscere privilegi.
Ebbe l’appoggio dell’Ordine cistercense e dell’Ordine militare dei Cavalieri Teutonici, potenziato al massimo per farne un esercito fidato, coadiuvato da Ermanno di Salza, generale dell’Ordine.
Il successo della politica tedesca di Federico II, che mirava ad assicurare l’egemonia dell’Imperatore sulle casate principesche, fu sancito nel 1220 dall’elezione del figlio Enrico a re dei Romani, cosa che implicava la designazione alla successione imperiale, con cui si delineava la prospettiva di un’unione tra corona imperiale e siciliana.
Era ciò che Innocenzo III aveva voluto impedire, ma dal 1216 era succeduto a lui Onorio III, che incoronò Federico imperatore.
Federico II re di Sicilia
Nell’Italia del Sud, Federico si dedicò alla restaurazione dell’autorità regia; con le Costituzioni di Capua, nel 1220, annullò donativi, privilegi, immunità e regalie concessi dai vari signori.
Il disegno di Federico era di costituire un solido Stato burocratico, alle dipendenze del sovrano; occorrevano quadri intellettuali – amministrativi: Federico fondò nel 1224 l’università di Napoli, la prima università statale. Nell’Italia centro – settentrionale, l’erosione delle prerogative imperiali da parte dei comuni era ripresa dopo la morte di Enrico VI, durante i disordini tedeschi e la minorità di Federico.
Nel 1226, Federico II convocò una dieta nella ghibellina Cremona per ridefinire la situazione dell’Italia settentrionale, provincia dell’Impero; gli scopi erano di uniformare i provvedimenti contro gli eretici e avviare la crociata, riprendendo la politica del Barbarossa.
I comuni rinnovarono un’alleanza difensiva, la seconda Lega Lombarda, ma la guerra fu evitata.
Quando morì Onorio III, gli successe Gregorio IX, che sollecitò Federico a dare inizio alla crociata, delineando la ripresa del conflitto tra Federico e la Chiesa, che nasceva dal fatto che egli voleva difendere la sovranità dello Stato e che i pontefici temevano di essere sottomessi a una potenza sveva insediata a sud e a nord di Roma.
A causa dei ritardi di Federico, Gregorio IX lo denunciò spergiuro e lo scomunicò; nel 1228, Federico decise di partire, ma la sua crociata fu priva di caratteri religiosi.
Federico si accordò col sultano d’Egitto Malik al – Kamil, ottenendo la cessione di Gerusalemme, Betlemme e Nazareth in cambio di bloccare gli attacchi contro l’Egitto; nel 1229, entrò in Gerusalemme e cinse la corona regale.
Gregorio IX cercò di approfittare dell’assenza di Federico per portare la guerra nel Regno di Sicilia, ma il ritorno di Federico fece fallire questi piani e, nel 1230, giunse al trattato di San Germano col Papa, che gli tolse la scomunica. Furono redatte, nel 1231 le Costituzioni di Melfi, in cui erano definiti i principi dell’ordinamento del Regno; il sovrano fu affiancato da una Magna Curia, che fungeva da corte di giustizia e da cui dipendevano i balivi, le magistrature locali di nomina regia.
Il Regno fu suddiviso in due capitanerie generali e in varie circoscrizioni rette da giustizieri; il corpo degli amministratori fu costituito da giudici e notai.
Nella vita economica del Regno, Federico pose come obiettivo quello di arricchire il tesoro regio, esercitando pressione fiscale sulla popolazione e introducendo monopoli statali; unificò i pesi e le misure e abolì le dogane interne.
Federico protesse poeti, architetti, scienziati e colonie musulmane, trasferite in Puglia, si circondò di intellettuali e si occupò di cose naturalistiche, con il suo trattato De arte venandi cum avibus; riorganizzò la scuola medica di Salerno e commissionò testi e traduzioni.
Il tramonto di Federico
Dopo aver domato, nel 1235, la ribellione del figlio Enrico VII nei territori tedeschi, Federico intensificò i preparativi per la campagna militare contro i comuni centro – settentrionali, con l’appoggio di Ezzelino da Romano.
Dopo la vittoria ottenuta a Cortenuova nel 1237 sui comuni, Gregorio IX nel 1239 scomunicò Federico che minacciava la libertas Ecclesiae.
Ma, nel 1241, Gregorio IX morì e, dopo Celestino IV, la lotta riprese con Innocenzo IV che convocò il Concilio a Lione nel 1245, in cui Federico fu deposto; mentre la guerra proseguiva, Federico II morì nel 1250.
L’Italia meridionale nella seconda metà del XIII secolo
Dopo la morte di Federico II si aprì in Germania il lungo interregno che si protrasse fino all’elezione, nel 1273 di Rodolfo d’Asburgo; l’assenza di un imperatore favorì un’ulteriore disgregazione nel Regno di Germania in principati indipendenti. Nel Regno meridionale l’eredità di Federico II fu raccolta dal figlio Manfredi, che rinnovò la politica italiana del padre rivitalizzando il partito ghibellino nel Centro – Nord; i ghibellini senesi e fiorentini sconfissero a Montaperti nel 1260 la guelfa Firenze.
Manfredi diede in sposa la figlia Costanza a Pietro, figlio del re d’Aragona, ma le sconfitte subite dai suoi alleati nel Nord e l’iniziativa del Papa Urbano IV fermarono il consolidamento del suo potere.
Urbano IV offrì la corona dell’Italia meridionale a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, poiché il Regno meridionale era un feudo della Santa Sede.
Carlo d’Angiò scese in Italia, fu incoronato re di Sicilia da Clemente IV, sconfisse Manfredi a Benevento nel 1266 e decapitò, nel 1268, Corradino, nipote di Federico II, segnando il tracollo della potenza sveva e del partito ghibellino. Carlo d’Angiò, per la sua spedizione in Italia aveva contratto debiti con i banchieri italiani, con le compagnie dei Bardi, dei Peruzzi e degli Acciaiuoli, che in questo modo conquistarono posizioni di predominio nella vita commerciale e finanziaria del Regno, restringendo lo sviluppo dei ceti borghesi delle città meridionali.
Con l’appoggio di Venezia, egli puntò alla restaurazione dell’Impero Latino d’Oriente, caduto nel 1261, e partecipò alla crociata di Luigi IX contro Tunisi.
I cavalieri angioini portarono uno spirito di crociata e di intolleranza religiosa sconosciuti nel Regno.
Il regime fiscale degli Angioini determinò uno stato di malcontento che culminò nel 1282 con lo scoppio a Palermo di una sollevazione antifrancese, la rivolta del Vespro, che si estese a tutta l’isola: gli Angioini furono scacciati.
Nacque la Guerra del Vespro, tra Angioini e Aragonesi che si concluse dopo 20 anni con la pace di Caltabellotta: la Sicilia fu affidata a Federico II, figlio di Pietro III e di Costanza, la parte continentale restò agli Angiò.
La Guerra del Vespro spezzò l’unità politica del Regno creato dai Normanni, che conservò istituzioni e strutture sociali affini, provocando il consolidamento del potere dei baroni meridionali e segnò il rafforzamento della vocazione della potenza mediterranea del Regno d’Aragona.
OCCIDENTE E ORIENTE NEI SECOLI XII E XIII
Occidente e Oriente
Dopo il 1000, marinai, mercanti, monaci, pellegrini, cavalieri cominciarono a riannodare contatti con le altre popolazioni mediterranee; tali incontri avvennero all’insegna dell’incomprensione reciproca, dell’ostilità e della guerra.
All’aprirsi del II millennio tre società, tre religioni, tre culture si affacciavano e si confrontavano nel Mediterraneo: quella dell’Occidente europeo, quella bizantina e quella musulmana.
L’Europa presentava il livello più basso di benessere e di cultura e gli Occidentali erano considerati come barbari, in opposizione al lusso e alla ricchezza di Costantinopoli, di Damasco e di Baghdad, ma aveva un dinamismo e una carica d’aggressività che le avrebbero assicurato il successo.
I Bizantini non avevano combattuto guerre di conquista e non avevano fatto ricorso al confronto militare.
Un’aristocrazia forte e invadente, una piccola proprietà indifesa e impoverita, i cerimoniali, una burocrazia puntigliosa e una cultura astrusa erano segnali di un esaurimento dell’organismo imperiale.
Per l’Islam, che comprendeva zone vastissime dalla Persia alla Spagna, l’epoca dell’unità politica e religiosa e della jihad (guerra santa) contro gli infedeli era trascorsa, lasciando il posto ad una proliferazione di poteri e di sette.
Oltre le terre sul Mediterraneo, si stendevano enormi territori sconosciuti.
Nel ‘200, lungo le vie dell’Asia, si mossero alcuni viaggiatori europei, mentre sull’Europa si ripercuotevano le vicende del popolo dei Mongoli.
I Regni franchi d’Oriente, l’Islam e Bisanzio
La prima crociata aveva portato alla conquista di Gerusalemme e alla formazione, in Siria e in Palestina, di piccoli Stati retti da principi latini, tra cui il Regno di Gerusalemme, la Contea di Edessa, il Principato di Antiochia e la Contea di Tripoli.
In questi territori furono portate istituzioni ed usanze tipiche dell’Europa feudale, e accadde che i signorotti cristiani si combattessero tra loro e si alleassero con i signori musulmani della regione per conservare e ingrandire i propri possedimenti; sembrava che ogni città obbedisse ad un padrone diverso.
I Franchi d’Oltremare formavano uno strato di popolazione cristiana occidentale sopra una massa di popolazione indigena; la minoranza dominante viveva concentrata in poche città in prossimità della costa, avendo dinnanzi il mondo islamico.
Per la minoranza franca, i musulmani furono nemici implacabili e i Bizantini furono alleati prudenti e poco affidabili.
Nel mondo islamico esistevano fratture profonde: in Spagna, Africa, Egitto, Persia e nelle regioni centrali dell’Asia esistevano dinastie indipendenti e rivali, che compromettevano anche l’unità religiosa.
Intorno alla metà dell’XI secolo le vittorie ottenute sugli Arabi dai Turchi Selgiuchidi avevano portato all’istituzione della figura del sultano, in cui era concentrato il potere politico e militare, lasciando al califfo solo la preminenza religiosa. Non si era ricomposta la frattura con l’Egitto, sotto la dominazione della dinastia araba sciita dei Fatimidi, che approfittarono della disgregazione del sultanato selgiuchide per occupare, nel 1098, la Palestina e Gerusalemme.
Nella seconda metà dell’XI secolo, l’Impero bizantino si scontrò in Occidente col dinamismo dei Normanni e ad Oriente con l’offensiva dei Turchi Selgiuchidi.
Nel 1071 i Normanni conquistarono Bari e si avviarono all’espulsione dei Bizantini dall’Italia Meridionale, mentre i Turchi distrussero l’esercito imperiale e si spinsero nella penisola anatolica.
L’Impero Bizantino fece leva sulla burocrazia, sulla coscienza della sua popolazione, sul prestigio della sua Chiesa e sulla posizione della sua capitale.
Costantinopoli era imprendibile e vi affluivano i maggiori mercati che ne facevano la città più ricca del tempo.
L’avvento degli imperatori della dinastia dei Comneni significò l’affermazione della grande aristocrazia agraria e l’emarginazione dei ceti mercantili più intraprendenti; conseguenza di questo furono gli accordi tra Alessio Comneno e Venezia nel 1082.
