Dal sistema feudale all'età di Pietro il grande

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Testo

La formazione del SISTEMA FEUDALE
Secondo lo storico Ganshof, il sistema feudale nasce dall’integrazione e dall’evoluzione di istituzioni che affondano le loro radici in età tardo-romana.
Le istituzioni fondamentali che costituiscono il fulcro del feudalesimo Carolingio sono sostanzialmente 3:
1. L’accomendazione
2. Vassallaggio
3. Il Beneficio (il cui antecedente è, in età tardo-romana, la “Tenure”)
Queste che abbiamo indicato sono le 3 componenti fondamentali del feudalesimo di età Carolingia (VIII – IX secolo). Nel X secolo si aggiunge nel sistema feudale una 4° componente, l’immunità, in genere associata al potere di Banno.
Esaminando le prime 3 componenti è opportuno analizzare per prima l’istituzione dell’accomendazione.
In età tardo-romana (III – IV secolo) vista l’insicurezza che si stava diffondendo per via dell’inizio del fenomeno delle invasioni, i ricchi possessori fondiari avevano cominciato a fortificare le loro ville e a creare dei corpi di difesa personali composti generalmente da uomini di umile estrazione (buccellarii). Questi individui si dichiaravano “vassi” del Signore fondiario ed erano legati a quest’ultimo da contratti di accomendazione. In un contratto-tipo il vassus che era nullatenente si dichiarava al servizio del signore fondiario con compiti prevalentemente di difesa in cambio di vitto e alloggio.
Ganshof sottolinea che in questi primi contratti di accomendazione vi sono già i primi elementi del futuro rapporto di vassallaggio feudale e della cerimonia di accomendazione.
Più complesso è il fenomeno dell’evoluzione della Tenure al Beneficio.
La Tenure era un rapporto tra possessore fondiario e contadini. Poteva accadere che il possessore avesse delle terre incolte da dissodare. In questo caso egli concedeva a un contadino e alla sua famiglia un appezzamento di terreno in cambio di un census (canone) molto basso oppure nullo.
Ganshof nota che nell’istituzione della Tenure vi è già l’idea di un servizio che viene prestato in cambio della concessione in uso (non della cessione ma di un appezzamento di terreno). In cambio della concessione il contadino prestava il servizio di dissodare la terra e mantenerla coltivabile.
VIII secolo – Gli arabi conquistano la Spagna, abbattendo il Regno dei Visigoti (713). Essi cominciarono a premere ai confini del Regno Franco.
Carlo Martello, maggiordomo d’Austrasia si trova di fronte alla necessità di costruire una cavalleria.
Il problema fondamentale infatti era fronteggiare l’abile e veloce cavalleria araba, che non poteva non vincere combattendo la pesante e lenta fanteria franca.
Carlo Martello deve quindi formare in poco tempo una cavalleria franca ma sfortunatamente non dispone del denaro necessario per pagare il cavaliere perché si è in un periodo di carestia monetaria perciò egli decide di affidare dei vasti appezzamenti territoriali a dei nobili franchi.
Questi appezzamenti dovevano essere sufficienti a fornire una rendita per l’acquisto delle armi e per il mantenimento di un cavallo. In cambio il cavaliere che acquisiva in beneficio la guerra doveva impegnarsi a prestare servizio militare tutte le volte che gli fosse stato richiesto. Come nella tenure la logica è quella della prestazione di un servizio in cambio di una concessione di terra.
N.B.
È da sottolineare il fatto che la concessione in uso non coincide affatto con la cessione in proprietà. Il cavaliere non diventa mai proprietario effettivo e non può trasmettere beneficio ai figli. Quando il cavaliere muore il beneficio torna al signore o al sovrano che l’ha concesso, quest’ultimo lo assegna secondo la sua volontà.
INTRODUZIONE DELL’IMMUNITÀ E DEL POTERE DI BANNO
La 4° componente del sistema feudale è l’immunità.
Nel X secolo da est iniziano le invasioni degli slavi che vengono fermate soltanto a metà del secolo (955, Ottone di Brunswick sconfigge gli slavi a Lechfield).
I feudatari che si trovavano nell’area orientale dell’Impero si trovano nella necessità di provvedere alla difesa dei territori a loro concessi. Si ha così il fenomeno dell’incastellamento. I feudatari infatti costruiscono in genere delle alture dei castelli fortificati in cui la popolazione dei territori loro affidati può rifugiarsi in caso di invasione. In cambio dello sforzo supplementare per la difesa dei territori essi ottengono l’immunità e il potere di Banno.
L’immunità consiste nel diritto esclusivo che il signore ha nell’esercitare la giustizia e nell’imporre delle tasse: nessun funzionario imperiale può entrare nel suo territorio per esercitarle al suo posto.
Egli perciò è immune dal controllo del signore (o dell’imperatore) per quanto riguarda le due funzioni sopra citate.
Il potere di Banno consiste nel diritto assoluto del signore di imporre tasse pedaggi all’interno del territorio a lui affidato. Egli può procedere a nuove imposizioni fiscali di sua iniziativa. È chiaro che in questo modo il feudatario (che sarebbe più appropriato definire signore Bannale) ha una assoluta autonomia nell’imporre e riscuotere le imposte. Un tipo di imposta molto frequentemente in vigore nei territori dei signori bannali è il pedaggio nell’uso delle strade e sull’attraversamento dei ponti.
Sempre all’interno del potere di banno rientravano il diritto del signore di imporre tasse nell’uso delle attrezzature presenti sul territorio da lui controllato: un esempio significativo consiste nell’imposta nell’uso dei mulini. Se ne deduce quindi che il signore bannale godeva di una quasi assoluta autonomia ed esercitava un potere incontestabile e immune da qualsiasi controllo sul suo territorio. È chiaro che tra il X e XI secolo si entra in una fase dello sviluppo del sistema feudale in cui il particolarismo si impone con particolare evidenza.
N.B.
Per particolarismo si intende una diffusa frammentazione dei poteri in virtù della quale il potere centrale non riesce più ad esercitare alcun controllo sulle aree territoriali che formano il sacro romano impero germanico.
Si parla di sacro romano impero germanico a partire dal 962 quando Ottone di Brunswick diviene imperatore con il nome di Ottone I.
Le differenze consistono essenzialmente nei seguenti 3 aspetti:
1. Sacro romano impero germanico è molto meno esteso sul piano territoriale perché comprende solo l’area germanica e l’Italia settentrionale, mentre nell’area francese si è già formato un Regno Autonomo.
2. In età carolingia il potere dell’imperatore era ancora tale da consentirgli un buon controllo delle aree periferiche e ad assicurargli un’autorità feudataria; Nel sacro impero romano germanico invece come abbiamo visto l’autorità dell’imperatore è molto ridotta.
3. Nel periodo in cui si forma il SRIG inizia quel processo di rinascita delle città che portò alla creazione delle autonomie comunali; I comuni ingaggeranno con l’impero un durissimo scontro.
LA RINASCITA DELLE CITTÀ E LA COSTITUZIONE DELLE AUTONOMIE COMUNALI
Dopo la fine delle invasioni slave, l’Europa occidentale gode di un periodo di relativa stabilità politica; questo fa sì che la popolazione aumenta sensibilmente e questo fenomeno genera una serie di trasformazioni decisive. Innanzi tutto cresce il fabbisogno alimentare di fronte a questa esigenza si risponde in 3 modi differenti:
1. Il dissodamento di nuove terre, operato in gran parte da monaci (in particolare dai cistercensi);
2. L’introduzione di nuove tecniche di coltivazione che comportano un superamento del sistema dei campi aperti. Quest’ultimo si fondava sulla rotazione biennale che prevedeva l’alternanza tra coltivazione a frumento e maggese (lasciare a maggese significa lasciare a pascolo).
