Il percorso storico del lavoro

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Testo

Il lavoro nel corso della storia
Dalla prima Rivoluzione Industriale alle Trade Unions
Il percorso subito dal lavoro è stato lungo e tortuoso. Per descriverlo in maniera esaustiva è necessario toccare taluni periodi storici che ne hanno caratterizzato l’evoluzione. Primo tra tutti si può citare la Prima Rivoluzione Industriale che ne ha permesso un’ organizzazione politico-sociale.
La Rivoluzione Industriale indica il processo di industrializzazione vissuto dall'Inghilterra alla fine del XVIII secolo, che in seguito si diffuse ad altri Stati occidentali, fino a coinvolgere ampie parti del mondo.
I motivi all’origine della trasformazione del sistema produttivo sono di diversa natura ma ovviamente inerenti alla situazione economica della Gran Bretagna del XVIII sec., paese in pieno sviluppo demografico, già interessato da un certo grado di evoluzione industriale e da un’intensa attività commerciale, sufficientemente ricco di capitale e di materie prime, grazie anche alle sue colonie. Diretti incentivi alla ricerca di metodi atti ad abbassare i costi di produzione e ad aumentare il rendimento del lavoro consentirono l’espansione effettiva del mercato interno (dato l’aumento della popolazione, soprattutto urbana) ed estero e furono la causa della relativa scarsità della manodopera e del suo relativamente alto costo. Le innovazioni tecniche che si ricordano per aver caratterizzato la rivoluzione industriale furono l’introduzione del telaio meccanico e della macchina a vapore.
La rivoluzione industriale fu anche una rivoluzione organizzativa. Il sorgere della fabbrica, cioè della concentrazione degli operai in un unico stabilimento, rese possibile la divisione del lavoro e la produzione di una sempre maggiore quantità di beni in condizioni di costo decrescente. L’allargarsi del sistema della fabbrica accentuò l’abisso che esisteva tra capitale e lavoro, dilatando a proporzioni insolite il numero dei salariati e mutando il carattere del processo produttivo da individuale a collettivo. D’altra parte la massa degli operai salariati, dovendo ora acquistare sul mercato quegli oggetti che prima si procurava direttamente con la produzione domestica, contribuì a incrementare la domanda di beni di consumo e quindi favorì l’ulteriore espansione della produzione e l’ulteriore sforzo ad aumentare la produttività del lavoro. La rivoluzione industriale fu un fatto determinante e eccezionalmente rapido. Contribuì al progresso economico della Gran Bretagna, ma ebbe anche negative conseguenze sociali e politiche a causa delle misere condizioni in cui viveva il proletariato. Le fabbriche, situate nella maggior parte dei casi in locali inadatti e malsani sorgevano nei centri urbani la cui popolazione, moltiplicatasi in pochissimi anni, era costretta ad alloggiare in veri e propri tuguri (slums). Veniva impiegato per la produzione un elevato numero di donne e fanciulli, mentre gli orari di lavoro raggiungevano anche le ottanta ore settimanali e i salari bassi non consentivano un adeguato stile di vita. L’ampio uso delle macchine, che favorì il rapido aumento della produzione, portava frequentemente a un eccesso dell’offerta sulla domanda di lavoro con conseguenti crisi e disoccupazione. Si verificavano così vere e proprie ribellioni degli operai contro le macchine, che in esse vedevano la causa della propria miseria (luddismo). Le prime manifestazioni di protesta furono violente e disorganizzate. Gradatamente e in parallelo allo sviluppo della rivoluzione industriale sorsero anche le prime organizzazioni di lavoro, le Trade Unions.
Le Trade Unions sono le organizzazioni sindacali britanniche che sorsero alla fine del XVIII secolo in seguito alla Rivoluzione Industriale. Esse costituirono il primo modello di organizzazione dei lavoratori e inizialmente si diffusero solo tra gli strati maggiormente professionalizzati con la struttura delle Corporazioni di mestieri. Nel 1799 furono messe al bando in quanto si temevano le rivendicazioni politiche della Rivoluzione Francese, ma in seguito,nel 1825, furono legalizzate. Negli anni tra il1830 e il 1850 si impegnarono in maniera più diretta sul piano politico e nel 1868 tennero il primo Congresso Nazionale. L’impegno che sostennero sul piano politico prese il nome di cartismo. Questo movimento riformista politico-sociale fu la reazione conseguente all’entrata in vigore della “Poor Law”, legge che avrebbe aggravato le condizioni di vita della classe lavoratrice. In contrasto a questa legge fu proposta al parlamento la “Carta del Popolo”( da qui il nome cartismo)con la quale si proponeva un programma politico vantaggioso per tutta la massa operaia.
I lavoratori tentarono di aggiudicarsi l’approvazione della “carta” con numerose petizioni firmate dal popolo, e con molte manifestazioni pubbliche, che vennero duramente represse. Nel 1871 queste organizzazioni sindacali vennero legalmente riconosciute e qualche anno dopo venne abolito il reato di sciopero. Ciò consentì un più ampio sviluppo dell’organizzazione. Nel 1906 nacque in Gran Bretagna il Partito Laburista, con il quale le Trade Unions strinsero un rapporto di alleanza e collaborazione.
Come già detto, la Rivoluzione Industriale ebbe origine in Inghilterra per poi diffondersi in altre nazioni, come ad esempio l’Italia. In Italia il processo di industrializzazione fu molto più lento (e soprattutto molto differenziato tra Nord e Sud) per diversi motivi: il tardo conseguimento dell'unità nazionale, la mancanza di materie prime e di un mercato coloniale, la carenza di manodopera dovuta all'emigrazione di milioni di persone verso le Americhe e i paesi del Nord Europa.
Tuttavia, quando questa avvenne, richiese anche in Italia un miglioramento delle condizioni di lavoro che coinvolgevano gran parte della popolazione. Così, come in Gran Bretagna nacquero le Trade Unions, in Italia nacquero inizialmente le Camere del lavoro e in seguito i Sindacati.
Le camere del lavoro
Fino alla fine dell'Ottocento gli operai e i braccianti potevano disporre di forme associative autogestite. Nacquero così le Associazioni di Mutuo Soccorso, il cui compito era quello di garantire l'assistenza e la previdenza sociale, esercitate per mezzo della solidarietà. I soci versavano una quota e ricevevano un sussidio in caso di invalidità e di disoccupazione.
