La prima guerra mondiale

Materie:Riassunto
Categoria:Storia
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Testo

LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Nel 1875, nella penisola balcanica, i contadini cristiani delle due province ottomane della Bosnia e della Erzegovina si ribellarono contro i grandi proprietari terrieri musulmani. Serbia e Montenegro intervennero a favore dei ribelli, ma vennero sconfitti dall’esercito turco. A quel punto anche la russia intervenne nel conflitto, al fine di allargare la propria influenza nella regione balcanica. L’esercito russo riuscì a sbaragliare i turchi, sicchè il sultano di Istanbul, fu costretto ad accettare la pesante pace di S.Stefano: il trattato prevedeva la nascita di un vasto stato di Bulgaria, comprendente gran parte dei territori europei sotto la dominazione ottomana e politicamente subalterno alla rissia. La crisi trovò pacifica composizione, nell’estate del 1878, per mezzo del cosiddetto congresso di Berlino, che vide riuniti nella capitale del Reich i ministri delle principali potenze. Alla Russia fu imposto di rinunciare alla grande Bulgaria; in cambio dell’appoggio diplomatico fornito all’impero ottomano, sia l’Austria Ungheria, sia l’inghilterra ottennero importanti concessioni: la prima potè occupare la Bosnia Erzegovina, mentre la seconda l’isola di Cipro. La Russia, dunque, dal congresso di berlino uscì umiliata e sconfitta. Il cancelliere tedesco Bismark infatti, timoroso di un eccessivo rafforzamento russo, sostenne solamente le posizioni e gli interessi dell’Austria Ungheria e dell’Inghilterra. Temendo poi un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Germania e Russia, nel 1879 Bismarck stipulò un’ alleanza con l’impero asburgico, che il Reich tedesco avrebbe sostenuto, fino al novembre del 1918. Nel 1881, la francia occupò la tunisia, e giustificò tale conquista come legittimo compenso, capace di pareggiare i vantaggi territoriali ottenuti a Berlino dall’Inghilterra e dall’Austria Ungheria. In questi periodo l’Italia, decise di avvicinarsi all’impero tedesco, principale avversario continentale della francia, e di legarsi ad esso con un’alleanza militare. Nel 1882 nacque la cosiddetta triplice alleanza, che comprendeva l’Austria Ungheria, l’Italia e la Germania. Tale alleanza, ipotizzava, come avversario principale la Francia: con essa la Germania era in tensione a seguito della conquista dell’Alsazia Lorena, mentre l’italia ne temeva un’ulteriore espansione nel mediterraneo. E’ lecito precisare che, stipulando la triplice alleanza l’italia rimandava a tempo indeterminato l’annessione di Trento e Trieste : tale questione appariva secondaria rispetto alla necessità di contenere l’imperialismo francese nell’area mediterranea. La Francia, da parte sua, trovò valido sostegno contro la Germania nella Russia con la quale venne stipulata un’alleanza difensiva nel 1892; si trattava di un legame decisamente anomalo in quanto, mentre la Francia era una Repubblica Parlamentare, fiera del proprio passato illuminista e rivoluzionario, l’Impero Zarista era monarchia assoluta e dispotica. A partire dagli anni 90 dell’800, la Germania si trovò di fronte alla prospettiva di una guerra su due fronti. Per lo stato maggiore il principale problema da risolvere divenne quello di come combattere contemporaneamente due avversari. La soluzione venne trovata dal generale Von Schlieffen. Il ragionamento del generale, partiva dalla constatazione che mentre le ferrovie tedesche erano modernissime ed efficienti, il sistema di trasporti russo, era ancora carente e arretrato. Prima che tutte le forze russe potessero essere portate al fronte e impiegate contro la Germania sarebbe passato un intervallo di tempo che l’impero tedesco avrebbe potuto sfruttare per concentrare le proprie energie ad ovest contro la Francia. Per sconfiggere in tempi brevi l’avversario occidentale era necessario compiere una mossa inattesa. Secondo Von Schlieffen, lìesercito la maggior parte delle truppe tedesche dunque, non avrebbe dovuto concentrarsi in Alsazia Lorena e sul fronte russo, ma avrebbe dovuto puntare direttamente a Parigi, dopo aver attraversato il Belgio. Dal momento che quest’ultimo era neutrale, i francesi sarebbero stati colti alla sprovvista da una simile offensiva alla capitale, con il risultato che la guerra si sarebbe conclusa con una completa vittoria tedesca. A quel punto, grazie all’efficientissimo sistema ferroviario del Reich, tutto l’esercito germanico, avrebbe potuto essere trasferito ad affrontare i russi e sconfiggere anch’essi. Tale piano, risultava brillante e pareva rispondere a tutti i problemi strategici dell’alto comando tedesco. Il previsto attraversamento del Belgio però, rappresentava un notevole elemento di debolezza: non solo avrebbe costituito una violazione degli accordi internazionali, ma soprattutto avrebbe provocato l’immediata reazione della Gran Bretagna. Nei quindici anni precedenti lo scoppio della guerra mondiale, la Germania condusse una politica nettamente ostile nei confronti della Gran Bretagna, che giunse a considerare il Reich germanico come il proprio rivale più temibile e pericoloso. Il principale motivo di attrito fra le due grandi potenze fu la grande flotta di navi da guerra di cui la gemania cominciò a dotarsia partire dal 1898. A tale sfida l’inghilterra rispose iniziando la costruzione di una serie