In questa fase si usava l’aratro leggero con versoio di legno e quindi il terreno veniva aratro superficialmente. Con la rotazione triennale una parte del terreno coltivabile viene seminata a cereali invernali (frumento) una parte a cereali primaverili (orzo, avena) oppure a legumi, l’altro veniva lasciato a maggese. Inoltre la creazione del collare da spalla permise l’uso dell’aratro pesante con versoio in metallo, che permetteva una radura più efficiente.
3. Quando l’incremento della produzione non è sufficiente a soddisfare le crescite esigenze della popolazione si scorre alla ripresa dei commerci. Ciò provoca la ricostituzione di un consistente ceto mercantile. Naturalmente con la ripresa dei commerci la rivelazione monetaria si intensifica decisamente rispetto al periodo precedente. In questo modo finisce la fase della tesaurizzazione in cui le monete venivano tolte dalla monetaria soprattutto se d’oro e d’argento.
Il fenomeno della tesaurizzazione si spiega meglio se teniamo conto del fatto che in età antica e medievale e per buona parte dell’età moderna valore reale e valore nominale si intende il valore che convenzionalmente si attribuisce alla moneta.
Per valore reale si intende invece il valore effettivo del materiale con cui è fatto la moneta.
In età antica medievale il valore della moneta dipendeva dalla lega metallica con cui veniva coniata la moneta stessa.
Perciò il valore che veniva indicato sulla moneta (valore nominale) coincideva con quello della lega metallica (valore reale). È chiaro che in un momento transizione così complesso come quello altomedievale si tendesse ad accumulare monete d’oro e d’argento come bene-rifugio. Infatti le monete d’oro e d’argento non potevano perdere valore casomai erano destinate a vederlo accrescere nel tempo.
Quando riprendono i traffici commerciali necessariamente riprende la circolazione monetaria; non solo vengono riammesse in questa circolazione le monete tesaurizzate ma vengono anche coniate le monete nuove.
TRASFORMAZIONI URBANISTICHE E NASCITA DEI BORGHI
Dopo il 1000 la crescita democratica interessò soprattutto i centri cittadini. Durante l’alto medioevo la popolazione della città si era ridotta in maniera veramente notevole: basta pensare al caso di Roma che tra I° e II° secolo aveva una popolazione di circa 1.200.000 abitanti e tra il VII° e VIII° secolo arriva ad averne non più di 25.000.
D’altra parte in questa fase la vita media non supera i 30 anni soprattutto perché la mortalità infantile era altissima per le carestie e l’epidemie. Nell’XI secolo la ripresa democratica nei centri cittadini fa sì che si renda necessario costruire gli edifici sviluppandoli in altezza perché generalmente le città erano di origine romana ed erano circondate dalle antiche mura.
Crescendo la popolazione ci si accorge che lo spazio edificabile è limitata; per questo si costruiscono gli edifici sviluppandoli in altezza e spesso riducendo la larghezza delle strade.
Altra caratteristica di queste aree di insegnamento medievali è l’inesistenza di una pianificazione urbanistica:
In genere si costruisce senza un piano preciso e questo modo di procedere fa sì che la disposizione delle strade e degli edifici non segna un ordine predeterminato.
Ben presto gli spazi all’interno delle vecchie mura non bastano più così si cominciano a costruire edifici al di fuori delle mura stesse formando i Borghi.
Successivamente, quando i Borghi diventano degli agglomerati molto consistenti, si procede alla costruzione di una seconda cerchia di mura.
I Borghi erano abitati soprattutto da mercanti e artigiani; d’altra parte nelle città la maggioranza delle persone era impegnata in attività commerciali.
I Borghi quindi si configurarono subito con aree cittadine prevalentemente abitate da mercanti; Il termine borghese quindi all’inizio si riferisce soprattutto a un ceto dedito ad attività imprenditoriali e commerciali.
La formazione dei Comuni: dalle “coniurationes” al comune aristocratico
Come abbiamo visto il ceto mercantile costituiva la maggioranza degli abitanti delle città: gli scambi commerciali quindi avevano un’importanza determinante nell’economia urbana. Ben presto gli interessi degli abitanti delle città vennero a conflitto con quelli dei signori Bannali, nel cui territorio si trovavano i centri urbani. I signori Bannali infatti imponevano pedaggi sull’uso delle strade e dei ponti e questo danneggiava i traffici dei mercanti che vedevano ridursi i propri guadagni così si crearono le prime coniurationes, associazioni di cittadini uniti per la difesa dei loro interessi economici contro i signori Bannali.
Le coniurationes chiedevano l’abolizione dei pedaggi che i signori non erano disposti a concedere. Il conflitto si sviluppò fino a sfociare nella determinazione da parte delle coniurationes a formare delle entità politiche autonome che presero il nome di comuni.
Il comune quindi nasce come risposta politica ad una necessità di carattere economico: la difesa degli interessi dei cittadini. Il comune si articola nel vero e proprio contro urbano e nel contado; Quest’ultimo era un’area territoriale che si estendeva attorno alle città e dalla quale proveniva l’approvvigionamento alimentare della città.
Ben presto nei centri cittadini cominciarono ad arrivare molti esponenti della piccola nobiltà feudale che intendeva sottrarsi alle prepotenze dei signori Bannali.
Questa caratteristica è tutta italiana: in altri comuni europei come quelli transalpini non esiste una piccola nobiltà in urbana, perciò questi comuni non svilupparono una fase aristocratica.
L’evoluzione del comune si articola in tre fasi:
1. Comune Aristocratico
2. Comune Podestarile
3. Comune Popolare
Comune Aristocratico:
La prima fase dello sviluppo delle istituzioni comunali in Italia è caratterizzata dal formarsi di comuni in cui viene adottato il modello aristocratico. Il ceto dominante, che ha nelle sue mani il potere politico è la piccola nobiltà feudale inurbata. In genere il potere esecutivo è affidato a dei consoli scelti dal Consiglio, che esercita il potere legislativo che è formato dai rappresentanti delle più potenti famiglie nobiliari della città e sia pure in misura minoritaria dai rappresentanti del ceto mercantile e imprenditoriale.
N.B.
Il potere esecutivo si definisce come il potere di fare eseguire le leggi; Esso coincide con la normale attività di governo.
Il potere legislativo è il potere di elaborare e approvare le leggi; esso viene generalmente esercitato in forma assembleare a meno che non si parli più di una monarchia assoluta, una dittatura o un regime totalitario.
Il potere giudiziario è il potere di far rispettare le leggi e di sanzionare tutte le violazioni.
