Dopo la prima guerra mondiale

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Testo

1929
Dopo il primo conflitto mondiale, vincitori e vinti avevano problemi diversi, ma uno fu comune a tutti: riconvertire le industrie di guerra in industrie di pace. Durante il conflitto, l’intero apparato produttivo era stato finalizzato a rifornire il fronte, in viveri, armi, materiali. Ma ora era necessario ricostruire, ridare fiato al commercio, rimettere in moto il sistema economico. La gran protagonista del sistema industriale del dopoguerra fu l’automobile, prodotta in serie secondo criteri nuovi. I primi esemplari d’automobile risalgono al 1890, ma questa macchina restò a lungo soltanto un giocattolo costoso, difficile ad usarsi e costruito su misura per clienti ricchi, che potevano permettersi la spesa iniziale, gli elevati costi di manutenzione e d’esercizio, il salario dell’autista. Le prime automobili si guastavano in continuazione, perché i motori erano fragili, i pneumatici non resistevano alle strade in cattivo stato, le sospensioni si rompevano facilmente. Mancavano le officine, i pezzi di ricambio, le pompe di benzina. L’idea di fare dell’automobile un prodotto di gran diffusione fu di un industriale statunitense, H. Ford: era un’idea rivoluzionaria che avrebbe ben presto modificato non solo la qualità dei trasporti, ma anche il modo stesso di concepire la produzione industriale. Fu lui ad impiantare le prime fabbriche automobilistiche che producevano in serie, utilizzando la catena di montaggio dove gli operai, con l’aiuto delle macchine utensili, lavoravano con ritmi serrati e precisa coordinazione. Queste fabbriche iniziarono a produrre nel 1905 il , un veicolo goffo e sbuffante, ma con l’enorme pregio di avere un prezzo accessibile, alla portata di molte famiglie americane. Il successo fu travolgente: nel 1915 ne circolava un milione d’esemplari, nel 1924 dieci milioni. Negli Stati Uniti l’esempio di Ford fu subito imitato. Sorsero nuove fabbriche, nuove marche, si produssero nuovi modelli; le automobili abbandonarono il colore nero che ricordava le vecchie carrozze a cavalli e si ricoprirono delle tinte più smaglianti, si perfezionarono nella meccanica, divennero più sicure e veloci. Nel 1927 fu stabilito il record di velocità con 325 km/h: appena vent’anni prima una corsa automobilistica era stata vinta alla media di 25 km orari! I fabbricanti europei continuarono ancora per qualche tempo a produrre automobili con criteri artigianali, esemplari pregiata dalle rifiniture di lusso e dal prezzo proibitivo, ma finirono presto per adeguarsi ai nuovi metodi americani. Dopo la guerra, industrie come la Morris inglese, la Citroen e la Renault francesi, la Dailmer-Benz (Mercedes) tedesca, la Fiat italiana riempirono anche il vecchio continente d’automobili relativamente a buon mercato. . Questa profezia si è avverata: poche altre invenzioni hanno, infatti, trasformato la nostra vita come l’automobile. Con l’automobile si accorciava i tempi e le distanze, si poteva conoscere meglio il mondo. Cambiò anche l’aspetto delle città: la rapidità degli spostamenti fece crescere le periferie e i sobborghi perché ora era possibile raggiungere in pochi minuti il centro cittadino, la fabbrica, l’ufficio. Ma questo provocò anche ingorghi, l’inquinamento dei gas di scarico, un aumento del rumore. Nelle antiche città europee, le vie strette e tortuose divennero veri e propri inferni per gli abitanti. La crescita dell’industria automobilistica ebbe tuttavia effetti corretti sull’intero sistema economico. Essa svolse, infatti, un ruolo analogo a quella della ferrovia verso la metà dell’Ottocento. Consumava su vasta scala prodotti semilavorati (acciaio laminato, legno, vetro, vernici), elemento (pneumatici, lampadine, batterie, ecc.); richiedeva migliaia d’addetti per le riparazioni e la manutenzione; dava un impulso fortissimo