La prima guerra mondiale

Materie:Appunti
Categoria:Storia
Download:206
Data:04.12.2000
Numero di pagine:18
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
prima-guerra-mondiale_10.zip (Dimensione: 16.49 Kb)
readme.txt     59 Bytes
trucheck.it_la-prima-guerra-mondiale.doc     87 Kb



Testo

Lo scoppio della guerra
Il pretesto per lo scoppio fu l'assassinio in Serbia dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria con tutta la famiglia: l'Austria intimò un ultimatum alla Serbia, con il quale chiedeva di collaborare alla ricerca dei responsabili del delitto; in questo modo veniva sminuita la sovranità dello stato. La Serbia non accettò e l'Austria, appoggiata dalla Germania, le dichiarò guerra. Subito la Russia scese in campo per difenderla, e la Germania le dichiarò guerra. Anche la Francia, alleata Russa, scese in campo: la Germania, invadendo il Belgio neutrale che non gli voleva far passare le truppe, dichiarò guerra alla Francia ed anche l'Inghilterra, infastidita dal gesto, si schierò con Francia e Russia. La situazione era dunque questa: da una parte la Triplice Alleanza, formata da Germania, Austria e impero Ottomano; dall'altra la Triplice Intesa, formata da Inghilterra, Francia, Russia, che difendevano la Serbia. Rimanevano neutrali Italia e Romania.
La guerra si dimostrò subito diverso rispetto a tutte le altre, sia per la grande massa di uomini impiegati sia per i nuovi e terribili armamenti.
Nonostante una prima posizione di neutralità, i socialisti europei finirono per cedere alle posizioni nazionaliste e si dichiararono favorevoli all'intervento in guerra, votando i crediti per gli armamenti.
Torna all'indice
La guerra di movimento
Esisteva una grande sproporzione tra le forze della Triplice e quelle dell'intesa e per questo motivo il piano tedesco ideato da Schlieffen prevedeva la guerra - lampo, in modo da sconfiggere subito la Francia e concentrare le forze sul fronte orientale russo. In un primo momento l'offensiva riuscì, portando i tedeschi a 40 chilometri da Parigi ma poi la controffensiva francese nella battaglia della Marna fece ritirare il generale von Moltke. Dopo questa sconfitta si provò la "corsa al mare", ovvero il tentativo di aggirare da nord le truppe francesi e chiudere i rapporti marittimi con la Gran Bretagna: anche questa offensiva fallì e i due eserciti si prepararono ad affrontare la terribile guerra di trincea.
La Germania si trovò così costretta a distribuire le sue forze su due fronti. Su quello orientale le vicende erano altalenanti: a vittorie tedesche succedevano quelle russe, e a favorire la Germania ci pensò l'impero ottomano, che indebolendo la Russia, rese possibile una controffensiva austriaca mirata a riconquistare la Galizia precedentemente sottratta.
Sicuramente più successo ebbe il blocco navale Britannico, al quale si opponeva la guerra sottomarina tedesca. Un incidente però, ossia l'affondamento del piroscafo civile Lusitania, con 100 cittadini americani, attirerà sulla Germania le antipatie degli Stati Uniti.
Torna all'indice
L'Italia in guerra
In base all'articolo 7 del trattato che univa l'Italia alla Germania e all'Austria, la posizione neutrale assunta dall'Italia era perfettamente legittima, infatti il punto prevedeva la discussione preventiva dei territori da dare in compenso alla fine della guerra e ciò non era avvenuto. Ma il problema della posizione italiana rimaneva irrisolto.