In casi eccezionali come la necessità di indire una guerra o di fronteggiare una emergenza immediata era consuetudine convocare l’Arengo, un’assemblea formata da tutti cittadini. L’Arengo non aveva il potere deliberativo ma solo consultivo; D’altra parte veniva convocato quando era necessario prendere decisioni che fossero supportate dal consenso più largo possibile. La lotta tra le famiglie nobiliari per l’esercizio del potere era molta aspra e poteva assumere altre forme decisamente violente. Infatti ogni famiglia disponeva di una forza militare autonoma che poteva essere usata contro le famiglie rivali. Un segno di questa particolare situazione si può rintracciare in alcuni aspetti dell’architettura di questo periodo infatti le abitazioni delle famiglie nobiliari erano in genere fortificate e dotate spesso di torri usate sia come deposito di munizioni e di armi sia come luoghi per l’avvistamento delle forze nemiche. In molte delle incisioni dell’epoca compaiono immagini di città caratterizzate dalla presenza di numerose torri.
N.B.
Particolarmente interessante è il caso romano. A Roma in età medievale vi erano una 90ina di torri; Il segno della loro presenza è rimasto nei toponimi (i nomi dei luoghi).
Quasi tutte le torri romane non esistono più; Le due torri più importanti tra quelle ancora individuabili sono la Torre delle Milizie situata verso la parte finale di Via Nazionale e la Torre dei Conti situata verso la metà dell’attuale Via dei Fori Imperiali.
Si calcola che della Torre dei Conti originaria sia rimasto non più di 1/3 e la Torre delle Milizie poco meno della metà.
La Torre non era soltanto una struttura difensiva ma anche il segno della potenza di una famiglia. Lo dimostra l’abitudine da parte della famiglia che riusciva dal imporsi in un conflitto, di abbattere la torre della famiglia rivale. Distruggere la torre della famiglia avversaria aveva quindi un forte valore simbolico. Ben presto però gli scontri tra le famiglie nobiliari diventano praticamente incontrollabili. Queste ultime perciò si accordano al fine di evitare che il comune piombi in una situazione di anarchia. Perciò si arriva alla decisione di assegnare tutti i poteri essenziali per l’amministrazione delle città ad un uomo proveniente dall’esterno, il podestà.
Si forma così il comune podestarile.
Comune Podestarile:
Il podestà era scelto dal Consiglio, esercitava tutti i poteri per un periodo di 6 mesi; alla fine di questo arco di tempo doveva rimettere l’incarico al Consiglio che decideva se rinnovarglielo o No.
Il podestà quindi esercita un potere pressoché assoluto ma limitato dal punto di vista temporale. Non sempre però il compito che doveva svolgere il podestà era agevole perché le grandi famiglie nobiliari reagivano anche in forme violente quando venivano intaccati i loro interessi sulla base dei documenti dell’epoca si registrano numerosi casi in cui il podestà è costretto alla fuga oppure viene eliminato fisicamente. L’aspetto più interessante di questa fase tuttavia riguarda il mutamento che si verifica all’interno del consiglio comunale e che concerne la rappresentanza politica delle forze sociali presenti nel comune. Infatti gradualmente la rappresentanza del ceto mercantile e imprenditoriale si allarga fino a costituire la maggioranza del consiglio stesso. Questa trasformazione pone le basi del futuro comune popolare.
Comune Popolare:
Dal momento che la borghesia mercantile e imprenditoriale costituiva la forza economicamente più consistente e presente in forma maggioritaria nel consiglio comunale, era inevitabile che avanzasse la pretesa di gestire direttamente il potere politico. Si forma perciò il comune popolare che è guidato dagli strati più elevati e potenti del ceto mercantile e imprenditoriale. In questo contesto un’istituzione che assume particolare rilevanza è quella delle arti o corporazioni.
Un arte è formata da tutti gli individui che operano in un determinato settore produttivo, sia che si tratti di imprenditori sia che si tratti di salariati (operai).
N.B.
Tra organizzazioni come le arti e i moderni sindacati esiste una differenza di fondo: questi ultimi rappresentano i lavoratori e i loro interessi ed hanno come controparte gli imprenditori. In un arte invece sono presenti tutte e due le componenti (gli imprenditori e operai) ed è chiaro che a prevalere gli interessi degli imprenditori che detengono il potere economico.
Ogni arte aveva uno statuto in cui erano fissate le regole che tutti coloro che operavano in un determinato settore produttivo dovevano rispettare. Vi erano innanzi tutto specificati Standards di qualità che dovevano essere mantenuti nella produzione dei beni destinati alla vendita; Inoltre erano fissati i prezzi massimi e minimi a cui potevano essere vendute le merci. Chi trasgrediva le regole veniva giudicato da un consiglio formato dagli esponenti più qualificati dell’arte; Questo aspetto è particolarmente interessante perché significa che l’arte era talmente potente da poter esercitare in alcuni ambiti la funzione giudiziaria (che in teoria avrebbe dovuto essere esercitata dal comune). Il trasgressore poteva essere espulso dall’arte, questo provvedimento era molto grave perché al condannato veniva proibito di esercitare il suo mestiere in tutto il territorio comunale. Esistevano Arti Maggiori e Arti Minori; A Firenze molto potente era l’arte della lana che raccoglieva tutti coloro che operavano nel settore tessile. Con il tempo le arti divennero talmente influenti che i priori (i componenti dell’organismo assembleare che a Firenze esercitava la funzione esecutiva) venivano scelti nell’ambito dei rappresentanti delle arti stesse.
Le Monarchie Feudali
Tra il XII e il XIII secolo in Europa si sviluppò il fenomeno delle monarchie feudali. Si ebbe un rafforzamento dell’autorità regia pur all’interno di rapporti che rimanevano sostanzialmente di carattere feudale. Un esempio significativo delle strutture fondamentali della monarchia feudale è costituito dai regni normanni che si costituiscono nell’Italia meridionale e in Inghilterra.
I normanni (uomini del nord) erano costituiti da 3 gruppi etnici fondamentali: gli svedesi, i norvegesi e i danesi.
Gli svedesi furono protagonisti di una grande infiltrazione nei territori russi e ucraini, dove fondarono delle basi commerciali. I loro traffici erano molto estesi; in particolare molto sviluppati erano quelli con l’Impero Bizantino (infatti in Scandinavia sono state ritrovate circa 10000 monete bizantine). Gli svedesi quindi non attuavano una politica aggressiva perché ciò che interessava a loro era sviluppare una fitta rete commerciale. Tuttavia, a loro influenza fu importante nell’area slava perché contribuì alla formazione del 1° nucleo dello Stato Russo, il principato di Kiev. D’altra parte la parola “rus” da cui deriva il termine Russo indicava islavo i normanni.
I norvegesi invece erano per lo più esploratori. Nel IX secolo essi scoprirono e popolarono Islanda e riuscivano ad arrivare fino alle coste della Groenlandia.
I danesi erano sicuramente il gruppo più irrequieto erano particolarmente temuti in Europa perché dediti alle scorrerie e saccheggi. Nel 855 essi risalirono la Sella e attaccarono Parigi incendiandola e saccheggiandola. Le frequenti scorrerie danesi furono alla base della decisione del Re francese Carlo il semplice di venire a patti con il capo normanno Rolf. Gruppi di danesi era utilizzati anche come truppe mercenarie in varie zone d’Europa. Nel 1030 una controversia tra baroni feudali in Italia meridionale diede ai normanni danesi l’occasione di infiltrarsi in quell’area. Infatti uno dei baroni impegnati nella contesa chiamò delle truppe mercenarie danesi. Il risultato fu che i normanni s’impadronirono della contea di Aversa creando il loro primo insediamento in Italia meridionale. Nel giro di pochi anni, specialmente sotto la guida di Roberto il Guiscardo, della famiglia degli Altavilla, riuscirono ad espandersi rapidamente fino a che nel 1059 Roberto il Guiscardo riuscì ad ottenere una legittimazione politica quando Gregorio VII lo riconobbe come suo vassallo e gli riconobbe anche il titolo di Duca di Puglia e di Calabria a quel punto i normanni controllavano quasi tutta l’Italia meridionale esclusa la Sicilia. All’inizio del XII secolo essi decisero di occupare la Sicilia e nel 1130 organizzarono tutti i domini meridionali in una monarchia (il Regno di Sicilia, che comprendeva sia l’Isola che l’Italia meridionale). Re fu proclamato Ruggero II che si può definire uno dei sovrani che maggiormente contribuirono alla formazione delle monarchie feudali.