agli investimenti dello stato in strade, ponti, gallerie. Essa poneva continuamente nuovi problemi alla metallurgia, alla chimica, all’ingegneria e ciò aveva riflessi importanti anche su altri tipi d’industrie. Nel dopoguerra gli Stati Uniti conobbero un boom, cioè una crescita economica senza precedenti: in soli sette anni, tra il 1922 e il 1929, la produzione industriale aumentò del 64%. Le masse correvano ad acquistare i nuovi prodotti che le industrie producevano a ritmi vertiginosi: automobili, elettrodomestici, apparecchi radio, grammofoni e tanti altri oggetti che fino a qualche tempo prima la maggioranza della popolazione considerava solo un lusso e che ora apparivano una necessità. Per riuscire a vendere i loro prodotti, le industrie e i negozianti concedevano pagamenti dilazionati (le cosiddette ) che mettevano alla portata di molti acquirenti merci che altrimenti sarebbero state troppo care, e lanciavano campagne pubblicitarie che suggestionavano il pubblico spingendolo a spendere. Le banche offrivano denaro in prestito con molta facilità e ad interessi assai convenienti. Sembrava che questo benessere e questa corsa ai consumi non dovessero aver mai fine e che il avrebbe garantito sempre nuova felicità. Eppure il sistema era minato all’interno da un grave squilibrio: mentre aumentava a dismisura la quantità delle merci prodotte, non aumentava nella stessa misura il potere d’acquisto della gente: i salari dei lavoratori, infatti, restavano stabili, mentre esistevano ancora grandi masse di disoccupati che non guadagnavano nulla. Gravi sintomi di crisi cominciò a manifestare anche l’agricoltura. I contadini americani avevano realizzato notevoli guadagni rifornendo l’Europa durante gli anni di guerra e del primo dopoguerra. Man mano che l’agricoltura europea si riprendeva e cominciava a produrre quello che prima era necessario importare, gli agricoltori americani incontravano crescenti difficoltà nella vendita dei loro raccolti, che si accumulavano nei magazzini. Essi furono quindi costretti ad abbassare i prezzi (fino a 2/3 in meno rispetto ai prezzi del periodo di guerra) e questo significò un crollo dei loro guadagni. Guadagnando meno, i contadini avevano anche meno denaro da spendere per l’acquisto dei prodotti industriali. Negli anni del boom gli agricoltori avevano contratto debiti con le banche per l’acquisto di macchinari; la crisi rendeva inutili le macchine, e impossibile la restituzione dei debiti. Molte banche si trovarono in grave difficoltà, molte fallirono. Il sistema economico americano cominciò a scricchiolare sotto il peso di queste difficoltà, ma l’ottimismo era duro a morire: tutti erano convinti che si trattasse di una crisi passeggera e che non vi sarebbe stata nessuna catastrofe. La catastrofe esplose invece nel 1929 e in una forma talmente violenta che ancora oggi gli storici e gli economisti la considerano la più grave crisi mai verificatasi nel mondo capitalistico. L’allarme partì dalla Borsa. Si chiama così il luogo dove si comprano e si vendono i titoli azionari, detti comunemente azioni. Le azioni sono quote del capitale delle industrie e delle altre imprese che sono offerte in vendita a privati cittadini: un piccolo risparmiatore potrà possedere anche una sola azione, un grande affarista diverse migliaia. Mettendo in vendita le azioni le imprese ottengono denaro fresco dai finanziatori. Alla fine d’ogni anno le aziende calcolano il totale dei loro guadagni e li distribuiscono tra i vari azionisti (così si chiamano i proprietari delle azioni), in proporzione al numero delle azioni che ciascuno possiede. Le azioni hanno anche un valore di mercato: se io compro un milione di lire d’azioni di una piccola azienda e questa ultima ottiene notevoli successi, fino a diventare florida e ricca, il valore delle mie azioni aumenterà in proporzione alla crescita dell’azienda; le mie azioni