L'Europa centro-orientale nel XVII secolo

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L’EUROPA CENTRO – ORIENTALE NEL XVII SECOLO
La Svezia
La Svezia svolse, nel Seicento, un ruolo d’importanza cruciale nella storia dell’Europa settentrionale ed orientale, perché l’aggressivo dinamismo svedese accelerò la crisi della Polonia e produsse il rafforzamento della Russia e della Prussia.
Nel Cinquecento, la Svezia si era resa indipendente dalla Danimarca e si era convertita al Luteranesimo; la confisca delle terre ecclesiastiche fornì a Gustavo I Vasa notevoli risorse che consentirono di ampliare l’amministrazione regia e di avviare la costruzione di uno Stato moderno e centralizzato.
Sotto i successori di Gustavo I, la Svezia dette inizio alla sua espansione: alleata con la Polonia, respinse l’offensiva dello zar Ivan IV e conquistò l’Estonia. Il re Gustavo II Adolfo, con la collaborazione della nobiltà svedese, perfezionò il sistema di governo, potenziò l’esercito ed allestì una forte marina militare; mossa guerra alla Russia e alla Polonia, gli Svedesi estesero il loro controllo sulle rive meridionali del Baltico, occuparono la Livonia ed imposero pesanti dazi sul commercio dei cereali; Gustavo Adolfo intervenne in Germania nella Guerra dei Trent’Anni, ottenendo clamorose vittorie. Alla sua morte, la Svezia, affidata al cancelliere Alex Oxenstierna, era la più forte potenza dell’Europa settentrionale: le risorse per reclutare ingenti truppe e potenziare gli armamenti furono assicurate dai dazi sul commercio baltico, dal bottino tedesco e dai contributi finanziari francesi; la pace di Westfalia sancì la statura internazionale della Svezia, che ottenne la Pomerania ed il controllo delle foci dell’Elba, dell’Oder e del Weser, centri di grande importanza economica e strategica.
Nel 1655, il sovrano Carlo X Gustavo attaccò la Polonia a cui, nonostante l’intervento della Danimarca, tolse la Lituania e la sovranità sulla Prussia orientale, mentre la Danimarca perse la Scania e il controllo degli stretti per cui si accede via mare al Baltico. L’entità dei successi svedesi e il rischio che il commercio nel Baltico risultasse impedito convinsero gli Olandesi ad intervenire contro la Svezia; grazie alla mediazione francese, si giunse, nel 1660, alle paci d’Oliva e di Copenaghen, che riconobbero gli acquisti territoriali della Svezia e sancirono l’indipendenza del Brandeburgo dalla Polonia.
La costruzione dell’assolutismo in Svezia proseguì sotto Carlo XI, cui fu attribuito il diritto divino all’assoluta sovranità:
o nessuna opposizione fu tollerata;
o le terre della Corona che erano state concesse all’aristocrazia furono recuperate;
o l’apparato statale fu disciplinato;
L’efficiente macchina statale e militare, ereditata dal padre, consentì a Carlo XII di lanciarsi nella seconda Guerra del Nord e di attaccare la Russia contro Pietro I il Grande. Le vittorie della Svezia, rese possibili dalla precocità del suo assolutismo rispetto alle strutture feudali dei paesi vicini, terminarono quando quei paesi si dotarono di più moderne istituzioni politiche e militari.
La Polonia
Agli inizi del XVI secolo, il Regno di Polonia e di Lituania comprendeva anche la Boemia e l’Ungheria e riuniva tutte le terre comprese tra il Baltico e il Mar Nero: si trattava di un complesso territoriale privo di unità, in cui il potere monarchico era limitato dall’indipendenza dei nobili.
Nel Cinquecento, i sovrani polacchi cedettero agli Asburgo la Boemia e l’Ungheria: il restringimento territoriale consentì a Sigismondo il Vecchio, a Sigismondo Augusto ed a Stefano Bathory di far fronte alle minacce esterne e di respingere gli attacchi dello zar russo Ivan IV.