Le Riforme di Ruggero II
Ruggero II procedette ad un accentramento dei poteri che mirava ad un graduale superamento del particolarismo feudale. Egli infatti si attribuì il diritto esclusivo di riscuotere le imposte e di esercitare la giustizia. Ciò comportava la necessità di creare un corpo di funzionari direttamente nominati dal sovrano che precedessero all’esecuzione delle sue disposizioni, si trovò così un 1° nucleo di Burocrazia statale. Naturalmente i funzionari erano stipendiati regolarmente e questo già costituiva un primo superamento dei vincoli feudali. I baroni reagirono cercando di opporsi alle riforme perché si vedevano sottrarsi privilegi. Ruggero II represse ogni forma di ribellione reagendo a sua volta in maniera molto ferma e violenta e inviando uomini armati per imporre ai feudatari recalcitranti il rispetto dei suoi voti.
FEDERICO BARBAROSSA
Enrico VI: Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico;
Costanza d’Altavilla: Ultima erede Normanna;
Federico II: che è quindi sia Imperatore sia Re di Sicilia;
Federico II aveva ereditato dal padre i territori che facevano parte del Sacro Romano Impero Germanico (tutta l’area germanica e l’Italia settentrionale), mentre dalla madre aveva ereditato il Regno di Sicilia in quanto Costanza d’Altavilla era l’unica erede di Ruggero II.
Il giovane sovrano si trovò così ad operare su due fronti:
1. Come Imperatore egli si trovò a doversi scontrare con i grandi feudatari tedeschi che cercavano di guadagnare spazi sempre più ampi di autonomia; Inoltre egli dovette anche scontrarsi con i comuni dell’Italia settentrionale che cercavano di liberarsi dal controllo imperiale.
2. Come Re di Sicilia egli continuò l’opera di Ruggero II favorendo il consolidamento del potere Regio; Inoltre la rivendicazione della laicità del potere monarchico lo pose in conflitto con il papato.
Federico II, Re di Sicilia
Federico II passò gran parte della sua vita in Sicilia o viaggiando attraverso il suo Regno. Egli rafforzò l’apparato burocratico creato da Ruggero II occupandosi anche di garantire la formazione dei funzionari addetti all’amministrazione Regia. Nel 1228 egli fondò l’università di Napoli; È significativo il fatto che una delle prime facoltà ad essere create fu quella di giurisprudenza: i funzionari regi infatti ricavavano lì la formazione necessaria ad esercitare le loro competenze.
In questo modo egli ottenne che l’apparato amministrativo fosse gestito da personale preparato ed efficiente; Inoltre egli emanò le cosiddette Costituzioni Melfitane che rappresentano una straordinaria opera di riorganizzazione-sistematizzazione delle leggi vigenti nel Regno.
Federico II era un monarca molto colto: era in grado di parlare oltre l’italiano e il tedesco, anche il latino e il greco;
Esistono anche documenti che testimoniano una sua buona conoscenza con dei dotti arabi su argomenti di varia natura (soprattutto in campo filosofico e scientifico), egli poi scriveva versi poetici e favorì la formazione alla corte di Palermo della cosiddetta “scuola poetica siciliano” (1230-1250).
La Rivendicazione della Concezione Laica della Sovranità
Nel medioevo si era portati a ritenere che tutti i poteri derivassero da Dio: Questa dottrina era stata fissata già tra l’VIII e il IX secolo dal Papa Niccolò I, la conseguenza di questa teoria si può facilmente intuire: Se tutti i poteri derivano da Dio, questo vale anche per il potere monarchico ed è chiaro che solo il Papa in quanto rappresentante di Dio in Terra può legittimare il potere di un Re.
Federico II con una scelta rivoluzionaria per quel tempo, sostiene invece che egli è Re di Sicilia esclusivamente perché ha ricevuto il potere da sua madre, ultima erede normanna.
CRISI DEL 300
Fino alla prima metà del XIV secolo in Europa vi era stato un trend positivo nello sviluppo dell’economia; ciò era stato determinato in gran parte della stanza dell’incremento demografico che si era realizzato a partire dall’XI secolo. Dato che la popolazione cresceva ad un ritmo pressoché costante l’apparato produttivo e la rete dei traffici commerciali avevano conosciuto una fase di grande espansione. Ma nella prima metà del XIV secolo l’incremento demografico sollecita fino a bloccarsi e questo determina una crisi da sovrapproduzione: l’offerta di merci supera la capacità di assorbimento del mercato (la domanda), in una crisi da sovrapproduzione l’offerta impara sempre la domanda dei beni. Questo genera inizialmente un calo dei prezzi, ma la riduzione dei prezzi non basta a garantire l’assorbimento delle stesse da parte del mercato. Sul piano sociale ciò ha delle conseguenze negative, perché per diminuire la produzione gli imprenditori cominciano a licenziare gli operai che lavorano nelle manifatture. I conflitti sociali perciò si intensificano. Oltre tutto tra il 1348 e il 1351 l’Europa è colpito da una terribile epidemia di peste nera che riduce di quasi la metà la popolazione del continente. Secondo il cronista fiorentino Giovanni Villani la peste arriva in Europa portata da marinai genovesi che avevano contatto il morvo a Costantinopoli. La peste era contagiosissima: bastava aver toccato un oggetto che era venuto in contatto con un malato per essere contagiato. Inizialmente il malato non si accorgeva di essere stato colpito dal morvo; Ma improvvisamente il contagiato avvertiva dei segni di forte debolezza e nel suo corpo emergevano dei bubboni neri, soprattutto in corrispondenza dei linfonodi. Di qui deriva il nome di peste nera o bubbonia. L’esito era quasi sempre mortale. Nel 1680 quando si manifestò la peste a Milano, rappresentato nei Promessi Sposi, l’epidemia fu talmente violenta da provocare la morte dei 2/3 della popolazione.
Una descrizione efficace della peste a Firenze nel 1348 è fornita da Giovanni Boccaccio nell’introduzione alla I° Giornata del “Decameron”. Boccaccio sottolinea soprattutto due effetti della peste:
1. La dissoluzione dei vincoli di solidarietà familiari e sociali: il Timore del contagio spinge gli abitanti di Firenze ad evitare di assistere i propri cari e gli amici che hanno contratto la malattia.
2. L’allentamento delle norme di carattere morale: poiché ciascuno pensa di poter morire nel giro di pochi giorni a causa del contagio si assiste a riemergere di un desiderio sfrenato di godersi la vita, come un bene prezioso che potrebbe essere perduto in qualsiasi momento.
La ristrutturazione delle economia agricola e le trasformazioni sociali
La crisi del 300 determinò dei cambiamenti anche profondi nella struttura della economia agricola. Essi si possono riassumere nei seguenti punti:
1. La diversificazione delle colture (diversi terreni invece di essere coltivati a frumento furono utilizzati per trasformarli in frutteti, uliveti, vigne).
