L'ascesa del fascismo e del nazionalsocialismo

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Testo

STORIA
L’ASCESA E L’AFFERMAZIONE DEL FASCISMO E DEL NAZISMO
LA SITUAZIONE POLITICA ED ECONOMICA ITALIANA DEL PRIMO DOPOGUERRA
Il periodo storico in cui meglio si inquadrano tutte le sfaccettature del tempo dove l’uomo perde ogni dignità umana è il cosiddetto “ventennio fascista”, caratterizzato dall’avvento del fascismo e del nazionalsocialismo.
È anche il periodo in cui il fisico ebreo Albert Einstein dava alla luce la Teoria della relatività e il filosofo francese, di origine ebraica, Henry Begson teorizzava il suo “spiritualismo”.
La fine della prima guerra mondiale vede un’Italia in grave crisi economica, sfiduciata, lacerata da contrasti sociali.
Fra i vincitori della prima guerra mondiale l’Italia era la nazione più fragile, sia perché politicamente era “nata” da poco più di mezzo secolo, sia perché la sua economia era debole anche prima della guerra, sia per il grande divario tra il Nord e il Sud del Paese.
Le condizioni in cui si trovò il nostro paese sono quindi immaginabili : una crisi generale dell’economia, l’inflazione “galoppante”, i prezzi che salivano alle stelle mentre gli stipendi restavano praticamente inalterati, e la disoccupazione era aumentata di sei volte rispetto all’anno precedente.
La guerra, benché vittoriosa, ha significato investimento di capitali, calo della produzione agricola per l’assenza materiale della forza-lavoro, arricchimento di pochi industriali e ulteriore impoverimento dei lavoratori.
Una crisi generale, dunque, che coinvolse la stragrande maggioranza della popolazione.
Ai contadini durante la guerra era stata promessa la distribuzione delle terre ma queste erano state dimenticate e nessuno intendeva rispettarle. Gli operai trovarono: aumento dei prezzi, abbassamento dei salari,fame, disoccupazione. La crisi economica colpì anche la piccola e media borghesia: da questiceti erano stati reclutati gli ufficiali e i sottufficiali, tornati a casa erano stati costretti a riadattarsi a una vita grigia e monotona, fatta di magri stipendi e sacrifici.
(Fino ad allora al Governo vi erano stati i liberali che avevano interesse per il proletariato e la borghesia).
I reduci, soprattutto gli ufficiali di complemento, costituivano un’alta categoria che aveva buone ragioni per lamentarsi. Innanzitutto, dopo 4 anni di guerra, trovarono grandi difficoltà a reinserirsi nella vita “civile” e a trovare un posto di lavoro; questi giovani, inoltre, si sentirono guardati con malcelato disprezzo proprio da quegli “imboscati2 che, mentre loro combattevano al fronte, avevano approfittato per costruirsi delle cospicue fortune attraverso ogni tipo di speculazione. Al loro rientro, le sinistre scatenarono inoltre la “caccia ai reduci e agli ufficiali”: a loro, in pratica, si rimproverava di aver voluto la guerra e di avervi trascinato gli operai e i contadini, mentre sappiamo che la decisione dell’intervento era stata presa da un’esigua minoranza di italiani.
Sono stati questi malcapitati, tutti appartenenti alla classe media. Tutti in preda allla più nera disperazione: una mina vagante questa categoria che vede davanti ai suoi occhi la grande industria e le banche rifiutarsi di accollarsi i debiti nonostante gli ingenti profitti fatti con la guerra; e ha -anche questa categoria- la netta impressione di essere stata tradita, come i reduci.(da notare che tutto questo sta accadendo contemporaneamente anche in Germania)
La soluzione che adottò il governo per far fronte ai debiti e alle spese sostenute in guerra era stata quella di aumentare le tasse; con la conseguenza di far aumentare il costo della vita e bloccare ulteriormente gli investimenti produttivi.
I PARTITI ITALIANI
A una crisi economica e sociale si accompagnava anche una crisi di tipo politica. In questo quadro le forze politiche in campo furono molteplici:
i socialisti mostravano una certa capacità di iniziativa. Il partito socialista poteva contare sulla forza della confederazione sindacale “rossa”, la CGL. Le elezioni del ’19 furono un grande successo per i socialisti che divennero il gruppo più forte del Parlamento. Ma questa forza apparente celava una grande debolezza. Il Partito socialista era infatti diviso tra il gruppo dei riformisti che provenivano da una politica di riforme graduali, e i massimalisti che volevano realizzare il programma “massimo” della rivoluzione socialista limitandosi a predicarla spaventando così la borghesia.
Un’altra forza politica presente fu quella del Partito popolare italiano, fondato nel 1918 da Don Luigi Sturzo che raccoglieva i cattolici per evitare che la guida delle grandi masse lavoratrici restasse nelle mani dei socialisti. Oltre la difesa di valori tipicamente cattolici sostenevano una politica di riforme sociali, soprattutto in difesa dei contadini e della collaborazione tra le varie classi sociali.
La nascita di questo nuovo partito fu importante perché i cattolici, che in base al famoso divieto di Pio IX si erano astenuti dal partecipare alla vita politica, ora vi si affacciavano con un proprio partito e dei propri sindacati.
Anche i popolari, tuttavia, erano divisi tra progressisti, moderati e conservatori.