Le funzioni che venivano svolte da queste associazioni di volontariato sono oggi garantite dallo Stato attraverso il sistema del "Welfare State". Quest’ultimo, infatti, prevede l'assistenza in caso di infortunio sul lavoro o in caso di disoccupazione involontaria che, com'è noto, rappresentano oggi questioni di primaria importanza.
Le prime Associazioni di Mutuo Soccorso nascono negli anni '50 dell'Ottocento, nell'allora Regno di Sardegna, l'unico che dopo la restaurazione seguita alle rivoluzioni del 1848 conservava una costituzione, (Statuto Albertino) che garantisse la libertà di riunione.
A partire dal 1855 le Associazioni di Mutuo Soccorso del Regno di Sardegna si danno un Regolamento comune. Questa forma di organizzazione autonoma e unitaria, anche se non era una vera e propria federazione di società operaie, rappresentò tuttavia una vittoria della corrente liberale, per merito della quale fu difeso, sulla base dello Statuto Albertino, il carattere associativo delle società operaie e dei loro congressi e quindi la loro autonomia.
La loro forma associativa (poter aderire liberamente, versare la quota associativa, diventare socio, avere diritto di voto, eleggere periodicamente i rappresentanti dell'associazione, proporre ordini del giorno secondo un regolamento che disciplina la vita dell’associazione) è la base che consentirà nel tempo di conseguire un'autonomia nettamente più matura.

Il miglioramento della condizione economica e sociale richiede anche radicali cambiamenti del quadro istituzionale, giuridico e politico dello Stato. Il sindacato moderno, tuttavia, per un lungo periodo, si occupa indirettamente di questo secondo obiettivo, demandandone il compito al partito politico (che per tutta una fase fu il Partito Socialista nato a Genova nel 1892).
La necessità di una organizzazione degli operai e dei lavoratori agricoli finalizzata alla lotta economica per il miglioramento delle proprie condizioni sociali e materiali viene posta dal nascente movimento socialista.
I socialisti conquisteranno gradualmente posizioni di maggior rilievo nell'ambito delle Associazioni operaie fino a proporne il superamento in organismi come le Camere del Lavoro, con natura e finalità diverse. Le Camere del Lavoro erano organismi regionali che raccoglievano i lavoratori di una particolare zona, senza fare distinzioni nè tra mestieri nè tra lavoratori o disoccupati.
Queste strutture avevano il compito di fornire ai lavoratori un luogo dove riunirsi, controllare il collocamento, favorire le indicazioni circa la richiesta di manodopera delle imprese e promuovere la formazione professionale. A tutt’oggi si possono definire come organizzazioni sindacali, territoriali e intersettoriali, che raggruppano i lavoratori aderenti alle diverse organizzazioni di categoria. Costituite alla fine del secolo XIX (Milano, Torino, Piacenza 1891), come organizzazioni autonome dei lavoratori,le Camere del Lavoro divennero l’elemento propulsore del sindacalismo di classe, schierandosi con le posizioni massimaliste del movimento. Dopo la fondazione della CGL (1906), cui fu attribuita la rappresentanza nazionale dei lavoratori, mantennero le funzioni organizzative, assistenziali e mutualistiche locali. Centri di resistenza al fascismo, furono perseguitate e infine sciolte nel 1926. Furono ricostituite nel 1944, con il Patto di Roma che prevedeva che in ogni provincia esistesse una sola Camera del Lavoro. Con la rottura di questo Patto (1948), le Camere del Lavoro restarono nella CGL.
Contemporaneamente alle Camere del Lavoro nacquero le Federazioni di Mestiere, che erano organizzate su base professionale e raccoglievano operai singoli e associati.
Questa organizzazione rappresentava la più importante e moderna forma di sindacalismo.
Le loro principali funzioni erano quelle di contrattare ed elaborare richieste comuni all’intera categoria e gestire gli scioperi. Presto si ci rese conto che sul piano politico un’ isolata azione delle Camere o Federazioni sarebbe risultata non soddisfacente. Questi due organi si riunirono al primo Congresso Nazionale dei Delegati delle Camere e delle Federazioni del Lavoro, che ebbe come esito la fondazione di un organismo unitario: Confederazione Generale del Lavoro. Nacque così la CGL che costituiva un unico punto di riferimento organizzativo e politico nazionale.
I Sindacati e le lotte sindacali
La Cgil nacque nel 1906 e fu caratterizzata da una doppia struttura: verticale o federazioni di categoria , orizzontale attraverso le Camere del lavoro. Nei primi anni del '900 contadini e operai avvertono la necessità di rafforzare le forme di associazionismo. La Federazione delle società di mutuo soccorso, la Federazione delle Camere del Lavoro e la Lega delle Cooperative decidono di coordinare la loro azione in un unico organismo: l'Alleanza per il lavoro.
Nel 1906 viene compiuto un passo ulteriore per definire l'intera organizzazione del movimento: così nasce la Confederazione Generale del Lavoro (CGL), come struttura capace di raccogliere tutte le forze operaie.
Funzione delle federazioni è occuparsi degli interessi della categoria, mentre le singole Camere del Lavoro si dedicano alle questioni locali. Quando scoppia la "grande guerra" nel 1914, la Cgl si dichiara contraria all'intervento italiano; una linea mantenuta anche dopo l'inizio del conflitto contro l'Austria. La guerra cambia molti aspetti dell'economia italiana. E' decretata la ''mobilitazione industriale'' e negli stabilimenti vengono vietati gli scioperi, mentre si assumono nuove maestranze nelle officine, negli uffici, nei trasporti pubblici, allo scopo di assicurare il massimo della produzione. Il potere contrattuale dei sindacati diminuisce. Non c'è modo di avanzare richieste, né si possono effettuare manifestazioni o scioperi. Nel marzo 1919, si costituisce il movimento fascista. Nel 1920 dilagano le azioni violente degli squadristi contro il sindacato. Le aggressioni si intensificano. Nel 1923 la Confindustria stipula un patto, detto di Palazzo Chigi, con le Corporazioni fasciste, in base al quale i due organismi si impegnano a collaborare per ridurre la conflittualità sociale. Nel gennaio 1925 viene annunciata la fine delle libertà costituzionali, e con questo atto la fine delle libere associazioni e del sindacato.
