Benito Mussolini e il fascismo

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Testo

A differenza del comunismo, che è stata la applicazione politica di una idea filosofica, quella di Marx, il fascismo non è stato preceduto da alcuna filosofia ispiratrice, ma si configura essenzialmente come opera di un uomo d'azione, Benito Mussolini. Dire fascismo è dire Mussolini. Ci fu, è vero, un filosofo che abbracciò le idee fasciste, Giovanni Gentile, la cui filosofia è stata definita non a torto come quella del fascismo, ma ciò che viene prima di tutto è l'opera, l'azione di Mussolini, quella di Gentile non fu che una teorizzazione successiva.
• Vi sono state molteplici cause dell'avvento del fascismo in Italia:
• una causa remota è la volontà di rivincita di un Paese rimasto per secoli diviso, debole e soggetto alla dominazione straniera, e nemmeno dopo l'indipendenza pienamente ristabilito (alcuni gruppi parlavano in tal senso di una Italietta incapace di reggere il confronto con le grandi potenze europee): di qui il nazionalismo fascista, il suo rifarsi al modello romano-imperiale per ridare all'Italia una grandezza sulla scena internazionale;
• è stato anche sottolineato come il fascismo sia da connettersi all'esperienza della Prima Guerra mondiale: in particolare l'esperienza del cameratismo come appartenenza a un corpo collettivo militarmente impegnato (senso di dedizione a una causa comune, coraggio e sfida del pericolo, obbedienza cieca al capo), l'esperienza della violenza come valore positivo e l'esperienza dello stato come garante del bene collettivo;
• come altre forme di totalitarismo il fascismo ha una componente di collettivismo come sottolineata appartenenza a una realtà di gruppo (la squadra, la Milizia, il Partito, lo Stato): ciò diventa tanto più importante nell'epoca contemporanea, che soprattutto nelle grandi città vede una dissoluzione di antichi legami comunitari e un prorompente bisogno per l'individuo, altrimenti isolato, di aggregarsi in realtà collettive, che gli forniscano una identità rassicurante ed esaltante;
• ma più di tutto ha influito sul successo del fascismo il suo presentarsi come unica valida alternativa al pericolo comunista: dopo la Prima Guerra mondiale in effetti si verifica in Italia una forte pressione della sinistra, galvanizzata dalla vittoria del bolscevismo in Russia nel 1917. A tale ondata, che spaventa i ceti medi, la vecchia classe politica liberale (il centro moderato) non riesce a far fronte in modo credibile e deciso. Inoltre il sistema elettorale proporzionale, introdotto nel 1919, ha come effetto quello di destabilizzare la situazione politica, frammentando il panorama politico in tre grandi forze (liberali, cattolici del PPI e socialisti) tra loro incompatibili, per cui non possono nascere maggioranze stabili e forti.
Chi fu Benito Mussolini
Nel corso del 1911, fra le tante manifestazioni (e scioperi) anche violenti in molte città d'Italia contro la guerra turca a Tripoli e Bengasi, una di queste manifestazioni in particolare assume rilevanza storica, quella di Forlì dove a guidarla è il figlio di un fabbro e di una maestra elementare di Dovia-Predappio: di 27 anni, già con un ricco passato di antimilitarista e di militanza socialista. Da tempo - per come si comportava dentro e fuori la sezione- soprattutto con la sua irruenza nei comizi- aveva già ricevuto dai suoi colleghi socialisti l'appellativo di Duce. Si chiamava MUSSOLINI, di nome BENITO.