La posizione dei re polacchi andava indebolendosi: la nobiltà polacca acquistava diritti crescenti e bloccava i tentativi rivolti alla creazione di strutture statali centralizzate; una serie di atti permise alla nobiltà polacca di rompere a proprio vantaggio l’equilibrio dei poteri tra monarchia e ceti nobiliari. Due circostanze contribuirono a questo risultato:
o la Polonia aveva goduto di una situazione tranquilla dal punto di vista internazionale, essendo i suoi vicini impegnate nelle vicende della Riforma: l’assenza di campagne militari non rese necessario il rafforzamento del potere centrale;
o l’espansione demografica e la rivoluzione dei prezzi rafforzarono le posizioni della nobiltà: i nobili polacchi liberi di spadroneggiare nei loro territori e dotati di eserciti privati, ridussero i contadini in servitù, così che, grazie alle corvées servili, le tenute nobiliari divennero fornitrici di grano e di legname, i cui proventi andarono a vantaggio della grande proprietà nobiliare.
La Dieta dei nobili impose l’istituzione di una monarchia elettiva: alla morte del re i nobili avrebbero scelto il suo successore; le successioni al trono polacco diventarono un affare internazionale, col risultato di indebolire l’autorità centrale e di limitare l’indipendenza della Polonia. I nobili ottennero il diritto di non obbedire alle direttive dei monarchi, giungendo all’approvazione del libero veto, per cui il voto contrario di un solo membro della Dieta bastava a bloccare ogni deliberazione. Dal punto di vista nobiliare, ciò si tradusse in un aumentato potere, ma dal punto di vista dello Stato polacco, significò l’impossibilità di avviare un processo di modernizzazione.
Il tracollo della potenza politica dello Stato polacco avvenne nel corso della prima guerra del Nord: la Polonia soffrì distruzioni enormi e le capitali del Regno furono occupate da eserciti prussiani e svedesi. La pace di Oliva, nel 1660, assegnò alla Svezia e alla Prussia – Brandeburgo il controllo del litorale baltico, ed alla Russia l’Ucraina orientale e una fascia intorno a Smolensk (in Russia, vicino al confine con l’attuale Russia Bianca); queste sistemazioni territoriali ridimensionarono l’estensione della Polonia, ma consentirono al re Giovanni III Sobieski di concentrare gli sforzi contro la pressione turca: la vittoria sui Turchi, nel 1683, liberò Vienna dalla minaccia ottomana e segnò il momento in cui l’Impero turco cominciò ad arretrare.
La Prussia
La Germania rimase frammentata in una molteplicità di entità politiche, indipendenti l’una dall’altra: il Sacro Romano Impero era solo un nome senza sostanza, anche se il titolo imperiale rimase prerogativa della casa asburgica, allorché, alla fine del Seicento, cominciò a delinearsi l’ascesa di un nuovo protagonista, la Prussia degli Hohenzollern.
Gli Hohenzollern furono fatti marchesi del Brandeburgo ed Elettori dell’Impero dall’imperatore Sigismondo, in riconoscimento dell’aiuto fornito contro il movimento hussita. Il Brandeburgo era un territorio agricolo, privo di città importanti, dominato dalla nobiltà dei grandi proprietari terrieri, gli Junker, il cui ceto era economicamente potente perché utilizzava il lavoro servile e tradusse questa forza anche sul piano politico, imponendo un sistema di rappresentazione di Ordini.
Nel XVI secolo, la Prussia orientale entrò a far parte dei possedimenti degli Hohenzollern: Alberto di Hohenzollern, gran maestro dei Cavalieri Teutonici, aderì alla Riforma luterana, laicizzò i beni dell’Ordine e proclamò la sua signoria su di essi, ottenendo il titolo ducale dal re di Polonia.
I due territori furono retti da rami distinti della dinastia, finché furono riuniti, nel 1618, ma conservarono istituzioni e amministrazioni distinte, rimanendo uno stato di importanza modesta anche dopo l’acquisto dei territori di Cleve, Mark e Ravensberg, nella bassa Renania.