varranno, per esempio, un milione e mezzo di lire. Se invece le cose vanno male e gli affari dell’azienda diminuiscono, anche le mie azioni diminuiranno e non varranno più un milione, ma meno. Negli anni del boom molti Americani comprarono azioni, sicuri di realizzare rapidamente lauti guadagni: tutto filava liscio, il valore delle azioni aumentava, le aziende andavano a gonfie vele e molti risparmiatori si arricchirono facilmente. La gente, di conseguenza, era disposta a comprare azioni a qualsiasi prezzo, nella convinzione che fosse un buon affare (in economia anche i fattori psicologici ed emotivi hanno il loro peso). Ad un certo punto, però, il valore delle azioni, salito molto in alto, non corrispondeva più al valore reale delle imprese che le avevano emesse. Fin tanto che l’economia non si espandeva, nessuno si accorse della gravità del fenomeno, ma appena si cominciò a capire che la crisi si avvicinava e che le imprese incontravano difficoltà crescenti, tutti vollero rapidamente disfarsi delle loro azioni, nel timore che il loro valore crollasse. A Wall Street, la Borsa di New York, il 24 ottobre 1929 tredici milioni d’azioni furono messi in vendita nello stesso giorno, mentre il panico si diffondeva in tutti gli ambienti finanziari: azioni che fino a qualche giorno prima erano quotate centinaia di dollari erano vendute anche a dieci volte meno. Migliaia di risparmiatori furono rovinate, le banche avevano partecipato alla corsa all’acquisto delle azioni fallirono, le industrie si ritrovarono senz’altro finanziamenti e molte dovettero chiudere. I disoccupati raggiunsero la cifra record di 14 milioni. Nelle città, che avevano perso lo smalto e l’allegria degli anni del boom, file interminabili di cittadini facevano la coda per ottenere una minestra presso i centri di assistenza, nelle campagne i raccolti erano lasciati marcire perché non avevano acquirenti. Questa tremenda crisi fu dagli Stati Uniti in Europa: i rapporti commerciali ed economici tra l’Europa e l’America erano ormai troppo stretti perché gli effetti non si risentissero anche in Francia, in Inghilterra, in Germania, in Italia. Venuti meno i finanziamenti americani e crollata la possibilità di esportare prodotti negli Stati Uniti, anche l’industria e l’agricoltura europee furono travolte dalla crisi: anche qui disoccupazione e miseria divennero parole all’ordine del giorno. In Russia e altrove i marxisti interpretarono questa crisi come il segno del crollo imminente del capitalismo mondiale, preludio all’espansione e al trionfo del socialismo su tutto il pianeta. Ma le cose andarono diversamente. L a crisi dilagò fino al 1932. Quell’anno il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, da poco eletto, varò un (New Deal), che prevedeva il massiccio intervento dello stato nell’economia nazionale. Fino a quel momento la regola ferrea del capitalismo americano era stata la piena libertà dell’iniziativa economica individuale, la quasi totale mancanza di vincoli all’attività dei cittadini in campo commerciale e finanziario. Ma dopo la catastrofe era necessario cambiare rotta: il governo prese le redini della situazione e divenne l’unico arbitro dell’economia americana. Roosevelt fece subito approvare alcuni provvedimenti molto efficaci: lanciò un vasto programma di lavori pubblici finanziati dallo stato, nei quali trovarono impiego milioni di disoccupati; i salari furono aumentati e l’orario di lavoro nelle fabbriche fu diminuito per consentire l’assunzione di nuovi operai; il sistema bancario e la Borsa furono messi sotto controllo; furono fissati i prezzi minimi dei prodotti agricoli per impedire l’ulteriore abbassamento del tenore di vita degli agricoltori. Il New Deal ebbe un clamoroso successo. Gradualmente i cittadini furono sottratti allo spettro della fame e si rimise in moto il meccanismo produttivo, i negozi furono riaperti, l’agricoltura