Un terzo orientamento era rappresentato dal gruppo che faceva capo ad Antonio Gramsci, sostenevano la necessità di organizzare subito e concretamente la rivoluzione.
Le altre formazioni politiche (libarali, democratici, repubblicani, radicali9 non erano dei veri e propri partiti organizzati: si trattava, piuttosto, di “correnti” che spesso non si formavano in base a un preciso programma politico, ma al seguito di un influente personaggio.
La disoccupazione, le misere condizioni di vita del dopoguerra, segnato da epidemie, inflazione e carovita, dalla delusione per la mancata attuazione delle promesse ai soldati al fronte, alimentarono la protesta popolare.
Il malcontento popolare esplose nel 1919 con scioperi e agitazioni. Ma la situazione peggiorò l’anno seguente quando gli industriali metallurgici rifiutarono di concedere agli operai aumenti salariali necessari a fronteggiare l’aumento dei prezzi. Gli operai del settore entrarono in sciopero, gli industriali risposero con la serrata (la chiusura degli stabilimenti). Gli operai decisero l’occupazione delle fabbriche pronti a difenderle anche con l’uso delle armi.
Le divisioni all’interno del partito socialista provocarono il fallimento dell’occupazione delle fabbriche.
Questa crisi si manifestò in varie forme, dalla rabbia insurrezionale del cosiddetto “biennio rosso”, nazionalismo esasperato degli ex combattenti.
Privi di una guida efficace e disorientati, gli operai abbandonarono la lotta e si accontentarono delle promesse di Giolitti. Questa esperienza aprì una grve crisi all’interno del Partito socialista. Il gruppo di estrema sinistra, capeggiato da Antonio Gramsci fondo il Partito comunista d’italia che si proponeva di guidare il popolo alla rivoluzione.
Si cominciò a invocare un governo forte, che reprimesse con fermezza le agitazioni popolari, restituisse dignità alla Patria e garantisse l’ordine sociale.
In questa atmosfera, intrisa di paura, di disordine e di miseria, si affermò un movimento destinato a stravolgere il sistema politico italiano e a segnare più di venti anni della nostra storia: il fascismo, una forza politica sul versante di destra, poco numerosa ma molto combattiva composta da nazionalisti, che avevano contribuito in modo determinante a trascinare l’Italia nella guerra, e protestavano a gran voce per la “vittoria mutilata”.
LA VITTORIA MUTILATA
L’affermazione del fascismo in Italia si può inquadrare nei problemi che affrontò il nostro paese alla fine della prima guerra mondiale. Il rancore per la “vittoria mutilata”, espressione che si riferiva al mancato rispetto da parte degli Alleati degli impegni presi con l’Italia, raggiunse la massima tensione durante la crisi di Fiume.
Questa città, abitata in prevalenza da italiani ma situata in territorio slavo era stata occupata dal nostro esercito durante la guerra.
Il trattato di Versailles l’aveva tolta all’Italia e assegnata alla Jugoslavia. Nel 1919, al momento di evacuare la città, una parte delle nostre truppe rifiutò di obbedire, a sostenere questa ribellione accorsero i legionari fiumani (D’Annunzio).
La questione fiumana venne risolta brillantemente da Giolitti, nel1920 concluse con la Jugoslavia il Trattato di Rapallo. Fiume diventava uno stato indipendente, l’Italia ottenne l’Istria e la città di Zara, la Jugoslavia vide riconosciuti i suoi diritti sulla Dalmazia.
L’ASCESA DEL FASCISMO
La crisi del dopoguerra italiano cominciò a decrescere, ma proprio a questo punto si intensificarono, raggiungendo delle punte di inaudita violenza, le “imprese” delle squadracce fasciste.
Gli uomini di governo, e Giolitti in particolare, non si opposero alla crescente marea fascista perché credevano di poter “assorbire” i fascisti nel gioco parlamentare, ma non avevano capito che il fascismo non era uno dei soliti partiti: non solo era organizzato quasi militarmente, ma gli erano anche del tutto estranei i principi di libertà e di democrazia.
La “marcia su Roma”.
Alla ricerca di una solida maggioranza che consentisse di governare, nel maggio del 1921 Giolitti indisse nuove elezioni, favorendo le “liste nazionali che comprendevano anche i candidati fascisti; e 35 di questi furono eletti.
Le violenze “nere” contro i giornali, le sedi e le organizzazioni socialcomuniste raggiunsero il culmine. Giolitti, per rimediare in qualche modo a quel caos, chiese al parlamento i pieni poteri, ma questi gli vennero rifiutati e lui rassegnò le dimissioni. L’anno successivo quello stesso parlamento avrebbe concesso i pieni poteri a Mussolini.
I due successivi governi, presieduti da Bonomi e Facta, non riuscirono a fronteggiare la situazione e si giunse così al 28 ottobre 1922, quando da varie parti d’Italia i fascisti iniziarono la marcia su Roma. Le autorità militari che presidiavano la Capitale erano convinte di poter soffocare facilmente la rivolta e chiesero che il governo desse degli ordini precisi, e, per iscritto, il presidente Facta chiese al Re di firmare lo stato d’assedio. Ma Vittorio Emanuele III rifiutò di firmarlo e incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo.
