Il Risorgimento

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Testo

RISORGIMENTO
• Definizione di Risorgimento
• Cronologia (inizio-fine del Risorgimento)
• II guerra di Indipendenza
• Spedizione dei Mille
Rivolte contadine (Episodio di Bronte)
Brigantaggio
• III guerra di Indipendenza
DEFINIZIONE DI RISORGIMENTO
Mentre la Francia e l’Inghilterra erano già divenuti stati nazionali da molti secoli, l’Italia era rimasta per un lungo periodo divisa in tanti piccoli staterelli.
Ma, sin dalla seconda metà del settecento vi fu l’esigenza di essere una patria unita. Difatti in connessione con il diffondersi della coscienza nazionale tra i ceti intellettuali e borghesi risorge anche l’idea di nazione. La diffusione tra i ceti intellettuali della coscienza nazionale evidenziava un problema importante: gli italiani si sentivano una nazione, in quanto parlavano la stessa lingua e avevano gli stessi usi e costumi, ma non avevano uno stato.. Quindi tutto ciò ebbe come conseguenza le guerre di indipendenza che storici italiani chiamano Risorgimento. Infatti il termine Risorgimento indica il movimento politico e intellettuale che nel corso dell’800 portò alla libertà, all’indipendenza e all’Unità d’Italia.
CRONOLOGIA (INIZIO-FINE RISORGIMENTO)
Il Risorgimento fu un periodo storico importantissimo per l’Italia in quanto proprio in questa epoca si concretizzò l’idea dell’Unità e dell’indipendenza del nostro paese.
L’idea del RISORGERE dell’Italia dopo un lungo periodo di decadenza, viene tradizionalmente ricondotto alla seconda metà del settecento e a poeti come Alfieri e Foscolo, che furono tra i primi a sentire l’esigenza di una patria. Ma fu solo dopo la caduta di Napoleone, con il congresso di Vienna (1815) che venne affrontato il problema dell’unità d’Italia. Infatti in tale congresso, i rappresentanti delle potenze, si illudevano di cancellare con un semplice accordo le idee della rivoluzione. Queste idee però si erano già radicate profondamente nella coscienza dei popoli d’Europa ed erano state fatte proprie da imprenditori, commercianti, banchieri, cioè dalla nuova classe borghese che si era affermata con lo sviluppo dell’industria. In contrapposizione alle idee della Restaurazione quindi, si stavano diffondendo tra i ceti intellettuali una coscienza nazionale e il desiderio di indipendenza. Infatti la diffusione in tutta Europa dei principi liberali e nazionali aveva contribuito alla nascita di una rete di sette segrete, come la Carboneria, che organizzarono una serie di moti (Napoli 1820; Piemonte 1821; Modena e Bologna 1831) per costringere i sovrani a concedere la Costituzione e ad affrancarsi dal domino austriaco. L’opera delle sette segrete rimase limitata, tuttavia, a piccoli gruppi liberali senza riuscire a coinvolgere le grandi masse popolari.
Solo intorno al 1848 l’azione politica andò precisandosi con la diffusione di programmi che puntarono all’indipendenza. Infatti tra le posizioni ideologiche che operarono nel movimento risorgimentale le più importanti furono quelle di Cesare Balbo, promotore di una monarchia assoluta; di Cavour, fautore di una monarchia costituzionale a suffragio ristretto; quella di Mazzini e di Cattaneo, il primo promotore di una repubblica unitaria, il secondo di una repubblica federale.
Tra questi personaggi, promotori di varie tendenze ideologiche, Cavour fu sicuramente il più importante. Infatti sul piano politico-diplomatico la svolta decisiva fu operata a partire dal 1852 proprio da Cavour, il quale con una sapiente tessitura di alleanze internazionali seppe porre la dinastia dei Savoia alla testa del movimento nazionale italiano, facendo della forza economico-militare del Piemonte il motore dell'unificazione italiana, capace di imporre la sua egemonia anche sulle forze popolari-rivoluzionarie d'ispirazione mazziniana e garibaldina. La sconfitta nella I guerra d'indipendenza (1848-1849) fu così riscattata dalla II guerra d'indipendenza (1859) e dai plebisciti per l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale (1860). La spedizione dei Mille, che sotto la guida di Garibaldi riportò alla ribalta l'iniziativa popolare, e l'intervento dell'esercito piemontese nelle Marche coronarono (1860) con la conquista del Mezzogiorno e di una parte consistente dello Stato Pontificio l'opera di costruzione dell'Italia unita: nel 1861 venne proclamato il Regno d'Italia sotto la corona di Vittorio Emanuele II. La conquista del Veneto (III guerra d'indipendenza, 1866) e la presa di Roma (1870) completarono la formazione del nuovo Stato nazionale. Con la presa di Roma, oltre all’unificazione dell’Italia ebbe anche fine il Risorgimento.