All'interno del paese erano infatti schierati i neutralisti e gli interventisti. Ai primi appartenevano:
- i socialisti: essi infatti ritenevano la guerra voluta dalle grandi potenze imperialiste e capitaliste europee ma d'altra parte erano isolati e il loro neutralismo era stato indebolito dalle posizioni interventiste dei socialisti europei;
- i cattolici: ovviamente il pontefice non poteva che schierarsi contro la guerra, anche se esisteva ancora il contrasto tra l'obbligato neutralismo della Chiesa e la dovuta lealtà dei cattolici allo Stato di cui facevano parte;
- i giolittiani: Giolitti sosteneva che la guerra sarebbe durata molto tempo e l'Italia era impreparata sia economicamente che militarmente ad affrontarla. Ma Giolitti non si limitò a manifestare la sua posizione sulla situazione italiana, anzi formulò un 'analisi della situazione internazionale: egli riteneva che si sarebbe potuto ottenere "parecchio" senza la guerra, ove parecchio indicava l'opportunità di contrattare la neutralità come se fosse una vittoria. D'altronde anche la situazione dell'Austria, che non poteva resistere all'urto di altre diverse nazionalità, lasciava presagire ciò. Invece proprio l'Austria era assolutamente contraria a qualsiasi cessione di territori, nonostante le pressioni tedesche.
Agli interventisti appartenevano:
- gli "interventisti democratici" e i "socialisti riformisti": i primi erano fautori di una pronta cessione delle terre irredente; i secondi ritenevano che solo sconfiggendo gli imperi centrali si potevano attuare le aspirazioni di indipendenza nazionale e di democrazia dell'Europa intera;
- gli esponenti del sindacalismo rivoluzionario: guidati da Mussolini, essi credevano nella prospettiva rivoluzionaria che potrebbe nascere dalla sconfitta degli imperi centrali e criticavano apertamente la passività dei socialisti italiani;
- i nazionalisti: essi vedevano nella guerra esclusivamente anti - democraticismo e ambizioni espansionistiche;
- i liberali conservatori: essi ritenevano che da un lato, entrando in guerra, al parlamento venivano dati poteri straordinari tali da far finire per sempre le riforme giolittiane, e dall'altro puntavano a riottenere i territori del Trentino e Trieste e di far acquistare all'Italia lo status di grande potenza.
Era allora ormai inevitabile la rottura da parte dell'Italia della Triplice Alleanza sancita nel 1915 con il Patto di Londra tra Italia, Inghilterra, Francia, Russia. In caso di vittoria l'Italia avrebbe ottenuto il Trentino e Trieste, l'Istria, la Dalmazia, il porto di Valona e altri territori da stabilire.
Rimaneva il problema di convincere il parlamento di maggioranza giolittiana ad entrare in guerra. Molte furono le manifestazioni a favore durante le "radiose giornate di maggio", e alla fine il re e Salandra, con uno stratagemma, riuscirono nell'impresa. Salandra finse di dare le dimissioni e al suo posto fu convocato Giolitti. Questi, saputo parzialmente del patto di Londra, si rese conto che il suo parecchio non era più sufficiente e rifiutò l'incarico. Allora il re non accettò le dimissioni di Salandra, il governo ebbe poteri speciali e il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria.
Le prime battaglie, come prevedibile, ebbero esito disastroso: nei territori del Carso i soldati italiani subirono quattro cruente disfatte (Battaglie dell'Isonzo). Nel frattempo la Bulgaria si schierava dalla parte degli imperi centrali, aggravando la posizione russa nei balcani ma soprattutto quella serba. L'unico presidio dell'intesa nei Balcani fu Salonicco, città greca ufficialmente neutrale ma in realtà alleata dell'Intesa.
Torna all'indice
La Guerra di trincea
Il capitolo più terribile e sanguinoso di questa guerra fu rappresentato proprio dalla guerra di trincea. Migliaia di uomini al freddo, alle intemperie, vittime delle malattie e dei cecchini, che perderono la vita per conquistare pochi metri, poi regolarmente persi.
Uno dei più sanguinosi massacri fu la battaglia di Verdun: l'alto comando tedesco sapeva che difficilmente avrebbe potuto conquistare il presidio francese di Verdun, ma contava sul fatto di causare molte perdite al nemico in relazione alle sue. Un freddo calcolo matematico dunque, che si dimostrò errato: infatti le perdite furono enormi sia da una parte che dall'altra, senza grosse differenze. Successivamente l'Austria mandò una spedizione punitiva contro il traditore italiano, che però reagì favorito anche dal contemporaneo attacco russo.