Verso l’Italia fascista
Arrivato al potere, il duce si dimostrò piuttosto abile: promise di rispettare lo Statuto di far cessare le violenze dei suoi squadristi (che però continuarono), formò un governo con “soli” 4 fascisti e 10 non fascisti (escludendo i socialcomunisti) e consentì una certa libertà di stampa.
Mussolini, però, varò nuove “riforme”: creò il Gran Consiglio del Fascismo , un organismo illegale che qualche tempo dopo avrebbe praticamente esautorato il parlamento; poi organizzò la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, un vero e proprio esercito privato del partito Fascista: vi confluirono i componenti delle squadre d’azione, ossia le famigerate camicie nere, così dette perché indossavano la camicia nera degli Arditi, i coraggiosi reparti d’assalto della I Guerra mondiale. Quindi qualcosa cominciava a non andare per il verso giusto, ma “ufficialmente” il Duce agiva con pieno appoggio del Parlamento: era tutto “legale”, dunque!
Il fascismo si preparò a impadronirsi definitivamente del potere mediante una riforma elettorale in base alla quale 2/3 dei seggi parlamentari sarebbero stati assegnati al partito che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti. Alle elezioni del 1924, avendo conquistato oltre il 60% dei suffragi, i fascisti ottennero più di 400 seggi sui 540 disponibili: una maggioranza schiacciante!
Ma come era stata ottenuta una tale vittoria lo disse chiaramente alla camera il socialdemocratico Giacomo Matteotti : mediante la violenza, l’intimidazione, il controllo dei voti e l’imbroglio! Pochi giorni dopo la sua ferma e documentata accusa il coraggioso deputato “scomparve”, rapito da una banda di fascisti. Qualche tempo dopo il suo corpo veniva trovato crivellato di pugnalate.
Il delitto mise in imbarazzo gli stessi ambienti del regime e l’indignazione dell’opinione pubblica raggiunse il massimo, ma non si tradusse in azione concreta. I deputati dell’opposizione, guidati dal liberale Giovanni Amendola e dal socialista Filippo Turati, decisero di abbandonare il Parlamento fino a quando la legalità democratica non fosse tornata in Italia: era la famosa secessione dell’Aventino, così chiamata in ricordo di quella che avevano fatto i plebei dell’antica Roma contro i patrizi.
Col loro gesto, infatti, gli “aventiniani” (ai quali inizialmente si erano uniti anche i comunisti) si proponevano 2 scopi: dimostrare all’opinione pubblica che il fascismo era moralmente isolato, e provocare l’intervento del re, che in base allo statuto poteva anche revocare la nomina ai ministri. Ma il re, ancora una volta, non si mosse, e l’opinione pubblica non reagì se non con sporadiche manifestazioni di protesta. Dal punto di vista politico, perciò la “secessione” fu un errore : diede via libera a Mussolini, mentre per abbattere la nascente dittatura ci sarebbe voluta un’azione molto più energica e concreta. Lo capirono i comunistiche preferirono rientrare in Parlamento per combattervi la loro battaglia. Ma ormai era tardi per tutti.
Il 3 gennaio 1925, il Duce gettava definitivamente la maschera, imponendo al paese, anche “ufficialmente” la dittatura. E subito se ne videro i risultati: i deputati “aventiniani” furono dichiarati decaduti, e quelli che erano rimasti nel Parlamento (soprattutto i comunisti) vennero perseguitati e incarcerati: contro gli antifascisti si istituirono una polizia segreta e un Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Furono sciolti tutti i partiti (tranne il P.N.F.) e le organizzazioni sindacali, sostituite con dei sindacati corporativi che comprendevano sia i lavoratori che i datori di lavoro; il Parlamento fu trasformato in Camera dei fasci e delle Corporazioni, mentre venivano soppressi il diritto di sciopero e la libertà di stampa.
Nelle scuole furono introdotte due nuove materie la cultura militare e la cultura fascista , mentre acquistò una grandissima importanza l’educazione fisica: gli Italiani, infatti, dovevano essere un popolo di atleti e di guerrieri, degni dei loro antenati romani! I giovani dell’asilo all’Università, vennero inquadrati in organizzazioni di tipo militare, divise in “legioni”, “centurie” e “manipoli”, come ai tempi dell’antica Roma; e tutti ebbero la loro divisa: i figli della Lupa, i Balilla, le Piccole Italiane, i Giovani Fascisti, le Giovani Italiani, gli Avanguardisti, ecc.
Tra il 1928 e ’29, infine, l’ultima “riforma” elettorale: alle future “elezioni” si sarebbe potuta presentare solo la lista del Partito Nazionale Fascista, e agli elettori sarebbe stata lasciata la “libertà” di approvare quella lista.
LE OPERE DEL REGIME
La maggioranza della popolazione accettò un tale stato di cose perché non poteva ribellarsi apertamente, infatti, gli antifascisti erano una minoranza costretta alla clandestinità e continuamente braccata. Ma c’erano anche altre ragioni. L’Italia, dopo lunghi anni di guerra e di confusione, era stanca del disordine: e il regime, sia pure con la violenza e in superficie, aveva riportato l’“ordine” e la “pace sociale”, impedendo qualsiasi forma di sciopero e di dissenso; le violenze e la criminalità, beninteso, non erano scomparse, ma o mass-media, controllati dall’“alto”, non ne parlavano. Qualsiasi dittatura, anche ai giorni nostri, vi “dimostrerà” di essere riuscita a debellare la delinquenza: ci vuole così poco, basta non parlarne!