2. L’abbandono in alcune aree europee dei tradizionali vincoli feudali che legavano contadini ai signori. Si introducono infatti il bracciantato e la mezzadria. I braccianti erano lavoratori stagionali che venivano retribuiti con un salario per un lavoro svolto. La loro condizione però era precaria e dipendeva molto dai raccolti. Migliore era la condizione dei mezzadri, essi ricevevano in affitto un terreno coltivabile e in cambio corrispondevano al proprietario metà del raccolto.
3. Sul piano sociale la crisi agricola che si produsse nel 300 portò molti contadini a trasferirsi in città per trovare lavoro.
Nelle città si ebbe così una grande quantità di manodopera disponibile a cui potevano attingere gli imprenditori manifatturieri.
Conseguenze sociali della crisi del 300
Sostanzialmente le conseguenze sociali della crisi si sviluppano in 2 linee fondamentali:
1. Una serie di rivolte nelle campagne e nelle città, nate in forma abbastanza spontanea da parte di contadini poveri e di operai delle manifatture cittadine.
2. La formazione di un nuovo ceto dominante, nato dalla fusione tra patriziato di sangue (gli “eredi della nobiltà feudale” e “patriziato di denaro”) e i membri della ricca borghesia imprenditoriale e mercantile.
Le rivolte contadine ed operaie erano legate all’aggravamento delle condizioni di povertà dei ceti più umili sia nelle campagne sia nelle città. Nelle campagne le continue carestie e la radicale diminuzione della produzione agricola, legata anche al brusco calo demografico, avevano esasperato i contadini che in molti casi si sollevarono contro i signori feudali che pretendevano di far valere i vincoli del servaggio.
Le rivolte furono represse molto sanguinosamente e lo stesso avvenne nelle città. Il caso più clamoroso di rivolta si ebbe a Firenze nel 1378 con il tumulto dei ciompi. Questi ultimi erano dei lavorativi che si occupavano della tintura dei tessuti: essi lavoravano in condizioni pressoché insostenibili, chiusi in sotterranei, esposti ai vapori delle soluzioni usate per le tinture e con turni di lavoro massacranti. Inoltre essi erano mal pagati perché dato che molte manifatture avevano chiuso l’offerta di manodopera era superiore alla domanda e gli imprenditori potevano imporre salari bassi. Di fronte all’indifferenza degli imprenditori nei confronti delle loro richieste i ciompi si ribellarono e s’impadronirono della città per due giorni.
Ma le grandi famiglie imprenditoriali e mercantili fiorentine attuarono una durissima repressione. L’unica famiglia ad opporsi fu quella dei medici e questo comportamento valse loro il favore popolare perché essi avevano rifiutato di usare la violenza contro la disperazione dei ciompi.
Il principato di Kiev (primo nucleo dello Stato Russo)
Sulla formazione del principato di Kiev (1° nucleo statale russo) esistono almeno 2 interpretazioni:
1. è quella avanzata dagli storici tedeschi (detta anche normannista) che assegna ai normanni un ruolo decisivo nella formazione del principato.
2. più recente quest’interpretazione, sottolinea il ruolo che insieme ai normanni svolsero gli slavi nella costituzione di questo stato.
TESI NORMANNISTA
Per gli storici tedeschi il grado d’organizzazione sociale e politica delle tribù slave intorno al ‘1000’ era ancora troppo primitivo per consentire loro di costituire un organismo politico complesso come uno stato.
L’interpretazione più recente sulla nascita dello stato russo sottolinea, invece, il fatto che le tribù slave avevano raggiunto nell’alto medioevo un livello di evoluzione tale per poter gestire un organismo amministrativo complesso come uno stato. Quindi il principato di Kiev si sarebbe formato sulla base di rapporti feudali: il principe deve fare i conti con una potente aristocrazia locale formata dai “boiari”. Quest’ultimi cercano di guadagnarsi spazi sempre più consistenti d’azione e questo porterà all’anarchia. Questo favorì la conquista dell’intera area del principato e di tutti i territori che attualmente gravitano intorno alla capitale russa, Mosca, da parte dei mongoli, questi ultimi, guidati da Gengis Khan, diedero luogo infatti ad una rapida e straordinaria espansione verso ovest. Nell’area slava si formarono dei “Khnati” cioè dei territori governati da un Khan mongolo che aveva poteri sia civili che militari. Tuttavia presto l’aristocrazia slava (i boiari) cominciò a guadagnare spazi sempre più ampi di autonomia e ai metà del XIV secolo (intorno 1340) il principato della Moskova acquisì un’effettiva indipendenza. Mosca era già divenuta la sede del patriarcato ortodosso che prima era Kiev. Nel X secolo il principe Kiev, Vladimir, si era convertito al cristianesimo così Kiev era divenuta sede di un patriarca.
Tuttavia l’invasione mongola aveva fatto si che il patriarca ortodosso si spostasse a Mosca dove aveva maggiore garanzia di libertà e sicurezza. La Moskova si evolverà tra il XV e il XVI secolo in uno stato più organizzato e territorialmente vasto e articolato, soprattutto ad opera degli zar Ivan III e Ivan IV (il terribile) che procedettero ad una forte centralizzazione dei poteri nelle mani degli zar anche a costo di lottare contro i boiari.
N.B.
L’alfabeto cirillico fu introdotto prima nel principato di Kiev poi in tutta l’area slava dai santi Cirillo e Metodio d’origine bulgara. Esso deriva parzialmente dall’alfabeto greco e fu riformato e semplificato successivamente tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo dallo zar Pietro il Grande, che nel 1703 costruì una nuova capitale in San Pietroburgo.
LA FORMAZIONE DELLE SIGNORIE
La formazione delle signorie è un fenomeno piuttosto complesso che si verifica in un arco di tempo decisamente lungo: la prima signoria infatti si costituisce a Ferrara nel XII secolo ma in linea di massima la maggior parte dei regimi signorili si forma tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV.
Ferrara costituisce un caso particolare perché la signoria si forma come diretta conseguenza della crisi del comune aristocratico: un fato piuttosto insolito in quanto a Ferrara non si sviluppano le fasi del comune podestarile e popolare e la maggior parte delle signorie invece nasce dalla profonda crisi politico-costituzionale del comune popolare nella 2° metà del XIV secolo. Il fenomeno viene accelerato dalla conflittualità sociale che si manifesta in seguito alla crisi del 300 e alla peste nera.
Sul piano sociale infatti vi sono almeno 2 importanti conseguenze:
1. Una radicale divaricazione e dibipolarizzazione della struttura sociale: la differenza tra ceti abbienti e ceti caratterizzati da uno stato di indigenza o comunque da una situazione limite a livello economico, si vanno approfondendo. Infatti la crisi provoca una erosione dei ceti medi.
2. Avviene un processo di refeudalizzazione: le grandi famiglie imprenditoriali e mercantili non invertono più il denaro in attività commerciali, perchè la situazione economica è incerta. Essi preferiscono investirlo nell’acquisto di terreni (la terra era infatti un bene rifugio).
In ultimo gli esponenti delle famiglie imprenditoriali e mercantili si uniscono in matrimonio con eredi della nobiltà feudale e formano un nuovo ceto dominante.