Gli eserciti centrali avevano dunque subito gravi sconfitte. La Romania, sollecitata dalla vittoriosa avanzata delle truppe russe nei Carpazi, decise di entrare in guerra con l'Intesa ma il suo debole esercito fu annientato e il suo ricco territorio occupato. D'altronde uno dei maggiori problemi della Triplice erano proprio gli approvvigionamenti, bloccati bene dalla flotta inglese.
Nel frattempo in Medio Oriente Francia e Inghilterra si spartivano l'Impero ottomano.
L'andamento della guerra fece tornare su posizioni di pace i socialisti europei, che nel congresso di Zimmerwald assunsero la linea di una "pace senza annessioni e senza indennità". Stessa posizione nella conferenza di Kienthal dove però trovò spazio la tesi del russo Lenin secondo la quale la guerra imperialista doveva essere trasformata in rivoluzione sociale.
Un po’ in tutti gli stati si assistette al rafforzamento del potere esecutivo unendo al governo anche le opposizioni: erano questi i gabinetti di guerra.
Mentre le democrazie parlamentari attuavano i gabinetti di guerra, gli imperi centrali accentuarono gli aspetti repressivi e autoritari dei loro governi, vietando la libertà di stampa, di pensiero e centralizzando l'economia. Poiché i materiali per rifornire l'esercito servivano in abbondanza e presto, la qualità spesso ne risentiva mentre chi li produceva si arricchiva: erano questi i profittatori di guerra.
Torna all'indice
1917: L'intervento degli usa e il crollo degli imperi centrali
Al1a fine del 1916 si era venuta a creare una situazione di stallo tra le potenze belligeranti. Si pensò che la pace fosse vicina. La fine del conflitto aveva come principale punto di riferimento gli Stati Uniti ed il loro presidente. Proprio alla fine dello stesso anno il governo tedesco propose delle condizioni di pace miranti all'acquisizione di territori a est e ad ovest. Ma queste condizioni erano ben lontane da quelle che avrebbero voluto le potenze dell'intesa.
L'imperatore austriaco offrì alla Germania parte dei suoi territori polacchi se quest'ultima in cambio avesse ceduto in caso di pace l'Alsazia e la Lorena alla Francia. L’Italia si oppose a quest'accordo perché non avrebbe visto riconosciuto il principio di autodeterminazione per la sua terre irredente.
Le speranze di pace si affievolirono e ben presto ripresero le ostilità. La Germania avviò una guerra sottomarina contro l'Inghilterra pensando che questa entro sei mesi non sarebbe stata in grado di provvedere al suo approvvigionamento a causa dei danni inferti al suo sistemi di trasponi dai potentissimi sottomarini e gli Usa non sarebbero entrati in guerra prima di un anno. Tutto ciò non fu vero infatti l'Inghilterra in breve tempo si riprese dalla crisi e gli Usa dopo l'affondamento del loro mercantile Vigilantia il 2 aprile 1917 decisero di entrare in guerra.
Contemporaneamente usciva di scena a causa delle rivolte sociali la Russia.
Il Pontefice Benedetto XV chiedeva invano una pace senza vincitori ne vinti ma la volontà di vincere delle potenze dopo tutti gli sforzi sopportati era troppa Così a metà del 1917 si ebbe una ripresa del conflitto sul fronte orientale e su quello italiano.
Gli imperi centrali grazie alla ritirata degli eserciti Russi potettero occupare la Polonia e parte delle regioni Baltiche. Contemporaneamente fu predisposta una controffensiva in Italia. Le truppe italiane erano ancora predisposte in assetto da attacco e a causa di errori tattici ed organizzativi a Caporetto, dopo che l'esercito austriaco era stato rinforzato da alcune divisioni tedesche, si ebbe una grave sconfitta. L'esercito austriaco penetrò in Italia per oltre 200. Questo fu uno dei momenti più drammatici della storia italiana e parve quasi che la stessa unità fosse in pericolo.