Gli scioperi del 1944
Il 1° marzo 1944 i lavoratori delle fabbriche delle regioni d’Italia ancora occupate dai tedeschi scendono in sciopero: per una settimana la grande industria italiana si ferma e la produzione per i tedeschi subisce un colpo. Epicentro del grande movimento di lotta sono le città di Torino e di Milano, dove la condizione operaia è ormai ai limiti della sopravvivenza. Hitler minaccia subito una repressione durissima. Ma la lotta non si ferma: l’organizzazione dello sciopero riceve il sostegno del CLNAI e alle rivendicazioni economiche si affiancano subito anche quelle politiche contro la guerra e l’occupazione nazifascista. Nonostante gli arresti e la deportazioni di migliaia di lavoratori, lo sciopero dura sino all’8 marzo, quando il lavoro riprende, in base alle indicazioni date dal Comitato di agitazione interregionale.
Il sindacalismo democratico si ricostituisce solo con il Patto di Roma del 3 giugno 1944. Quest'ultimo stabilisce che vi sarà un solo organismo su tutto il territorio nazionale, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro: CGIL. Sarà l'attentato a Togliatti, nel 1948, l'occasione per la scissione della CGIL e per la nascita della Cisl e della Uil.
Appena appresa la notizia dell'attentato, a Togliatti l'esecutivo nazionale della Cgil si pronuncia per uno sciopero generale prolungato, mentre i membri democristiani del direttivo Cgil ne sollecitano la fine, lo considerano illegittimo, poiché a sfondo politico. Si prende atto della ''rottura dell'unità sindacale''. Nel 1949 ci sarà una ulteriore scissione: anche i repubblicani escono dalla Cgil e il 1 maggio 1950, con le nuove minoranze, costituisce la Confederazione Italiana Sindacato Lavoratori: CISL .
Successivamente si costituirà la Unione Italiana del Lavoro : UIL. Nei primi anni '60 l'azione sindacale è intensa. Alla fine di quel periodo i sindacati sollevano, in sede contrattuale, il problema delle gabbie salariali in una vertenza condotta unitariamente. L'obiettivo di eliminare del tutto le sperequazioni geografiche viene raggiunto in base ad un accordo concluso tra Fiom e Industriali. In quegli anni, a livello parlamentare, viene discusso e approvato lo “Statuto dei lavoratori” ( Legge 300/1970). Quest’ultimo fu approvato in un clima definito “autunno caldo” in quanto caratterizzato da agitazioni sindacali per la scadenza triennale dei contratti di lavoro riguardanti in particolare i metalmeccanici. Perdurante il clima del Sessantotto e dati gli obiettivi molto avanzati sul piano normativo ed economico, le lotte assunsero un carattere molto aspro e un forte rilievo politico. Lo Statuto divenne il simbolo delle rivendicazioni dei lavoratori di cui si fecero portavoce i sindacati. Questi ultimi, con le rivendicazioni salariali che avrebbero dovuto permettere uno stile di vita soddisfacente, le richieste della riduzione dell’orario di lavoro, il divieto di ricorrere al lavoro minorile e l’astensione dal lavoro delle donne in gravidanza, tentavano di scuotere il mondo dell’industria.
La catena di montaggio, Taylorismo e Fordismo
Dopo le Rivoluzioni Industriali gli imprenditori avevano dato il via a un sempre crescente processo di sviluppo e produzione in funzione del quale si era disposti a sacrificare la dignità umana. L’obiettivo principale era il maggior profitto al minor costo. In funzione di ciò si diffuse la catena di montaggio introdotta da Ford nelle fabbriche statunitensi nella prima metà del ‘900. Henry Ford ideò questo nuovo metodo di produzione,in grado di realizzare una rapida produzione in serie, con l’intento di incrementare la produttività, abbassare i costi di produzione e i prezzi di vendita. Fu utilizzata a partire dal 1913 dall'industriale statunitense, che si ispirò alle teorie proposte dal connazionale Frederick Taylor. In seguito fu adottata in modo considerevole nel settore dell'industria manufatturiera, tanto da rivoluzionare notevolmente l'organizzazione della produzione a livello globale e diventare uno dei pilastri fondamentali dell'economia del XX secolo, con notevoli influenze sulla società. Con l'aggettivo fordista si usa indicare un regime di produzione ispirato al - o stretta evoluzione del - paradigma adottato da Ford.
Come già detto in precedenza, Ford si ispirò a Taylor che elaborò una teoria che prese il suo nome: taylorismo. Il taylorismo è una teoria riguardante il management per la quale il suo ideatore si propose di organizzare il modello lavorativo secondo tre fasi:
1. analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere;
2. creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione;
3. selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell'azienda.
Il punto chiave è il n° 2, secondo il quale Taylor aveva proposto di identificare per ogni mansione da svolgere un lavoratore adatto al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Questo avveniva negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione industriale, quando il fermento tecnologico era un'immediata conseguenza e c'era il rischio di non riuscire ad organizzare nella maniera adeguata il processo produttivo delle nuove industrie. A seguito dell'alienazione, nella quale all'individuo non era richiesta una specifica conoscenza né una competenza particolare, poiché era semplicemente chiamato ad interagire con una macchina che avrebbe svolto per lui le funzioni prestabilite, c'era un estremo bisogno di una figura che portasse delle effettive soluzioni a tali scompensi sociali, quali il malessere lavorativo, lo stress quotidiano, il malcontento e la scarsa resa produttiva.
Il Toyotismo
Un’ alternativa alla catena di montaggio fu proposta da Sakichi e Kiichiro Toyota proprietari dello stabilimento Toyota, negli anni tra il1940 e il 1950. Essi proposero il Toyota Production System, meglio conosciuto come Toyotismo, che corrisponde a un metodo di organizzazione della produzione derivato da una filosofia diversa e per alcuni aspetti alternativa alla produzione in serie. Alla base di questa tipologia di lavoro sussiste la volontà 'fare di più con meno', cioè di utilizzare le (poche) risorse disponibili nel modo più produttivo possibile con l'obiettivo di incrementare drasticamente la produttività della fabbrica.
Questa teoria fu ideata e impiegata nell'immediato dopo-guerra, quando il Giappone, uscito sconfitto e stremato da una guerra devastante, si trovava in condizioni gravissime di mancanza di risorse. Esso si basa su 5 principi, puntando su un concetto apparentemente semplice: l'eliminazione di ogni tipo di spreco che inevitabilmente accompagna ogni fase di un processo produttivo.