di corazzate di nuovissima concezione camiate Dreadnoughts: esse erano navi enormi capaci di un’elevata velocità di crociera e armate di cannoni di grossissimo calibro. Anche in Germania si iniziarono a produrre le Drednoughts, dai cantieri tedeschi ne uscirono quattro ogni anno, negli anni compresi dal 1908 al 1912. Nel 1904, Francia e Gram Bretagna strinsero l’Entente Cordiale che riappianò tutti i problemi relativi alle rispettive zone di influenza in Africa; analogamente, l’inghilterra raggiunse un accordo anche con la Russia per chiudere ogni contrasto circa la Persia, l’Afghanistan e altri territori compresi tra i due imperi. L’ Inghilterra non stipulò alcun accordo militare vincolante con Francia e Russia, con esse però era ormai giunta ad un’intesa: tutte e tre queste potenze si erano convinte che la Germania fosse il loro vero ed unico potenziale nemico. La decisione tedesca di procedere alla costruzione della flotta da guerra non dipese dalla volontà della grande borghesia tedesca, infatti non tutto il capitalismo tedesco era favorevole ad un riarmo navale, come ad esempio Walter Rathenau, dirigente dell’AEG. La flotta da guerra, potrebbe essere vista, come un mezzo capace di mostrare al mondo la forza e la grandezza della Germania. Ai nostri occhi di uomini e donne del XXI secolo può apparire assurda questa ossessione per l’ ostentazione della potenza nazionale: non va dimenticato però che le elite dirigenti di quasi tutti gli stati d’Europa ragionavano in termini daewiniani, cioè concepivano la politica come una specie di giungla, in cui ciascuna nazione lottava per la propria sopravvivenza, senza esclusione di colpi. Secondo il Ministro per la Marina tedesca, Alfred Von Tirpitz, la flotta doveva servire come arma di pressione, cioè avrebbe dovuto convincere l’inghilterra che che era meglio scendere a patti con la grande potenza tedesca, pena l’annientamento. Dopo che tutte le grandi potenze europee si erano collegate tra loro in una formidabile rete di alleanze e di trattati, qualunque conflitto regionale fosse scoppiato in europa rischiava di degenerare subito in uno scontro di vastissime dimensioni. Una delle zone più pericolose, sotto questo profilo era la regione balcanica. Tra i principali elementi di perturbazione vi era senza dubbio il regno di Serbia, che aveva ottenuto l’indipendenza dal congresso di berlino e desiderava allargare i propri confini. Essa desiderava costruire un vasto stato nazionale che comprendesse tutti i popoli Jugoslavi.
Nel 1902, Italia e Francia trovarono un accordo ragionevole e vantaggioso per entrambe: in caso di occupazione francese del marocco, la potenza transalpina non avrebbe posto alcun ostacolo ad una dominazione italiana della Libia. A partire da quel momento per l’italia non c’era più alcun motivo di restare legata ad un patto difensivo antifrancese. Nel 1911, la Francia ritenne giunto il momento di imporre la propria dominazione sul Marocco; l’italia, intervenne poco tempo dopo in Libia, però, poiché quest’ultimo territorio apparteneva all’impero ottomano, si verificò un violento conflitto italo turco. Approfittando di tale situazione, la Serbia, alleatasi con grecia, Montenegro e bulgaria, intervenne contro l’impero ottomano nella prima delle due guerre balcaniche obbligandolo alla cessione di parte della macedonia. Austria-Ungheria e Italia però le negarono l’accesso al mare e istituirono il piccolo stato dell’albania, che si frappose fra la serbia e l’adriatico.
L’ATTENTATO DI SARAJEVO
Il 28 Giugno 1914, a Sarajevo, un terrorista serbo bosniaco diciannovenne, Gavrilo Princip, uccise a colpi di pistola l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono austro-ungarico; dietro il gesto omicida stava una vera e propria cospirazione preparata con cura da un gruppo nazionalista denominato Giovane Bosnia. Nella memoria collettiva serba il 28 giugno era sinonimo di lutto, in quanto ricordava la disfatta subita in Kosovo nel 1349. L’uccisione dell’Arciduca Austriaco, avrebbe dovuto dunque significare l’inizio del riscatto degli slavi del sud alla dominazione straniera. Il governo austro ungarico, si orientò subito nella direzione di una risposta forte e pesante. I governanti austro ungarici, sapevano bene che la serbia, in caso di conflitto sarebbe stata aiutata dalla russia e che l’eventuale guerra si sarebbe potuta trasformare presto in un vasto conflitto esteso a tutte le potenze europee. Pertanto il governo imperiale si consultò il 5 luglio 1914 con quello tedesco, che assicurò all’austria ungheria il suo completo sostegno in caso di intervento russo. Forte della promessa tedesca, il governo di Vienna consegnò a quello di Belgrado, in data 23 Luglio un pesante ultimatum a cui i serbi avrebbero dovuto rispondere entro 48 ore. Le richieste Austro Ungariche erano numerose e umilianti, ma in particolare l’ultimatum richiedeva al governo serbo di istituire una commissione d’inchiesta, per fare piena luce sull’attentato di Sarajevo, e imponeva che delegati Austriaci fossero ammessi a partecipare ai lavori di tale commissione. Dopo che la Serbia decise di non rispondere a tale ultimatum, il 28 luglio venne consegnata al governo serbo una formale dichiarazione di guerra. In questa situazione, la Germania, per vincere la guerra su due fronti, doveva rendere operativo il piano Schlieffen nel più breve tempo possibile. A Berlino la decisione