Al posto di Boselli sali al governo Orlando il quale era maggiormente appoggiato e sostituì Cadorna con Armando Diaz affermando che più terribile di una guerra è una guerra perduta.
Torna all'indice
La sconfitta degli imperi centrali
Ne1 1918 il Presidente degli Stati Uniti pubblicò i 14 punti nei quali fissava le condizioni che avrebbero dovuto regolare i rapporti tra le nazioni alla fine del conflitto, In base al principio di nazionalità e autodeterminazione dei popoli si doveva ridisegnare l'Europa. Doveva essere una pace nuova; non doveva mirare all'espansionismo delle potenze vincitrici ma doveva garantire il rispetto del principio di nazionalità.
La pace di BREST-LITOVSY conclusa con gli imperi centrali nel l918 obbligava l'ex impero zarista alla cessione della Polonia, dell'Estonia, della Lettonia, della Lituania e al riconoscimento dell'indipendenza Ucraina
Ormai tranquilli sul fronte orientale i tedeschi fecero affluire truppe sul suolo francese riprendendo una tattica simile a quella utilizzata all'inizio del conflitto in breve tempo si riportarono sulla linea della Marna. Lo sfondamento che avevano fatto nelle barriere francesi non era stato di grande importanza e cosi gli Inglesi e i Francesi uniti gli eserciti contrattaccarono vincendo nella battaglia di Amiens.
Il fallimento tedesco seguito dall'insuccesso austriaco nel tentativo di sfondare la linea italiana del Piave, lasciava prevedere la sconfitta degli imperi centrali,
Nel tentativo di raggiungere una pace non troppo disastrosa, Guglielmo il nominò cancelliere il democratico Baden il quale cercò cerco di trasformare la Germania da monarchico-mititare a liberal-democratica. Sulla questione decisiva dell'abdicazione del re, però, incontrò la secca opposizione del Kaiser e degli ambienti militari in genere.
Seguirono una serie di rivolte ed ammutinamenti che portarono l'11 novembre 1918 alla firma dell’armistizio.
Lo sfaldamento dell'esercito austriaco determinò anche la fine dell'impero asburgico. La Cecoslovacchia si proclamò indipendente, fu formato lo stato Yugoslavo e si formarono governi provvisori in Ungheria e a Vienna.
Il 3 novembre 1918 a Villa Giusti prima della sua abdicazione l'imperatore austriaco firmò l’armistizio con l'Italia.
Torna all'indice
I trattati di pace
Alla conferenza di pace di Parigi non vennero accolti i rappresentanti delle potenze vinte a essi spettava solo l'alternativa dell'accettazione o di una ripresa delle ostilità. Per la prima volta problemi fondamentali dell'equilibrio europeo venivano discussi insieme a potenze non Europee quali Giappone e USA. La "New diplomancy" proposta da Wilson non era ben vista dalle potenze vincitrici.
Tutto sommato dopo che la flotta tedesca preferì auto affondarsi piuttosto che consegnarsi ai nemici, gli Inglesi avevano raggiunto il loro scopo principale.
Adesso essi cercavano di non fare punire con pesantissime sanzioni la Germania perché questa fino al 1914 era stata la loro migliore partner commerciale.
Wilson si oppose alle rivendicazioni italiane preferendo appoggiare i nuovi governi tra cui quello iugoslavo. Dopo questa opposizione Orlando preferì abbandonare per alcuni giorni la conferenza.
Per evitare futuri e dannosi conflitti si creò la Società delle Nazioni con sede a Ginevra che avrebbe dovuto rappresentare tutti gli stati sovrani del mondo. I paesi membri si impegnavano a non ricorrere più alla guerra per risolvere le controversie ma al giudizio della Società delle nazioni. Quest'organizzazione non aveva però i mezzi per far si che le decisioni prese venissero rispettate. Essa era in realtà molto fragile.
Dalla conferenza di Parigi uscirono cinque distinti trattati:
Con il TRATTATO Dl VERSAILLES la Germania doveva cedere l'Alsazia e la Lorena alla Francia
Al rinato Stato polacco dovette cedere parte della Slesia, della Posnania e della Pomerania assicurandogli in questo modo un accesso nel mar Baltico. La città di Danzica che si affacciava sul Baltico venne considerata città libera.