Agli inizi del XII secolo, Bisanzio aveva superato il momento più grave; ma l’Impero si sgretolò ancora, sotto i colpi dei Turchi ad Oriente e dei Bulgari e degli Slavi ad Occidente.
L’epilogo si ebbe nel 1204, con la presa della capitale da parte dei cristiani partecipanti alla quarta crociata.
Le crociate. Caratteri generali
Nell’XI secolo era nato l’Ordine cavalleresco degli Ospedalieri, che offriva un ospizio ai pellegrini a Gerusalemme; dopo la conquista della città, l’Ordine assunse funzioni militari.
Un altro Ordine religioso – militare importante fu quello dei Templari, sorto nel XII secolo per la difesa contro i musulmani e che ebbe la sua sede presso il Tempio di Gerusalemme.
Ebbero un forte rilievo militare e divennero una potenza economica e finanziaria, custodendo i tesori affidai loro dai principi; per questo si attirarono invidie e accuse, fino alla fine decretata loro da Filippo il Bello agli inizi del ‘300.
I mercanti italiani si erano tenuti alla larga da un coinvolgimento nella prima spedizione crociata in Terra Santa, ma il successo militare cristiano accelerò la presenza delle città marinare in Oriente: nel X e XI secolo Pisa e Genova conquistarono una supremazia marittima sul Mediterraneo occidentale, e Venezia controllava l’Adriatico e aveva una posizione egemone nel commercio verso l’Egeo e Costantinopoli.
Dopo il successo della prima crociata, la difesa della Terra Santa e la lotta contro i musulmani rimasero le idee dominanti nell’Europa cristiana; il martirio e la crociata erano le due facce dell’impossibilità di accettare la coesistenza di una fede diversa: dove i cristiani erano la maggioranza o avevano il potere, non ci poteva essere posto per gli infedeli.
I Franchi d’Oltremare dovevano pervenire ad un modus vivendi con le popolazioni musulmane e improntare la loro dominazione a caratteri di relativa tolleranza; l’esiguità demografica del popolamento latino rendeva indispensabile l’apporto umano, militare ed economico dei correligionari europei che, quando partivano per la Terra Santa, lo facevano per spirito di crociata, con intolleranza e fanatismo verso la popolazione indigena, trattata da infedele.
Questo flusso crociato fu un cordone che unì il Levante all’Europa; i pellegrini armati che giungevano in Terra Santa, in spedizioni organizzate indette dal papa o in gruppi confusi, erano animati dai più svariati sentimenti, ma tutti volevano combattere.
Le crociate ebbero significato positivo per l’Occidente, perché alleggerirono la pressione di una nobiltà eccessiva e perché ampliarono gli orizzonti dei suoi abitanti: le crociate abituarono l’Europa a santificare l’uso della violenza contro i “diversi”.
Esse fallirono nel loro scopo di difendere ed estendere la presenza cristiana in Oriente consentì all’Islam di entrare in Europa, grazie all’indebolimento di Bisanzio; inoltre favorirono l’occupazione ottomana del Sud – Est europeo. Sul piano culturale, i risultati delle crociate furono inesistenti.
Portarono ad una maggior attenzione ai problemi igienici e sanitari, a nuove cognizioni mediche, a nuovi prodotti alimentari, a nuove tecniche edilizie e a nuove forme di culto.
La storia delle crociate
Vi fu un primo periodo, successivo alla conquista di Gerusalemme, in cui si ebbero l’espansione e il consolidamento delle posizioni latine per merito di Baldovino, conte d’Edessa e re di Gerusalemme.
Questo periodo giunse fino al quarto decennio del XII secolo, quando affiorarono i segni della ripresa musulmana e l’unità cristiana cominciò a lasciare il posto a rivalità e particolarismi.
Il secondo periodo fu caratterizzato dalla controffensiva islamica, con la riconquista di Edessa nel 1144.
Ad essa seguì la seconda crociata, predicata da San Bernardo di Chiaravalle, in cui i successi arabi toccarono il culmine quando il sultano Salah ad – Din (il “Saladino”), ricostituita l’unità araba, inferse ai cristiani la sconfitta a Hittin, nel 1187.
Essa aprì ai musulmani la strada per la riconquista di Gerusalemme, avvenuta il 21 ottobre del 1187; il tracollo degli Stati cristiani fu arrestato dalla difesa di Tiro, dovuta a un gruppo di cavalieri e a Corrado del Monferrato.
Fu allestita una terza crociata, cui aderirono Federico I Barbarossa, che morì annegato prima di aver raggiunto la meta, il re di Francia Filippo II Augusto e il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone.
Essi conquistarono la città di San Giovanni d’Acri e stipularono con Salah ad – Din una tregua; seguì una fase di confusi episodi militari e di fragili tregue che non alterarono gli equilibri in Terra Santa.
Durante la quarta crociata, i crociati si impegnarono in cambio del trasporto via mare a conquistare Zara e Costantinopoli per riunificate la cristianità d’Oriente e Occidente e di porre sul trono bizantino sovrani disposti a collaborare, la città fu conquistata nel 1204 e fu sottoposta a saccheggio.
L’Impero Latino d’Oriente, fondato dai conquistatori, sopravvisse fino al 1261 e la riunificazione delle Chiese non ebbe seguito; definitivo fu l’indebolimento dell’Impero Bizantino, baluardo dell’Europa contro l’Oriente; solo Venezia trasse vantaggi, stabilendosi lungo le rotte dell’Egeo.
Tra il XII e il XIII secolo, il mondo arabo attraversò una crisi, per la quale Gerusalemme fu riperduta dagli Arabi tra il 1229 e il 1244 a seguito degli accordi tra Federico II e le autorità musulmane del luogo.
Per l’Islam, una grave minaccia si profilava ad Oriente con l’avanzata dei Mongoli; Baghdad cadde nelle loro mani nel 1258.
In Egitto si insediò la linea di sultani dei Mamelucchi, schiavi che salirono al potere nel 1250 e ci restarono fino agli inizi del ‘500, alla conquista degli Ottomani.
Furono questi soldati, divenuti sultani, che fermarono le orde mongole ad Ain – Jalud nel 1260, provocando la conversione dei Mongoli all’Islam che fu salvo.
La quinta, la sesta e la settima crociata non sortirono alcun esito, nonostante l’impegno del re di Francia Luigi IX che nel 1270 perse la vita sul litorale tunisino.
Con la caduta della roccaforte dei Templari di San Giovanni d’Acri e con la loro cacciata dall’Oriente, si chiuse il colonialismo nel Vicino Oriente.
Altre crociate furono combattute contro i pagani del Nord Europa, contro i Mori in Spagna, contro gli eretici all’interno della cristianità e contro i nemici politici del Papato.
Nuovi orizzonti geografici. I viaggi di religione, d’ambasceria e di mercatura tra il XIII e il XIV secolo
I Mongoli erano una popolazione nomade dell’Asia centrale e settentrionale; agli inizi del ‘200 assunsero grande potenza con Temujin, che unì le tribù in una confederazione che riconobbe in lui il Gengis Khan e che dilagò verso la Cina e verso le città carovaniere di Samarcanda e Buchara.
L’avanzata dei Mongoli (o Tartari) proseguì in Persia, Armenia, nei principati russi al di qua degli Urali e nel califfato abbaside di Baghdad, sottomettendo il territorio dalla Mesopotamia fino alle coste cinesi del Pacifico.
L’Impero mongolo aprì nuove prospettive ai mercanti, a cui si dischiudevano del vie dell’oro e delle spezie, ed ai missionari cristiani.
Nell’opera di predicazione del Vangelo, si distinsero Francescani e Domenicani, tra cui Giovanni da Pian del Carpine, che visitò le regioni dell’Impero mongolo.
Un altro motivo che stimolava la cristianità verso il mondo mongolo era la speranza di stringere, con il Gengis Khan, un’alleanza contro i musulmani.
In questo periodo si collocò la vicenda della famiglia di marcanti veneziani Polo; dal 1261 al 1269, Niccolò e Matteo arrivarono in Cina, alla corte di Khubilay Khan e, tornati in Europa, ripartirono verso l’Oriente nel 1271 con il figlio di Niccolò, Marco, che descrisse la sua esperienza nel Milione.
Numerosi viaggiatori ripresero le strade del Catai, dell’India, della Persia, unendo intenti commerciali, missionari e diplomatici.
Nella meta del ‘300, la crisi economica in Occidente, lo smembramento dell’Impero mongolo, la restaurazione in Cina della dinastia Ming, i disordini in Asia centrale, interrotti per poco tempo da Tamerlano, la potenza degli Ottomani, segnarono la conclusione di questa vicenda.
L’EUROPA POLITICA FRA XIII E XIV SECOLO
Tensioni sociali e sviluppi istituzionali nei comuni italiani dalla fine del XII al XIII secolo
Il collegio dei consoli non sopravvisse alle trasformazioni delle città alla fine del XII secolo e nel secolo successivo.
Tali trasformazioni ebbero origine dall’aumento della popolazione urbana, dovuto all’immigrazione del contado.
I comuni attaccarono i nobili del circondario che, quando erano sconfitti, dovevano riconoscerne l’autorità e giurare fedeltà.
Ma la conquista del contado non avvenne necessariamente in forma violenta: a volte, le famiglie signorili si trasferirono spontaneamente e, con loro, i loro dipendenti; la popolazione residente entro le mura urbane crebbe rapidamente nel XII e agli inizi del XIII secolo.
Questo fenomeno di urbanizzazione complicò la vita cittadina e rese precari gli equilibri sociali e politici; fin dalla metà del XII secolo, si assistette alla sperimentazione di nuove forme di governo: i comuni fecero ricorso a soluzioni innovative, affiancando o sostituendo ai consoli dei magistrati con poteri più estesi, per assicurare maggiore efficacia al governo cittadino.
Tali esperienze portarono all’istituzione dei podestà, che rispondeva a due esigenze: un politico esperto e forestiero, estraneo e imparziale alle fazioni comunali, alla testa della complessa amministrazione cittadina.
Egli era scelto dai consigli cittadini, apparteneva a famiglie insignite della dignità cavalleresca e detentrici di responsabilità di comando; gli si richiedevano conoscenze giuridiche e letterarie, onestà morale e attitudini al comando. Il podestà era assunto dal comune per un breve periodo, conduceva con sé il suo staff che lo aiutava nel lavoro e dava attenzione ai suoi deliberati; svolgeva funzioni giudiziarie, presiedeva agli uffici amministrativi, comandava le milizie cittadine.
Il numero delle magistrature cittadine cresceva in proporzione all’aumentare delle risorse finanziarie, al complicarsi dei problemi della vita cittadina, all’estendersi della giurisdizione sul contado; al termine del mandato, il suo operato era sottoposto al giudizio di un sindacato e era pagata la cifra pattuita.
In questo periodo, si ebbe un ridimensionamento del ruolo dei consigli cittadini larghi, che furono sostituiti da consigli più ristretti e agili.
Tra le famiglie maggiori si cercò di realizzare una coesione politica con la fondazione della societates militum, grazie a cui le oligarchie cittadine si organizzarono come gruppi a tutela dei loro interessi; le rivalità fra le casate magnatizie si espressero attraverso l’adesione a guelfismo e ghibellinismo, che avveniva in funzione di strategie di coordinamento con altre forze politiche esterne.