decisiva fu presa dopo che la Russia ebbe schierato le proprie truppe al confine con l’Austria Ungheria e con la Germania: il 31 luglio il governo tedesco, inviò un ultimatum alla Russia intimando di sospendere entro 12 ore tutte le misure di guerra prese. Il 1° agosto 1914, l’impero tedesco entro ufficialmente in guerra con la russia, e conseguentemente con la Francia, sua alleata in occidente. Il 2 Agosto il governo di Berlino intimò al belgio di lasciar passare le truppe tedesche sul suo territorio; questo evento provocò l’immediata reazione della gran Bretagna, tradizionale garante dell’indipendenza belga; circa sette ore dopo che i primi reparti tedeschi avevano violato la frontiera del Belgio, l’inghilterra dichiarò guerra all’impero germanico. L’invasione tedesca del belgio fu senza ombra di dubbio un’invasione brutale e spietata. Dopo un mese di scontri, le truppe germaniche erano stremate. Per di più una parte dell’esercito che si trovava in Belgio dovette essere trasferita in Alsazia Lorena ed in Prussia Orientale, dove i tedeschi ottennero la grande vittoria di Tannenberg. L’attacco decisivo contro parigi tuttavia, non riuscì a concretizzarsi. Il 5 settembre nella regione del fiume Marna, gli eserciti francese e Inglese passarono all’attacco, e dopo quattro giorni di violentissima lotta cancellarono per sempre la speranza di una rapida vittoria tedesca sul fronte occidentale. Ricacciati indietro da Parigi, i tedeschi tentarono almeno di conquistare i principali porti francesi sulla Manica, ma anche questa operazione non riuscì loro. A quel punto la situazione si bloccò del tutto e il conflitto si trasformò in guerra di posizione: i due eserciti si attestarono lungo una linea che percorreva longitudinalmente l’intera Francia e che ricevette il nome di fronte occidentale. Materialmente si trattava di due interminabili file di trincee, che correvano una in parallelo all’altra ed erano separate da uno spazio chiamato: la terra di nessuno. Dall’autunno del 1914 la linea del fronte in francia, per quattro anni non subì alcun cambiamento significativo in quanto ogni tentativo di conquistare le trincee avversarie fallì. Una simile situazione di stallo era provocata dalle nuove armi moderne a disposizione di entrambi gli eserciti; oltre ai cannoni di grosso calibro, e ai fucili di nuova concezione, occorre ricordare soprattutto la mitragliatrice.
La situazione di stallo sul fronte occidentale nacque da questa sproporzione: si era capaci di respingere l’offensiva altrui, provocando al nemico gravissime perdite, ma per lo stesso motivo non si riusciva a sfondare le difese dell’avversario.
BATTAGLIE DI VERDUN E DELLA SOMME
Esaminiamo le due battaglie più lunghe e sanguinose dell’intero conflitto. L’avanzata dei primi 140000 tedeschi che il 21 febbraio 1916 presero d’assalto Verdun, fu preparata da un bombardamento di nove ore condotto da 850 cannoni pesanti. Le difese Francesi resisterono al colpo e respinsero l’attacco provocando ai tedeschi perdite enormi. Nella regione di Somme invece l’offensiva inglese si risolse fin dall’inizio in un gigantesco disastro. Queste due grandi battaglie del 1916 videro la comparsa di nuove armi da combattimento: il lanciafiamme, e i carri armati. Solo in questi due conflitti, furono uccisi quasi un milioni di soldati senza che la situazione strategica complessiva avesse subito alcun significativo mutamento.
LA GUERRA DI LOGORAMENTO
All’inizio dello scontro, nessuno possedeva nel 1914 un’economia attrezzata per sostenere una lotta di lunga durata. Gia nell’autunno del primo anno di guerra, emerse con chiarezza che la vittoria sarebbe stata ottenuta da chi fosse stato capace di reggere a tempo indeterminato i costi materiali e le sofferenze provocate dal conflitto. In pratica, la prima guerra mondiale assunse i contorni di una guerra di logoramento che vedeva contrapposti non solo due eserciti, bensì due sistemi sociali impegnati a garantire agli eserciti stessi le risorse umane materiali e indispensabili per continuare a combattere. La prima guerra mondiale fu senza dubbio un grande conflitto di massa, esso portò al fronte una quantità di uomini impensabile, tale da giustificare la definizione successiva di “Grande Guerra”.Sul piano economico, il protrarsi della guerra provocò una specie di rivoluzione nella gestione delle risorse e della produzione. A partire dall’estate del 1914, la marina britannica istituì un rigido blocco navale finalizzato a paralizzare il commercio di importazione tedesco. Si voleva impedire l’arrivo, nei porti del nemico, di tutte le materie prime necessarie per la produzione bellica: basti pensare al rame e al nitrato di potassio, provenienti dal Cile ed essenziali per la fabbricazione delle granate e degli esplosivi. Il primo a rendersi conto della necessità di procedere a una radicale riorganizzazione dell’economia tedesca fu Rathenau, che già nel 1914 sollecitò presso il Kaiser l’istituzione di un ministero per le materie prime finalizzato a requisire e a distribuire in modo programmato le scorte di materie prime disponibili in Germania. Egli in pratica introdusse una rigorosa pianificazione in tutti gli ambiti e i settori vitali dell’economia nazionale, decretando la fine del modello liberista, cioè ponendo lo stato ad arbitro supremo della dinamica economica e anticipando numerosi degli sviluppi sociali più tipici della storia del 900.