La Germania orientale venne in questo modo separata da quella occidentale e l'impero coloniale tedesco diviso tra Inghilterra e Francia.
Quando si dovette decidere a chi dare la colpa del conflitto si pensò, anche a causa delle pressioni francesi, ad accusare la Germania. In base all'articolo 231 essa era tenuta a risarcire tutti i danni procurati alla popolazione e le pensioni di guerra in una cifra che fu stabilita intorno ai 132 marchi - oro. Come garanzia del pagamento la Francia poteva occupare per 15 anni il bacino carbonifero del Saar. L'esercito tedesco venne ridotto a 100000 unità.
Con il TRATTATO DI SAINT-GERMAIN e del TRIANON venivano smembrati Austria ed Ungheria a favore della Polonia, della Jugoslavia, della Romania e della Cecoslovacchia. All'Italia veniva ceduto il Trentino.
Il territorio austriaco rimanente era pari a circa 1/8 di quello precedente mentre quello Ungherese uguale a circa ½.
Con il TRATTATO DI NEUILLY anche la Bulgaria dopo avere ceduto la Macedonia alla Jugoslavia e la Tracia alla Grecia, ne uscì ridimensionata avendo perso pure lo sbocco sul mar Egeo.
Con il TRATTATO DI SEVRES i Turchi dovevano cedere alla Grecia anche la Tracia Ottomana, dovevano smilitarizzare gli stretti perdendo il controllo anche su parte dell’Asia dopo l'indipendenza della Transgiordania, dell'Arabia e dello Yemen.
I restanti territori asiatici vennero portati gradualmente da Francia e Inghilterra ad una condizione di indipendenza e autogoverno tramite i "mandati fiduciari'.
Il nuovo assetto europeo era fondato su basi troppo deboli, si. erano venute a creare numerose minoranze che creavano tensioni interne. La Germania, additata come colpevole, voleva avere la sua rivincita e l'Italia aveva avuto un accrescimento territoriale inferiore a quello sperato; si parlava infatti di vittoria mutilata.
Torna all'indice
Rivoluzione Russa
La Russia nonostante gli investimenti stranieri era rimasta piuttosto arretrata nel settore industriale. Con l’avvento al trono di Nicola II le cose peggiorarono egli infatti ebbe un atteggiamento autocratico e conservatore. Anche la disfatta Russa nel 1905 nella guerra contro il Giappone contribuì a peggiorare la situazione dimostrando l’incapacità bellica della nazione e creando una crisi interna: Il 22 Gennaio 1905 in quella che fu chiamata la domenica di sangue furono uccise migliaia di persone che manifestavano pacificamente. Questo atto sancì la definitiva rottura tra popolo e regime zarista infatti in tutto il paese scoppiarono agitazioni scioperi ed ammutinamenti così gravi da indurre lo Zar a concedere con il Manifesto di Ottobre ampie libertà civili e la creazione di un Parlamento “Duma”.
Il popolo non si accontentò di ciò e si riunì in consigli “Soviet”. Il Governo represse i Soviet; furono elette tre Dume ma l’unica che durò più a lungo fu quella dei signori.
Sono questi gli anni delle riforme del ministro Stolypin: la sua riforma agraria prevedeva la vendita del terreno ai contadini e per coloro i quali non potessero permetterselo venivano utilizzati come manodopera a buon mercato nell’industria.
La riforma giunse troppo tardi in quanto ci sarebbero voluti venti anni di pace per avere degli effetti positivi ma ciò non avvenne a causa del conflitto mondiale.
Dopo l’assassinio di Stolypin si ebbero le elezioni interne per la IV Duma che videro il definitivo distacco delle due parti del partito comunista: i bolscevichi e i Mescevichi.
LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO
Al contrario degli altri governi impegnati nel conflitto mondiale in quello Russo non si ebbe la collaborazione tra le parti sociali a causa del chiuso autoritarismo dello Zar.