Gli eventi decisivi per le fortune degli Hohenzollern maturarono durante la Guerra dei Trent’Anni: i loro domini furono percorsi e saccheggiati dagli eserciti contrapposti, finché si vennero a trovare assoggettati alla Svezia, la cui dominazione militare ridusse il ruolo delle diete nobiliari ed eliminò molte assemblee rappresentative; la pace di Westfalia consegnò agli Hohenzollern possedimenti ingranditi, in cui era ridimensionata l’importanza della nobiltà feudale. Per fronteggiare l’espansionismo svedese era necessario disporre di un esercito forte e costruire un solido apparato amministrativo, imponendo ai sudditi il pagamento delle tasse.
Il duca Federico Guglielmo I costrinse la nobiltà ad accordargli un sussidio straordinario, che utilizzò per costruire il primo esercito permanente statale; la nobiltà ottenne in cambio la riconferma dei privilegi d’immunità fiscale e di servitù dei contadini. Le autonomie cittadine furono eliminate e venne generalizzato un sistema di prelievo fiscale che gravava sulle città e sui contadini; i nobili conservarono i loro privilegi economici e sociali, ma dovettero rinunciare ad ogni pretesa di esercitare il potere politico: in cambio trovarono impieghi e riconoscimenti nel servizio prestato allo Stato in campo militare, amministrativo e diplomatico. Per coordinare la conduzione degli affari militari venne creato il primo organo unitario, un Commissariato Generale che estese le sue funzioni al campo delle finanze e dell’economia.
Per averne l’appoggio, l’imperatore Leopoldo d’Austria concesse al duca Federico III di Hohenzollern il titolo di re di Prussia; non venne concesso il titolo di re del Brandeburgo, perché questo territorio faceva parte del Reich, in cui non poteva esservi alcuna dignità regale tranne quella dell’Imperatore, mentre la Prussia, feudo del Regno di Polonia, non facendo parte del Reich, poteva essere legittimamente costituita a Regno.
Il nuovo re, che assunse il titolo di Federico I di Prussia, dotò il regno di istituzioni culturali, come l’università di Halle, l’Accademia delle Arti e l’Accademia delle Scienze di Berlino.
L’Austria
Gli arciduchi di Vienna cingevano la Corona imperiale e, dopo la battaglia di Mohacs, anche quelle dei Regni di Boemia e d’Ungheria; si trattava di un complesso territoriale imponente ma privo di effettiva unità amministrativa, etnica e religiosa.
Se nei possedimenti di famiglia la nobiltà aveva accettato la sovranità asburgica, nei due Regni di nuovo acquisto gli Stati aristocratici difendevano le loro tradizionali libertà e, contro gli Asburgo cattolici, preferirono le idee della Riforma: questa situazione portò in Boemia alla crisi da cui scaturì la Guerra dei Trent’Anni. La sconfitta della Montagna Bianca significò, per la nobiltà boema, la fine di ogni potenza economica e politica: le sue terre furono assegnate dagli Asburgo ad una nuova nobiltà, priva di radici nel Paese e poco attaccata alla Corona.
La pace di Westfalia, annullando le pretese asburgiche sulla Germania, orientò Vienna verso le regioni danubiane; Leopoldo I impegnò le risorse sui fronti sud – occidentali, anche se l’assoggettamento della nobiltà ungherese rimase un obiettivo a lungo irraggiungibile. Economicamente forti, per la vastità dei possessi e per il controllo sul lavoro servile dei contadini, i nobili magiari trassero profitto dalla situazione geopolitica del Paese: l’Ungheria era stata occupata dai Turchi e, al confine occidentale, esisteva il Regno di Transilvania, cristiano e indipendente; i nobili magiari ebbero la possibilità di contrarre la loro fedeltà agli Asburgo, minacciando di appoggiarsi altrove, qualora le loro richieste non venissero accolte.