Il regime, inoltre, aveva dato l’avvio ad un imponente complesso di opere pubbliche, prime fra tutte le bonifiche.
Importante fu anche l’ampliamento della rete ferroviaria e stradale, con la costruzione delle prime autostrade; i lavori di rimboschimento; la costruzione dell’acquedotto pugliese e l’incremento della produzione del grano ( la cosiddetta battaglia del grano), che ridusse del 75% le importazioni del cereale, ma ne fece aumentare il prezzo. L’opinione pubblica apprezzò queste realizzazioni , che del resto venivano ampiamente pubblicizzate, mentre si nascondeva con altrettanta cura che la situazione economica generale del paese era ancora difficile.
La propaganda fu un’altra arma molto efficace del regime, che aveva a disposizione la stampa e la radio: i radioascoltatori e i lettori dei giornali venivano letteralmente bombardati dalla martellante e capillare propaganda orchestrata dal regime, e come accade ancora oggi ne rimanevano in gran misura condizionati; anche perché chi tentava di aprire loro gli occhi era immediatamente bollato come nemico dell’ “ Italia proletaria e fascista ” e rischiava la galera o il confino.
Contribuirono alla passività della popolazione anche alcune spettacolari e importanti imprese realizzate in quel periodo.
LA POLITICA ESTERA FINO AL 1934
Alcune iniziative in politica estera contribuirono a dare al governo fascista un notevole prestigio in campo europeo, anche perché il regime imposto in Italia appariva come una “garanzia” contro il comunismo.
L’11 febbraio 1929, mentre era papa PIO XI, l’Italia e il Papato firmarono un concordato, i cosiddetti Patti lateranensi : il Papa, che fin dal 1870 si era considerato “prigioniero” dello Stato italiano, riconosceva Roma come capitale d’Italia; questa, a stavolta, riconosceva la sovranità del Papa sulla città del Vaticano garantiva la libertà al culto cattolico, l’obbligo dell’insegnamento religioso nelle scuole italiane e la validità civile del matrimonio religioso.
Un altro “punto” a favore di Mussolini fu il suo iniziale atteggiamento di ostilità verso la nascente Germania nazista: nel 1934, come vedremo, Hitler aveva tentato di occupare l’Austria, e le grandi potenze europee non si erano mosse. Ma l’Austria costituiva un comodo stato-cuscinetto fra l’Italia e la Germania, e Mussolini non esitò a inviarle armi e denaro, perché resistesse al tentativo di aggressione nazista; quando il cancelliere austriaco Dollfuss fu assassinato da un complotto di nazisti austriaci, il Popolo d’Italia, che ormai era diventato l’organo ufficiale del regime, uscì con un titolo di fuoco: “che cosa sono i nazisti? Assassini!”. Facendo seguire i fatti alle parole, Mussolini inviò quattro divisioni alla frontiera del Brennero, facendo chiaramente capire di essere pronto a difendere l’Austria: Hitler, al potere solo da un anno, preferì rinunciare all’impresa.
L’antifascismo, dunque, era stato costretto alla clandestinità, ma non per questo aveva cessato di esistere o di essere combattivo. Tra gli antifascisti di sinistra spiccò, per la sua opera di pensatore politico, Antonio Gramsci, uno dei fondatori del Partito Comunista.
Il Nazismo
Alla drammatiche condizioni della Germania nel dopoguerra si era aggiunta, intorno al 1930, la spaventosa crisi economica, iniziata negli Stati Uniti, che aveva portato al Paese ben 6 milioni di disoccupati: naturalmente, col crescere delle difficoltà aumentarono anche i disordini, e molta gente cominciò a sperare in un governo forte e capace di riportare la tranquillità.
A Monaco di baviera, nel 1919, l’elemento di maggior spicco del partito Operaio Tedesco (socialista) era Adolf Hitler , un ex-imbianchino di origine austriaca; egli, 2 anni dopo lo trasformò in Partito Nazionale Socialista Degli Operai Tedeschi: la nuova formazione politica venne indicata, più brevemente col nome di nazionalsocialismo o, in forma ancora più contratta, di nazismo.
Dopo il fallito putsch (golpe) di Monaco, Hitler trascorse un anno in carcere, e ne approfittò per scrivere La mia battaglia , un libro in cui tracciò il programma del nazismo. Le intenzioni dei nazisti erano, più o meno, quelle dei loro “camerati” italiani, ma con qualcosa di peggio. Oltre ad essere contro tutto e contro tutti e a favore della violenza, Hitler rilanciava l’idea del pangermanesimo, che avrebbe dovuto realizzarsi con la creazione della Grande Germania; inoltre, in “più” di Mussolini, aveva un’altra aberrante convinzione: rinasceva il mito della razza superiore, che Hitler non aveva inventato, ma che avrebbe portato alla estreme conseguenze; la razza germanica aveva il preciso compito di dominare sui popoli dominare sui popoli “inferiori”, e di eliminare gli Ebrei.