La mancanza di generi alimentari causata dal conflitto, fece scoppiare manifestazioni e insubordinazioni delle stesse truppe zariste (rivoluzione Febbraio).
Il potere venne diviso tra Duma e Soviet che avevano obbiettivi diversi: la Duma voleva una monarchia costituzionale, i Soviet la Repubblica; la Duma voleva proseguire la Guerra mentre i Soviet no.
I rapporti tra le due forme di governo non erano sempre in disaccordo e questa situazione di precarietà si modificò radicalmente con l’avvento al potere di Lenin.
Egli nelle sue tesi di Aprile ribadì che il potere dovesse andare tutto ai Soviet, sosteneva quindi tesi rivoluzionarie che si potevano attuare dopo una pace anche incondizionata con la Germania. Gli stessi bolscevichi erano esitanti ad accettare queste tesi ma dopo il fallimento dell’offensiva di Brusilov ad opera della Duma la pace era necessaria. Dopo la repressione di altre manifestazione (giornate di Luglio) era apparsa la figura di Kerenskij come l’unica in grado di mediare tra la volontà dei soviet e quella del governo.
La destra conservatrice decise di forzare i tempi e di tentare di instaurare una dittatura che assicurasse la continuazione della guerra approfittando dell’occupazione tedesca di Riga il generale Kornilov chiese le immediate dimissioni del governo e in caso di rifiuto minacciò di marciare con le truppe nella capitale. Di fronte a questo pericolo i bolscevichi appoggiarono kerenskij e arrestato Kornilov proclamarono la repubblica.
LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE
Il futuro assetto del paese doveva essere affidato all’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale. Contemporaneamente i bolscevichi ottenevano la maggioranza nei Soviet di Mosca e di Pietrogrado dove era stato eletto presidente Trockij leader dei mensceviche e convertitosi dopo le tesi di Aprile alle posizioni di Lenin.
Lenin riteneva che i bolscevichi dovessero approfittare della loro crescente popolarità rovesciando il governo debole di Kerenskij e impadronirsi del potere prima della convocazione dell’Assemblea Costituente.
La tesi di Lenin prevalse e Trockij iniziò i preparativi militari per la rivoluzione che si sarebbe dovuta svolgere nei giorni in cui a Pietrogrado i sarebbe riunito il Congresso Panrusso dei Soviet così da ottenere da quell’assemblea un’immediata legittimazione dell’azione rivoluzionaria. I militanti bolscevichi e le Guardie Rosse occuparono la sede del governo e altri edifici pubblici della capitale. Così mentre Kerenskij fuggiva, Il Congresso Panrusso dei Soviet approvava la formazione del governo rivoluzionario che vedeva a capo Lenin.
Subito Lenin fece approvare due provvedimenti. Il primo riguardava la pace; bisognava garantire l’uscita immediata dal conflitto mondiale (pace Brest-Litovsk). Il secondo era il decreto sulla terra nel quale si aboliva la grande proprietà fondiaria della Corona, della nobiltà e della Chiesa e si dividevano le terre espropriate tra i contadini.
Inoltre venivano nazionalizzate le grandi industrie e le banche. Con la Dichiarazione dei diritti dei popoli Russi, si dava uguaglianza a tutti i popoli Russi e la possibilità di rendersi indipendenti.
L’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale non era troppo vicina alle tesi di Lenin e il 19 gennaio 118 venne sciolta ufficialmente senza particolari reazioni da parte del popolo contento per essere uscito dalla guerra e per le spartizioni della terra.
Torna all'indice
Le conseguenze economiche della pace
Dopo la fine della guerra si erano venuti a creare particolarismi che in futuro avrebbero potuto creare problemi. Le nuove nazioni sorte, dette cuscinetto, non avevano la capacità di vita economica autonoma né propensione ad allearsi tra di loro. Il trattamento riservato allo Stato tedesco non solo rovinò il migliore dei mercati centro-europei ma aveva creato un pauroso sentimento di rivincita. Francia ed Inghilterra pur essendo nazioni vincitrici erano sommerse dai debiti contratti con gli Stati Uniti mentre in Italia oltre alla crisi economica si parlava di vittoria mutilata.