Importante per il consolidamento dello Stato asburgico furono le vittorie riportate sui Turchi: dopo alcune guerre, i Turchi lanciarono una decisiva offensiva che li portò a porre l’assedio a Vienna; il pericolo mobilitò il mondo cristiano a sostegno degli Asburgo: a Kahlenberg, nel 1683, l’esercito cristiano riportò una grande vittoria sui Turchi, e il successo fu completato grazie ad una serie di operazioni militari condotte dal generale Eugenio di Savoia. Con la pace di Carlowitz, nel 1699, gli Ottomani cedettero all’Austria l’Ungheria e la Croazia, fino al Danubio e alla Drava, mentre la Transilvania si riconobbe vassalla di Vienna; con questi acquisti, la casa d’Asburgo divenne la potenza egemone dell’Europa sud – orientale.
L’Austria riacquistò la capacità di intervenire nella politica dell’Europa occidentale e, nell’ambito delle guerre contro Luigi XIV, assunse il ruolo di elemento cardine dell’equilibrio europeo; inoltre, le resistenze della nobiltà magiara furono sedate definitivamente nel 1711.
Incapace di imporsi sulla nobiltà delle province, trasformandola in un ceto che fornisse funzionari ed ufficiali, il potere asburgico si resse sulla base di:
o manovre diplomatiche;
o compromessi politici;
o equilibri tra le diverse componenti etniche;
o margini di tolleranza religiosa.
Il risultato ottenuto dagli Asburgo fu di riaffermare il cattolicesimo sui loro territori e di realizzare una convivenza di gruppi diversi, all’interno dell’unico complesso di un Impero centroeuropeo.
La Russia dal XVI secolo a Pietro il Grande
Alla fine del XV secolo, la Moscovia aveva realizzato i primi passi per l’indipendenza dalla dominazione tartara, per merito di Ivan III, il primo zar. I principi moscoviti trasformarono le basi del loro potere in direzione di una sovranità assolutistica, cui erano sottomessi i capi delle regioni circostanti, i boiari, costituenti un’aristocrazia di sangue; la Chiesa russa contribuì al rafforzamento delle posizioni dei principi di Mosca, accreditandoli come eredi degli imperatori bizantini.
Nel XVI secolo, la storia russa fu dominata dalla figura di Ivan IV il Terribile; salito al potere in un momento in cui i boiari cercavano di restaurare la propria indipendenza politica, egli mirò a ripristinare l’autorità dello zar:
o confiscò le terre dei signori ribelli;
o creò una nuova aristocrazia di nobili – funzionari;
o istituì il corpo degli Strel’cy, una milizia di fanti che alloggiavano nelle città e svolgevano attività di commercio e di artigianato, ed erano a disposizione dello zar;
o riorganizzò la Chiesa russa, dandole una disciplina più centralizzata.
Sotto il regno di Ivan IV, si ebbe un’espansione territoriale, che comprese:
o il bacino del fiume Volga, fino al Mar Nero ed al Mar Caspio;
o il khanato della Siberia occidentale.
Lo Stato russo ingrandì i propri confini e si trovò ad affrontare il problema del rapporto con i diversi gruppi etnici indigeni; inoltre, si ebbero i primi contatti stabili col mondo occidentale, anche se la Russia rimase estranea alla cultura rinascimentale dell’Occidente europeo.
Dopo la scomparsa di Ivan IV, vi fu in Russia un periodo di torbidi, determinato dalle ribellioni dei boiari e dagli attacchi di Svedesi e Polacchi. In reazione all’occupazione polacca ed ai tentativi di imporre il cattolicesimo, i Russi insorsero e un’assemblea di boiari elesse al trono Michele Fedorovič Romanov; la resistenza all’offensiva cattolico – polacca – occidentale dimostrò la saldezza dello Stato russo e evidenziò la presenza di una coscienza nazionale, in cui era essenziale la componente religiosa.
Durante il Seicento, lo Stato russo, sotto gli zar Michele, Alessio e Fëdor III, consolidò le sue strutture assolutistico – burocratiche, anche se la grande nobiltà conservò un peso determinante.