CRIPTO SIGNORIA
- Regime signorile che prevede l’accentramento dei poteri nelle mani di un unico individuo, ma mantenendo formalmente in vigore le ISTITUZIONI COMUNALI
Quest’ultime vengono progressivamente svuotate di ogni autorità. Un caso classico di criptosignoria è rappresentato dall’instaurazione della signoria scaligera a Verona dove Mastino della Scala divenuto capitano del popolo accentra nelle sue mani tutti i poteri senza però abolire le istituzioni comunali.
STRUTTURA E ORGANIZZAZIONE POLITICO-AMMINISTRATIVO DEI REGIMI SIGNORILI
In qualsiasi modo si formino i regimi signorili essi portano sempre a delle sensibili trasformazioni sul piano politico amministrativo. L’accentramento dei poteri nelle mani di uno solo porta ad un ampliamento dell’apparato burocratico, perché il signore tende a controllare capillarmente il territorio. Già questa trasformazione comporta un aumento delle spese. Inoltre i regimi signorili tendono ad espandersi: il loro territorio è sensibilmente più vasto di quello originariamente occupato dai comuni.
Questo rende inevitabili i conflitti tra signori: questi ultimi finiscono per ricorrere sempre più spesso a milizie mercenarie, il cui posto diventa gradualmente sempre meno sostenibile. Come si può vedere le finanze dei regimi signorili vengono messe a dura prova. Si ricorre così all’introduzione di imposte dirette o patrimoniali che vanno ad affiancarsi a quelle indirette.
N.B.
Le imposte indirette sono imposte sui consumi e il loro incremento colpisce soprattutto i ceti più umili. Le imposte dirette sono invece imposte calcolate in proporzione al patrimonio posseduto: chi ha di più, paga di più. Si tratta di imposte più eque perché ciascun cittadino paga in rapporto alle sue possibilità.
L’introduzione di quest’ultimo tipo di imposte consente al regime signorile di incassare delle somme tali da sostenere il funzionamento della “macchina” dello stato. Il signore in genere tende a costituire una dinastia e a trasmettere il potere in linea ereditaria. Una delle caratteristiche delle signorie italiane nel XV secolo è la pratica del mecenatismo: il prestigio non si acquisisce solo sul piano militare ma anche su quello culturale, perciò le corti signorili gareggiano tra loro per ospitare artisti e letterari la cui presenza dà lustro al signore mecenate.
N.B.
Per mecenatismo s’intende la pratica di finanziare da parte dei signori le arti e la letteratura per tranne del prestigio.
QUADRO FONDAMENTALE DELLE SIGNORIE IN ITALIA
Nelle città in cui cominciarono a svilupparsi i regimi signorili si formarono delle vere e proprie dinastie. Alcune di esse mantennero per secoli il controllo delle aree territoriali che costituiscono i loro stati. È il caso degli Estensi a Ferrara e dei Gonzaga a Mantova; anche a Verona della scola mantennero per lungo tempo saldamente il potere nelle loro mani. Altrove, come ad esempio a Milano, si succedettero invece diverse dinastie signorili: la prima dinastia ad affermarsi abbastanza saldamente fu quella dei Farrioni; tuttavia ben presto a questi ultimi subentrarono i Visconti e a partire dal XVI secolo gli Sforza. A Firenze i medici riuscirono a guadagnarsi il potere anche attraverso il consenso popolare; tuttavia la storia della loro dinastia ebbe fasi alterne: ad un periodo di straordinaria fortuna coincidente con la signoria di Lorenzo il Magnifico fecero seguito vicende piuttosto complesse: infatti nel 1484 Carlo VIII di Francia scese nella penisola italiana diretta verso il Regno Aragonese. Nel meridione questo provocò un cambiamento di regime a Firenze: i medici furono costretti a fuggire e si formò una sorta di Stato Teocratico guidato dal frate Girolamo Savonarola. Quest’ultimo impose un codice morale estremamente rigido che finì per esasperare i cittadini fiorentini: si pensi solo al fatto che Savonarola arrivò a far bruciare dei dipinti in piazza, ritenendo che essi fossero espressione dell’immortalità e della verità umana. Il malcontento crebbe fino al punto che i Savonarola fu consegnato alle autorità ecclesiastiche che lo dichiararono eretico e lo condannarono al rogo. Si formò quindi la Repubblica fiorentina in cui un ruolo di rilievo fu ricoperto da Niccolò Machiavelli. Nel 1511 tuttavia, i medici riuscirono a tornare a Firenze e Machiavelli fu esiliato.
ITALIA MERIDIONALE:
DOMINIO ANGIOINO → 1450 CIRCA DOMINIO ARAGONESE
LE SCOPERTE GEOGRAFICHE
Nel XV secolo l’Europa conosce un periodo di espansione economica: i trattici commerciali si intensificano notevolmente e i tradizionali itinerari tra l’Europa e l’Oriente cominciano a sembrare insufficienti. La necessità di aprire nuove vie commerciali insieme all’evoluzione delle tecniche nautiche e delle conoscenze astronomiche fanno si che comincino ad essere organizzate delle spedizioni che consentano un ampliamento delle conoscenze geografiche e aprano la prospettiva di nuove rotte commerciali. D’altra parte per l’europeo del XV secolo la conoscenza del globo terrestre si riduceva all’Europa a una parte dell’Asia e all’Africa settentrionale: tutte le altre terre erano allora assolutamente sconosciute paradossalmente si conosceva invece l’esistenza dell’Impero Cinese dove i fratelli Polo con il giovane Marco avevano compiuto diversi viaggi per conto della Repubblica di Venezia. Quest’ultima infatti deteneva il controllo delle principali vie commerciali con l’Oriente. Tuttavia gli scambi non erano facili perché la maggior parte del viaggio si svolgeva via terra, in condizioni ambientali spesso ostili e con il pericolo di essere assaliti dai predoni. Dopo le prime crociate vi era inoltre il pericolo, come i cristiani, di essere attaccati dai musulmani che avevano concepito le spedizioni crociate come aggressioni ingiustificate ed erano animati da sentimenti di rivalsa. Si può quindi comprendere come il desiderio di aprire nuove rotte diventasse sempre più diffuso. Sicuramente l’impresa più nota è quella di Cristoforo Colombo. Questo mercante e navigatore genovese era convinto che la terra fosse sferica e che fosse possibile “raggiungere l’Oriente dirigendosi verso Occidente”.
Colombo aveva in linea di massima ragione però aveva calcolato male la distanza tra l’Europa Occidentale e l’estremo Oriente: se egli non avesse trovato un nuovo continente, quello americano, sicuramente la sua spedizione sarebbe fallita ed egli insieme ai suoi uomini avrebbe perso la vita infatti la distanza che egli aveva calcolato era meno della metà di quella effettiva. Inizialmente colombo non solo deve scontrarsi con i dotti che ritengono che la terra non sia sferica ma anche con la diffidenza delle colti che dovevano finanziare il progetto. Infatti egli non riuscì a convincere il sovrano portoghese; trova invece ascolto presso i sovrani spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Pastiglia.
Essi vedevano nell’impresa di Colombo la possibilità di trarre dei grandi vantaggi commerciali acquisendo il monopolio di una nuova rotta più diretta verso l’Oriente.