Principi:
1. identificare il valore per il cliente
2. comprendere il processo di creazione del valore
3. creare il flusso del valore
4. far tirare il flusso del valore dal cliente
5. ricercare la perfezione
Sprechi:
1. Difetti (mancanza di qualità)
2. Eccessiva produzione (maggiore di quella richiesta in quel momento)
3. Trasporti (spostamenti inutili)
4. Attese (materiale fermo in attesa di essere lavorato)
5. Giacenze (in generale lo stock è sempre uno spreco)
6. Operazioni inutili (che non producono valore aggiunto)
7. Il processo stesso
Per perseguire l'eliminazione degli sprechi si opera su tutti gli aspetti del processo produttivo con un approccio basato sul miglioramento continuo e a piccoli passi. Gli straordinari risultati ottenuti utilizzando questa nuova filosofia produttiva hanno portato all'affermazione planetaria del TPS, ribattezzato anche Produzione Snella, per evidenziare l'aspetto di eliminazione di tutto ciò che essendo superfluo appesantisce il sistema generando costi anziché valore. Un aspetto fondamentale del TPS, finalizzato all'eliminazione degli stock e delle giacenze di materiale in fabbrica, è il Just in time, ovvero un sistema di governo del flusso logistico basato sul concetto di produrre solo quando serve, vale a dire quando si manifesta la domanda del cliente. Questo modo di organizzare la produzione elimina o riduce drasticamente lo stazionamento del materiale fermo in attesa di essere lavorato, riducendo quindi il tempo totale di attraversamento che passa da giorni a ore. Questo modo di produrre è definito di tipo Pull in contrapposizione ai sistemi tradizionali (Push) basati su programmi di produzione fissati in un tempo precedente e quindi inevitabilmente destinati a non rispecchiare l'effettiva domanda. Lo strumento pratico utilizzato è un sistema basato sulla standardizzazione delle unità prodotte e trasportate e sull'uso di un cartellino che accompagna il contenitore pieno. Quando si inizia a consumare il materiale dal contenitore il cartellino viene liberato e funge così da segnale per la stazione a monte, per indicare l'immediata necessità di provvedere ad una nuova consegna di un contenitore pieno. Il sistema non permette quindi la sovrapproduzione, perché è limitata dal numero totale di cartellini circolanti per ogni singolo articolo. Peculiarità del Just-in-Time è l'estensione del meccanismo logistico presso i fornitori, che vengono completamente integrati nel sistema Pull. È evidente che il sistema funziona se il materiale fornito è conforme alle prescrizioni di qualità, altrimenti si bloccherebbe: si spiega quindi in questo modo la necessità di un livello altissimo della qualità.
La Globalizzazione
Il toyotismo, così come il taylorismo e il fordismo rappresentano l’esito di una ricerca di guadagno sempre più ampio. Una produzione a basso costo, ma di qualità rappresenta un guadagno maggiore per l’azienda che commercia il prodotto non solo ai mercati interni ma anche a quelli esteri, espandendo sempre più la diffusione delle proprie merci.
Ciò ha fortemente contribuito al processo di globalizzazione. La globalizzazione indica un fenomeno di progressivo allargamento della sfera delle relazioni sociali sino ad un punto che potenzialmente arriva a coincidere con l'intero pianeta. Interrelazione globale significa anche interdipendenza globale, per cui sostanziali modifiche che avvengono in una parte del pianeta avranno, in virtù di questa interdipendenza, ripercussioni anche in un altro angolo del pianeta stesso, in tempi relativamente brevi. Per globalizzazione si definisce un insieme di fenomeni di elevata intensità e rapidità su scala mondiale, in campo economico, sociale, culturale e ideologico che tendono ad uniformare le condizioni economiche, gli stili di vita e le visioni ideologiche, in particolar modo in conformità con il modello occidentale.
La globalizzazione viene generalmente presentata come un fenomeno emerso tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, le cui cause più importanti sono:
1. l'avvio di un ciclo politico-economico nei paesi capitalisti di forte ampliamento della sfera
economica privata sia all’interno che su scala internazionale;
2. la crisi e la fine dei sistemi socialisti in Europa orientale, e in particolare del paese guida del sistema socialista mondiale, l’Unione Sovietica;
3. la rapida crescita e diffusione di nuove tecnologie informatiche applicate alle telecomunicazioni sia nelle attività economiche che nella vita quotidiana, in grado di ridurre drasticamente i tempi, i costi e altri ostacoli tecnici delle comunicazioni a grande distanza.
La globalizzazione è prevalentemente riferita al campo economico, sebbene i fenomeni generalmente associati al termine non siano solo economici. La globalizzazione riguarda sia le relazioni economiche e finanziarie che le comunicazioni e l'informazione. Nel contesto economico-finanziario la globalizzazione è più precisamente un processo di integrazione economica mondiale, la quale comporta:
1. l'eliminazione di barriere, di natura giuridica, economica e culturale, alla circolazione di persone, cose e beni economici in generale;
2. l'ampliamento su scala internazionale delle opportunità economiche (opportunità d'investimento, di produzione, di consumo, di risparmio, di lavoro, etc.), in particolare in relazione alle condizioni di prezzo o di costo;
3. l’inasprimento della concorrenza nei settori interessati dai fenomeni suddetti, in particolare tendenza al livellamento di prezzi e costi alle condizioni più convenienti su scala internazionale tra operatori, unità produttive e sistemi economici in un luogo hanno ripercussioni, spesso inattese o indesiderate, in altri.
Dal punto di vista storico, la globalizzazione economica non è un fenomeno inedito. Nella storia contemporanea, si può parlare di almeno altri due periodi precedenti a quello presente, segnati da fenomeni di intensa integrazione economica mondiale. Il primo periodo si colloca nella seconda metà del XIX secolo fino allo scoppio della I Guerra Mondiale (1914), esso segue alla prima rivoluzione industriale e all'affermazione del sistema capitalista in Europa, attraverso una fase d'intensa espansione extra-continentale delle attività economiche, sia industriali che finanziarie, e della sfera d'influenza politica dei paesi europei. Il secondo periodo si colloca tra le due guerre mondiali (1919-1939), con la ripresa delle attività economiche su scala internazionale, che fu molto rapida ed intensa dopo i conflitti e le distruzioni legati al conflitto del 1914-18. Tuttavia, la globalizzazione contemporanea presenta alcuni tratti specifici, per intensità e qualità, che sono oggetto di attento studio e valutazione. I principali sono:
Finanziarizzazione
La crescente importanza quantitativa e qualitativa del settore finanziario sopra i settori produttivi dell'economia, nel senso che l'attività di imprese e consumatori dipende sempre più strettamente dalla possibilità di ottenere finanziamenti, e il comportamento dei dirigenti aziendali è sempre più condizionato dalle valutazioni dei mercati finanziari e degli intermediari finanziari globali.