Il ritorno ad un’economia di pace fu difficilissimo e il processo di riconversione, molto lungo, fece crescere la disoccupazione. La soluzione a questi problemi era quella proposta nei trattati di pace: bisognava fare circolare rapidamente materie prime a buon mercato e tornare, grazie anche agli aiuti proposti agli imprenditori, a proporre alla popolazione merci abbondanti a prezzi vantaggiosi.
Con questo tipo di trattati, si era perduta l’opportunità di dare all’Europa e al mondo intero un periodo di pace duraturo. Dal punto di vista sociale tutti gli Stati erano più o meno in crisi perché i miglioramenti sopraggiunti dopo la vittoria non potevano colmare gli sforzi economici ed umani subiti. L’idea generale era che si fosse combattuto per nulla.
Torna all'indice
I problemi del dopoguerra
Le forze socialiste e cattoliche nonostante la vittoria, continuavano ad avere un atteggiamento critico nei confronti della classe liberale dirigente ed intendevano raggiungere il potere per portare al termine quelle riforme che la guerra non aveva permesso di realizzare.
La riforma principale a cui aspiravano, era quella agraria, cioè quella che prevedeva di dare ai contadini, che erano stati i principali combattenti, la proprietà della terra.
La classe liberale non poteva utilizzare la vittoria per aggregare il consenso dei diversi strati sociali da qui la nascita del Partito Popolare Italiano guidato da Don Luigi Sturzo.
Esso nacque principalmente per impedire in Italia un’avanzata del socialismo di tipo bolscevico. Il programma prevedeva la libertà di insegnamento, il riconoscimento dell’importanza dei valori religiosi e della famiglia. Chiedevano anche un sistema elettorale di tipo proporzionale e l’ampliamento del voto alle donne.
Sul piano economico cercavano di far si che le classi sociali invece di lottare tra di loro cooperassero per trovare insieme soluzioni vantaggiose per esempio per la riforma agraria.
I leader più rappresentativi del Partito Sociale Italiano alla fine della guerra vennero messi in minoranza. L’area massimalista il 18 dicembre 1918 rifiutando accordi con il governo borghese pose all’ordine del giorno “Istituzione della Repubblica sociale e dittatura del proletariato”.
Il giornale “Ordine nuovo” credeva che fosse fondamentale trasportare all’interno della classe operaia italiana il modello dei Soviet ed organizzare consigli di fabbrica capaci in breve tempo di autogovernare le aziende.
La crescita della disoccupazione seguita a ruota dalla aumentata inflazione non penalizzo moltissimo i lavoratori dell’industria grazie ai loro sindacati. Là dove i sindacati non esistevano come ad esempio nel settore agrario, lì la crisi si fece sentire abbastanza. Anche i ceti a reddito fisso vennero penalizzati e i borghesi che in tempo di guerra avevano ricoperto cariche importanti adesso si sentivano solo opachi lavoratori.
Nacque l’Associazione Nazionale Combattenti con l’obbiettivo di dare voce alle aspettative dei combattenti pur restando estranea ai partiti.
Mussolini a Milano, fece nascere i fasci di combattimento. Il suo programma parlava di Repubblica, di suffragio universale e di ordinamento sociale corporativo. Voleva pure la formazione di un unico “superpartito” chiedeva inoltre che la giornata lavorativa fosse di 8 ore. Difendeva chiunque avesse combattuto la guerra, facendosi considerare nemico dei socialisti e neutralisti in genere mostrando verso questi i lati più aggressivi e arrivando anche all’incendio dell’“Avanti!”. La difesa della guerra e l’idea della vittoria mutilata fecero guadagnare ai fascisti ampi consensi.
Differentemente i Democratici volevano abbandonare ogni idea espansionista per dedicarsi maggiormente a rapporti di amicizia con gli stati neonati.