tornò ad essere un’attività redditizia. Restava la piaga della disoccupazione (7 milioni di disoccupati nel 1937), ma nelle sue forme più gravi la crisi poteva dirsi superata. Il benessere diffusosi negli Stati Uniti dopo la guerra portò con se una corsa ai divertimenti, ai piaceri dell’esistenza, e comportamenti più liberi. L’opinione pubblica vide in questo fenomeno un pericoloso segnale d’amoralità. Alcuni attribuirono la rilassatezza dei costumi all’eccessivo consumo d’alcool e chiesero a gran voce la proibizione della vendita di bevande alcoliche su tutto il territorio nazionale. Cosa che il governo fece con una legge del 1920, che inaugurò l’età del proibizionismo. La proibizione dell’alcool mirava in primo luogo a colpire i negri e gli immigrati, accusati di essere i maggiori consumatori di liquori e di inquinare con il loro comportamento sregolato la morale del popolo americano; ma essa si rivolgeva anche contro tutti quegli Americani che si abbandonavano ai piaceri dell’esistenza quotidiana, dimenticando le tradizioni che avevano reso grande gli Stati Uniti. C’è appena bisogno di affermare che l’alcool non era certo responsabile di tali trasformazioni sociali. Abbiamo già altre volte incontrati fenomeni del genere: le paure collettive della gente si concentrano su singoli gruppi di persone che sono indicate come responsabili d’ogni male. Quando gli uomini perdono il controllo sulla realtà che li circonda, quando essa diventa quasi all’improvviso incomprensibile e quindi inaccettabile, la reazione si abbatte sul primo che capita e che diventa il simbolo su cui riversare ogni aggressività. La campagna contro l’alcool rivelava, in effetti, una profonda lacerazione all’interno della società americana. Essa fu lanciata dai rappresentanti della , conservatori in politica e ostili ai cambiamenti sociali, che esprimevano i sentimenti dell’America provinciale dei villaggi e delle fattorie. Costoro si opponevano all’America delle grandi città, successione, aperta al nuovo, sensibile a un modello di vita più libero e spregiudicato. I risultati del proibizionismo furono disastrosi. Mentre una parte del paese si mobilitava contro l’alcool, i contrabbandieri facevano affari d’oro e il mercato nero dilagava. L’enorme giro di denaro creatosi intorno a questo commercio clandestino diffuse la corruzione: poliziotti, magistrati, pubblici funzionari, uomini politici furono corrotti per chiudere un occhio sui traffici illeciti. Le distillerie clandestine sorgevano come funghi: producevano bevande prive di qualsiasi garanzia igienica, che provocarono in media 5.000 morti l’anno, oltre a migliaia di casi di cecità e paralisi. Il contrabbando alimentava la ricchezza e il potere dei gangster, criminali che controllavano spesso veri e propri imperi economici basati anche sulle rapine, sul gioco d’azzardo, sulle estorsioni, sulla droga, sulla prostituzione. Gangster come Al Capone avevano un potere immenso, con profonde modificazioni nei vertici del mondo politico. Ma il proibizionismo ebbe anche un altro effetto, che i suoi sostenitori non avrebbero mai immaginato: fece aumentare notevolmente il consumo di alcolici. Un sorso di whisky o un boccale di birra, che prima era considerati piaceri piccoli e banali, erano diventati all’improvviso avvenimento interessante. La proibizione n’accresceva il fascino. In una società fondata sul mito del denaro, i ricchi erano inoltre gli idoli da imitare. Il cinema, la radio, i giornali raccontavano al popolo la loro vita dorata, che faceva sognare l’americano medio. E i ricchi bevevano. La battaglia contro l’alcool era dunque perduta in partenza: ben presto anche quello stesso mondo da cui era partita la crociata si lasciò conquistare dal nuovo modello di vita. Quando nel 1933 il proibizionismo fu abrogato, furono in pochi a protestare.

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