Giunse a compimento il processo di riduzione in servitù dei contadini russi: la loro libertà fu ridotta e poi annullata, si era schiavi a vita e la servitù era ereditaria. L’arresto della mobilità contadina provocò la fine dell’emigrazione dalle campagne verso le città, con la conseguenza che lo sviluppo di un’economia urbana fu impedito dalla penuria di forza – lavoro. La maggiore delle rivolte contadine che si sollevarono nel Seicento ebbe per protagonista Sten’ka Razin, nel 1667 – 1671.
Su questo sfondo di miseria e di ribellioni va collocato lo scisma che si produsse nella Chiesa russa, detto dei Vecchi Credenti. Il patriarca Nikon rivendicò il maggior peso della Chiesa nella vita politica e promosse una riforma religiosa, mirante a correggere alcuni errori depositatisi nei testi di preghiera e a modificare alcune pratiche liturgiche, così da ravvicinarsi alla tradizione greco – ortodossa. Le innovazioni esasperarono una parte della popolazione e provocarono lo scisma dei Vecchi Credenti, che furono perseguitati dalle autorità pubbliche e condannati al rogo.
La società russa rimase divisa nei ceti che la costituivano, e l’azione dello Stato fu rivolta a mantenere i diversi ceti al loro posto.
La crescita economica e demografica si accompagnò al proseguimento dell’espansione territoriale in direzione della Siberia e dell’Ucraina; il trattato con la Polonia assegnò alla Russia l’Ucraina e le regioni lungo il Don.
Pietro il Grande divenne zar all’età di dieci anni, frequentò la colonia tedesca di Mosca e si recò all’estero, prendendo contatti con esperti dei vari rami e lavorando come operaio in un cantiere navale; nel 1689, Pietro tornò in patria ed assunse i pieni poteri, fino ad allora esercitati dai parenti della madre. Pietro ebbe l’unico scopo di fare della Russia un Paese militarmente forte, capace di affrontare i nemici occidentali, gli Svedesi, e quelli meridionali, i Turchi. Per realizzare questo obiettivo doveva avviare la Russia verso la modernizzazione, adottando le istituzioni amministrative e le tecniche produttive più avanzate.
Pietro sciolse gli Strel’cy, al posto di cui creò due reggimenti di guardie scelte, un esercito permanente, di tipo professionistico, basato su un sistema di coscrizione a livello nazionale; inoltre, creò una potente marina militare.
Pietro seguì un indirizzo mercantilistico, che si riallacciava al tradizionale intervanto dello Stato russo nella regolamentazione della vita economica. I vari settori della pubblica amministrazione furono affidati a funzionari specializzati, organizzati in una disciplina gerarchica, e venne creato un Senato dotato di poteri consultivi e preposto all’amministrazione pubblica.
La Chiesa fu disciplinata e posta alle dipendenze del Santo Sinodo, un organo collegiale presieduto da un rappresentante dello zar; la Chiesa russa venne concepita come strumento al servizio dello Stato.
L’espressione più significativa della volontà dello zar di fondare uno Stato regolato, in cui la nobiltà coincidesse con la burocrazia, fu la promulgazione, nel 1722, della Tavola dei Ranghi, secondo cui:
o le carriere statali furono ordinate su 14 livelli;
o fu deciso che il rango di ogni suddito dipendesse dal grado ricoperto nella gerarchia degli uffici;
o ai nobili fu fatto obbligo di entrare al servizio dello Stato;
o fu prevista la possibilità di conferire un titolo nobiliare a chiunque ricoprisse un grado elevato nella gerarchia;
Pietro intervenne nel campo dell’istruzione e della cultura, gettando le basi di un sistema scolastico che privilegiasse le scuole a carattere tecnico.
Il trasferimento della capitale da Mosca a San Pietroburgo suggellò le scelte politico – culturali di Pietro il Grande: attraverso quest’apertura sul Baltico, la Russia e l’Europa sarebbero diventate meno estranee fra loro.
Durante l’età di Pietro il Grande, la struttura dell’amministrazione centrale e periferica fu resa più razionale, più efficiente e più onesta, anche se il sistema di tassazione, diventato più efficiente, risultò anche più pesante.