Hitler riteneva ciò in base alla discendenza dalla razza tedesca da quella Ariana, che secondo lui, faceva parte di quelle popolazioni che per prime avevano abitato le zone del centro Europa, i cosiddetti indoeuropei. Per riconoscere il perfetto ariano i nazisti mobilitarono falsi scienziati che ricostruirono i tratti somatici tipici della popolazione tedesca. Il destino del popolo tedesco era il dominio sugli altri popoli, in particolare sugli Ebrei e sugli Slavi. Egli riteneva infatti che gli ebrei fossero estranei alla civiltà europea, poiché le loro origini erano quelle di un popolo di pastori nomadi, non legato alle regole del vivere sedentario, che era invece l’unico criterio di vita, a suo parere, degno di essere chiamato civile. Secondo Hitler, gli Ebrei avevano cospirato per distruggere le razze superiori; essi, a suo dire, erano parassiti che succhiavano le forze ai popoli sani portandoli alla decadenza.
I partiti democratici tedeschi, deboli e divisi come quelli italiani, non riuscirono a opporsi validamente al pericolo nazista, che potè dilagare violentemente con le squadracce organizzate di Hitler: le S.A. (Sturm Abteilungen = truppe d’assalto) e le non meno famigerate S.S. (Schultz Staffeln = squadre di protezione), che ripetono le “imprese” delle camicie nere prendendosela con chiunque fosse non nazista e soprattutto i “rossi”. Anche il nazismo appoggiato dagli ambienti militari, dell’alta finanza e dei grandi industriali, iniziò la sua scalata al potere: nel 1930 vennero eletti nel Parlamento tedesco 107 deputati nazisti, e nel gennaio del ’33 il Presidente della Repubblica, Hindemberg, nominò Hitler cancelliere, ossia capo di governo.
NASCE IL TERZO REICH.
Morto Hindemberg, Adolf Hitler divenne anche capo dello Stato: era praticamente nato Il terzo reich, che nelle intenzioni del suo Fuhrer avrebbe dovuto dominare il mondo. Il primo “assaggio” di questa politica si ebbe nell’anno seguente quando, fatto assassinare il cancelliere austriaco austriaco Dollfuss, Hitler tentò di annettersi l’Austria.
Il colpo fallì per la decisa opposizione di Mussolini: il dittatore tedesco per il omento dovette piegarsi e preferì dedicarsi all’opera di ricostruzione del suo Reich. L’economia tedesca, grazie alle notevoli risorse del territorio e al carattere dei suoi abitanti, compì un prodigioso balzo in avanti, soprattutto per quanto riguarda l’industria. Contemporaneamente, in contrasto con quanto aveva stabilito il Trattato di Versailles, la Germania si riarmò facendo delle proprie forze armate una poderosa macchina da guerra. Il Paese, dunque, era nuovamente in piedi e appariva più minaccioso di prima, mentre le grandi potenze europee (Francia, Inghilterra e unione Sovietica) pareva che stessero a guardare.
Gli antinazisti, intanto, venivano messi atacere con i soliti sistemi propri a tutte le dittature: particolarmente feroci furono le persecuzioni e le repressioni scatenate dalla Gestapo (Geheime Staats Polizei = Polizia segreta di Stato). I più perseguitati, “naturalmente”, furono gli Ebrei: si cominciò con l’emarginarli dalla società tedesca e si finì per “pianificare” nei loro confronti la Soluzione Finale, la totale eliminazione! A tale scopo vennero organizzati i lager, veri centri di sterminio, nei quali ben 6 milioni di Ebrei sarebbero stati “scientificamente” assassinati mediante le camere a gas.(vedi olocausto)
L’ITALIA FASCISTA
Lo stesso Mussolini che nel 1911 aveva scontato un anno di carcere per essersi opposto energicamente alla conquista della Libia ora aveva deciso che anche l’Italia dovesse avere un proprio impero, proprio quando gli altri imperi coloniali a scricchiolare. Approfittando di alcuni incidenti successi alla frontiera fra la Somalia italiana e l’Etiopia, Mussolini fece aggredire quel millenario impero, costringendo il suo negus Hailè Selassiè (1930-!975) a rifugiarsi in Inghilterra: l’Etiopia che con la Liberia e l’Egitto era uno dei tre Stati Africani indipendenti, in pochi mesi (1935-36) divenne un possedimento italiano, e Vittorio Emanuele III ne diventò l’imperatore. Nel 1938 si formò l’Africa Orientale Italiana, che riuniva, oltre all’Etiopia, l’Eritrea, la Somalia e l’Oltreguiba, ma con amministrazioni separate.
A questo punto però la Francia e l’Inghilterra, che si vedevano minacciate nei loro interessi in Africa, appoggiarono l’esule negus e fecero in modo che la Società delle nazioni decretasse contro l’Italia le così dette sanzioni economiche: gli Stati membri della Società, cioè, non avrebbero dovuto commerciare col nostro Paese. Le sanzioni, in realtà, servirono soltanto al gioco di Mussolini, sia perché non tutti i paesi le rispettarono, sia perché il Duce le usò per far credere che l’Italia era ingiustamente perseguitata e minacciata.