In questo periodo si formarono anche le associazioni di popolo (ceti medi), cui facevano parte i cittadini partecipanti alla vita politica grazie alla forza conquistata con loro libero associarsi.
Alla base di queste associazioni popolari stavano la vicinia e il mestiere.
Il vicinato svolgeva un ruolo importantissimo nella vita cittadina; ogni vicinia era soggetta a un carico fiscale e doveva provvedere alla difesa del proprio tratto di mura e fornire un contingente di fanti alle milizie comunali (societates peditum).
Si formarono organismi di quartiere che regolavano nel comune gli aspetti della vita quotidiana.
Le corporazioni di mestiere, unendo i lavoratori di un certo settore, permettevano loro di inserirsi nel gioco istituzionale del comune; a guidare le associazioni popolari fu chiamato il capitano del popolo, un magistrato forestiero sul modello del podestà.
Nella seconda metà del ‘200 la costituzione di organismi rappresentativi della cittadinanza si scontrò con la tendenza delle singole parti a dotarsi di istituzioni autonome; tuttavia, si affermò il principio che il potere spettava a chi rappresentava la collettività.
I governi popolari elaborarono equi sistemi di prelievo fiscale, promossero affrancazioni di servi del contado e istituirono corpi di polizia; fu emanata una legislazione antimagnatizia: gli Ordinamenti di Giustizia di Firenze nel 1293 per iniziativa di Giano della Bella, che costituì un passo avanti verso la costruzione di un sistema di governo cittadino statale.
A Milano, nel 1277, per opera dell’arcivescovo Matteo Visconti, fu redatto un elenco di 200 famiglie cui era riservato il privilegio di accedere nel capitolo della cattedrale; a Venezia, nel 1297, si ebbe la serrata del Maggior Consiglio, con cui l’accesso al maggior organismo politico della città era riservato alle famiglie iscritte nel Libro d’oro.
Il bisogno di ordine e di stabilità portò successivamente al costituirsi delle signorie.
La monarchia francese nel XIII secolo
L’espansione economica proseguita nel XIII secolo e la vittoria ottenuta da Filippo II Augusto a Bouvines su Giovanni Senza Terra e Ottone IV di Brunswick, furono la base per i progressi della monarchia francese, proseguiti sotto Filippo II, Luigi IX, Filippo III e Filippo IV, che recuperarono i territori del Regno sotto il dominio diretto della corona e potenziarono l’amministrazione centrale.
Il rafforzamento territoriale della monarchia francese avvenne grazie ad una politica accorta che combinò pressioni militari, confische, accordi matrimoniali e circostanze esterne; un episodio di spicco fu la sconfitta di Filippo IV per merito delle fanterie cittadine fiamminghe a Courtrai, nel 1302.
Il re era rappresentato a livello periferico dai balivi, mentre i beni di cui era direttamente proprietario erano amministrati dai prevosti; a livello centrale il re era assistito da un consiglio di uomini scelti da lui sulla base della fedeltà personale e della competenza giuridico – finanziaria.
Il nerbo della forza amministrativa era dato dai legisti che ricoprivano incarichi statali; in questo modo il vincolo feudale si trasformò in un rapporto di soggezione: tutti i Francesi stavano diventando sudditi del re.
Luigi IX, detto il Santo, godette di grande popolarità, grazie alla sua religiosità, alle virtù taumaturgiche, a un esercizio equo della giustizia, all’abolizione di ogni violenza privata, alla pace con gli altri regnanti, all’impegno nella lotta contro gli infedeli senza opportunismo, alla morte per testimoniare la propria fede nella crociata; con il suo regno, il culto della monarchia divenne parte del sentimento nazionale.
Nel XIII secolo, il denaro era diventato ciò che assicurava consistenza al potere.
I re di Francia dovevano incentivare gli introiti finanziari per stipendiare gli impiegati pubblici e per reclutare guerrieri alle loro dipendenze; perciò, diminuirono il contenuto metallico delle monete e furono richiesti, in particolari circostanze, aiuti finanziari, come la commutazione del denaro in obblighi militari e l’istituzione di imposte straordinarie.
Restava insoluto il problema delle proprietà ecclesiastiche e della loro immunità fiscale; i beni della Chiesa erano esenti dalle tasse, ma le decime ecclesiastiche per finalità religiose potevano essere utilizzate dal re dietro autorizzazione del Papa.
Filippo II il Bello aveva bisogno di essere finanziato per le operazioni militari nella regione fiamminga.
I Templari erano un Ordine religioso militare sorto agli inizi del XII secolo per la difesa della Terra Santa, ma essi avevano acquistato un’enorme potenza economica.
Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri e la fine della presenza latina in Terra Santa, molti richiedevano la soppressione dell’Ordine, perché circolavano sospetti di immoralità e eterodossia.
Filippo II nel 1307 fece arrestare tutti i Templari francesi, che furono torturati finché non confessarono le colpe a loro attribuite; le loro ricchezze furono confiscate dal re e nel 1312 il papa Clemente V decretò la definitiva soppressione dell’Ordine.
Bonifacio VIII emanò nel 1296 e nel 1302 due bolle con cui vietava ai sovrani di imporre contribuzioni fiscali alla Chiesa; Filippo II si appellò contro di lui alla nazione francese, convocando, nel 1302, gli Stati Generali di Francia, un’assemblea generale dei tre ordini della popolazione.
I borghesi, i nobili e il clero furono favorevoli al re ed egli inviò in Italia una spedizione che raggiunse Bonifacio VIII ad Anagni e lo fece prigioniero.
La monarchia inglese nel XIII secolo
Gli impegni militari di Enrico II lasciavano l’Inghilterra fortemente provata; gli successe il figlio Riccardo, detto Cuor di Leone, le cui imprese cavalleresche di paladino della cristianità non rafforzarono la monarchia.
Dopo di lui salì al trono Giovanni Senza Terra, che cercò di ripristinare un’efficace amministrazione e di stringere le redini del potere regio sui sudditi, ma i vassalli non intendevano rinunciare alle loro prerogative e la popolazione recalcitrava sotto la pressione fiscale.
Giovanni, nel 1208, venne in urto con Innocenzo III, rifiutando la nomina di Stephen Langton ad arcivescovo di Canterbury; fu dichiarato deposto da Innocenzo III, che offrì la corona d’Inghilterra a Filippo II di Francia.
Giovanni si sottomise al papa e si impegnò al pagamento di un tributo di vassallaggio.
Il sovrano inglese si impegnò in un conflitto con il re di Francia, Filippo II, ma la sconfitta subita da Giovanni a Bouvines nel 1214 permise agli avversari di sottoscrivere, nel 1215, la Magna Charta, la grande carta dei privilegi.
Essa non segnava una rivoluzione, ma conteneva elementi di novità: il re, prima di prendere provvedimenti, doveva consultare un Consiglio generale del regno di grandi feudatari e prelati ecclesiastici; non poteva aumentare le tasse o imporne di nuove senza il parere dei rappresentanti del popolo inglese.
La Magna Charta ribadiva i limiti dei poteri del sovrano secondo la prassi di una monarchia feudale; la Curia romana si oppose alla ratifica della Charta.
Sotto Enrico III, Edoardo I e Edoardo II, il prestigio monarchico si risollevò e fu proseguito l’indirizzo aperto con la Magna Charta; si affermò la regola che il Consiglio generale fosse convocato tre volte l’anno: l’azione del re era sottoposta al controllo dei grandi dignitari laici ed ecclesiastici, che costituivano la Camera dei Lords.
Enrico III cercò di annullare le concessioni: l’aristocrazia feudale d’Inghilterra, capeggiata da Simone di Montfort, per respingere l’offensiva regia, si alleò con la nobiltà rurale e con i ceti borghesi cittadini; la vittoria dei ribelli aprì la via al costituirsi della Camera dei Comuni.
La partecipazione dei ceti medi urbani e della piccola nobiltà rurale alle assise del Regno legava questi gruppi sociali alle scelte politiche della corona.
La formazione delle monarchie iberiche
All’inizio dell’VIII secolo la penisola iberica era stata conquistata da popolazioni arabo – berbere musulmane, ed era diventata una provincia del califfato di Damasco.
Nel X secolo i califfi di Cordoba occuparono Barcellona nel 985 e distrussero nel 997 il santuario di Santiago de Compostela; gli invasori lasciarono sussistere alcune formazioni politiche, come il Regno delle Asturie, diventato Regno di Leon da cui si staccò la Contea di Castiglia, il Regno di Navarra e le contee di Aragona e Barcellona, che divennero protagoniste della reconquista.
La spinta espansionistica dei Regni cristiani settentrionali iniziò nel XI secolo, agevolata dai progressi demografici, e assunse i toni della crociata, poiché nel 1063 il papa Alessandro II diede l’appoggio ufficiale della Chiesa.
Parteciparono, alle campagne militari contro i Saraceni, cavalieri stranieri, attratti dal motivo religioso della crociata e da prospettive di arricchimento.
In quest’epoca si precisò la carta politica della Spagna cristiana, con la nascita dei Regni indipendenti di Castiglia e di Aragona; nel 1139 il Portogallo si costituì come Regno indipendente; il Regno di Navarra rimase confinato a un piccolo territorio pirenaico.
I Portoghesi traevano buoni profitti dalle attività di commercio e pesca nell’Atlantico, i Catalani si inserirono negli spazi mediterranei transitabili, dopo le vittorie sugli Arabi e grazie alle città marinare italiane.
I re di Castiglia Ferdinando I e Alfonso VI ottennero i maggiori successi, con la riconquista di Coimbra e Toledo.
La riconquista fu bloccata dall’arrivo di nuove forze musulmane dall’Africa, con gli Almoravidi e con gli Almohadi; cristiani e musulmani si fronteggiarono in una guerra continua, ma entrambi i campi mancavano di unità politica e vari potentati in concorrenza ricorsero ad alleanze con gli infedeli.
Nel 1212, i re di Castiglia, Portogallo, Navarra ed Aragona inflissero ai musulmani una sconfitta decisiva a Las Navas de Tolosa, aprendo la via alla riconquista cristiana.
Sotto i regni di Ferdinando III di Castiglia e di Giacomo I d’Aragona, gli eserciti cristiani dilagarono verso sud; restò nelle mani degli Almohadi solo il Regno di Granada.
La guerra rafforzò il potere regio poiché i re disponevano delle terre riconquistate; l’allargamento delle conquiste nel XIII secolo contribuì anche a diminuire l’autorità del re: si crearono le Cortes, assemblee di nobili, dell’alto clero e dei rappresentanti delle città autonome.
L’appoggio delle città, coalizzate in alleanze per contenere la violenza dei nobili ed assicurare la pace interna e la sicurezza dei traffici, consentì alla giustizia e all’amministrazione regia di mantenere un controllo sulla società spagnola. Nelle terre di frontiera, gli uomini liberi dovevano prestare difesa militare e in Castiglia si formarono corpi di cavalleria contadina (caballeros villanos), reclutati fra i piccoli proprietari che si potevano permettere cavalcatura e armatura; la riconquista lenta creò libere comunità rurali e limitò l’instaurazione di rapporti signorili.
Le campagne militari che seguirono la vittoria a Las Navas de Tolosa assicurarono agli Ordini monastico – cavallereschi di Santiago, Calatrava e Alcantara il possesso di territori su cui instaurarono la propria giurisdizione signorile.
In assenza di un popolamento cristiano, i latifondi andalusi si orientarono verso la pastorizia.