LA GUERRA TOTALE
La soluzione al problema della carenza di nitrato di potassio fu trovata facendo ricorso alle più recenti scoperte dell’industria chimica tedesca, che aveva già individuato il modo di ricavare azoto dall’atmosfera, ma in tempo di pace non aveva mai messo in atto il procedimento, a causa degli elevati costi di produzione. Molto più difficile fu reperire generi alimentari, che in Germania scarseggiarono in quantità sempre maggiore. In questo periodo la mortalità infantile salì del 50%. Nel giugno 1916, la grande flotta da guerra tedesca si scontro con quella britannica, al largo della costa dello Jutland. Gli inglesi persero tre corazzate, tre incrociatori e otto caccia torpediniere; i tedeschi però non riuscirono a forzare il blocco e furono costretti a far rientrare le proprie navi nei porti, dopo aver subito anch’essi varie perdite. Preso atto dell’impossibilità di contrastare la marina inglese, la Germania intraprese la cosiddetta guerra sottomarina, che sul piano militare si rivelò la più efficace risposta tedesca al blocco navale britannico. I sommergibili germanici procedettero al sistematico siluramento di tutte le navi che solcassero l’Atlantico e il Mar del Nord; l’obiettivo era quello di arrestare l’afflusso di materie prime e di alimentari diretti in Inghilterra, esattamente come quest’ultima impediva l’arrivo di ogni merce in Germania per mezzo del blocco navale. Senza dubbio la primavera del 1917 fu per l’inghilterra il momento più critico di tutta la guerra, quello in cui la macchina bellica inglese corse seriamente il rischio di incepparsi per mancanza di alimenti e di materie prime essenziali all’industria. Successivamente però la situazione cominciò a mutare in quanto venne adottato il cosiddetto sistema dei convogli: le navi mercantili non attraversarono più l’atlantico da sole, ma in gruppo, ben protette dalla marina da guerra. Il fallimento dell’offensiva sottomarina può essere considerato una delle cause principali della sconfitta tedesca: in effetti mentre l’inghilterra riuscì a rendere sempre più dura la vita ai tedeschi, essi non riuscirono a danneggiare in modo altrettanto efficace gli inglesi. La prima guerra mondiale si orientò nella direzione della guerra totale, secondo la quale la distruzione dell’apparato produttivo del nemico è importante quanto una vittoria sul campo.
IL CROLLO DELLA RUSSIA E L?INTERVENTO DEGLI STATI UNITI
Nell’Europa dell’est la guerra aveva ben presto assunto una fisionomia molto diversa da quella che caratterizzava il fronte occidentale. L’esercito russo era stato in grado di tener testa a quello austriaco, ma aveva manifestato tutta la propria debolezza nel confronto con i tedeschi. L’avanzata germanica, sul fronte orientale, era risultata inarrestabile, al punto che nell’agosto 1915 Varsavia era stata occupata, mentre in mano tedesca caddero numerosi prigionieri russi. All’inizio del 1917 l’esercito russo si era sgretolato. La Germania aveva di fatto vinto la guerra. La Russia quindi cadde in un periodo di crisi e di carestia in generale che provocò dapprima la caduta dello zar e poi la rivoluzione dei comunisti, guidati da Vladimir Lenin. Il 3 marzo 1918 il nuovo governo comunista firmò con i tedeschi la pace di Brest Litovsk, un trattato svantaggioso per la Russia in quanto ad esempio l’Ucraina sarebbe dovuto diventare uno stato autonomo, satellite della Germania. Lenin tuttavia preoccupato di rafforzare il proprio potere accettò tali condizioni consapevole che il popolo russo era stanco di combattere e avrebbe appoggiato solo un regime che l’avesse condotto fuori dal conflitto.Tale successo tedesco, venne però successivamente vanificato dall’ entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’impero tedesco il 6 Aprile 1917. L’ultimo anno di guerra fu come una corsa contro il tempo: la Germania infatti avrebbe potuto vincere la guerra solo se fosse riuscita a sconfiggere Francia e Inghilterra prima dell’arrivo in massa delle truppe americane.
INTERVENTO AMERICANO
L’8 gennaio 1918, Wilson, in un messaggio al congresso, enunciò in 14 punti gli obiettivi politici che l’America si proponeva di ottenere dalla vittoria. In primo luogo Wilson presentava gli Stati Uniti come i garanti della libera navigazione sui mari, che la guerra sottomarina tedesca aveva reso impossibile, colpendo indiscriminatamente sia le imbarcazioni inglesi sia i mercantili e i piroscafi dei paesi neutrali. Inoltre, W. poneva il principio di nazionalità come criterio di soluzione di tutti i principali problemi politici europei: ciò avrebbe significato la restituzione dell’alsazia lorena alla francia, la nascita di uno stato polacco indipendente e la dissoluzione dell’Impero Austroungarico. Per quanto riguarda la russia, il presidente riteneva che a questa dovesse essere lasciata l’occasione opportuna di fissare in piena indipendenza, il suo sviluppo politico e nazionale. Infine nell’ultimo punto del suo programma W. proponeva l’istituzione di una Società Generale delle Nazioni che era mirata a garantire in futuro l’indipendenza politica e territoriale di tutti gli stati. E’ importante osservare che la 1 guerra mondiale fu vinta da francesi e inglesi solo grazie all’aiuto americano.
LA FINE DEL CONFLITTO
Il 21 marzo 1918, l’esercito tedesco iniziò una grande offensiva che, nelle intenzioni dei generali Hindenburg e Ludendorff avrebbe dovuto sfondare il fronte occidentale. L’attacco ebbe una tale potenza che i tedeschi riuscirono a travolgere le forze nemiche, e giunsero di nuovo a minacciare parigi. L’offensiva si concluse con un insuccesso: grazie all’uso massiccio di aeroplani e carri armati, inglesi, francesi e americani riuscirono infatti a respingere i tedeschi. Nel settembre 1918, il comando tedesco era ormai consapevole che la germania non era più in grado di opporre resistenza al contrattacco nemico. Tuttavia, le autorità di Berlino non si decidevano ad intavolare trattative di pace, consapevoli del fatto che gli avversari avrebbero accettato solo una resa senza condizioni. I primi sintomi del crollo si verificarono nella base navale di Kiel, dove 300 marinai della flotta da guerra si ammutinarono il 3 novembre, lo stesso giorno in cui l’impero austroungarico ormai stremato si era arreso. Nei giorni seguenti si unirono ai primi ribelli i 20000 soldati della guarnigione di Kiel e i marinai di Lubecca e Amburgo. Le rivolte di monaco e di berlino provocarono in fine l’abdicazione del Kaiser Guglielmo II, la sua fuga in Olanda e la proclamazione della Repubblica. L’11 Novembre 1918, la delegazione tedesca firmò l’armistizio con le potenze alleate: la prima guerra mondiale era ufficialmente terminata, dopo aver provocato la morte di almeno 10 milioni di soldati.