Colombo riesce a procurarsi tre equipaggi e delle caravelle: pur di raggiungere il numero di uomini che gli è necessario. Arruola anche degli ex carcerati oppure degli uomini appositamente liberati dal Re a condizione che si imbarchino per la nuova avventura. Infatti non era facile trovare marinai disposti a partire con Colombo perché il suo viaggio era un vero e proprio salto nell’ignoto. La navigazione procede fino agli estremi limiti dei viveri imbarcati; quando finalmente viene avvistata la terra. La situazione sulle tre caravelle era disperata. Colombo sbarca in un isola che ribattezzerà in Hispaniola, l’attuale Haiti. Sul giornale di bordo di Colombo vengono anche annotate le prime impressioni del navigatore genovese che riceve dal suo incontro con i nativi del luogo.
I giornali di bordo di Colombo e le premesse ideologiche dello sfruttamento coloniale.
NIDITÀ DEGLI INDIGENI
PRIMINIVISMO
INFERIORITÀ
Il modo in cui Colombo imposta il rapporto con i nativi americani ha in sé tutte le caratteristiche fondamentali dell’atteggiamento che avranno tutti i coloni europei nei confronti degli indigeni. Infatti Colombo nota che i nativi sono nudi e considera ciò un segno inequivocabile della loro condizione primitiva. Per gli europei dell’epoca primitivo equivaleva a inferiore subumano. Il fatto che gli indigeni siano considerati subumani giustificherà dal punto di vista ideologico la loro sottomissione e il loro duro sfruttamento. Lo storico Todorov ha calcolato che tra l’inizio del 1500 e l’inizio del secolo successivo la popolazione dei nativi americani tutto il continente è passata da 80.000.000 di individui a 10.000.000 di individui. Todorov individua 3 cause per questo genocidio (distruzione di un etnia o di una minoranza religiosa):
1. L’occupazione diretta dei territori dei nativi americani;
2. Il duro sfruttamento cui furono sottoposti gli indigeni ridotti in schiavitù;
3. La diffusione di malattie come il vagliolo e il morbillo contro cui i nativi non aveva difese immunitarie.
La seconda e la terza causa sono state le più determinanti.
Un altro aspetto che emerge la lettura del giornale in bordo di Colombo è la volontà di convertire i nativi al cattolicesimo.
Colombo nota che gli indigeni non hanno un sistema religioso strutturato e perciò essi potranno essere a suo parere facilmente convertiti.
In realtà, il conquistadores spagnoli saranno accompagnati da ecclesiastici che procederanno alla astionizzazione forzata dei nativi, utilizzando anche metodi videnti.
La chiesa d’altra parte considererà le colture dei popoli precolombiani come espressione del demonio e cercherà di tutti i modi di estirpare ogni usanza legata alla tradizione culturale dei nativi. Questo atteggiamento comincerà a cambiare soltanto con Bartolomeo de Las Casas e Lafiteau.
L’atteggiamento dei colonizzatori fu caratterizzato dalla volontà di cancellare le identità culturali dei popoli precolombiani: essi non dovevano parlare la loro lingua celebrare, i loro riti religiosi, coltivare la loro cultura.
Nell’area precedentemente occupata dall’impero azbeco furono bruciati numerosi codici contenenti gli elementi più significativi della letteratura della scienza e della religione dei nativi americani. Si procedette inoltre ad una cristianizzazione forzata che vive in prima linea il clero cattolico con un importante eccezione: quello di Bartolomeo de Las Casas. In quest’ultimo inviò al Re Ferdinando Taracona la sua “breve relazione sulla distruzione delle Indie” nella quale denunciavano le crudeltà commesse nei confronti dei nativi americani.
Ma il Re restò sostanzialmente differente alla richiesta di Bartolomeo de Las Casas di intervenire per porre fine agli abusi. Soltanto verso la fine del XVII secolo con Lafiteau si procederà ad una rivelazione della identità culturali dei popoli precolombiani e al riconoscimento del loro valore intrinseco.
Inizierà quindi un’opera di recupero di tutti i documenti relativi alla traduzione letteraria, religiosa e scientifica delle popolazioni indigene.
L’IMPERO COLONIALE SPAGNOLO E PORTOGHESE
Il nuovo continente fu colonizzato in fasi diverse. Il Nord-America subì il processo in colonizzazione più tardi il resto del continente, a partire da XVII secolo, quando i coloni francesi si insediarono nell’area che tutto ora è il Quebec Canadese. Successivamente giunsero i coloni inglesi che s’insediarono più a Sud, dove attualmente sorge la costa orientale degli Stati Uniti. In ogni caso il processo di espansione fu lento e subì un accelerazione solo nel XIX secolo con la conquista del West e il genocidio della tribù Pellerossa. Nell’area mesoamericana e sud-americana si insediarono invece spagnoli e portoghesi con modalità di occupazione piuttosto diverse tra loro. Gli spagnoli infatti si spinsero da subito verso l’entroterra ed occuparono la maggior parte dei territori. Essi concessero una larga autonomia ai governatori locali. Inoltre ben presto i coloni strutturarono la società fondando il sistema economico sulla grande proprietà terriera, parzialmente coltivata da schiavi. La struttura sociale che si formò fu perciò caratterizzata fin dall’inizio su delle innegabili disuguaglianze. I portoghesi occuparono invece inizialmente le coste dell’attuale Brasile e cominciarono ad espandersi verso l’interno soltanto in una seconda fase. Essi infatti erano sostanzialmente un popolo di navigatori, esploratori e mercanti e ciò che interessava a loro era creare dei corpi che rendessero più agevoli i traffici commerciali. Perciò ai portoghesi non interessa molto espandersi verso l’interno.
A differenza di quanto avviene per i governatori spagnoli, quelli portoghesi dipendono maggiormente dall’autorità centrale:
• Nelle colonie vigevano le leggi valide nella madre patria;
• Nelle colonie spagnole esisteva una specifica legislazione indipendente da quella spagnola.
Un’ultima importante differenza tra i due imperi coloniali sta nella articolazione geografica dei territori da essi controllati: l’impero coloniale spagnolo è formato soprattutto dai domini coloniali mentre quello portoghese è formato da territori collocati in America (Brasile), in Africa (Mozambico, Angola, Isole di Capoverde) e in Asia (Territorio di Goa e di Macao in Cina).
L’impero coloniale portoghese si dissolse in tempi relativamente recenti. Nel 1822 fu concessa l’indipendenza al Brasile mentre Angola e Mozambico divennero indipendenti nel 1976 dopo una sanguinosa guerra coloniale.
L’ultimo lembo di territorio coloniale portoghese Macao tornò alla Cina nel 1999.
MODULO INTEGRATIVO
L’ETÀ DI PIETRO IL GRANDE
Alla fine del XVII secolo la Russia aveva raggiunto dimensioni ragguardevoli e aveva ormai occupato tutta l’area siberiana. Tuttavia essa non disponeva di uno sbocco sul mare: l’unico porto Arcangelo si trovava affacciato sul Mar Bianco ed era relativamente poco frequentato. Tra il XV e il XVI secolo l’autocrazia (potere assoluto) zarista si era gradualmente affermata soprattutto per opera di Ivan IV il Terribile che per primo aveva assunto il titolo di Zar e che aveva dato luogo ad una decisa espansione territoriale verso est. Nel 1614 era salita al potere la dinastia dei ROMANOV.