La riconquista consolidò l’abitudine a vedere nella guerra il modo più onorevole di far fortuna; il conflitto con i musulmani annientò le prospettive di dialogo e integrazione che si erano precedentemente delineate: sotto gli emiri di Cordoba, era sembrata possibile una fusione tra cristiani e musulmani, cui era permesso l’esercizio del loro culto; Alfonso VI di Castiglia aveva assunto il titolo di imperatore delle due religioni.
L’Europa settentrionale, centrale e orientale. L’espansione tedesca ad Oriente
Il periodo tra l’XI e il XII secolo vide la lenta penetrazione della civiltà medievale, verso le regioni del Nord e dell’Est europeo.
I gruppi tribali di questi territori cominciarono a praticare molte attività, ad avere stratificazioni sociali più articolate e a darsi forme di organizzazione.
Nei paesi scandinavi ci furono progressi della cristianizzazione e i Regni di Danimarca, Svezia e Norvegia consolidarono le loro strutture, sebbene rimanendo arretrate a causa della bassissima densità di popolazione.
Lungo le rive meridionali del Baltico, le crociate del Nord, condotte dai Cavalieri Teutonici, portarono alla diffusione, nel ‘200, alla diffusione del cristianesimo e alla formazione, nell’area dei Prussi, di un dominio territoriale sotto il controllo dell’Ordine; il dominio dei Cavalieri Teutonico, nel ‘300, si allargò fino al Golfo di Finlandia.
Questi successi militari favorirono l’espansione della Lega Hanseatica; le città baltiche tedesche e le distese russe ebbero il punto di incontro nell’emporio commerciale di Novgorod.
La spinta verso i territori russi fu fermata, nel 1242, dal principe di Novgorod Aleksandr Nevskij; per fronteggiare la minaccia teutonica, i capi delle tribù lituane si diedero un primo ordinamento unitario.
Nel Regno di Polonia, la monarchia dei Piasti aveva assicurato un’unità politica, grazie al cristianesimo; nel XII e nel XIII secolo esso fu sottoposto a un processo di smembramento feudale, fino al frantumarsi in ducati semidipendenti.
La costruzione dell’unità politica in Boemia fu accelerata dalla sua unione all’Impero germanico all’epoca di Federico Barbarossa; con Ottocaro I la monarchia si consolidò e con Ottocaro II la Boemia diede inizio a una politica di espansione nell’area danubiana, bloccata nel 1276 da Rodolfo d’Asburgo.
La monarchia ungherese si estese, nell’XI secolo, verso le regioni di Croati e Slavoni e fu in competizione con Venezia per il controllo del litorale dalmata; la feudalità magiara limitava l’autorità monarchica e, nel 1222, fu riconosciuto il diritto di resistere all’operato della corona.
La disgregazione del potere si accentuò nella seconda metà del ‘200 con le distruzioni provocate dai mongoli, ma subì un arresto all’inizio del ‘300 con l’avvento al trono di Carlo Roberto d’Angiò.
Nell’Europa centro – orientale avanzò il movimento migratorio e di colonizzazione degli agricoltori tedeschi; questa marcia verso l’Est avvenne nella fascia settentrionale in forme di conquista brutale, più a sud si svolse pacificamente.
Gli immigrati ottennero condizioni di franchigia migliori di quelle godute nei paesi d’origine.
L’aumento di popolazione e di produzione provocò la crescita degli insediamenti urbani; la composizione etnica di queste città fu duplice, come due divennero le lingue parlate: il tedesco e il dialetto slavo del luogo; le popolazioni tedesche si incunearono al mondo slavo.
Nel XIII secolo l’Est rappresentò la frontiera dell’Occidente feudale.
In Russia l’entità politica più consistente era il Principato di Kiev, che aveva costruito le sue fortune sui traffici che le popolazioni scandinave conducevano con l’Oriente bizantino.
Questa via commerciale, agli inizi del XIII secolo, entrò in regresso per ragioni economiche e politiche; il territorio russo dall’Ucraina al Mar Caspio, nel 1240, fu investito dall’onda mongola, che creò l’Orda d’Oro, una formazione politica retta da Khan mongoli.
Si ebbe una decadenza della civiltà russa, tagliata fuori dai rapporti con il mondo bizantino.
Il centro demografico ed economico della Russia si spostò verso le regioni del Nord – Est; la zona di Mosca acquistò una nuova importanza, ma la presenza di principati indipendenti non permise la formazione di uno Stato russo.
Il papato tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento
La Chiesa e l’Impero, fondati sull’ideale di unità della cristianità, cedevano il passo alla realtà pluralistica dei Regni e delle nazioni, e la dottrina teocratica era sottoposta a erosione da dottrine e processi orientati ad affermare una concezione laica del potere.
La crisi del papato si manifestò nei rapporti con gli Stati, poiché l’irrobustirsi dei poteri territoriali dei re e la costruzione delle identità nazionali erodeva l’unità della cristianità, all’interno dello Stato della Chiesa, dove le case aristocratiche condizionavano la scelta dei papi e della loro politica, all’interno della compagine ecclesiastica, dove la strategia antiereticale e i successi degli Ordini mendicanti non avevano eliminato le spinte al rinnovamento e alle contestazioni dell’autoritarismo papale.
Dopo la morte di Niccolò IV, occorsero più di due anni per la scelta del successore; i cardinali chiamarono l’eremita Pietro da Morrone, con il nome di Celestino V, il quale, su istigazione della curia e di Benedetto Caetani, si dimise. Caetani fu eletto Papa, col nome di Bonifacio VIII, e fece arrestare l’ex – papa che morì poco dopo; non esitò a ricorrere alle maniere forti contro la famiglia rivale dei Colonna e ad intervenire nelle questioni politiche.
Operò a favore degli Angioini nella Guerra del Vespro per legare a sé Firenze, dove inviò Carlo di Valois per favorire la fazione dei Guelfi Neri.
Nel 1300 indisse il primo Giubileo secolare: ai pellegrini a Roma era concessa l’indulgenza plenaria.
Bonifacio VIII volle rivendicare le prerogative della Chiesa contro il re d’Inghilterra Edoardo I e il re di Francia Filippo IV; decise di agire contro Filippo IV: l’oltraggio patito ad Anagni a la prigionia causarono la morte del pontefice.
Dopo il papato di Benedetto XI, fu eletto l’arcivescovo di Bordeaux con il nome di Clemente V, che fissò la sua residenza ad Avignone, iniziando il periodo di cattività avignonese, in cui i pontefici svolsero azione politica in rapporto con gli Angioini di Napoli e con la corona francese.
La sconfitta dell’universalismo cattolico dinnanzi al particolarismo degli Stati portò al rinnovamento della Chiesa in senso evangelico.
Riacquistarono vigore le proteste contro la corruzione e la ricchezza della Chiesa: gli Spirituali dichiaravano eretici i papi e gli ecclesiastici che non condividevano le idee sulla povertà.
Gli Spirituali, i cui esponenti maggiori furono Ubertino da Casale e Michele da Cesena, furono perseguitati, imprigionati e bruciati, dichiarati eretici sotto il papa Giovanni XXII.
Nella persecuzione contro gli Spirituali, furono coinvolti altri gruppi di cristiani, come quelli del moto pauperistico – comunistico di Gerardo Segarelli e Fra Dolcino, e quello dei Fratelli Apostolici.
L’Impero tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento
L’Impero comprendeva la Germania, l’Italia settentrionale e la Borgogna.
In Borgogna i signori locali divennero indipendenti e la regione si orientò economicamente e culturalmente verso il Regno di Francia.
In Italia, Roma continuava ad essere un riferimento ineludibile, ma solo sul piano ideologico e, quando fu condotto da Enrico VII di Lussemburgo un tentativo di reinserirsi nelle vicende italiane, ad esso non corrispose una capacità di svolgere un ruolo direttivo nella situazione italiana ed esso si rivelò inconcludente.
Egli perse la vita a Buonconvento nel 1313, senza aver scalfito l’impianto politico guelfo che esisteva in Italia.
Ludovico IV il Bavaro, nella lotta contro il papato, ebbe l’appoggio degli Spirituali di Ubertino da Casale e, nel 1328, egli ricevette la corona imperiale da un rappresentante del popolo romano.
La risposta di Roberto d’Angiò e la situazione tedesca costrinsero il Bavaro a rioltrepassare le Alpi senza alcun risultato durevole.
L’Impero divenne sempre di più un’istituzione tedesca; l’universalismo dell’Impero e il particolarismo dei principi tedeschi originarono fluidi compromessi che rappresentarono una forma duratura di coesistenza.
La più esplicita sanzione istituzionale di questo equilibrio fu la costituzione di un collegio elettorale per la nomina dell’Imperatore, formato da principi laici ed ecclesiastici; nel 1338 una Dieta solenne dei principi tedeschi proclamò il loro diritto esclusivo alla scelta dell’imperatore, cosa che fu precisata nella Bolla d’Oro, emanata da Carlo IV di Lussemburgo nel 1356, che attribuiva il diritto di scelta ai sette grandi elettori.
Gli imperatori riuscivano a rafforzare le proprie posizioni familiari: i signori di Hasburg utilizzarono il titolo imperiale per costituirsi un vasto dominio territoriale nella Marca d’Oriente.
L’idea di Impero come entità politica universale sopravvisse: l’Impero restò un ideale presente nella mente di scrittori politici e nella fantasia di poeti ed esercitò un fascino che si protrasse fino agli inizi del ‘500.
LA CULTURA NEI SECOLI XII E XIII
Il risveglio culturale del XII e del XIII secolo. Osservazioni generali
L’Occidente europeo conobbe nel XII e nel XIII secolo un intenso risveglio culturale.
Nel nuovo contesto cittadino non si poteva trascurare l’importanza della parola, orale e scritta, né ignorare il gusto della discussione e del confronto di idee.
Negli ambienti intellettuali il cambiamento si annunciò con un rinnovato interesse per i libri, e andò di pari passo con la nascita di centri culturali, con l’articolazione sociale degli intellettuali e col definirsi di orientamenti verso la città.
La maggior conoscenza del mondo bizantino ed arabo, la traduzione e la circolazione di testi, il gusto per l’avventura e la novità ebbero il loro peso nella ripresa della vita culturale; più profondamente operarono la sicurezza dei territori europei, la rinascita della vita cittadina, il superamento della frantumazione politica, la spiritualità e la maggior densità demografica.
La rinascita culturale del XII e XIII secolo fu diversa da quella carolingia.
Nel ‘200, i temi religioso – cavallereschi si arricchirono e si complicarono con i contributi dell’elaborazione intellettuale maturata negli ambienti urbani.
La rinascita culturale si ripercosse sui modi di pensare e sui costumi della popolazione esclusa da un coinvolgimento nei processi di produzione della cultura scritta; la cultura folklorica è un insieme strutturato di convinzioni, atteggiamenti e codici di comportamento.
La distinzione fra cultura dotta e cultura popolare non coincide con la distinzione fra strati sociali superiori e inferiori.
Aspetti e contenuti della rinascita culturale
o Letteratura: Nel XII secolo si ebbe una rinnovata attenzione per i classici latini e gli scrittori dell’epoca si espressero in latino con naturalezza e vigore, nelle scuole cattedrali di Chartres e di Orléans.
I chierici vaganti furono gli autori di questa poetica goliardica, di cui la più celebre è la raccolta dei Carmina Burana; la letteratura religiosa si espresse spesso in volgare.