LA SCELTA ITALIANA DELLA NEUTRALITA’
Nel 1914, l’italia era ancora legata alla Germania e all’austiaungheria per mezzo della Triplice Alleanza. Nel momento in cui fu evidente, che la crisi iniziata con l’assassinio di Sarajevo sarebbe sfociata in un vasto conflitto europeo , il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Luigi Cadorna, sollecitò il re e il governo affinché le truppe italiane potessero essere inviate il più in fretta possibile a sostegno delle armate austriache e tedesche. Tuttavia il governo, presieduto da Salandra, decise che l’Italia avrebbe assunto una posizione di neutralità, in quanto la Triplice Alleanza era un trattato di carattere puramente difensivo. Secondo il giudizio italiano, non si era verificata una vera e propria aggressione nei confronti di Germania e Austriaungheria ; pertanto gli impegni assunti con la Triplice Alleanza non dovevano essere onorati in modo automatico e immediato. I nemici della Germania, cominciarono ben presto a sollecitare l’italia a schierarsi dalla propria parte. Il loro invito nasceva dalla constatazione dell’esaurimento delle ragioni che avevano portato l’italia a firmare la Triplice Alleanza. Il legame politico e militare con la Germania era nato dal desiderio italiano di frenare l’espansionismo francese nel mediterraneo; ma dopo l’occupazione francese del Marocco e la conquista italiana della Libia, tra Francia e Italia non era più attivo alcun serio motivo di contrasto. Invece, l’Austria Ungheria non aveva alcuna intenzione di rivedere i propri confini con l’italia: si può senza dubbio affermare che, fin dall’autunno del 1914, l’eventuale coinvolgimento dell’italia nella guerra avrebbe potuto assumere solo la forma di un intervento a fianco dell’Inghilterra, della Francia e della Russia.
I SOSTENITORI DELLA NEUTRALITA’
A differenza degli altri governi europei, le autorità italiane ebbero il tempo di riflettere sulla decisione più opportuna per gli interessi del proprio stato. La prospettiva della guerra generò in Italia un vasto dibattito e una violenta frattura all’interno dell’opinione pubblica, divisa ben presto in interventisti(sostenitori della necessità di un intervento italiano in guerra) e neutralisti (per i quali il paese non doveva farsi coinvolgere dal conflitto).
La voce più autorevole tra i sostenitori della neutralità era quella di Giovanni Giolitti; egli però, non era affatto contrario alla guerra in se, e neppure era ostile alla conduzione di imprese belliche finalizzate al rafforzamento del prestigio della nazione: non a caso, proprio sulla questione della guerra in Libia si era infranta l’alleanza dell’anziano statista con i socialisti. Giolitti aveva intuito più lucidamente di tanti altri uomini politici che dopo l’arresto dell’avanzata tedesca sulla Marna, la guerra sarebbe stata lunga ed estenuante, capace di logorare eserciti, economie e sistemi sociali ben più robusti di quello italiano. A suo giudizio l’italia doveva stare fuori dallo scontro al più lungo possibile e trarre a livello internazionale tutti i vantaggi possibili dalla sua posizione di neutralità. Anche la chiesa riteneva che per l’italia fosse opportuno restare al di sopra delle parti in lotta. La motivazione primaria di questo orientamento nasceva dal fatto che il conflitto si stava rivelando un massacro di dimensioni superiori ad ogni più pessimistica previsione: nel 1917, papa Benedetto XV arrivò a dichiarare che la guerra era solo un’inutile strage. Non vanno dimenticate altre motivazioni, che stavano alla base dell’atteggiamento della chiesa: l’intervento italiano avrebbe potuto contribuire alla sconfitta dell’Austria Ungheria, l’ultima grande potenza europea dichiaratamente cattolica. A favore della neutralità si schierarono anche i socialisti; a loro giudizio il conflitto non era altro che lo sforzo disperato di strappare con la forza ai rivali nuove regioni, da trasformare in campi di investimento per i capitali e in mercati aggiuntivi per l’esportazione dei prodotti nazionali. Anche in caso di vittoria del proprio paese il proletariato non avrebbe ottenuto alcun beneficio da questa guerra, vantaggiosa solo per i capitalisti; viceversa sui campi di battaglia sarebbero stati proprio gli operai e i contadini a dover sopportare tutto il peso umano e materiale della lotta.