Dematerializzazione
La rivoluzione telematica comporta che fattori immateriali quali l'informazione, la conoscenza tecnica e le capacità personali assumano un'importanza preponderante per il successo e l'efficienza in ogni campo dell'attività umana, e nella crescita economica, a scapito dei fattori materiali (materie prime, territori, impianti e macchinari) ritenuti fondamentali in passato.
Iper-competizione
Inasprimento della concorrenza nei settori esposti alla globalizzazione, allargamento geografico dell'arena competitiva, perdita d'importanza della collocazione geografica e delle sue caratteristiche specifiche sociali, culturali ed economiche, accorciamento dell'orizzonte temporale su cui i dirigenti d'azienda operano e vengono valutati.
La Delocalizzazione
Un effetto pienamente moderno della globalizzazione è la delocalizzazione.
L’economia mondiale è divenuta negli anni recenti sempre più aperta e integrata.
I flussi di capitali sono più liberi di muoversi rispetto al passato. Intere fasi dei processi produttivi vengono spostate all’estero e sempre più spesso si sente parlare di outsourcing dei servizi. Questi sono alcuni dei cambiamenti cui ci si riferisce con il termine “globalizzazione” dell’economia mondiale. I mercati promuovono l’efficienza attraverso la competizione, la divisione del lavoro e la specializzazione, che permette a ciascuna economia di concentrarsi su ciò che le riesce meglio. Forza trainante nell’ambito di questo processo è la delocalizzazione della produzione. La dispersione del processo produttivo a livello mondiale conduce a un riadattamento non solo della struttura di produzione, ma anche nella natura stessa delle imprese, inserite in un contesto globale caratterizzato da maggiori livelli di flussi di capitali e di conoscenze tecnologiche, da importazioni meno costose e mercati delle esportazioni più estesi. Per delocalizzazione si intende il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo o in transizione. In senso stretto ci si riferisce ad uno spostamento della produzione da imprese poste sul territorio di un determinato paese ad altre localizzate all’estero. La produzione ottenuta a seguito di questo spostamento dell’attività non è venduta direttamente sul mercato, ma viene acquistata dall’impresa che opera nel paese di origine per essere poi venduta sotto il proprio marchio. In una prospettiva più ampia la delocalizzazione rappresenta un fenomeno complesso, che prevede diverse forme di realizzazione. Spesso al termine outsourcing è attribuita una connotazione più ampia e viene usato, in senso generico, in sostituzione della parola delocalizzazione. Nel fare ciò, si pone l’accento sul fatto che quanto è prodotto all’estero ( e importato dall’impresa che delocalizza) o costituisce un suo imput produttivo o viene venduto sotto il suo marchio. Questo discorso, con le dovute considerazione, è valido tanto nel caso della produzione di beni che di servizi. Alcuni temono che la delocalizzazione possa impoverire l’economia nazionale con perdita di posti di lavoro e valore aggiunto; secondo altri, invece, si tratta di un processo virtuoso di rafforzamento delle imprese italiane, un importante strumento competitivo. Diverse sono le motivazioni e i vantaggi che si hanno nell’avviare un progetto di delocalizzazione. Tra gli altri, sono degni di nota la riduzione dei costi di produzione, la disponibilità di manodopera specializzata a basso costo e di materie prime in loco, e la possibilità di creare nuovi sbocchi di mercato. Tuttavia ci sono anche dei rischi legati al trasferimento dell’attività produttiva all’estero. Primo tra tutti la riduzione del livello di occupazione, almeno per quanto riguarda mercati del lavoro come quello europeo, caratterizzato da rigidità salariale. Bisogna poi tener conto di altri fattori quali il rischio di perdita del controllo di qualità e d’immagine.
Alla base della decisione aziendale di spostare all’estero alcune o tutte le fasi del processo produttivo vi sono delle importanti valutazioni da fare. E’ necessario capire in quali casi la delocalizzazione rappresenti realmente una strategia efficace, analizzare i fattori che determinano la scelta del paese, e organizzare il processo di produzione in base alle specifiche potenzialità tecniche e ambientali che ciascun contesto territoriale può offrire. Naturalmente è imprescindibile anche una conoscenza degli aspetti legati alla legislazione del paese “ospitante”, cioè una valutazione di aspetti normativi legali e fiscali.
Diffusione della delocalizzazione in Europa
La delocalizzazione delle imprese all’estero non è un fenomeno nuovo. Si tratta di un modo di concepire l’impresa diffuso e in costante espansione. Fino a pochi anni fa erano gli Stati Uniti a ricorrere maggiormente a questa pratica, ma nell’ultimo decennio la delocalizzazione della produzione ha preso piede anche in Europa, ed è in incessante aumento. Gli USA hanno sempre considerato specialmente il Messico come paese destinatario, mentre Francia, Italia e Germania hanno preferito rivolgersi, almeno in un primo momento ai paesi dell’Europa Orientale, Balcani, Romania e Paesi dell’ EX URSS, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Le cosiddette “ filiere internazionali” seguono questa rotta e in misura minore quella africana, perché nei Paesi dell’Est la manodopera non è solamente poco tutelata, oltre che ovviamente a bassissimo costo, ma è anche relativamente specializzata. Nel delocalizzare un’impresa si segue, in genere, il principio del “ maggior profitto al minor costo possibile”: parti del ciclo produttivo a più alto valore aggiunto (design, marketing, ecc..) e per le quali sono richieste competenze professionali particolari, vengono mantenute nel paese di origine, mentre quelle fasi del processo produttivo che richiedono minore specializzazione vengono portate all’estero. Tale prassi trova successo al momento della vendita: generalmente il prodotto rientra in patria non completamente ultimato e solo successivamente viene definito ed etichettato con il marchio che permette di avere ricavi anche molto superiori ai costi. L’elemento chiave nell’ambito di questo processo è la globalizzazione della produzione, la cui caratteristica fondamentale è da collegarsi al fenomeno della “frammentazione produttiva”, vale a dire la segmentazione del processo produttivo in più fasi. Negli ultimi anni una nuova e più decisa fase di utilizzo della delocalizzazione ha interessato l’Europa. I paesi coinvolti non sono più solo quelli dell’Est Europeo, ma anche quelli del cosiddetto Far East Europeo. Gli industriosi asiatici (indiani, ma anche pakistani e tailandesi) si stanno rapidamente organizzando imparando l’italiano, lo spagnolo, il francese e il tedesco. Il meccanismo di questa seconda fase di delocalizzazione è sempre lo stesso: ricerca e sviluppo vengono mantenute in Europa (almeno nella maggior parte dei casi) e le produzioni di massa vengono trasferite all’Est o in Asia.