Tra i temi della nuova letteratura, furono estranei ai valori religiosi quelli della guerra e dell’amore.
I poemi epici, nati dall’elaborazione di tradizioni orali, narravano di eroi che combattevano per la gloria e per la vittoria del loro re e della loro religione (Chanson de Roland in Francia, Cantar del mio Cid in Spagna, il ciclo dei Nibelunghi in Germania).
La poesia cortese cantava il tema dell’amore e della dedizione alla donna amata; nell’idealizzazione della donna, ispiratrice dei comportamenti raffinati dell’uomo che la ama, si esprimeva l’esigenza di avere accesso al pubblico femminile delle corti.
I temi cortesi penetrarono nel mondo dell’epica dando origine ai romanzi cavallereschi, che trasformavano gli eroi in cavalieri che combattevano per amore o che riprendevano un patrimonio di leggende diffuse tra le popolazioni celtiche della Bretagna, intorno alle figure di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.
L’autore più importante fu Chrétien de Troyes, nella cui opera erano fuse l’esaltazione della vita avventurosa del cavaliere errante e la celebrazione dell’amor cortese.
o Storiografia: Di un rinnovato interesse per la storia ci offre testimonianza la produzione di cronache, in cui la storia si riduce al resoconto di grandi eventi e il cui massimo esponente fu il vescovo Ottone di Frisinga.
Accanto alle cronache, gli annali nacquero nell’VIII secolo come tavole in cui era indicata la data della Pasqua, ma poi si annotarono, a fianco di ogni anno trascorso, i principali avvenimenti accaduti; il consolidamento dei centri del potere ne stimolò la composizione.
Il Medioevo ha lasciato una quantità straordinaria di vite dei santi con intento edificatorio.
La cultura folklorica
La cultura folklorica era diffusa nei vari livelli della società e si manifestarono in leggende, miti, fiabe, riti di passaggio e di guarigione, feste ricorrenti, anniversari stagionali, credenze animistiche e consuetudini della vita materiale.
Alcune sue manifestazioni medievali rinviano ad una più antica civiltà delle origini, basata su un’economia agricola e silvo – pastorale; altre sono da ricondurre al folklore celtico; altre sono il risultato della mescolanza di elementi atavici che entrarono in contatto con nuove situazioni culturali.
Le fonti medievali sono testi composti da dotti appartenenti al mondo ecclesiastico e agli ambienti di corte.
Costituiscono fonti di tipo ecclesiastico i racconti delle vite dei santi, i manuali per confessori, le raccolte di exempla a carattere didattico, i testi dei sermoni e delle prediche, attraverso cui si effettuava il controllo sui laici da parte della gerarchia ecclesiastica e si realizzava una comunicazione tra la Chiesa evangelizzatrice e i fedeli.
Fonti di tipo secolare sono le trascrizioni anonime delle leggende bretoni gallesi, i poemi epici, la tradizione liederistica tedesca, le saghe germaniche e scandinave, i canti goliardici.
Nei testi religiosi e secolari, la cultura folklorica irrompe con la propensione al meraviglioso a la concezione magica del mondo; l’influenza di forze benefiche e malefiche fu indirizzata dalla Chiesa verso il conflitto tra bene e male.
Nei primi secoli del cristianesimo era prevalsa la volontà di estirpare i segni delle concezioni pagane, insistendo sull’empietà delle pratiche superstiziose; successivamente intervenne un processo di interazione tra i contenuti del folklore e l’organizzazione cristiana della società.
Al primo tipo di risposte appartengono i tentativi di spezzare l’ambivalenza della cultura folklorica verso le potenze della natura, che la cultura ecclesiastica identificò in manifestazioni del demonio; furono edificate Chiese e santuari dove erano stati venerati gli dei pagani.
Al secondo tipo di risposte appartengono le specializzazioni taumaturgiche dei santi, il rapporto di assistenza che legava le comunità al loro protettore, le cerimonie liturgiche durante l’anno, la cristianizzazione di simboli come il Graal.
La cultura popolare del Medioevo testimonia una storia complessa di tentativi di assimilazione e di resistenza ad essi.
In alcuni casi l’interazione tra le due culture ebbe esiti positivi, come nei casi delle rogazioni, che si svolgevano nel periodo di massimo rigoglio della natura ed erano finalizzate ad ottenere da Dio la fertilità dei campi e l’abbondanza delle messi, e della commemorazione dei defunti, fissata ai primi di novembre.
L’interazione ha prodotto, in altri casi, uno snaturamento.
Molteplici furono le resistenze, riconoscibili nel rito di propiziazione sotteso alle rogazioni, nell’irriverenza del Carnevale prossimo alla Quaresima, nei fuochi del solstizio estivo.
Si aggiungono i temi di provenienza celtica, connessi al rapporto tra mondo dei vivi e mondo dei morti, elementi che, nel XIV secolo confluirono nella concezione del sabba.
Ad opporre una resistenza è stata l’ambivalenza del folklore, cultura che ha avvertito il nesso tra sacralità e violenza, tra esaltazioni della vita e pulsioni di morte, tra segni fausti e infausti.
LA CRISI DEL TRECENTO
L’Europa agli inizi del Trecento: i segnali della crisi
Tra la fine del ‘200 e gli inizi del ‘300 si moltiplicarono i segnali di difficoltà:
o Intorno al ‘300 si ebbe un rallentamento della crescita demografica: la popolazione europea smise di crescere, poiché carestie ed epidemie agirono sui tassi di mortalità.
Una condizione di deficit alimentare faceva sì che gli organismi fossero incapaci di opporre resistenza all’aggressione di malattie epidemiche, e le difficoltà di approvvigionamento spingevano gli uomini a mettersi in cammino, moltiplicando le occasioni di contagio e di diffusione delle malattie.
L’aumento della mortalità riduceva la possibilità di una ripresa produttiva.
o La cristianità non si espandeva più; la conquista e la coltura di nuovi territori ai margini dell’Europa si stavano arrestando e non esisteva più una frontiera in grado di assorbire l’aumento della popolazione.
o Le carestie divennero più frequenti: di particolare gravità fu quella che colpì l’Europa settentrionale fra il 1315 e il 1317, mentre altre si abbatterono sulle regioni meridionali.
Agli inizi del ‘300 le situazioni di penuria alimentare si aggravavano ed erano seguite da periodi di depressione.
o L’espansione commerciale stava arrestandosi: la crisi della costruzione politica mongola in Asia e l’offensiva dei Turchi rendeva impraticabili le vie commerciali con l’Asia e le fiere della Champagne declinarono.
o Si fecero più acute le tensioni sociali: nell’area delle Fiandre, il malessere sociale, dovuto alle difficoltà dell’industria tessile, sfociò in scioperi e rivolte urbane, estendendosi nelle campagne.
In località inglesi, francesi e italiane si verificarono tumulti popolari, che assunsero connotati religiosi e confluirono in movimenti ereticali di tipo pauperistico.
o Il settore dell’edilizia segnò un rallentamento a causa dei costi.
Le interpretazioni degli storici
La situazione agli inizi del ‘300 si presenta in Europa con segni di una diffusa tendenza recessiva.
Alcuni hanno dato importanza ai fattori climatici, poiché, su un’agricoltura come quella medievale le variazioni sull’andamento climatico potevano ripercuotersi con conseguenze gravissime.
Nei primi anni del ‘300 ebbe inizio, nell’Europa settentrionale, una fase di piccola glaciazione, accompagnatala una piovosità eccessiva che faceva marcire i raccolti, invece nell’Europa meridionale le difficoltà insorsero a causa di periodi di siccità.
Alcuni hanno prospettato una spiegazione in termini sociali: furono i meccanismi della società feudale ad inceppare le potenzialità di sviluppo dell’economia europea.
I prelievi forzosi attuati da clero e aristocrazia a spese delle popolazioni contadine raggiunsero i limiti; la situazione poteva essere sbloccata solo da alterazioni dei precedenti rapporti socio – economici.
Hanno un rilievo determinante le rivolte sociali, sintomi e fenomeni di accelerazione della crisi di trapasso da una formazione socio – economica all’altra.
Alcuni propendono per una spiegazione di tipo malthusiano: Malthus sostiene che le popolazioni tendono ad accrescersi più rapidamente delle risorse disponibili, creando squilibri riaggiustati dalle crisi demografiche.
Agli inizi del ‘300 la popolazione europea era cresciuta in modo sproporzionato rispetto ai mezzi di sussistenza, così che il sovrappopolamento spingeva ad allargare le coltivazioni anche sui terreni marginali, su cui le rese diventavano insufficienti.
Bisognava ridurre l’apporto che i prodotti selvatici fornivano all’alimentazione contadina e diminuire la quantità di concime disponibile; il deficit dei raccolti produceva un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, costringendo le popolazioni a spendere il loro intero reddito nell’alimentazione, provocando un calo nella produzione manifatturiera, con conseguente crescita della disoccupazione.
La crisi del ‘300 appare come la resa dei compiti di una società ai limiti dello sviluppo; il tracollo demografico fu il modo per riequilibrare il sistema e porre le condizioni per la spinta propulsiva dei secoli successivi.
Alcuni ritengono che furono le guerre che aggravarono le difficoltà dell’economia europea, poiché nel ‘300 le guerre furono più frequenti e più lunghe che nelle epoche precedenti ed erano combattute da soldati mercenari, che integravano lo stipendio col saccheggio e che si trasformavano in briganti.
La peste
La peste arrivò in Occidente nel 1348, quando il morbo, proveniente dall’Asia centrale, aveva attaccato la colonia genovese di Caffa sul Mar Nero nel 1347, diffondendosi in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo.
Nell’arco di alcuni decenni la popolazione europea si ridusse del 30 %; infatti, nel XVI secolo molte regioni europee ritornarono ai livelli di popolazione degli inizi del XIV.
La pestilenza ebbe un’incidenza differenziata per ceti sociali e per fasce d’età: le persone agiate avevano maggiori probabilità di sopravvivere, mentre le popolazioni povere, addensate nei quartieri popolari della città, erano le più colpite, insieme a conventi e monasteri.
I bambini erano i più esposti al contagio, sia per la maggiore fragilità biologica, sia perché la disgregazione della vita familiare li poneva in condizioni di rischio.
La peste è una malattia dovuta a un bacillo che si riproduce nell’organismo dei roditori che vivono in un clima caldo – umido; le pulci ne ingeriscono il sangue infetto e trasmettono la malattia all’uomo, quando lo pungono.
Dopo giorni di febbre, compaiono, nella zona delle ghiandole linfatiche, i bubboni scuri: questa è la peste bubbonica, che può dar luogo alla peste polmonare, che ha un tasso di letalità più alto e che può trasmettersi da uomo a uomo.
Le sue cause restavano sconosciute: poteva essere stata provocata da una corruzione dell’aria, dovuta a sfavorevoli condizioni astrologiche, e si consigliava di purificarla bruciando legni aromatici; gli interventi terapeutici erano inconcludenti, l’unica precauzione utile era la fuga dai luoghi infetti.
I poteri pubblici cercarono di intervenire e individuarono nell’isolamento degli individui colpiti la misura essenziale, scontrandosi con difficoltà burocratiche, organizzative e finanziarie.
Se si considerava la peste come un castigo inviato da Dio, la salvezza si raggiungeva con la penitenza; fra i movimenti penitenziali, il più noto è quello dei Flagellanti, i cui spostamenti favorivano la diffusione del contagio.