GLI INTERVENTISTI DI SINISTRA
Il partito di doloro che erano favorevoli all’intervento non era meno composito ed eterogeneo di quello dei neutralisti. Esso comprendeva in prima fila, intellettuali democratici eredi della tradizione mazziniana e risorgimentale. Secondo loro, la guerra andava considerata come il compimento del processo di unificazione nazionale, come la grande occasione storica per liberare dal dominio austriaco le due regioni di Trento e Trieste. Questo nuovo risorgimento si sarebbe dovuto caratterizzare per una presenza popolare ben più massiccia e significativa, che avrebbe generato un complessivo rinnovamento in senso democratico dell’intero aspetto politico italiano. Secondo loro poi, una vittoria della germania avrebbe comportato un trionfo del militarismo e dell’autoritarismo, mentre una sua sconfitta avrebbe provocato una crisi dell’Austiaungheria e quindi la conseguente liberazione di tutte le nazionalità oppresse dell’Europa Centrale. Ancora più a sinistra dei democratici, c’erano i sindacalisti rivoluzionari: questi intuirono che la partecipazione ad un conflitto di dimensioni così vaste avrebbe logorato le strutture sociali e politiche del paese, generando condizioni ideali per una sollevazione di tipo rivoluzionario. Questi sindacalisti non avevano alcuna compassione per le miserie e le sofferenze che la guerra avrebbe provocato a migliaia di persone; ai loro occhi la carneficina era il prezzo da pagare per il trionfo del proletariato. Su posizioni simili si schierò anche Benito Mussolini il quale il 15 novembre 1914 diede vita ad un nuovo quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Esso recava come sottotitolo la dicitura: “quotidiano socialista”; in realtà era finanziato da alcuni gruppi industriali italiani che erano disponibili ad appoggiare economicamente quei settori del movimento socialista che si fossero schierati dalla parte dell’interventismo.
I NAZIONALISTI
I più accesi sostenitori dell’intervento erano i nazionalisti: il movimento era stato fondato da Enrico Corradini e aveva avuto nella rivista “Il Regno”il primo significativo mezzo di diffusione delle proprie idee. Sul piano teorico, l’intuizione più originale di Corradini era stata quella di adottare una terminologia di tipo marxista, strumentalizzandola per i propri fini. Secondo il suo giudizio, i veri soggetti motori della storia erano le nazioni, in costante lotta tra di loro. Nel mondo moderno egli vedeva due tipi di nazioni: le nazioni borghesi e le nazioni proletarie. Le prime avevano costruito propri imperi e si erano arricchite, mentre le seconde(italia compresa), erano ancora alla ricerca di un’affermazione politico militare e di un impero coloniale. La vittoria nella grande competizione fra le nazioni, esigeva alcune importanti modifiche dell’assetto sociale e politico interno. Innanzi tutto era necessario schiacciare l’ignobile socialismo, che esortava i proletari a combattere i borghesi e poteva portare a una rovinosa guerra civile. In secondo luogo Corradini era nemico del parlamentarismo e della democrazia, che riteneva non in grado di condurre una nazione verso l’espansione e la grandezza. Secondo Corradini era indispensabile che il potere fosse esercitato in modo autoritario da un’elite, cioè da un ristretto gruppo dirigente capace di individuare gli obiettivi della politica nazionale e di perseguirli con mano ferma. Per cogliere la novità storica del nazionalismo di corradini può essere utile segnalare ciò che distingue tale posizione dalle concezioni mazziniane. Il pensatore risorgimentale aspirava alla nascita di un’Europa in cui tutti i popoli fossero liberi e indipendenti, mentre Corradini, prefigura l’egemonia della nazione italiana sulle altre nazioni, i cui diritti non vengono minimamente presi in considerazione e tanto meno rispettati. In Corradini, le due idee di democrazia e nazione si sganciano l’una dall’altra, si separano e si allontanano, al punto che la seconda sottomette a se la prima e di fatto la cancella.
GLI INTELLETTUALI
Le posizioni di Corradini trovarono ampio consenso fra gli intellettuali del primo 900; molti di essi avevano adottato una versione semplificata e banalizzata del concetto di superuomo proposto dal filosofo tedesco Nietzsche, e pertanto assumevano atteggiamenti trasgressivi, volutamente provocatori. Ai loro occhi, la società moderna non lasciava più spazio all’individuo forte e geniale, sempre più schiacciato dalle masse e da una morale che imponeva all’uomo di condurre una vita piatta e meschina, più simile a quella degli animali. Gabriele D’Annunzio, alla fine dell’800, aveva aperto la strada a questo tipo di rivolta dell’individuo, e nei suoi romanzi aveva offerto innumerevoli esempi di personaggi capaci di trasgredire le regole della morale comune e di vivere una vita intensa, piena di emozioni e sensazioni. Sul piano letterario i suoi testi erano apparsi alle nuove generazioni troppo solenni e arcaici nello stile e nel linguaggio, ovvero sfasati rispetto a una modernità caratterizzata dalla velocità e dalla proiezione verso il futuro, più che verso il passato. Pertanto, molti intellettuali italiani del primo 900 cercarono strade artistiche nuove. Poiché la guerra, era condannata come il massimo dei mali e dei peccati, essa venne assunta dalla nuova generazione di intellettuali come l’evento affascinante e avvincente per eccellenza. Giovanni Papini ad esempio, sulla rivista Lacerba celebrò la guerra come uno strumento liberatore, capace di spazzare via dalla terra l’umanità in esubero. In termini simili si era già espresso Marinetti, che aveva definito la guerra sola igiene del mondo; egli aveva dato vita, nel 1909, al movimento artistico del futurismo, preoccupato soprattutto di adeguare l’arte alla realtà moderna. Tutte le riflessioni teoriche e le produzioni artistiche di Marinetti, furono senza dubbio caratterizzate dalla preoccupazione di dare velocità e ritmo alla comunicazione artistica, anche a costo di distruggere la sintassi (in poesia), il suono (in musica) e la figura tradizionale in pittura. Tutti questi autori esaltavano l’individuo; eppure, nel momento in cui il loro desiderio di trasgressione scelse la guerra come mezzo di provocazione, tutti finirono per assumere posizioni di tipo nazionalistico, cioè finirono per esaltare un’entità collettiva, la nazione, a discapito dell’individuo. In pratica, il loro desiderio di libertà assoluta li portò dapprima, a sostenere la necessità dell’intervento italiano in guerra, poi a difendere la sottomissione di tutte le libertà individuali alle superiori esigenze della patria, ed infine ad aderire al movimento fascista.