Ad esempio la Philips sta eliminando in questo modo 22.000 lavoratori, la piccola Dainese di Vicenza dà lavoro a 2.000 persone in Estonia e in Romania. La Valtech, società di consulenza parigina, ha aperto un ufficio con un partner locale a Bangalore, India, dove lavorano 200 persone, ¼ del totale.
L’obiettivo è quello di studiare sempre più avanzate forme per il trasferimento in Asia di intere fette dell’Europa che produce. Da uno studio sulle strategie di delocalizzazione adottate dalle principali imprese europee, emerge che quattro imprese su dieci praticano la delocalizzazione. Le imprese europee, secondo questa indagine, si distinguono in due categorie: una percentuale significativa ha già fatto ricorso alla delocalizzazione in passato e pianifica di continuare a farlo, mentre le altre non hanno mai attuato questa pratica, nè intendono farlo a breve. Le società che hanno il loro quartier generale in Gran Bretagna, Benelux e Germania costituiscono circa il 90% dei posti delocalizzati. A guidare la classifica c’è la Gran Bretagna che, con il 61%, conduce in termini di volumi totali. Nel complesso c’è grande soddisfazione da parte delle società per quadro riguarda i risultati ottenuti a seguito del trasferimento della produzione all’estero. Circa l’80% delle imprese ritiene la propria strategia di successo, mentre solo il 3% si dichiara insoddisfatto. Per quanto concerne i benefici ottenuti oltre al risparmio di costo ( che si riferisce non solo al costo del lavoro ma anche alla possibilità di tagliare altri costi, per lo più fiscali ) si devono includere, ad esempio, la maggior disponibilità di manodopera ed il più facile accesso alle infrastrutture. La riduzione dei costi resa comunque l’aspetto più importante.
Per la scelta dei paesi di destinazione non si considerano solo aspetti quali costi e presenza della manodopera ma anche altri fattori, più in generale, la vitalità del mercato all’interno degli stessi paesi. Più della metà dei progetti di delocalizzazione vengono effettuati nell’ambito dell’area europea. Le mete favorite sono Gran Bretagna, Irlanda, Spagna e Portogallo, per quel che riguarda l’Europa Occidentale, e Polonia, Ungheria e Romania, nell’Europa dell’Est.
Circa quattro progetti su dieci sono diretti in Asia, in particolar modo in India. In termini di posti di lavoro la quota dell’Asia è molto grande, poiché i progetti delocalizzati in Oriente sembrano essere i più numerosi. Alcune imprese europee stanno prendendo in considerazione altre aree potenzialmente interessanti per il trasferimento di servizi di front-office tra cui l’America Centrale e del Sud, in particolare Messico e Brasile. Si tratta di zone particolarmente attraenti soprattutto per la maggior vicinanza culturale e linguistica rispetto a quelle dell’Oriente. La delocalizzazione della produzione e dei servizi contribuisce alla creazione di nuove opportunità di lavoro nei Paesi in via di sviluppo e ad incrementi nei volumi delle esportazioni verso gli stessi. Oltre ai paesi finora coinvolti in questo processo, ci sono buone prospettive di estendere il fenomeno anche ad altre aree che possono trarne gli stessi benefici, a patto che ci siano buone combinazioni di costi , manodopera e infrastrutture. Le imprese europee comunque si trovano ancora indietro rispetto alle loro rivali americane. E tuttavia più del 50% delle imprese del Vecchio Continente non ritiene di poter seguire il modello statunitense. Le differenze maggiormente percepite sono relative alla regolamentazione e alla flessibilità del mercato del lavoro europeo e in parte alle diversità culturali e allo status dell’inglese come lingua più parlata a livello internazione. Nel caso degli Stati Uniti, la flessibilità salariale fa sì che gli effetti di fenomeni quali l’outsourcing e lo sviluppo della frammentazione produttiva sul mercato del lavoro si concretizzino per lo più in un aumento del divario salariale tra lavoratori specializzati e non. In Europa, caratterizzata invece dai salari rigidi, si osserva piuttosto una riduzione dell’occupazione. Il declino dell’occupazione industriale in molti dei maggiori paesi industrializzati, insieme all’aumento dell’internazionalizzazione di queste economie, ha stimolato il dibattito riguardo il ruolo che la crescita della concorrenza straniera ha avuto nella determinazione della caduta dell’occupazione. Alcuni, soprattutto ultimamente, ritengono che i timori sulle conseguenze dell’outsourcing siano infondati, anzi sostengono che la delocalizzazione non comporterebbe una caduta dell’occupazione, ma contribuirebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro, che controbilanciano le eventuali perdite occupazionali dovute all’esternalizzazione di alcune fasi della produzione. La delocalizzazione sarebbe responsabile solo della perdita di un esiguo numero di posti di lavoro, grazie alla spinta positiva che dà alla produttività. In realtà, però, non si deve perdere di vista la distinzione di cui sopra relativa alle differenze nella flessibilità e nella regolamentazione tra mercato del lavoro americano ( o, più in generale, anglosassone) ed europeo. Non è detto, cioè, che quanto si verifica nel caso di Stati Uniti e Gran Bretagna, sia valido anche nel caso dei paesi europei.