Se la peste si considerava un dono del demonio, bisognava individuarne gli agenti, individuati dai cristiani nei Musulmani, negli eretici, negli stranieri e negli Ebrei, che venivano bruciati sul rogo.
Si ebbe l’invenzione del macabro, con le rappresentazioni delle danze macabre, e la figura del diavolo divenne più insistita e grottesca; rimaneva nell’ombra il tema dottrinale della morte come passaggio verso il regno dei cieli.

Le conseguenze della crisi demografica nelle campagne
Dalla metà del ‘300 alla metà del ‘400 scomparve un gran numero di villaggi in Germania, Inghilterra, Italia meridionale e insulare, nella Penisola Iberica e nelle regioni francesi.
Nei villaggi spopolati dalla peste, la vita diventava impossibile per i sopravvissuti, che emigravano verso le città; la disponibilità di terreni i cui coltivatori erano scomparsi consentiva di abbandonare le terre meno redditizie; il passaggio degli eserciti spingeva gli abitanti a concentrarsi in località più sicure; aree coltivate furono adibite all’allevamento del bestiame, provocando l’arretramento delle coltivazioni.
I passaggi della peste furono seguite da fasi di rialzo dei prezzi, poiché si accresceva la quantità di moneta; la carenza di manodopera faceva lievitare i salari.
Solamente i prezzi dei cereali registrarono un declino: la diminuzione della popolazione provocava una contrazione della domanda superiore a quella registrata dalla produzione.
Ma i prezzi di altri generi alimentari e dei prodotti manifatturieri continuarono a crescere, poiché l’alleggerita pressione demografica consentì un innalzamento del tenore di vita medio; la diffusione di più adeguati livelli alimentari costituì la premessa alla ripresa demografica della seconda metà del ‘400.
I costi crescenti della manodopera convinsero molti proprietari a modificare l’utilizzazione dei terreni: si diffusero le coltivazioni di piante d’uso “industriale” e l’allevamento del bestiame bovino; nelle regioni centrali della Penisola Iberica, nelle campagne romane e nel Tavoliere pugliese si diffuse la pastorizia transumante.
La signoria fondiaria subì una decurtazione dei redditi, a causa dell’aumentato costo del lavoro, del ribasso del valore dei cereali, delle distruzioni belliche e del maggior carico fiscale.
o Dove non esistevano città, i signori legarono con più forza i servi alla terra, aggravandone i carichi, con il risultato che i contadini dell’Est si trovarono legati alla gleba e obbligati a prestare servizi nelle riserve signorili.
Nella Penisola Iberica e nell’Italia meridionale la debolezza dei poteri politici favorì la formazione dei latifondi.
o In alcuni casi i proprietari rinunciarono alla conduzione diretta e diedero le terre in affitto ai contadini; i proventi degli affitti consentivano di concentrare maggiori risorse sui terreni in conduzione diretta, riconvertendoli in coltivazioni più redditizie.
In altri casi i signori compensarono la caduta dei redditi con un aumento delle esazioni, che dipesero dall’amministrazione della giustizia locale, dai monopoli, dalle privative e dalle imposte sui consumi.
Nelle regioni dove la proprietà signorile era stata sottoposta a erosione, la crisi causò trasferimenti di proprietà di terreni; aumentò la quantità delle terre dei cittadini.
In Toscana e nella Francia meridionale si diffusero l’appoderamento, cioè il raggruppamento di appezzamenti in un’unica azienda, e il contratto di mezzadria, secondo cui il proprietario riceveva metà dei prodotti.
Nell’Europa occidentale scomparve la servitù e i ceti signorili allentarono il controllo sulla terra e sui lavoratori agricoli, puntando sulla rendita fondiaria.
Le rivolte contadine
Nel XIV e XV secolo le campagne europee furono teatro di rivolte contadine, che si erano verificate anche anteriormente alla crisi demografica, ma ora erano più frequenti e di maggior portata.
La crisi aveva fatto sentire i suoi effetti sui piccoli proprietari indipendenti, colpiti dalla caduta del prezzo dei cereali e privi di risorse sufficienti, così che crebbe il numero di contadini privi di terre proprie.
I signori alimentarono una difesa delle antiche consuetudini dei contadini e aggravarono la pressione fiscale per finanziare le guerre.
Una rivolta di grandi dimensioni scoppiò in Francia nel 1358 quando, dopo la sconfitta di Poitiers del 1356, il futuro Carlo V aveva convocato gli Stati Generali per ottenere i finanziamenti per la ripresa della guerra.
La borghesia, a capo di cui emerse Etienne Marcel chiese, in cambio della concessione di nuove tasse, un maggior potere di controllo; la tensione sfociò in un’insurrezione popolare nella campagna dell’île de France.
I Jacques francesi assaltarono chiese, monasteri, castelli, ne saccheggiarono l’interno, ne uccisero gli abitanti; la ribellione dilagò nel Nord del Paese, non riuscì a saldarsi con il movimento della borghesia parigina e fu repressa. Un’altra rivolta si ebbe in Inghilterra nel 1381, all’origine di cui vi fu la decisione del Parlamento di introdurre una tassa di tre scellini; la ribellione scoppiò nelle campagne dell’Essex e si estese nelle regioni limitrofe.
I rivoltosi tentarono di marciare su Londra, sotto la guida di Wat Tyler e John Ball, tentando di ottenere l’appoggio del re; la presenza del clero distinse la rivolta inglese, spiegabile con la diffusione del moto di riforma religiosa dei Lollardi. Nei mesi successivi la rivolta fu domata e i suoi capi furono uccisi.
I territori tedeschi furono invasi dalle rivolte, alla base di cui furono i conflitti tra le comunità contadine e i signori, che scaricavano sulle masse rurali il peggioramento delle proprie condizioni, dovute alla crisi della proprietà signorile e all’accentuarsi della pressione burocratica esercitata dai principi territoriali.
I signori limitarono l’estensione delle terre comuni e inasprirono i vincoli di servaggio; le comunità contadine si richiamarono alle consuetudini che i signori cercavano di spezzare, ma affiorava nelle rivolte un motivo religioso, come accadde durante le guerre hussite.
I contadini tedeschi dimostrarono l’incapacità di comprendere l’irreversibilità dei processi di diversificazione sociale, che la crisi del Trecento aveva messo in moto e che rendeva anacronistico il sogno di restaurare comunità di contadini liberi. Più efficaci di esse furono le lotte condotte dalla collettività rurale contro le pretese signorili: il bracconaggio, il rifiuto del pagamento dei canoni, il contrabbando.
I riflessi della crisi sull’economia e sulle società urbane
La diminuzione della popolazione e la scarsità della manodopera, con l’aumento dei salari e del prezzo dei prodotti, portarono ad una contrazione della produzione manifatturiera; ogni città cercava di difendere i propri mercati e adottava politiche protezionistiche.
Nella prima metà del ‘300, alcune compagnie finanziarie toscane erano fallite; ne era seguita una catena di fallimenti di case commerciali e di botteghe artigiane che aveva determinato un aumento della disoccupazione.
Le cause stavano nei prestiti concessi a sovrani europei e nell’impossibilità di rientrarne in possesso dopo l’inizio della Guerra dei Cent’Anni.
Nella seconda metà del ‘300, il progressivo esaurimento delle miniere d’argento europee, sottoposte ad uno sfruttamento intensivo, e le difficoltà nell’approvvigionamento dell’oro africano determinarono una situazione di carestia monetaria, che tendeva ad abbassare i prezzi e determinava un minore stimolo alla produzione e al commercio.
Tutto ciò provocava esplosioni di violenza contro i mercanti stranieri, accusati di fare incetta di monete pregiate.
o La decadenza della produzione laniera sollecitò processi di ristrutturazione; crebbe la produzione di tessuti meno costosi e si diffuse il lavoro a domicilio.
Queste localizzazioni industriali portarono ad una specializzazione nelle diverse aree e ad un’accentuazione della divisione internazionale del lavoro.
o In Inghilterra si ebbe un balzo in avanti nella produzione dei panni di lana; il calo nelle esportazioni di lana greggia fu legato all’aumento nell’esportazione di manufatti.
o Si registrò un’espansione nella produzione di articoli di lusso, come tessuti di seta e broccati.
o L’incremento dei consumi voluttuari si manifestò nel settore edilizio con la costruzione di palazzi più grandi e ricchi, segno del divario economico tra i gruppi sociali.
o Le guerre producevano ricchezza: il loro ripetersi stimolò lo sviluppo dell’industria metallurgica legata alla fabbricazione delle armi.
La decadenza delle fiere della Champagne determinò la fortuna di nuovi centri commerciali, ma fu anche il sintomo delle trasformazioni del commercio internazionale.
Il mercante si muoveva sempre meno e operava attraverso agenti e utilizzava nuove tecniche nel campo dell’associazione, dell’assicurazione, dei mezzi di pagamenti, del trasferimento di merci e capitali.
Le città hanseatiche declinarono nel XV secolo, lasciando l’eredità alle città olandesi.
I progressi delle tecniche nautiche e la costruzione di navi più grosse posero la penisola iberica in una posizione nevralgica, negli scambi tra il Sud e il Nord dell’Europa.
Il malessere sociale nelle città. Povertà e rivolte
Nelle città medievali ci furono sempre molti poveri, ma, dalla metà del ‘300, la situazione peggiorò, a causa delle trasformazioni economiche in atto nelle città e nelle campagne, come cattivi raccolti, passaggi di truppe, scomparsa dei familiari e trasformazioni agrarie.
La massa dei poveri comprendeva vecchi, ammalati, vedove, orfani, infortunati, disoccupati e persone cadute in miseria. Questa popolazione povera costituiva una minaccia per l’ordine pubblico, poiché i suoi comportamenti sfociavano spesso in rivolte; le risposte delle classi dirigenti cittadine si collocarono tra pietà e forca.
Nacquero ospizi, ospedali, orfanotrofi, congregazioni di carità; gli Ordini Mendicanti allargarono l’area sociale dei benefattori: i Francescani promossero l’istituzione dei Monti di pietà, con la finalità di concedere prestiti alle classi più povere contro il pegno di beni mobili, che furono riconosciuti ufficialmente dal V Concilio Lateranense nel 1515.
Su questo sfondo di diffusa miseria si collocarono le rivolte urbane del ‘300 – ‘400, che ebbero carattere impetuoso e caotico e furono provocate da aumenti di prezzo.
A Firenze la massa dei salariati nel settore della produzione laniera era in condizione di subordinazione nei confronti dei proprietari, che controllavano il ciclo produttivo e detenevano il governo della città.
Il 20 luglio 1378, gli operai insorsero e imposero la costituzione di tre nuove Arti, dei Sarti, dei Tintori e dei Ciompi, costituenti il Popolo di Dio, e ottennero la nomina di Michele di Lando a Gonfaloniere di Giustizia, fino a quando i Ciompi furono abbandonati dalle due Arti nuove; il tumulto dei Ciompi non produsse risultati effettivi.
L’antisemitismo nel Medioevo
Col termine antisemitismo si indicano tutte le forme di ostilità che si sono manifestate contro gli Ebrei.
Nel mondo romani, gli Ebrei si posero in antitesi con il cosmopolitismo della filosofia stoica, e furono accusati di attaccamento a tradizioni e superstizioni che appartenevano solo a loro.