Orlando e Sonnino a Versailles non riuscirono a prendere Istria e Dalmazia e preferirono lasciare la sede come segno di protesta. I trattati di pace continuarono ugualmente e le colonie tedesche vennero divise tra Francia ed Inghilterra. Quando Orlando e Sonnino furono costretti a tornare era stato tutto già deciso, all’Italia non restava che restare delusa e soprattutto umiliata.
Torna all'indice
Nitti e la questione Fiumana
L’esito insoddisfacente della conferenza di Versailles costrinse Orlando alle dimissioni. Al suo posto salì il liberale Nitti.
L’idea di Nitti era quella che bisognava produrre di più e consumare di meno a tal fine accelerò i processi di riconversione, favorì l’esportazione e diede un prezzo politico al pane. Le misure fiscali più severe toccarono ai ceti più alti. Sotto richiesta dei socialisti e dei popolari sostituì il sistema elettorale uninominale con quello proporzionale.
Nonostante ciò la crisi non passò e nell’estate del 1919 cominciarono agitazioni popolari causate anche dall’aumento dei prezzi e dalla mancata promessa della “terra ai contadini”.
La crisi si fece ancora più acuta quando D’Annunzio con l’aiuto di giovani “sensibili” occupò la città di Fiume. D’Annunzio non sopportava Nitti e lo accusava di non tutelare gli interessi dello Stato. Dal canto suo, Nitti non fece nulla per fermare l’avventura fiumana ma stese solo ad osservare il comportamento delle altre nazioni.
Alle elezioni del 1919 vi fù il crollo dei Democratici a favore delle nuove organizzazioni PSI e PPI. Il governo Nitti in seguito all’aumento del pane fu costretto a dimettersi a favore dell’ormai ottantenne Giolitti.
Torna all'indice
Giolitti e l’occupazione delle fabbriche
Giolitti doveva ridurre il debito pubblico favorendo una ridistribuzione dei redditi a vantaggio di quelli meno abbienti. Propose di nominare i titoli azionari in modo da poterli rendere fiscalmente individuabili.
In politica estera con il trattato di TIRANA rinunciava al mandato italiano sull’Albania riconoscendogli l’indipendenza.
Con il trattato di RAPALLO, rinunciava alle pretese sulla Dalmazia ad eccezione della città di Zara ottenendo in cambio, dalla Yugoslavia, Istria e Lussino. Fiume venne considerata una città stato indipendente.
I nazionali non videro di buon occhio questi trattati e li considerarono come una conferma della vittoria mutilata. Quando poi fu fatto cannoneggiare il palazzo dove D’Annunzio governava, nel dicembre 1920, parlarono di Natale di sangue.
Il partito popolare aumentò i problemi interni non essendo d’accordo alla nominatività dei titoli azionari perché tale riforma avrebbe colpito soprattutto la chiesa cattolica.
Dal 1920 cominciarono le occupazioni delle fabbriche. La linea di governo di Giolitti fu piuttosto statica infatti attese che le sommosse terminassero da sole.
I gruppi socialisti più intransigenti diedero vita al PCI ad ispirazione leninista.
Si pensò che i problemi del dopoguerra dovessero essere risoti in maniera autoritaria. I primi gruppi organizzati militarmente vennero utilizzati per fare aggressioni ai movimenti sindacali e cattolici. Erano sostenuti economicamente da agrari ed industriali e in poco meno di un anno passarono da 200 unità a 200000 unità.
Alla luce dei fatti, Giolitti non poteva sperare nell’aiuto socialisti né in quello dei cattolici e di lì a poco decise di utilizzare l’appoggio dei Fasci. Questa mossa doveva solo servire a prendere più voti “le candidature fasciste sono come i fuochi ‘artificio: fanno molto rumore ma si spengono rapidamente”.
Le elezioni non andranno come previsto da Giolitti. I socialisti perderanno pochissimi seggi mentre i 35 fasci eletti più 10 nazionalisti passeranno all’opposizione. A Giolitti non resterà che rassegnare le dimissioni.

Esempio



  



Come usare