La realtà italiana
La delocalizzazione è il risultato di una aumentata competizione a livello internazionale. Il motivo principale che spinge le imprese a delocalizzare è la differenza del costo del lavoro tra l’Italia e i Paesi Europei Orientali e Meridionali, il Far Est e il Nord Africa. Le differenze salariali sono molto significative e, dall’altra parte, quelle nella produttività non sono tali da compensarle. La delocalizzazione verso una serie di aree a basso costo è destinata a continuare. Le aree prescelte si spostano nel tempo, perché il commercio mette in moto forze che tendono ad eguagliare il costo del lavoro nelle diverse regioni. La delocalizzazione è di due tipi: “difensiva” o “offensiva”. La delocalizzazione difensiva si ha quando l’obiettivo principale è lo sfruttamento del vantaggio di costo nei paesi dove si vorrebbero trasferire gli impianti produttivi o una fase del ciclo produttivo. Il vantaggio di costo è in termini di minori salari ma anche in termini di energia e servizi a più buon mercato. La delocalizzazione offensiva prevede la penetrazione del mercato locale, oltre allo sfruttamento dei vantaggi competitivi avvicinandosi grazie alla delocalizzazione ai mercati di consumo, per vendere più facilmente i propri prodotti. L’esperienza italiana nell’ambito del fenomeno della delocalizzazione produttiva riguarda soprattutto i distretti del Nord Est ed è di tipo difensivo, nei settori tessile- abbigliamento e calzature. In questi settori, tuttavia, i vantaggi competitivi nelle aree dell’Est europeo sono andati via via assottigliandosi a causa dell’aumento dei salari a livello locale e in confronto ai costi del lavoro nei paesi emergenti. La delocalizzazione impone, inoltre, possibili svantaggi di lungo periodo, soprattutto per quanto riguarda i distretti. Innanzi tutto occorre considerare il progressivo impoverimento dell’indotto locale, che può causare una crisi delle imprese di piccole e medie dimensioni, che devono competere con le più grandi, capaci di delocalizzare verso paesi più lontani e più competitivi. Non va sottovalutata anche la perdita progressiva di conoscenze e di personale qualificato del distretto e il rischio di trasferire le conoscenze produttive verso i paesi emergenti, che diverranno a tal punto concorrenti più pericolosi. Logiche aziendali di questo tipo potrebbero indurre alcuni grandi aziende italiane a reinvestire nell’indotto dei distretti nostrani e a trasferire nuovamente in patria le fasi produttive oggetto di passate delocalizzazioni. Interessanti sono gli aspetti che riguardano la composizione dell’occupazione. E’ stata dimostrata la presenza di correlazione tra intensità dei processi di delocalizzazione e i mutamenti nella composizione della manodopera. Il fatto che l’outsourcing induca una riduzione dell’occupazione nelle qualifiche più basse e l’aumenti in quelle più elevate può spiegare in parte il minor declino dell’occupazione nelle aree con maggiore propensione alla delocalizzazione.
Si osserva inoltre che le aree italiane dove sono stati più consistenti i processi di spostamento della produzione all’estero sono anche quelle che hanno avuto i maggiori successi in termini di crescita delle esportazioni. La delocalizzazione internazionale si è rilevata una strategia di successo soprattutto grazie alla capacità di sviluppare politiche di contenimento dei prezzi. Le imprese che hanno delocalizzato sono diventate più competitive e hanno avuto quindi migliori performance sui mercati internazionali.
Delocalizzazione e Piccole Medie Imprese (PMI)
Affacciarsi sul mercato estero rappresenta per una piccola impresa una sfida molto importante. Comporta inoltre la necessità di pensare ai mercati esteri non solo in termini di opportunità di business, ma anche di insediamenti per la creazione di nuovi sbocchi. Avere una struttura di network con un quartir generale in occidente, stabilimenti dislocati all’estero, rete distributiva in delocalizzazione, rappresenta un modello che, in proporzione all’entità dell’attività, attiene un mondo che non è più esclusivamente quello della grande impresa. La decisione di svolgere all’estero una parte o un’intera produzione richiede il rispetto di una serie di passaggi per ridurre al minimo i rischi dell’insuccesso. Naturalmente ogni area di sviluppo comporta delle specificità e problematiche tipiche, ma alcuni passaggi sono applicabili, in generale, a tutte. Oltre alle variabili proprie di ciascun paese, per le PMI si aggiungono alcune obiettive difficoltà all’internazionalizzazione, tra le quali vi sono difficoltà strategiche, di tipo organizzativo e di management, economico-finanziario e di tipo normativo-ambientale. Tutto ciò rende più complesso il processo di delocalizzazione, ed impone la conoscenza delle variabili da tenere in considerazione per chi decida di intraprendere tali processi.
Per quanto riguarda l’individuazione dei paesi nei quali delocalizzare, le PMI utilizzano come criterio di scelta principale la valutazione della prossimità al proprio settore merceologico.E’ importante la presenza di manodopera specializzata o, comunque, la facilità nel riuscire ad aggiornare, con le nuove tecniche del settore, manodopera che sa già trattare, anche se con tecnologie antiquate, i prodotti in questione.
Importanti variabili di cui devono necessariamente tener conto le aziende sono quelle che riguardano l’aspetto fiscale e doganale, quello legale, e quello finanziario-bancario. L’aspetto fiscale è strategico, tenendo presente che in molti paesi esistono “free zones”, cioè località caratterizzate da agevolazioni o assenza di imposte. Indispensabile è, ad esempio, sapere se il paese in cui si è scelto di delocalizzare ha aderito e recepito il trattato internazionale per evitare fenomeni di doppia imposizione con l’Italia, vale a dire un trattato attraverso il quale i due paesi contraenti hanno definito i reciproci rapporti da un punto di vista tributario, in modo che le imposte che si pagano in un paese non si paghino anche nell’altro. Anche i costi doganali sono determinanti per essere competitivi a livello internazionale. Dal punto di vista giuridico, è importante conoscere le norme del paese di destinazione per evitare di imbattersi in divieti o per adattare l’attività alla normativa vigente. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario e bancario, è bene sapere che esistono delle linee di finanziamento del nostro Stato e di derivazione internazionale per agevolare la delocalizzazione e la penetrazione commerciale estera. Inoltre, spesso i singoli Stati hanno norme o programmi appositi che agevolano la crescita delle PMI locali. Necessario è anche monitorare il sistema bancario locale, oltre alle eventuali filiali di banche italiane in loco, o banche locali con cui le banche italiane hanno rapporti di fiducia, con partecipazione e collaborazione. Tra gli aspetti organizzativi sono di rilievo quello logistico e quello produttivo. La creazione di un nuovo impianto produttivo implica, tra l’altro, la definizione dei costi per il trasporto delle materie prime sia in entrata che in uscita. Tale spesa influenza il costo del prodotto, la velocità di consegna, la commercializzazione (anche nella zona di produzione dello stesso). In fine, per quanto concerne l’aspetto produttivo e dei costi che ne derivano, rilevante è il costo della manodopera, che solitamente nei paesi in cui si decide di delocalizzare è molto basso. Spesso le PMI considerano, erroneamente, questo fattore come l’unico decisivo e determinante per la scelta di trasferire all’estero la propria produzione. In realtà, in questi paesi, come quelli dell’Est Europa, il costo della manodopera ha subito oggi un forte incremento, e in quei paesi dove c’è ancora un ampio differenziale rispetto all’Italia, come la Romania, con l’entrata nell’UE, anche il costo del lavoro è aumentato.