MICHELE
ALESSIO
PIETRO IL GRANDE (†1725)
Pietro il Grande avvia un’opera profonda di modernizzazione e riforma dell’Impero Russo (Egli è anche il primo ad assumere il titolo di Imperatore di tutto le Russia). Egli è il sovrano che fa entrare la Russia nel mondo europeo e occidentale facendone una grande potenza continentale. In primo luogo egli si preoccupa di garantire la Russia uno sbocco sul mare e più volte si scontra con i svedesi che avevano l’egemonia sull’area baltica. All’inizio del 1700 egli riesce a strappare gli svedesi alcune parti dell’Ingria (la regione dove sorgerà San Pietroburgo).
Con la battaglia di Poltava (1710) egli si assicurerà il controllo dell’intera area; Tuttavia già nel 1703 egli aveva cominciato a far edificare una nuova città sul delta della Neva, la futura San Pietroburgo. Il nome non è scelto a caso: per Pietro il Grande la nuova città doveva essere il centro rappresentativo di un Impero paragonabile a quello romano. San Pietroburgo doveva essere una nuova Roma situata sul Mare Baltico.
Il primo nucleo della città sorse intorno alla fortezza di San Pietro e Paolo; successivamente la città si espanse dall’altra parte del fiume secondo un piano urbanistico molto razionale. La città non doveva crescere disordinatamente (come Mosca) ma secondo un progetto ben preciso ispirato ai modelli urbanistici e architettonici occidentali. Gli edifici furono in gran parte costruiti in Pietra e la prima grande Arteria ad essere creata fu Nevsky Prospekt chiamata così in onore del principe Alexander di Novgorod che nel 1240 aveva sconfitto gli svedesi presso il fiume Neva e per questo era stato soprannominato Aleksander Nevsky.
In suo onore Pietro il Grande fece anche erigere Laura Nevsky un monastero che sarebbe diventato uno dei sacrari della storia Russa. Nel 1712 la capitale fu scostata da Mosca a San Pietroburgo: quest’ultima città sarebbe rimasta il centro dell’Impero Russo fino a 1918.
Nel 1917 infatti si era verificata la Rivoluzione d’Ottobre che aveva portato a potere i Bolsceviti. Lo Zar Nicola II l’ultimo dei Romanov aveva già abdicato nel marzo 1917.
Lo stesso mese in cui di fatto il potere Zarista era finito.
Il segnale dell’insurrezione che tra il 6 e 7 novembre portò al potere i Bolsceviti fu dato da un colpo di cannone sparato dall’incrociatore Aurora contro il palazzo di Inverno.
Pietro il Grande scelse di costruire San Pietroburgo sul delta della Neva perché riteneva che quell’area fosse particolarmente adatta per costituire un porto commerciale e militare di particolare rilievo. Pietro il Grande fu il primo Zar a dotare la Russia di una flotta militare; egli riformò profondamente l’esercito favorendo l’adozione di criteri meritocratici, che premiassero i militari più capaci, indipendentemente dalla loro estrazione sociale.
Inoltre egli inviò gli ufficiali a formarsi all’estero perché acquisissero delle competenze maggiori soprattutto per quanto riguarda l’arte nautica. Pietro fu anche il fondatore dell’accademia navale di San Pietroburgo.
Anche sul piano amministrativo Pietro il Grande attuò una profonda opera di razionalizzazione e di riforma, e tentò di favorire la formazione di funzionari istruiti e capaci. Lo Zar viene anche un forte impulso all’istruzione; egli inviò i migliori studenti all’estero perché allargassero il campo delle loro competenze e favorì l’apprendimento delle lingue straniere. Egli infatti voleva che la Russia si aprisse verso l’Occidente.
Pietro ebbe un rapporto conflittuale con lo Zarevic. Mentre Pietro era aperto alla modernità e alla cultura europea, Alessio rappresentava il tradizionalismo Russo che lo Zar poteva superare. Accusato di una congiura contro il padre lo Zarevic fu rinchiuso nella fortezza di San Pietro e Paolo torturato e condannato a morte.
Un’altra grande sovrana fu la Zarina Caterina II. Ella riprese sempre nel XVIII secolo l’opera di Pietro. Caterina II aveva sposato Pietro II nipote di Pietro il Grande; tuttavia Caterina era un carattere molto più energico del marito e la nobiltà vedeva in lei una sovrana molto più capace di governare la Russia. Per questo quest’ultima insieme ad alcuni nobili organizzò una congiura per eliminare il marito. Pietro III fu assassinato e Caterina II rimase come unica sovrana di tutta la Russia. Il fatto che Caterina si sentisse in qualche modo come una continuatrice dell’opera di Pietro il Grande è testimoniata dalla famosa statua equestre di Falconnet fece erigere con incisa sul basamento l’iscrizione “Al Pietro il Grande e Caterina II”.
La statua compare nel poema di Aleksander Puskin il Cavaliere di Bronzo. Puskin ambienta la vicenda narrata durante una terribile inondazione che colpisce San Pietroburgo.
Il protagonista Euganij perde la donna amata durante questa catastrofe e allora si scaglia contro la statua di Pietro il Grande accusando lo Zar di aver voluto costruire la città in un luogo impossibile.
Nel suo delirio egli crede che la statua dello Zar animatasi lo insegna per la via della città. Euganij viene trovato morto il giorno dopo in una periferica di San Pietroburgo.
Il nucleo concettuale del poeta si fonda sul contrasto tra interesse individuale (rappresentato da Euganij) e interesse collettivo (rappresentato dalla volontà di Pietro il Grande), che detiene il potere politico e rappresenta lo Stato. Il conflitto è anche tra lo spazio naturale (quello delle paludi baltiche) e spazio artificiale (quello costituito dalla volontà inflessibile) di Pietro il Grande che ha voluto costruire la città nonostante le difficoltà e le grandi perdite di vite umane.
Caterina II, influenzata dalle idee illuministiche intervenne nella riforma delle amministrazioni locali, nel campo dell’istruzione e inoltre cominciò a sostituire la collezione d’arte che sarà il primo nucleo del museo Ermitage.
L’ARTICOLAZIONE DEI DOMINI COLONIALI TRA XV E XVI SECOLO
QUADRO GENERALE
Nel nuovo continente americano al momento dell’arrivo di Colombo vi erano 2 grandi civiltà ancora attive e fiorenti: quella degli Aztechi e quella degli Incas.
La prima si era insediata per larga parte dell’attuale Messico e avevano occupato un’aera che includeva l’attuale Perù e ampie zone della Colombia e del Cile. Va sottolineato il fatto che nell’area mesoamericana si era ormai estinta un’altra importante città quella dei Maya, che si era sviluppata in un’area compresa tra il Guatemala e gli Honduras. I Maya erano scomparsi in maniera misteriosa e tutt’ora oggetto di varie interpretazioni. La più accreditata sostiene che delle variazioni climatiche misero in grave difficoltà i Maya che non trovando più le risorse per sopravvivere avevano cominciato a emigrare e a disperdersi. Quindi la fine della civiltà Maya non sarebbe dovuta all’arrivo di nuove popolazioni ma a una sorte di dissoluzione interna.
D’altra parte i Maya non costituiscono mai uno Stato unitario ma furono sempre divisi in città stato. Ben più drammatica fu la fine degli Aztechi e degli Incas i primi furono sopraffatti dagli spagnoli di Hernan Cortes che fece uccidere l’ultimo Imperatore Monte Zuma.
Analogamente gli Incas furono sottomessi da Francisco Pizarro che guidava un folto gruppo di avventurieri spagnoli.
Egli fondò anche la futura capitale peruviana Lima (1535).
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