A questo punto non è difficile capire perché l’italia fascista riaccostò alla germania nazista: nello stesso 1936, infatti, furono firmati tra i due Stati numerosi accordi culminati nel cosiddetto Asse Roma-Berlino, che consentì a Hitler di sviluppare indisturbato la sua politica di aggressione all’Europa. L’annessione all’Austria riuscì pienamente nel 1938, quando la piccola repubblica fu occupata dalle truppe tedesche: gli austriaci erano di stirpe tedesca, quindi “dovevano” far parte della Grande Germania. Quindi fu la volta della Cecoslovacchia, a cui il fuhrer strappò la regione dei Sidati, abitata da 3 milioni di tedeschi, allora Mussolini propose all’Inghilterra, alla Francia e alla Germania di partecipare alla conferenza di Monaco (1938): però benché si dovesse discutere proprio della questione cecoslovacca, non fu invitato il governo di Praga! Hitler ebbe partita vinta: anche i Sideti andarono a far parte della Grande germania, e la Francia e l’Inghilterra si illusero di aver soddisfatto una volta per tutte le ambizioni del dittatore tedesco, e di aver assicurato la pace all’Europa. Il dittatore italiano scivolò sempre più verso il ruolo di “controfigura” del tiranno nazista, e ne diede una chiara dimostrazione nel 1938, varando delle leggi razziali contro gli Ebrei italiani. La chiesa si schierò contro queste disposizioni fasciste.
Per “pareggiare” il conto con l’aggressione tedesca alla Cecoslovacchia, le truppe italiane occuparono l’Albania; Vittorio Emanuele III, già Re d’Italia e imperatore d’Etiopia, divenne anche re d’Albania!
Contemporaneamente , vennero stretti maggiormente i legami tra Hitler e Mussolini: l’Asse fu trasformato in Patto d’acciaio col quale i due governi si impegnavano ad aiutarsi reciprocamente, in caso di una guerra non solo difensiva, ma anche offensiva.
Il 23 agosto la germania nazista e la Russia comunista firmarono un patto di non aggressione con cui le due potenze stabilivano le rispettive zone d’influenza in Europa!
L’accordo costituì un duro colpo per il fronte antifascista, che rischiò di sfaldarsi: in Italia, ad esempio, i socialisti ruppero il patto di “ unità d’azione” con i comunisti, che in Francia vennero addirittura dichiarati fuori legge. Ma l’accordo significava anche che Hitler, con le spalle ormai al sicuro, non si sarebbe più fermato. E lo dimostrò una settimana più tardi con l’invasione del corridoio Polacco che “spezzava” la Germania ( deciso dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale col Trattato di Versailles.
L’OLOCAUSTO
L’impresa estrema che la potenza della Germania rese possibile fu il crimine più grande che la storia ricordi: l’Olocausto.
I principi centrali della dottrina nazista, per alcuni aspetti affine al fascismo italiano, erano ispirati alle teorie che sostenevano una presunta superiorità biologica e culturale della razza ariana formulate da Houston Stewart Chamberlain e da Alfred Rosemberg.
Hitler propose, infatti, un piano di ampliamento del territorio nazionale, giustificandolo con la necessità di allargare il Lebensraun (lo “spazio vitale”) per il popolo tedesco. Le altre nazioni dovevano sottomettersi alla razza ariana, in virtù della sua conclamata superiorità, destinata com’era a regnare sul mondo intero. Nemici degli ariani erano in primo luogo gli ebrei, responsabili del disastro economico e della diffusione delle ideologie marxiste e liberali.
Come conseguenza delle idee nazionaliste e razziste proclamate da Hitler nel Mein Kampf (1925), il regime nazista, sin dall’inizio, adottò misure di discriminazione sistematica contro gli Ebrei, formalizzate in seguito nelle leggi di Norimberga (5 settembre 1935). Secondo l’ideologia antisemita e razzista del regime, ebreo era chiunque risultasse avere tre o quattro nonni osservanti della religione ebraica, indipendentemente dalla sua partecipazione alla vita della comunità ebraica; mezzo-ebreo era chi aveva due nonni osservanti o era sposato con un ebreo; chi aveva un solo nonno ebreo veniva designato come mischlinge (meticcio). Sia gli ebrei sia i mischlinge erano non ariani e come tali soggetti a leggi e direttive discriminatorie.
Obbiettivo dichiarato del regime nazista prima della seconda guerra mondiale era spingere gli ebrei all’emigrazione. Nella notte dell’otto novembre 1938, come rappresaglia all’assassinio di Parigi di un diplomatico tedesco da parte di un giovane ebreo, in Germania furono incendiate tutte le sinagoghe, infrante le vetrine dei negozi di proprietà ebraica e arrestati migliai di ebrei. La cosiddetta notte dei cristalli convinse molti ebrei tedeschi e austriaci ad abbandonare il paese senza ulteriori indugi; centinaia di migliaia di persone trovarono rifugio all’estero, ma altrettante si videro costrette o scelsero di rimanere.
Nel 1938 anche il re d’Italia Vittorio Emanuele III ratificò le leggi razziali antiebraiche, volute, sul modello di quelle tedesche, dal governo fascista di Mussolini. Ne conseguì un esodo, quantitativamente assai più modesto, di cittadini italiani di origine ebraica e di quanti, come il fisico Enrico fermi, avevano un coniuge ebreo.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale (settembre 1939) l’esercito tedesco occupò la Polonia occidentale, che contava tra gli abitanti due milioni di ebrei, i quali vennero sottoposti a restrizioni ancor più severe di quelle vigenti in germania. Furono, infatti, costretti a trasferirsi in ghetti circondati da mura e filo spinato; ogni ghetto aveva il proprio consiglio ebraico cui era demandata la responsabilità degli alloggi (sovraffollati, con sei, sette persone per stanza), della sanità e della produzione. Quanto era prodotto al loro interno veniva scambiato con forniture di carbone e cibo (perlopiù grano e verdure) in quantità sufficiente a raggiungere la razione giornaliera ufficialmente stabilita di 1200 calorie a persona.