II GUERRA DI INDIPENDENZA
Dopo la sconfitta nella prima guerra di indipendenza, Cavour cominciò a porre le basi del proprio programma tentando soprattutto di accelerare i tempi dell’unità e dell’indipendenza italiana. Lo statista piemontese comprese che l’unificazione dell’Italia poteva essere raggiunta soltanto con l’aiuto delle grandi nazioni europee che avevano interresse a limitare il potere dell’Austria.
L’obbiettivo più urgente di Cavour era quello perciò di creare una situazione internazionale favorevole all’unificazione italiana. Senza appoggi e senza l’assenso delle massime potenze europee il regno sabaudo non aveva infatti la forza economica e militare per intraprendere questo programma. L’occasione per guadagnare l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra alla causa italiana si presentò con la Guerra di Crimea (1854), scoppiata perché la Russia, che aveva approfittato della crisi dell’impero turco, cercava di allargare i propri domini. Cavour inviò quindi in Crimea un corpo di spedizione in appoggio delle potenze antirusse. Il regno sabaudo non ottenne alcun vantaggio territoriale da questa impresa, ma al congresso di Parigi, riunito a conclusione del conflitto (1856), Cavour poté sedersi al tavolo delle trattative di pace fra le potenze vincitrici. In questa sede egli espose ai diplomatici francesi e inglesi la situazione italiana e sostenne che l’egemonia austriaca a Nord e l’oppressione borbonica a Sud costituivano una fonte perenne di tensione e agitazione. In questa occasione Cavour non ottenne alcun impegno diretto a sostegno della causa nazionale, ma fece il primo passo verso un’alleanza con l’Inghilterra e Napoleone III, imperatore dei francesi. Proprio tra quest’ultimo e Cavour il 22 giugno 1858 a Plombiéres, venne stipulato un concreto accordo. Infatti la Francia si impegnava a intervenire militarmente a fianco del Piemonte, qualora l’Austria avesse aggredito lo stato dei Savoia. In cambio la Francia avrebbe ottenuto Nizza e la Savoia e una presenza nell’Italia centromeridionale tramite due regni che sarebbero stati costituiti dopo il conflitto e che sarebbero stati affidati a due principi francesi. Restava ora per Cavour un solo problema: farsi dichiarare guerra dall’Austria. Cavour cominciò così i preparativi per la guerra, rafforzando l’esercito ai confini con l’impero austriaco. Quest’ultimo chiese che cessassero le manifestazioni di ostilità, ma poiché Cavour respingeva l’ultimatum, scoppiò la SECONDA GUERRA DI INDIPENDENZA (1859).
I francesi ottennero numerose vittorie, ma le più importanti furono sicuramente quelle di Magenta e Solferino. Galvanizzate da questi successi militari, le popolazioni dell’Italia centrale insorsero contro i rispettivi sovrani chiedendo l’annessione al Piemonte. I continui moti di rivolta a favore della monarchia sabauda rendevano però impossibile realizzare nelle zone liberate regni filofrancesi, che garantissero la supremazia della Francia sull’Italia. Quindi Napoleone III preoccupato da tale situazione l’11 luglio 1859 a Villafranca, stipulò in gran segreto l’armistizio con l’imperatore d’Austria. Con l’armistizio di Villafranca la Lombardia veniva ceduta alla Francia che l’avrebbe poi ceduta al Piemonte.
SPEDIZIONE MILLE - RIVOLTE CONTADINE - BRIGANTAGGIO
- La seconda guerra di indipendenza aveva avviato il processo ormai inarrestabile dell’unità e dell’indipendenza. In molte zone della penisola, ancora soggette all’Austria e all’assolutismo borbonico, crescevano infatti i fermenti per accelerare i tempi dell’unificazione, che si scontravano però con l’indecisione e la prudenza di Cavour e del governo sabaudo, attenti a non compromettere la già delicata situazione internazionale. In questa fase incerta, riprese l’iniziativa dei democratici guidati da Mazzini. Essi cercavano di realizzare con la forza quello che i diplomatici preoccupati dei loro equilibri, volevano impedire. Così i democratici, in seguito alla rivolta di Palermo, avviarono i preparativi per una campagna di liberazione del Sud, chiedendo l’intervento di Garibaldi. Nacque così l’idea della SPEDIZIONE DEI MILLE, un piccolo esercito di volontari che avrebbe dovuto liberare dal dominio dei Borbone l’Italia meridionale. L’11 maggio 1860 i Mille, guidati da Garibaldi, sbarcarono a Marsala e immediatamente si scontrarono con le truppe borboniche a Calatafimi, riportando un decisivo successo. Dopo questa vittoria i Mille divennero un vero e proprio esercito di liberazione per i continui arruolamenti di giovani siciliani, soprattutto contadini. Infatti i contadini siciliani, vedevano in Garibaldi colui che li avrebbe potuti liberare dall’oppressione secolare della dinastia dei Borbone e dai latifondisti. Di fronte alle rivolte contadini però, i garibaldini non seppero far altro che reprimerle per paura di perdere l’appoggio della borghesia.