L’ ITALIA IN GUERRA
Gli interventisti, nella primavera del 1915, intensificarono la loro azione di propaganda a favore della guerra, organizzando manifestazioni nelle principali città italiane. Grazie al contributo coreografico di D’Annunzio, alcuni di quei grandi raduni possono essere considerati l’atto iniziale di un nuovo modo di gestire la leadership politica. Il leader, non era una figura separata dal popolo e superiore alle masse, ma colui che ne incarnava e ne risvegliava i sentimenti più intimi, profondi e autentici. Immerso nella folla, egli la guidava e la indirizzava lungo la strada che egli stesso indicava come l’unica capace di portare prosperità e grandezza alla nazione.
Il 26 aprile 1915, il governo italiano firmò il cosiddetto patto di Londra, impegnandosi entro un mese ad entrare in guerra con Francia, Gran Bretagna e Russia, contro Austiaungheria e Germania. L’accordo prevedeva che, dopo la vittoria, all’italia sarebbero state assegnate le due regioni di Trento e Trieste, l’Alto Adige, l’Istria, la Dalmazia, e una parte delle colonie tedesche in Africa. Perché l’impegno del governo potesse acquistare valore effettivo, era indispensabile che il parlamento ratificasse con il proprio voto il Patto di Londra. Alla Camera, tuttavia, la maggioranza dei deputati era schierata su posizioni simili a quelle di Giolitti, secondo cui l’Italia poteva ottenere molto di più restando neutrale. Tale atteggiamento suscitò la collera degli interventisti ed in particolare di Mussolini. Successivamente, il 13 maggio, resosi conto di non godere più della fiducia della camera, Salandra diede le dimissioni; ma il re Vittorio Emanuele III, deciso sostenitore dell’intervento, gli conferì di nuovo l’incarico. A quel punto per i deputati, votare contro il Patto di Londra, avrebbe significato non solo, resistere alle minacce degli interventisti, bensì sconfessare l’operato del Re, mettendone in discussione il prestigio e l’autorità. Il 20 maggio, pertanto, il Parlamento ratificò la decisione del governo, provocando l’ingresso dell’Italia in guerra il 24 Maggio 1915. L’italia non aderì al conflitto in un clima di mistica unione nazionale, ma in un’atmosfera da guerra civile, di violenza e di rancori.
Durante la prima guerra mondiale il fronte italiano era lungo circa 700 Km e le operazioni militari si svolsero contemporaneamente in due settori molto diversi tra loro: in Trentino e il Carso. Nel primo caso, si trattò in gran parte di una guerra di montagna; l’altopiano del Carso invece, fu teatro di un conflitto analogo a quello che si svolgeva negli stessi anni in Francia o nelle Fiandre. In questo settore vi furono ben 12 battaglie dell’Isonzo. Nel maggio 1916, gli austriaci lanciarono la cosiddetta spedizione punitiva; dopo un intenso bombardamento, l’esercito austroungarico attaccò in forze in trentintino e riuscì ad avanzare per circa una ventina di chilometri, ma infine venne fermato. Pochi mesi dopo, l’iniziativa fu assunta dall’esercito italiano che attaccò nella zona del carso e conquistò Gorizia. In entrambe i casi però non si riuscì a proseguire l’offensiva e a infliggere al nemico una disfatta risolutiva.
LA DISFATTA DI CAPORETTO
Il collasso dell’esercito Russo, nel corso del 1917, permise la concentrazione di tutte le armate austroungariche sul fronte italiano; i tedeschi, dapprima, aggregarono sette loro divisioni scelte all’esercito asburgico e poi assunsero il diretto comando delle operazioni. Il piano tedesco prevedeva una massiccia offensiva sul fronte dell’isonzo, all’altezza del villaggio di caporetto, per costringere gli italiani ad arretrare sino al Tagliamento. Il generale Cadorna fu informato da alcuni disertori Austriaci dell’imminente offensiva nemica, ma non prestò fede a quelle notizie. L’esercito italiano, il 24 ottobre 1917 fu colto completamente alla sprovvista allorché le prime linee vennero investite da un violentissimo bombardamento, che preparò l’avanzata austrotedesca.Il comando italiano non valutò l’entità dell’attacco nemico e rimase per qualche giorno indeciso sul da farsi. I tedeschi ottennero così un successo superiore ad ogni loro più ottimistica aspettativa . L’esercito italiano fu costretto a ritirarsi disordinatamente, incalzato dai nemici, per circa 140 km : solo lungo la linea del fiume piave fu possibile ricostruire un efficace sistema difensivo. Le province di Udine, Belluno, Treviso, Vicenza e Venezia furono occupate dagli Austro Tedeschi. Il regime di occupazione fu estremamente duro per il fatto che l’esercito austro tedesco doveva ricavare dalle regioni in cui si era installato tutte le risorse alimentari che gli servivano per sopravvivere; i territori italiani invasi vennero sottoposti dapprima a razzie disorganizzate e poi a un sistematico processo di spoliazione.