A un mese dall’inizio delle operazioni in Unione Sovietica, il numero due del Reich, Herman Goring, inviò una direttiva al capo dei servizi di sicurezza, Reinhard Heydrich, incaricandolo di organizzare una “soluzione finale” della questione ebraica in tutta l’Europa controllata dalla Germania. Dal settembre 1941 gli ebrei tedeschi furono costretti a indossare fasce recanti una stella gialla; nei mesi seguenti decine di migliaia di ebrei furono deportate nei ghetti in Polonia e nelle città sovietiche occupate. Si realizzarono i primi campi di concentramento (lager), strutture concepite appositamente per eliminare le vittime deportate dai ghetti vicini (300.000 dal solo ghetto di Varsavia). Bambini, vecchi e tutti gli inabili al lavoro venivano condotti direttamente nelle camere a gas; gli altri invece erano sfruttati per un certo periodo in officine private o interne ai campi e poi eliminati.
Il maggior numero di deportazioni avvennero nell’estate-autunno del 1942. Anche in questo caso, voci riguardo a stermini di massa giunsero agli ambienti ebraici all’estero e ai governi di Stati Uniti e Gran Bretagna. I casi di resistenza alle deportazioni furono rarissimi. Nell’aprile del 1943 gli ultimi 65.000 ebrei di Varsavia tentarono di opporsi alla polizia, entrata nel ghetto per la retat finale, ma vennero massacrati nel corso degli scontri, protrattisi per tre settimane.
Il trasporto delle vittime nei campi di sterminio avveniva solitamente in treno. La polizia pagava alle ferrovie di stato un biglietto di sola andata di terza classe per ciascun deportato: se il carico superava le 1000 persone, veniva applicata una tariffa collettiva pari alla metà di quella normale. I terni, composti da vagoni merci sprovvisti di tutto, persino di buglioli e prese d’aria, viaggiavano lentamente verso la destinazione e molti deportati morivano lungo il tragitto.
Le destinazioni più tristemente famose, fra le tante, furono Buchenwald, Dachau, Bergen-Belsen, Flossenburg (in Germania), Mauthausen (in Austria), Treblinka, Birkenau, Auschwitz (in Polonia). Quest’ultimo era il più grande tra i campi di sterminio; vi trovò la morte oltre un milione di ebrei, molti dei quali furono prima usati come cavie umane in esperimenti di ogni tipo. Per una rapida eliminazione dei corpi, nel campo vennero costruiti grandi forni crematori. Nel 1944 il campo fu fotografato da aerei da ricognizione alleati a caccia di obiettivi industriali; i successivi bombardamenti eliminarono le officine, ma non le camere a gas.
Al termine della guerra, nell’olocausto avevano trovato la morte milioni di ebrei, slavi, zingari, omosessuali, testimoni di Geova e comunisti; tra gli ebrei le vittime ammontarono a più di sei milioni. Il ricordo delle vittime ebree svolse un ruollo di primi piano nella formazione di un ampio consenso nel dopoguerra attorno al progetto di costituire in Palestina uno stato ebraico che potesse accogliere i sopravvissuti alla tragedia: il futuro Stati di Israele.
Il comportamento dei capi nazisti della Germania nel loro desiderio di distruggere gli Ebrei è spiegabile: essi prendevano sul serio le proprie teorie e credevano che l’Europa sarebbe stata migliore senza gli Ebrei. Resta difficile da capire, ma essenziale per chiunque desideri comprendere il comportamento dell’uomo nella società, come i capi nazisti fossero in grado di organizzare il massacro e di portarlo a termine su vasta scala, senza trovare resistenza.
Quanti tedeschi sapevano quello che stava succedendo? Purtroppo è impossibile stabilirlo. A quel tempo c’erano forti motivi di, paura di punizioni, paure di accettare responsabilità, per evitare di indagare nelle attività delle SS e della polizia. Dal 1945 il desiderio di scolparsi indusse necessariamente a professioni di ignoranza. Qualsiasi
Risposta a questa domanda può solo essere approssimativa e incerta. Il governo tedesco non proclamò apertamente che cosa stesse facendo; al contrario, da parte di coloro che erano direttamente responsabili furono prese le misure elaborate per trarre in inganno, comprese misure per illudere se stessi: essi scrivevano e parlavano di “emigrazione” degli Ebrei, di “risistemazione in Oriente”, di “soluzione finale della questione ebraica”, e così via. È certo che tutti in Germania sapevano che gli Ebrei venivano deportati. Probabilmente molti tedeschi pensavano che gli ebrei sarebbero stati realmente trasferiti altrove.
Il terribile piano di Hitler è stato così suddiviso in quattro tappe:
1.SOLUZIONE EMIGRAZIONE
Inizialmente, vale a dire sino allo scoppio della guerra, apparentemente l’obbiettivo del nazismo e di Hitler consistette nel rendere il Reich, jundenfrei, vale a dire “libero dagli ebrei”. Il sistema prescelto per “ripulire” la Germania dagli ebrei fu, in questa prima fase, costringerli ad emigrare rendendo loro intollerabili le condizioni di vita attraverso una legislazione sempre più oppressiva: si cercava di spingerli verso un esodo definitivo all’estero.