Le vittorie di Garibaldi avevano però rimescolato il quadro politico italiano, creando nuovi problemi alla strategia di Cavour. Infatti se Garibaldi avesse occupato lo stato pontificio, ciò avrebbe suscitato le reazioni negative di mezza Europa. Così Vittorio Emanuele II si incontrò con Garibaldi a Teano, in Campania. Garibaldi consegnò così i territori della Sicilia, della Calabria e della Campania da lui liberati al monarca sabaudo e si ritirò nell’isola di Caprera.
- Alla vigilia dello sbarco dei Mille in Sicilia, il fermento antigovernativo nelle campagne era fortissimo.
Vi erano infatti già state numerose rivolte contadine e nel circondario e nella provincia di Trapani erano nate numerose bande contadine. Dopo lo sbarco dei Mille e le prime vittorie delle camicie rosse, Garibaldi venne subito considerato un “generale rivoluzionario” e legò immediatamente le masse popolari siciliane all’impresa del suo esercito, abolendo con dei decreti alcune tasse e favorendo la ripartizione delle terre demaniali tra i capifamiglia sprovvisti di proprietà. Ma quando Garibaldi entrò a Palermo da trionfatore, si ruppe l’unità tra i garibaldini e movimento contadino. Difatti Francesco Crispi, governatore dell’isola , fece sciogliere le “squadre” popolari che avevano affiancato i Mille e istituì dei tribunali militari per reprimere le illegalità che avvenivano nelle campagne. Questi provvedimenti compromisero il rapporto tra i contadini e il nuovo governo, e furono seguiti da momenti di acuta tensione, tanto che Bronte un grosso paese in provincia di Catania, venne occupato dai rivoltosi guidati dall’avvocato democratico Placido Lombardo. Le case dei possidenti di questo paese vennero bruciate e alcuni latifondisti vennero condannati a morte. I contadini furono poi costretti a disarmare prima dell’arrivo di due battaglioni comandati da Nino Bixio che successivamente fece condannare alla pena capitale l’avvocato Lombardo e quattro contadini e fece incarcerare più di trecento partecipanti alla sommossa.
- L’impresa garibaldina nel Sud fu sostenuta da tantissimi contadini, che con l’arrivo di Garibaldi e con l’Unità d’Italia, speravano di migliorare le proprie condizioni di vita. Le masse popolari infatti aspettavano dai nuovi governi una riforma agraria che avesse distribuito ai più poveri le terre possedute dai grandi proprietari.
Le speranze dei contadini del Sud vennero però deluse. Tutto ciò fece divampare la lotta contadina armata e fece dilagare il cosiddetto “grande brigantaggio”. Il brigantaggio era infatti una rivolta popolare, la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche secolari ingiustizie. I contadini condussero la loro “guerriglia” quasi sempre al grido “Viva il Borbone” anche se il loro obbiettivo non era quello di restaurare il vecchio governo.
Inoltre le bande dei briganti ingaggiarono una lunga guerriglia contro l’esercito italiano, rifugiandosi nei periodi più sfavorevoli sulle montagne appenniniche, per scendere poi a occupare paesi e cittadine quando le circostanze lo consentivano.
La lotta contro il brigantaggio durò fino al 1866, impegnò metà dell’esercito e richiese la proclamazione dello stato d’assedio, autorizzato con la legge Pica che concedeva alle autorità militari la possibilità di infliggere con molto arbitrio la pena di morte e la condanna ai lavori forzati a vita. Una durissima repressione militare segnò così fin dall’inizio il rapporto tra il nuovo stato e le popolazioni meridionali, infatti quando il fenomeno del brigantaggio fu nella sostanza stroncato, si contarono tra i ribelli 5200 uccisi e 5000 arrestati.
III GUERRA DI INDIPENDENZA
Dopo la spedizione dei Mille, il 17 marzo 1861 il primo parlamento dell’Italia unita proclamò la fondazione del Regno d’Italia conferendone la corona a Vittorio Emanuele II. Ma in realtà l’Unità d’Italia non era ancora completa. Infatti a Nord, il Veneto, Trento e Trieste rimanevano sotto il dominio austriaco e al centro, Roma e Lazio appartenevano ancora allo stato pontificio.
La situazione dell’Italia cambiò solo in seguito alla TERZA GUERRA DI INDIPENDENZA. Infatti dopo l’attacco della Prussia all’Austria, l’Italia decise di allearsi con lo stato di Otto von Bismarck, che aspirava da tempo a guidare un movimento di unificazione della Germania.
L’Austria si trovava così circondata a Nord e a Sud da due avversari. L’impero austriaco fu costretto a cedere il Veneto all’Italia, anche se quest’ultima era stata ripetutamente sconfitta. Solo però nel 1870 quando Napoleone III cadde sotto i colpi dei prussiani (Sconfitta di Sedan), Roma poté finalmente essere liberata dal governo pontificio e diventare capitale dell’Italia unita.

Eseguito da:
Pietro Proietti
RISORGIMENTO
Elaborato realizzato da Pietro Proietti

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