Non appena vennero alla luce le reali dimensioni della disfatta di Caporetto, Cadorna venne esonerato e il comando dell’esercito italiano venne assegnato al generale Armando Diaz. La direzione politica, invece, venne assunta da vittorio Emanuele Orlando, che per prima cosa si preoccupò di individuare le principali necessità economiche del paese, bisognoso di urgenti e cospicue forniture di grano e carbone. Era evidente che l’Italia doveva evitare che il malcontento diffuso fra le masse per l’aumento del costo della vita e la carenza di generi di prima necessità, toccasse il punto di non ritorno come in Russia. Orlando ottenne dagli alleati regolari rifornimenti alimentari e ingenti crediti. La produzione di acciaio e ghisa aumentò in modo vertiginoso, permettendo finalmente all’esercito italiano di avere un numero di cannoni adeguato alle esigenze della guerra, mentre le industrie torinesi Fiat riuscirono da sole a consegnare ben 25000 mezzi. Per diversi mesi, il generale Diaz assunse un atteggiamento tattico puramente difensivo,preoccupandosi unicamente di respingere gli attacchi condotti dagli austriaci contro la linea del Piave. La capacità offensiva dell’esercito austroungarico però, fu notevolmente ridotta dopo il trasferimento sul fronte francese delle unità tedesche che avevano avuto il ruolo decisivo nella battaglia di Caporetto; di conseguenza le truppe italiane riuscirono a contenere tutte le offensive del nemico. Nell’autunno del 1918, la situazione della Germania e dell’Austriaungheria era ormai disperata; rendendosi conto delle difficoltà dell’esercito avversario, ormai vicino al collasso Diaz ordinò l’attacco il 26 ottobre; nella regione di Vittorio Veneto le truppe austroungariche non riuscirono a resistere e si disgregarono, dando luogo a gravi fenomeni di diserzione di massa e di ammutinamento, che videro come protagonisti soprattutto i soldati slavi e ungheresi, ormai decisi a ottenere l’indipendenza per le proprie nazioni. Il 3 Novembre l’Austriaungheria firmava la resa, che prevedeva per il giorno seguente, il 4 novembre, la cessazione delle ostilità. L’italia usciva vincitrice dalla guerra. Per i nazionalisti, quanto venne concesso all’italia dopo la conferenza di pace non era proporzionato al prezzo pagato per conseguirlo; viceversa, i socialisti poterono vedere in quei risultati decisamente deludenti la conferma della loro idea secondo cui l’italia sarebbe dovuta restare fuori dal conflitto.
LA SITUAZIONE RUSSA
La Russia, era solo apparentemente una grande potenza. In tutti i campi, era possibile cogliere in essa evidenti segnali di debolezza, dovuti alla sua clamorosa arretratezza rispetto agli altri stati europei. L’impero Russo era governato da un monarca assoluto (lo zar) che riteneva di aver ricevuto direttamente da dio il proprio potere. Nel 1905, dopo la rivoluzione seguita alla sconfitta della Russia nella guerra con il Giappone, era stata istituita una camera dei deputati, la Duma, dotata di poteri di controllo sull’operato del sovrano e sulla politica del governo ; tale organismo veniva però scavalcato dall’imperatore, che concentrava in sé ogni autorità e poteva prendere qualsiasi decisione senza limitazioni. Anche sotto il profilo economico tra la Russia e il resto d’Europa esisteva un vero e proprio abisso. Nel paese infatti la coltivazione dei campi era ancora l’attività prevalente. In genere si trattava di un’agricoltura estremamente arretrata sia nelle tecniche di coltivazione che nelle strutture sociali di base: la maggior parte dei contadini infatti era costretta a lavorare alle dipendenze degli aristocratici latifondisti. L’industria si era sviluppata solo a partire dagli ultimi anni dell’800, grazie a capitali francesi, inglesi e tedeschi. Le industrie erano concentrate in poche zone particolari e nelle grandi città, prima fra tutte la capitale Sanpietroburgo o Pietrogrado.
Il conflitto mondiale mise rapidamente alle corde la fragile e arretrata struttura economica russa. All’inizio del 1917, la Germania sul fronte orientale aveva già in pratica vinto la guerra. Nelle città russe il costo della vita era cresciuto del 700%. A Pietrogrado il 23 febbraio 1917 si ebbero le prime manifestazioni, col pretesto di celebrare la festa della donna. L’iniziativa della protesta partì dalle operaie degli stabilimenti tessili, ma subito si mobilitarono anche numerosi lavoratori delle grandi officine metallurgiche Putilov. Immediatamente i dirigenti di questa azienda minacciarono la chiusura della fabbrica e il licenziamento per tutti coloro non avessero ripreso immediatamente a lavorare. Il risultato fu solo un allargamento della protesta al punto che la città venne bloccata da un gigantesco sciopero generale. Lo zar Nicola II Romanov, tentò di far affluire sulla capitale truppe fedeli ; ma i ferrovieri si rifiutarono di collaborare, col risultato che il giorno seguente potè nascere a Pietrogrado un governo provvisorio, il quale ottenne l’abdicazione dello zar.
Il governo provvisorio era stato espresso dall Duma, all’interno della quale il gruppo politico prevalente era quello dei liberali moderati. Fuori dalla Duma, fra gli operai e i soldati, erano subito sorti degli organi di autogoverno detti soviet. Si trattava di un’istituzione nata per la prima volta a causa della sconfitta della Russia nella guerra contro il Giappone. Per ogni fabbrica ed ogni reggimento, veniva eletto un certo numero di delegati; essi poi concorrevano a formare il soviet cittadino, cioè un consiglio che poteva essere considerato come l’effettiva espressione della volontà popolare ed era dotato di poteri decisionali. Il potere assoluto del sovrano era stato spazzato via e la repubblica l’aveva sostituito. C’è da dire che in questo periodo in Russia c’era un dualismo di poteri: all’autorità ufficiale del governo provvisorio si contrapponeva infatti quella dei soviet.

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