Il cristianesimo aggravò la situazione, ma grazie all’opera di Paolo di Tarso prevalse l’interpretazione secondo cui Cristo aveva portato la salvezza all’umanità tutta, aprendosi ad un’azione di proselitismo universale e recidendo i legami con l’ebraismo.
Quando la Chiesa fu in grado di condizionare la politica imperiale, fece in modo che fossero presi provvedimenti contro gli Ebrei, accentuando le discriminazioni antiebraiche.
Un inasprimento dell’atteggiamento cristiano verso gli Ebrei si manifestò nel clima delle crociate, in cui prese piede l’accusa di praticare l’omicidio rituale dei cristiani; tali accuse non furono accreditate ufficialmente, ma furono incentivate forme di devozione verso i luoghi di questi presunti omicidi rituali.
L’odio verso gli Ebrei si manifestò ripetutamente con saccheggi e massacri.
Queste persecuzioni ebbero conseguenze sulle comunità ebraiche, spinte a rinchiudersi in se stesse e ad accentuare la diffidenza verso il resto della popolazione, e creando la figura dell’ebreo – usuraio.
Nel Medioevo, la Chiesa proibiva il prestito ad interesse, ma gli Ebrei, esposti al rischio delle persecuzioni, preferivano di disporre di denaro liquido, specializzandosi nell’usura.
Le difficoltà della crisi del ‘300 suscitarono una nuova ondata di persecuzioni antiebraiche; contro gli Ebrei si diresse il bisogno popolare di trovare i responsabili delle sciagure: nel ‘400 ebbe fortuna l’abbinamento tra Ebrei e il diavolo.
La rivalità religiosa si era trasformata nell’idea dell’Ebreo come essere impuro.
Tutto questo sfociò, alla fine del Medioevo, nella creazione dei ghetti, di quartieri urbani dove gli Ebrei erano obbligati a risiedere, separati dai cittadini cristiani.
CHIESA E REGNI TRA XIV E XV SECOLO
La Guerra dei Cent’Anni
Il conflitto che nel XIV e XV secolo oppose i re di Francia e d’Inghilterra è ricordato come Guerra dei Cent’Anni. L’ostilità tra i sovrani francesi e inglesi, vassalli dei primi, si era manifestata all’epoca di Bouvines e l’espulsione degli Inglesi dalla Francia, nel 1453, pose fine alla rivalità franco – inglese; per questo, la Guerra dei Cent’Anni non ebbe né inizio né fine, ma si considerano gli anni tra il 1337 e il 1453 quelli di principale scontro.
Dopo la morte nel 1314 di Filippo IV, il Bello, si susseguirono sul trono di Francia i suoi figli; alla morte dell’ultimo, Carlo IV, nel 1328, richiamandosi alla Legge salica, si elesse al trono Filippo di Valois, il parente più prossimo del defunto, con il nome di Filippo VI.
La sua incoronazione scontentò Edoardo III, nipote di Filippo IV il Bello; il re di Francia gli confiscò i possedimenti della Guascogna e appoggiò la Scozia in guerra con lui, mentre Edoardo rivendicò la corona francese, contando sugli aiuti delle grandi casate feudali francesi; nel 1337 scoppiarono le ostilità.
Gli Inglesi sbaragliarono l’esercito francese a Crecy nel 1346, occuparono Calais nel 1347, sconfissero i Francesi a Poitiers nel 1356 e catturarono il re di Francia Giovanni II; la pace di Bretigny nel 1360 assegnò al re inglese vastissimi territori.
Il nuovo re di Francia Carlo V affidò il comando a Bertrand du Guesclin, che adottò una strategia di logoramento che costrinse gli Inglesi ad abbandonare parte dei territori occupati.
In Inghilterra la rivolta del 1381 fu seguita da una crisi politica; Riccardo II tentò di governare servendosi di consiglieri di sua nomina: la reazione del Parlamento portò alla detronizzazione del sovrano e all’incoronazione di Enrico IV dei Lancaster; le guerre contro la scozia e la ribellione del Galles impedirono di riprendere l’iniziativa militare in Francia. Anche la Francia conobbe numerose rivolte popolari; la minorità e l’infermità mentale di Carlo VI diedero spazio alle ambizioni degli aristocratici, divisi nelle fazioni degli Armagnacchi, sostenitori del duca d’Orleans, e dei Borgognoni, sostenitori del duca di Borgogna.
Quando Enrico V d’Inghilterra riaprì le ostilità contro la Francia, questa non era in grado di opporre una forte resistenza; ad Azincourt, nel 1415, la cavalleria francese subì una sconfitta.
Col trattato di Troyes del 1420, Enrico V sposò la figlia di Carlo VI e fu riconosciuto erede al trono di Francia; la sua morte, nel 1422, fece sì che il figlio fosse proclamato, con il nome di Enrico VI, re di Francia e di Inghilterra, mentre il figlio di Carlo VI assunse il nome di Carlo VII e ripiegò a sud della Loira.
Il lealismo dinastico, la fede religiosa e l’insofferenza verso gli stranieri Inglesi animarono la resistenza delle popolazioni francesi; Giovanna d’Arco, una giovane di campagna, si presentò come inviata dal Cielo a salvare la monarchia francese: quando fu arsa dagli Inglesi come eretica, i Francesi liberarono Orleans e Carlo VII fu consacrato re.
Nel 1453, gli Inglesi abbandonarono la Francia, dove conservarono solo la piazzaforte di Calais.
Caratteristiche e conseguenze della Guerra dei Cent’Anni
Nel corso della guerra i Francesi subirono sconfitte disastrose, anche se disponevano di un territorio più vasto, popolato e ricco dell’Inghilterra e i loro eserciti erano più numerosi di quelli che gli Inglesi potevano traghettare; gli Inglesi vinsero le battaglie principali, ma persero la guerra.
L’esercito inglese aveva la sua forza negli arcieri; l’arco inglese consentiva di scagliare una pioggia di frecce che apriva vuoti nelle file della cavalleria francese: i cavalieri inglesi assalivano i superstiti cavalieri francesi e li finivano.
La diversità militare era il riflesso di una diversa struttura sociale: la supremazia dei signori – cavalieri di Francia non consentiva una collaborazione militare con i sottoposti, cosa che era possibile in Inghilterra, dove la soggezione a funzionari statali aveva attenuato l’orgoglio di casta dei cavalieri.
Carlo V affiancò al reclutamento feudale un sistema di reclutamento mercenario, dando maggior efficacia all’esercito francese, ma creando i problemi del finanziamento per pagare le truppe e di renderle innocue una volta licenziate; Carlo VII, nel 1445, formò le prime compagnie di ordinanza, che furono potenziate da Luigi XI.
Questo richiedeva un impegno finanziario crescente; venne affermandosi il principio che i re non dovevano contare solo sul patrimonio personale, ma potevano imporre tributi a tutti i sudditi, puntando sulle imposte indirette, gravanti sulla commercializzazione e il consumo di determinate merci.
Nel corso della guerra, si fece ricorso alle imposte dirette, concretizzando il principio che tutti gli abitanti erano obbligati a sostenere le spese necessarie alla vita del Regno, e dimostrando quanto importante stesse diventando il ruolo dello Stato.
In Inghilterra la lingua parlata dalle classi dirigenti era stata il francese ma, durante la guerra, nelle scuole si iniziò a insegnare l’inglese; Geoffrey Chaucer e John Wycliffe furono i padri della letteratura inglese.
La guerra e la presenza del nemico dettero una diffusione popolare all’idea di Francia.
Francia e Inghilterra dopo la Guerra dei Cent’Anni
In Francia, l’avvenimento del regno di Luigi XI, figlio di Carlo VII, fu il conflitto con Carlo il Temerario, duca di Borgogna, che aspirava a riconquistare la Lorena e ad unificare la Borgogna e le Fiandre.
A Nancy, nel 1477, Carlo il Temerario fu sconfitto dagli Svizzeri alleati con il re di Francia, permettendo a Luigi XI di incorporare diversi territori borgognoni; ma i grandi feudatari di Francia sollevarono problemi anche sotto Carlo VIII e Luigi XII, e il Regno restava un agglomerato di territori dalla giurisdizione non uniforme.
Le leggi consuetudinarie locali furono lasciate in vigore e nelle singole regioni furono creati dei parlamenti provinciali, ma tutti i sudditi riconoscevano uno stesso re; unità del Regno e autonomia delle province.
In Inghilterra, dei disordini opposero le diverse fazioni aristocratiche per il potere e il possesso della Corona; la guerra civile che oppose i Lancaster e gli York, nota come Guerra delle Due Rose, decimò l’aristocrazia inglese e ne ridusse la potenza; dalla guerra emerse vincitore, nel 1485, Enrico Tudor, con cui saliva al trono la dinastia Tudor.
Inaugurando un periodo di stabilità dinastica e politica, Enrico VII si dedicò a restaurare il potere della Corona; governò attraverso un Consiglio della Corona e nell’amministrazione locale impiegò i giudici di pace, scelti tra la piccola nobiltà di provincia, la gentry.
La penisola iberica
Il Regno di Castiglia fu travagliato per tutto il ‘300 da lotte dinastiche, per cui l’organizzazione di un solido apparato statale non riuscì ad avere la meglio sul particolarismo dei grandi signori; i re dovettero appoggiarsi alla piccola feudalità e alle borghesie cittadine coalizzate nelle hermandades.
In Aragona il potere regio dovette venire a patti coi particolarismi municipali e nobiliari; le Cortes furono riconosciute come un organo istituzionale che affiancava il sovrano.
L’Aragona, nel XIV secolo tolse la Sardegna ai Pisani e assunse il controllo di alcuni territori greci.
I disordini interni, le rivalità, le difficoltà economiche e gli orientamenti diversi della politica estera impedirono alla Castiglia e all’Aragona di riprendere la lotta contro i resti del dominio musulmano; nel 1469 avvenne il matrimonio tra Isabella, sorella del re di Castiglia, e Ferdinando, erede al trono aragonese, realizzando l’unione delle due regioni: non ne derivò l’unificazione delle istituzioni dei due Regni, ma fu possibile riprendere la reconquista, che culminò con la caduta del regno di Granada nel 1492.
L’Europa centrale ed orientale
La Bolla d’Oro aveva sancito, in Germania, il frazionamento della sovranità, la costruzione di apparati statali regionali, la permanenza di signorie indipendenti e l’inadeguatezza dell’Impero a svolgere un ruolo di unificazione; Venceslao e Sigismondo, della casata di Lussemburgo, non furono capaci di far funzionare la corona imperiale come elemento di mediazione e di coordinamento.
Brandeburgo, possesso boemo, fu assegnato alla famiglia degli Hohenzoller; alla morte di Sigismondo, i suoi possessi boemi e ungheresi passarono, con il titolo imperiale, al genero Alberto II d’Asburgo, duca d’Austria, che ebbe come successore Federico III d’Asburgo, che dovette rinunciare alla Boemia e all’Ungheria; questo fu compensato dal matrimonio di Massimiliano d’Asburgo con la figlia di Carlo il Temerario, duca di Borgogna, che implicò l’appropriamento dei Paesi Bassi, dopo la sconfitta di Carlo a Nancy, nel 1477.