Il bilancio di questa fase che va sostanzialmente dal 1933 al 1939, non fu tuttavia coronato da successo.
Dei 520.000 ebrei tedeschi che vivevano in Germania nel 1933, ne rimanevano 350.000 nel 1938. ma in quello stesso anno con l’annessione dell’Austria i nazisti si trovarono a dover “gestire” anche i 190.000 ebrei austriaci. Riuscire a far emigrare altri 540.000 ebrei era impossibile. Ad ogni espansione della Germania nazista il numero degli ebrei cresceva e le nazioni estere non furono in grado o non vollero assorbire l’ondata di emigrazione ebraica proveniente dal Reich.
La soluzione “emigrazione” alla vigilia della guerra appariva sostanzialmente fallita perché Hitler all’inizio aveva affrontato il problema pensando agli ebrei che vivevano nel Reich. Ora l’obbiettivo era diventato più ambizioso: l’influenza ebraica doveva essere eliminata da tutti i territori sotto il controllo dell’asse. Hitler pensava così ad altre possibili soluzioni.
2.GHETTIZZAZIONE AD ORIENTE
In piena guerra il problema si aggravò ulteriormente. L’invasione del belgio, dell’Olanda, della Francia, della Danimarca e della Norvegia fece aumentare ulteriormente il numero degli ebrei caduti nelle mani del nazismo. L’obiettivo prioritario, rendere jundenfrei la Germania si allargò a dismisura: si trattava ora di rendere jundenfrei l’intera Europa.
La soluzione non poteva essere quella di far emigrare gli ebrei all’estero. Si fece così strada un’altra soluzione: deportare gli ebrei europei all’est concentrandoli nei territori polacchi occupati. In questa operazione di concentramento dovevano essere coinvolti anche gli ebrei polacchi.
Creare in Polonia dei grandi ghetti appariva la soluzione più appropriata. Ma lo “spazio vitale” che la Germania doveva guadagnarsi ad est, doveva essere destinato ai tedeschi che avrebbero dovuto insediarvisi.
Il concentramento nei ghetti della Polonia non poteva dunque rappresentare “soluzione finale” del problema ebraico ma una “soluzione transitoria” in attesa della fine della guerra dopo la quale si sarebbe dovuta trovare una soluzione alternativa.
3.STERMINIO IN UNIONE SOVIETICA
Mentre si affermava la soluzione della ghettizzazione, la Germania stava preparando i piani di invasione dell’Unione Sovietica. In prospettiva dell’invasione dei grandi territori dell’ucraina, della Bielorussia e della Russia europea aggravava il “problema ebraico”. Infatti il numero di ebrei che vivevano in Unione Sovietica ammontava a svariati milioni.
Visto che la soluzione adottata in Polonia non sembrava praticabile, si fece strada l’ipotesi dell’eliminazione fisica degli ebrei dell’Unione Sovietica con nuclei di sterminio mobili appositamente creati.
Il 22 giugno 1941 la Germania invadere l’Unione Sovietica. Nei territori che le armate tedesche stavano occupando vivevano 4.000.000 di ebrei secondo le valutazioni degli storici all’avanzare delle truppe tedesche, ci fu un sistematico massacro che provocò altre 1.500.000 di morti.
4.LA SOLUZIONE FINALE.
La soluzione di sterminare sul posto gli ebrei rappresentò un “salto di qualità” nel progetto di eliminare il giudaismo europeo. Per la prima volta si teorizzava e applicava nel concreto un piano di eliminazione fisica. Tuttavia il sistema di sterminare gli ebrei laddove vivevano, non poteva essere adottato al di fuori dell’Unione Sovietica. Lo sterminio degli ebrei occidentali non poteva essere attuato con mezzi così brutali e evidenti. Non si potevano assassinare in massa gli ebrei olandesi, francesi, greci alla luce del sole.
Le fucilazioni compiute ad oriente erano inimmaginabili ad occidente. Occorreva studiare un altro metodo. Ed è di fronte a questi problemi che si fece strada la “soluzione finale”.
Vi erano state diverse esperienze di sterminio negli anni precedenti che concorsero ad ideare la soluzione finale: il programma di autonomia aveva formato un nucleo di specialisti che aveva ideato le uccisioni con i gas; la deportazione in Polonia degli ebrei del reich aveva fornito degli “insegnamenti” sulle tecniche di deportazione, il concentramento in ghetti aveva messo in grado le possibilità della macchina dello sterminio. Con un bagaglio di esperienza così ampio si fece definitivamente starda la soluzione finale, cioè l’annientamento fisico degli ebrei in campi di concentramento predisposti ad oriente. La teorizzazione di questa soluzione finale venne affidata ad Himmler.
Alla fine della seconda guerra mondiale, il più grande sterminio di un popolo che la storia ricordi, ad opera di Hitler, contava circa 8.000.000 di persone uccise in campi di concentramento, di cui circa 6.000.000 erano ebrei.
E per non dimenticare il peggiore della storia, il 27 gennaio(giorno della liberazione dei lager; furono abbattuti i cancelli di Auschwitz, il più grande campo di concentramento e di sterminio in Europa, diventato simbolo di tutti i lager) si celebra il Giorno della memoria. È il giorno del ricordo della Shoah, dell’olocausto, dello sterminio di Ebrei, zingari, testimoni di geova, omosessuali, portatori di handicap e oppositori politici.

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