L’Impero Ottomano
Il declino dell’Impero ottomano non fu né rapido né rettilineo: nel Mediterraneo, i Turchi conquistarono Cipro, ripresero Tunisi e strapparono ai Veneziani l’isola di Creta. Nella penisola balcanica, l’avanzata ottomana si arrestò, verso la fine del XVI secolo, dinnanzi alle resistenze degli Asburgo; ai confini orientali, i Turchi mantennero l’offensiva contro la Persia, ma il conflitto si concluse con una sconfitta.
Le ragioni di quest’arresto dell’espansione turca stavano nella superiorità politica, economica, tecnologica e militare dei suoi nemici. Con la fine delle conquiste cessarono le possibilità di saccheggio che avevano assicurato l’unità e la disciplina dello Stato turco, le cui condizioni andarono peggiorando, poiché lo scontento sociale esplodeva in rivolte e generava uno stato di endemica violenza, dovuto al fatto che:
o i proprietari di terre miravano a rafforzare le proprie posizioni di potere locale ed intensificarono lo sfruttamento dei contadini;
o il corpo dei giannizzeri si era trasformata in una milizia corrotta, tesa a difendere i suoi privilegi;
o la pressione fiscale si era accresciuta per le difficoltà finanziarie dell’Impero;
o il commercio delle spezie e della seta si svolgeva sotto il controllo olandese e inglese, lungo le rotte che circumnavigavano l’Africa ed aggiravano l’Impero turco;
o il commercio locale languiva ed era gestito da minoranze greche, armene ed ebree.
Una ripresa si delineò nel 1656 sotto la direzione dei Gran Visir della famiglia Köprülü: i Turchi si lanciarono nella loro ultima offensiva contro l’Occidente, spingendosi fino a Vienna, da cui furono cacciati, piegandosi alla pace di Carlowitz, nel 1699.
La seconda (o Grande) Guerra del Nord e il proseguimento del conflitto austro – turco
La Grande Guerra del Nord ebbe come protagonisti Carlo XII di Svezia e lo zar Pietro; la guerra ebbe inizio nel 1700, allorché il re di Svezia, Carlo XII, dopo aver attaccato e costretto alla resa la Danimarca, si rivolse contro la Polonia, sbaragliò l’esercito sassone – polacco e giunse fino a Varsavia e Cracovia.
Nel 1707, Carlo si volse ad Oriente ed invase il territorio russo; Carlo, di fronte alle difficoltà provocate dal freddo, dalla scarsità di rifornimenti e dalla strategia russa, piegò la sua avanzata verso sud, per ricongiungersi con alcune tribù cosacche, ribelli allo zar, e con i Turchi, ma a Poltava, nella steppa ucraina, subì una sconfitta da parte dell’esercito zarista.
La disfatta svedese in Russia provocò il ritorno del re di Polonia ed il passaggio della Pomerania e della Lituania in mano a Prussiani e Russi. Carlo XII interruppe le trattative di pace e riaprì le ostilità, ma nel 1718 fu ucciso nel corso delle operazioni militari.
La Svezia riprese le trattative di pace che si conclusero con le paci di Stoccolma e di Nystadt:
Rispetto al problema della successione, si fronteggiarono due schieramenti contrapposti, i tories e i whigs:
o in Polonia la Corona rimase a Federico II Augusto di Sassonia;
o la Svezia fu penalizzata con la cessione di Stettino e della Pomerania alla Prussia, dell’Estonia, della Livonia e della Carelia alla Russia.
Nel 1714, la Turchia, che era rimasta neutrale nel conflitto russo – svedese, dichiarò guerra all’Austria e recuperò la Morea; l’Austria e Venezia rinsaldarono la loro alleanza, passando all’offensiva, fino a cingere d’assedio Belgrado, che era il più importante centro ottomano nella penisola balcanica. Nel 1717, Belgrado si arrese e gli Austriaci occuparono la Serbia e la Valacchia; queste conquiste furono riconosciute dalla pace di Passarowitz, che sancì anche il declino di Venezia, che non ottenne la restituzione del Peloponneso.
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