L’Ungheria mirò ad estendere l’egemonia sui territori circostanti, ma nel 1396 essa fu sconfitta dai Turchi a Nicopoli; dopo complesse vicende che portarono alla temporanea unione con la Polonia e con l’Impero, l’Ungheria si ricostituì come regno indipendente con Mattia Corvino, che condusse una politica finalizzata alla conquista del titolo imperiale, ma, alla morte di Federico III di Asburgo, gli elettori tedeschi gli preferirono Massimiliano d’Asburgo.
Mattia Corvino riuscì ad arginare la marcia espansionistica dei Turchi, senza riuscire ad infliggere loro sconfitte decisive. Le sue riforme tributarie e amministrative fecero dell’Ungheria uno dei regni meglio amministrati d’Europa e il suo mecenatismo favorì una fioritura artistico – culturale; alla sua morte, il Regno di Ungheria si unificò con quello di Polonia. La Boemia, grazie alle miniere d’argento, conobbe uno sviluppo economico, politico e culturale, che avvenne sotto i sovrani della casata di Lussemburgo e a cui corrispose una presenza di elementi tedeschi nella vita del Paese; l’opposizione della popolazione boema alla preponderanza tedesca si espresse nella partecipazione alle guerre hussite, che furono guerre proto – nazionali, condotte sotto le bandiere della religione, che portarono ad un indebolimento del predominio tedesco sulla regione boema.
Dopo la morte di Sigismondo, la Boemia si trovò unita prima alla Polonia e poi ai territori della casa d’Austria; riacquistò la propria indipendenza nel 1452, quando Giorgio I Podebrady fu eletto reggente di Boemia e poi re nel 1458.
Dovette combattere contro le forze cattoliche e Mattia Corvino, uscendone sconfitto, ma salvaguardò l’indipendenza boema; designò come successore Ladislao Jagellone di Polonia, che divenne, nel 1471, re di Boemia e che proseguì la lotta contro Mattia Corvino, fino a divenire, nel 1490, anche re d’Ungheria.
La Polonia conobbe nel ‘300 un certo sviluppo economico che si accompagnò ad una maggiore stratificazione sociale e alla nascita di città; il solidificarsi della compagine sociale e la sua espansione ad oriente furono suggellati dallo spostamento della capitale a Cracovia e dai risultati conseguiti da Casimiro III il Grande.
Sotto di lui furono stabiliti i confini occidentali del Regno e si intensificò la spinta espansiva verso le altre direzioni; a nord, la potenza dei Cavalieri Teutonici fu ridimensionata; a sud – est, il regno polacco arrivò a toccare il Mar Nero. Casimiro ottenne questi risultati ponendo fine all’anarchia interna e alle guerre private fra i magnati polacchi, grazie all’appoggio delle borghesie cittadine e degli strati inferiori della nobiltà.
La corona polacca passò al granduca di Lituania, Ladislao II Jagellone; la Lituania era diventata una grande potenza, capace di resistere ai Cavalieri Teutonici e il cui territorio si stendeva dal Baltico al Mar Nero.
La partita con i Cavalieri Teutonici si risolse nel 1410 con la battaglia di Grunwald, che spezzò la potenza dell’Ordine e diede alla Polonia il controllo del litorale baltico.
I successori Jagelloni consolidarono la potenza territoriale polacca, ma si trattava di un agglomerato di terre prive di effettiva unità, in cui il potere delle casate aristocratiche si era rafforzato in seguito ai contraccolpi della recensione economica; la potenza della Chiesa e le ferite della rivolta hussita costituivano dei limiti alla potenza jagellonica.
Nelle pianure russe non esisteva alcuna configurazione stabile; l’impero dei Tartari, l’Orda d’Oro, coordinava i principati indigeni, ma l’arretratezza della vita economica non rendeva necessaria un’unificazione maggiore; i grandi principi, gli aristocratici più potenti e la Chiesa avevano il monopolio della terra.
I granduchi di Mosca condussero verso i loro vicini e i vari Khan tartari una politica ora di guerra, ora di collaborazione; dei progressi si ebbero nella seconda metà del ‘400 con Ivan III, che sottomise Novgorod e rafforzò le istituzioni del potere centrale moscovita.
Il peso politico di Mosca fu una conseguenza del fatto che il patriarca di Mosca divenne il principale esponente della Chiesa greco – ortodossa.
Si introdusse il termine imperiale di czar, o zar, e Ivan III sposò la figlia dell’ultimo imperatore bizantino; il potere politico dei boiari fu limitato dall’azione legislativa dello czar, che sancì l’esistenza della servitù della gleba.
L’Oriente mediterraneo
Dopo che gli Stati cristiani d’Oriente erano caduti sotto la sovranità dei sultani mamelucchi d’Egitto, i soli baluardi che gli Occidentali avevano nel bacino orientale del Mediterraneo erano Rodi, Cipro, gli scali genovesi e veneziani e alcuni lembi dell’ex Impero latino d’Oriente.
Fra i potentati della regione vi era l’Impero bizantino, cui della passata grandezza rimanevano solo il nome e l’orgoglio; la sua restaurazione non ne aveva risollevato le sorti: sotto la dinastia dei Paleologhi, il commercio rimaneva nelle mani di operatori stranieri, le casse dello Stato erano vuote, l’aristocrazia spadroneggiava e le rivolte contadine si susseguivano. Nella Penisola Balcanica, Bulgari e Serbi avevano costituito Stati indipendenti e le popolazioni rumene si erano organizzate nei principati semiautonomi di Moldavia e Valacchia; dopo l’ondata mongola, nel ‘300 si affacciarono i Turchi Ottomani.
I Turchi Ottomani (da Othman, il loro primo condottiero) erano stati dei mercenari al servizio dei confratelli Selgiuchidi in Anatolia; si costruirono un dominio nella parte nord – occidentale della penisola anatolica e cominciarono ad occupare alcuni territori balcanici.
Conquistarono Adrianopoli e vi posero la loro capitale, con a capo il sultano; Bulgari e Serbi subirono nel Kossovo, al Campo dei Merli, una sconfitta che aprì ai Turchi la via della vallata del Danubio, sconfiggendo gli Stati cristiani.
La forza militare era costituito dalla fanteria dei giannizzeri, un corpo costituito da ragazzi prelevati nelle regioni cristiane sottomesse e educati secondo la fede islamica, in uno spirito di confraternità militare e religiosa.
Il trionfo ottomano fu ritardato da una nuova ondata mongola, guidata da Tamerlano e dalla sconfitta subita presso Ankara nel 1402; la morte di Tamerlano nel 1405 e la disgregazione del suo Impero restituirono agli Ottomani libertà di manovra.
Il sultano Murad II sconfisse gli eserciti ungheresi e polacchi a Varna nel Kossovo; quando salì al potere Mehmed II il Conquistatore, che intraprese una politica imperiale, esistevano molte forze che si opponevano alla costituzione di un potere centralizzato nelle mani del sultano.
Nel 1453, Costantinopoli fu cinta d’assedio e presa; nella difesa trovò la morte l’ultimo imperatore Costantino XI Paleologo.
Le vittorie degli Ottomani furono dovute a diversi fattori: la struttura feudale fu tenuta sotto il controllo del sovrano; ai contadini furono garantite sicurezza e condizioni di vita migliori di quelle godute nei paesi cristiani; gli Ottomani non violarono le coscienze religiose dei sudditi, ma solo ai convertiti all’Islam erano aperte le carriere civili e militari; la condizione più importante fu la disunione tra gli Stati cristiani.
Quando Mehmed morì nel 1481, gli Ottomani erano padroni di un immenso territorio che andava dai confini orientali dell’Anatolia all’Adriatico e al Danubio.
La Chiesa: dalla “cattività avignonese” agli scismi
Tra il 1305 e il 1377, sette papi francesi tennero residenza ad Avignone: vi furono momenti in cui l’azione del papato parve caratterizzata dal fasto della corte e dal nepotismo e momenti in cui si cercò di restaurare un clima austero e di eliminare privilegi e fanatismi.
La Curia si arrogò il diritto di decidere su un numero crescente di questioni e di intervenire nell’assegnazione dei benefici ecclesiastici; per far funzionare questa amministrazione, le entrate non erano mai sufficienti.
Le accuse contro la corruzione del papato si facevano insistenti, tra cui gli appelli di Santa Caterina da Siena per l’abbandono della sede avignonese, e si configurò la speranza che un ritorno dei pontefici a Roma potesse favorire la riforma.
Gregorio IX riportò la sede papale a Roma nel 1377, ma alla sua morte si riaprì una nuova crisi: il popolo romano minacciava di ricorrere alla violenza qualora non fosse stato eletto un pontefice italiano come successore, che fu poi l’arcivescovo di Bari, Urbano VI.
I cardinali che avevano eletto Urbano VI si riunirono a Fondi e nominarono un altro papa, il vescovo di Ginevra, con il nome di Clemente VII.
A sostegno di Urbano VI si schierarono Impero, Inghilterra, Polonia Ungheria e Italia settentrionale, a sostegno di Clemente VII, che riportò la residenza ad Avignone, Francia, Scozia, Castiglia ed Aragona; le motivazioni politiche e contribuirono ad irrigidire la contrapposizione: i due papi elessero nuovi cardinali e la loro morte non risolse il Grande Scisma, perché entrambe le Chiese nominarono dei successori.
La soluzione della dimissione di entrambi i papi e della convocazione di un Concilio generale lasciava irrisolta la questione di chi avesse il diritto di convocarlo; nel 1409, i cardinali convocarono un Concilio a Pisa, che nominò un nuovo pontefice e dichiarò decaduti gli altri due, che non dichiararono legittima questa decisione.
La cristianità ebbe tre papi; il pontefice pisano, Alessandro V, si impegnò a procedere ad una riforma ecclesiastica, poiché lo scandalo della divisione dava adito alle richieste della riforma della Chiesa.
John Wycliffe sviluppò una critica delle gerarchie ecclesiastiche e rivalutava il ruolo dei poteri laici nelle cose di Chiesa; i Lollardi, seguaci di Wycliffe, ebbero un grande peso nella rivolta contadina in Inghilterra nel 1381 e sopravvissero fino al XV secolo.
Jan Hus incentrò la sua predicazione sulla riforma morale del clero e sulla difesa del popolo ceco ed esortò a ribellarsi contro la vendita delle indulgenze; il movimento hussita sopravvisse in Boemia e, dopo l’esecuzione di Hus, formulò i quattro articoli di Praga; le idee hussite furono estremizzate dai Taboriti.
L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo convocò a Costanza, nel 1414, un Concilio universale, che risolse lo scisma con l’elezione di Martino V e che proclamò la condanna di Jan Hus; la riforma affermò che il governo della Chiesa spettava al Concilio e stabilì che ogni 10 anni doveva riunirsi un Concilio generale.
Quando fu convocato, nel 1431, a Basilea, il Concilio, il pontefice Eugenio IV lo trasferì a Ferrara e poi a Firenze; molti padri conciliari elessero un altro papa: nacque il Piccolo Scisma, che si risolse con la vittoria del Papato, la cui superiorità fu sancita nella bolla Execrabilis di Pio II.
Il Concilio di Firenze aveva sancito l’unificazione delle Chiese d’Occidente e Oriente: i rappresentanti delle Chiese orientali riconobbero il primato romano sperando che ciò servisse a mobilitare la solidarietà dell’Occidente cristiano. Alcuni esponenti delle Chiese d’Oriente si allontanarono dal Concilio e, tra coloro che respinsero il progetto di unificazione, vi fu il patriarca di Mosca, Giona.
1

Esempio



  



Come usare