Un aspetto da non tralasciare è quello relativo alla cultura d’impresa e alle problematiche gestionali connesse all’attivazione di basi di produzione in altri paesi. Tra gli imprenditori italiani, in monti casi, esiste ancora un sentimento di cautela verso i processi di internazionalizzazione, poiché questi continuano ad avvenire per lo più all’insegna del “fai da te”. Si registra inoltre l’assenza di una cornice economico-finanziaria e istituzionale generale che aiuti in particolare le PMI. L’Italia, rispetto ad altri paesi, ha un panorama produttivo assai più frammentato e di difficile coordinamento. Si devono pertanto attuare delle politiche che mettano in comunicazione i soggetti, le iniziative e le competenze già esistenti su questi versanti. Inoltre, i dati a livello nazionale evidenziano una scarsa propensione alla formazione degli imprenditori, indice di un livello di managerialità e competitività ancora non sufficiente per uno sviluppo adeguato del sistema industriale. Per l’inserimento delle imprese italiane nei mercati di paesi spesso molto distanti, non solo geograficamente, dal nostro è necessaria una buona preparazione di base e una conoscenza approfondita del nuovo contesto di riferimento, dal punto di vista economico sociale e giuridico.
L’adattamento culturale deve essere programmato e attuato con gradualità. Naturalmente, anche per quanto concerne la gestione dell’attività di impresa si rendono indispensabili degli accorgimenti. I manager che decidono di spostare la loro attività all’estero non possono permettersi di agire con leggerezza, devono essere pronti e recettivi, ma soprattutto in grado di trasformare opportunamente l’organizzazione dell’attività. La delocalizzazione deve essere il punto di arrivo di un processo consapevole e adeguatamente pianificato. Consapevole rispetto ai rischi e alle opportunità dei mercati esteri, alle caratteristiche dei settori in oggetto, alle problematiche culturali e organizzative che comporta l’internazionalizzazione. Pianificato rispetto alle strategie più idonee e alle soluzioni organizzative e gestionali più adeguate ad un contesto così diverso e distante da quello italiano. Molte aziende italiane sono riuscite a trovare risposta ai quesiti sul risparmio generato dalla delocalizzazione, su cosa comprare o far produrre, su quali siano i mercati più convenienti, su quanta e quale parte dell’attività spostare all’estero. Più difficile è invece capire dove comprare, come localizzare i migliori fornitori e gestire un proficuo rapporto con essi, come analizzare rischi e costi totali delle operazioni. La competizione è fortemente avvertita dagli imprenditori. La maggior parte di essi considera il “fare squadra” (fare sforzi, fusioni, acquisizioni) come rimedio affinché le PMI possano continuare a competere sul mercato globale. Tale orientamento rischia però, in assenza di un sistema-Paese che aiuti le imprese nel processo di internazionalizzazione, di non portare ai risultati sperati. Le PMI italiane hanno comunque confermato nel 2003 l’andamento positivo iniziato da alcuni anni sul fronte della partecipazione a imprese straniere e della presenza nei mercati esteri in termini di nuove unità produttive e commissioni di prodotti e servizi. Sono soprattutto le PMI del Made in Italy a investire all’estero o a creare nuove partnership commerciali, dimostrando con ciò grande dinamismo. Le grandi imprese hanno invece iniziato a ridurre la propria presenza all’estero a partire dal 2001; nel 2003, è calato il fatturato complessivo delle aziende italiane all’estero. Sul fronte delle partecipazioni a imprese straniere, sono particolarmente attive le aziende manifatturiere. I settori maggiormente coinvolti sono quello dei prodotti alimentari e derivati,autoveicoli, moto e biciclette, che occupano le prime posizioni, seguiti dal comparto della lavorazione dei metalli e da quello riguardante macchine e apparecchi meccanici. In settima posizione, preceduto dall’abbigliamento, è collocato il settore elettronica e telecomunicazioni. Per quanto riguarda la provenienza regionale, è la Lombardia a manifestare le maggiore vivacità seguita da Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Veneto e Toscana. In calo è il numero dei lavoratori nell’America Latina, mentre sono aumentati gli investimenti nell’Europa Orientale e in Asia, area in cui il numero di iniziative è cresciuto notevolmente.
Oggi le imprese italiane con partecipazioni all’estero sarebbero circa seimila. Di queste, almeno duemila hanno posto in essere vere e proprie strategie di delocalizzazione, trasferendo cioè oltre frontiera attività o parti di attività esistenti in Italia. Circa il 40% delle imprese che praticano l’outsourcing puntano su una strategia a lungo respiro, che combina all’abbattimento dei costi anche la conquista dei mercati esteri, mentre il restante 60%, in genere di piccole dimensioni, mira esclusivamente alla riduzione dei costi.
Accanto alla delocalizzazione nell’ultimo decennio si sta rafforzando un altro fenomeno : l’esportazione da parte dell’Italia, dell’attività imprenditoriale. Si tratta di soggetti che non svolgevano prima un’attività nel nostro Paese e che decidono di avviarne una direttamente all’estero. In questi casi, le mete preferite sono i Paesi del Mediterraneo e dell’Est Europeo. Secondo un’indagine, si è registrato che una quota crescente delle imprese italiane si sta aprendo ai mercati globali, con forme e strategie differenti, che vanno dalla commercializzazione di beni e servizi, alla creazione di reti di fornitura oltre confine o di stabilimenti produttivi all’estero.
Secondo accurate analisi e indagini la delocalizzazione della produzione di beni e servizi è un fenomeno di grande importanza oggigiorno. Si tratta di una realtà che interessa il mondo intero, pur avendo in questo contesto concentrato l’attenzione sul panorama europeo, e in particolare, italiano. L’economia del nostro Paese, caratterizzata da un tessuto imprenditoriale che è per la maggior parte retto da piccole e medie aziende, sta vivendo dei profondi ed inevitabili cambiamenti. Intere fasi dei processi produttivi vengono spostate all’estero con lo scopo di ridurre i costi di produzione e creare nuovi sbocchi di mercato. Fenomeni di integrazione come l’allargamento Europeo non fanno che facilitare il processo di internazionalizzazione. Interessanti prospettive di studio riguardano le opportunità di investimento da parte delle imprese italiane nei paesi appena entrati a far parte dell’UE.

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