Il Padre, Alessandro Mussolini ammirato dalle gesta di Benito Juarez, impose questo nome al suo primo figlio quando nacque il 29-7-1883. La moglie, insegnante oltre che madre di questo bambino (in mezzo a molta miseria - dove metà della popolazione di Dovia nell'arco di pochi anni era già emigrata in Brasile), fu anche la maestra di suo figlio. E lui stesso poi prese il diploma di maestro, frequentando la Scuola dei preti Salesiani. In questa scuola fu descritto come: "Giovane irruente, impulsivo, ribelle, ma molto intelligente" anche se una nota del direttore inviata ai genitori puntualizzava che "...la sua natura non é acconcia a un sistema di educazione di un Collegio Salesiano". Di lui come ragazzo, gli amici coetanei dicevano "non discute, picchia". Ma era anche intelligente ed estroso, visto che a scuola in un tema "Il tempo è danaro" fece lo svolgimento in una sola riga; "Il tempo é moneta, perciò vado a casa a studiare geometria, perché sono vicini gli esami, non le pare signor professore la cosa più logica?"
E non studiava solo quella, ma Storia, Politica, Musica, Poesia. Divenne infine Maestro, ma il fascino di arringare la folla era il suo debole, tenne discorsi celebrativi su Verdi, Garibaldi e altri, che entusiasmavano i presenti con le arringhe, dove poi, quasi sempre, lui sconfinava nella politica più accesa, coinvolgendo le masse con i suoi caratteristici atteggiamenti e una passionale oratoria.
Insegnava a Gualtieri (che era il primo comune conquistato in Italia dai Socialisti), ma presto, pur avendolo nominato i socialisti Capo Sezione, gli venne a noia e emigrò in Svizzera. Due anni e mezzo in giro a fare lo sfaccendato, il disoccupato, il poveraccio, l'insegnante di italiano agli immigrati; ma intanto frequentava le lezioni di economia-politica di VILFREDO PARETO il grande economista (borghese) che insegnava a Losanna; e nel frattempo leggeva molto.
Sue letture preferite: Nietzsche, Marx, Schopenhauer. E scrive anche qualcosa, Ma nei suoi primi scritti non esordisce rivoluzionario; usa il gergo socialista che ha assorbito a casa, ma in questo primo periodo svizzero (1902-1904) il suo inizia a essere originale soprattutto quando i dibattiti fra riformisti e rivoluzionari si fecero roventi. Non ha ancora un pensiero politico autonomo, ma è già un dialettico rivoltoso (del resto era a contatto anche con l'ambiente anarchico) e in questi primi interventi (su L'Avvenire del Lavoratore, Il Proletario, Avanguardia Socialista) si permette già di scrivere che "il socialismo è un vasto movimento pietista, non l'avanguardia vigile del proletariato, ma una accolta di malcontenti, con alcuni vanitosi già compromessi con la borghesia che li usano proprio per far naufragare il socialismo". Sono dunque già frasi in libertà, fuori da certi rigidi schemi.
Infatti con le varie scuole, le varie dottrine, le frequentazioni e le letture più diverse nel 1909 lo ritroveremo già autonomo, con la sua ideologia già in embrione.
Dopo 2 anni in Svizzera, fece una breve visita in Italia alla madre malata, ma aveva 21 anni e a casa trovò la cartolina di leva. Per evitare il servizio militare, contraffece la data sul passaporto e riespatriò in Svizzera, ma il documento falsificato fu scoperto alla frontiera.
Fu quindi espulso, mentre nel frattempo in Italia lo condannavano per diserzione. I giornali socialisti enfatizzarono, uno scrisse: "E' stato cacciato dalla Svizzera il socialista Mussolini, il grande duce della "Prima" sezione socialista d'Italia". Era la prima volta che veniva usato il titolo di duce, che ricordavano gli antichi condottieri romani, ed era anche la prima volta che veniva indicato come grande. Mussolini aveva poco più di vent'anni ed entrambi i due titoli non gli dispiacquero proprio per nulla.
In Italia, ci fu proprio quell'anno l'amnistia per i reati anche di diserzione. Provvidenziale perchè gli evitò una condanna, ma il soldato dovette farlo, a Verona nel 10° reggimento bersaglieri. Ci stava apparentemente bene, tanto che si prese perfino le lodi e i gradi di caporale, ma era di idee antimilitariste e predicava la diserzione quando scriveva agli amici. Congedato, fece il maestro a Tolmezzo, poi anche lì divenne insofferente all'ambiente.
Lo andò a fare il maestro a Oneglia, in Liguria, dove si mise a dirigere con impegno anche un piccolo foglio socialista "La Lima". Qui scopre la sua "strada", il giornalismo, quello "rovente" e anticlericale, infatti, negli articoli si firma "il vero eretico", con accuse ai preti di essere "gendarmi neri al servizio del capitalismo". Durante gli scioperi accennati all'inizio, Mussolini entra subito in diverbio con gli interventisti.
A un capo crumiro, con una mazza in mano minaccia di spaccarlo in due, l'altro non sta al gioco, va a denunciarlo, la sera stessa è arrestato, processato per direttissima e condannato a 3 mesi. Conosce il carcere per 15 giorni; uscito, si ributta in politica, ma alla fine emigra nuovamente all'estero, a Trento (allora austriaca) dove passa intere giornate nella biblioteca comunale a leggere storia e saggi politici, e nello stesso tempo a studiare il violino ("se diventerò bravo ho un mestiere di riserva"), infine trova la tanto sospirata occasione di poter dirigere un foglio.
É "L'Avvenire del lavoratore", gli da' impulso, dinamismo, fa raddoppiare le copie del giornale. CESARE BATTISTI il più attivo del socialismo trentino che dirige il "Popolo" lo scopre e lo vuole con se'; lo nomina Redattore Capo. Proprio Battisti nel presentarlo per la prima volta sul giornale, così lo descrive, "é uno scrittore agile, incisivo, polemista, vigoroso, con una buona cultura, multiforme e moderna", ma subito dopo gli diventa scomodo, incontrollabile e perfino pericoloso, perché Mussolini é impulsivo, interviene con rudezza con tutto il peso delle sua presa di posizione estrema e rigida che inaspriscono le polemiche con gli austriaci per l'autonomia del trentino, mentre Battisti sta operando in un modo più diplomatico, pur dicendo velatamente le stesse cose. Inoltre Battisti non voleva inimicarsi il clero locale, molto legato all'Austria. Non rompe del tutto i rapporti, ma dopo un mese Mussolini già non scrive più sul suo giornale.
A Mussolini, Trento, gli sembrò troppo clericale, e aveva anche una profonda avversione per un giovane leader dei cattolici. Era Alcide De Gasperi che dirigeva Il Trentino e dalle sue colonne rimproverava gli insulti che lanciava il suo collega; ma Mussolini con i suoi articoli a sua volta lo attaccava, lo definiva "pennivendolo" "uomo senza coraggio" "un tedesco che parla italiano, protetto dal forcaiolo, cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di Francesco Giuseppe". L'attacco ai preti intanto continuava. Gli avversari politici lo chiamavano "il cannibale dei preti", e quando in un paesino di Trento si scoprì una storia boccaccesca fra una contadina (in vena di santità) e il parroco locale, che l'aveva messa incinta più volte, Mussolini con la sua vena di scrittore salace, irriguardoso e fantasioso scatenò un putiferio nel raccontarne i retroscena, con il preciso intento di ridicolizzare tutto il clero locale.
In questo clima rovente, come agitatore più che polemista, che metteva a rumore la città, Mussolini non poteva durare, infatti, la gendarmeria austriaca su segnalazione di anonimi, l'accuso' assieme ad altri suoi amici irredentisti del furto in una banca, gli perquisirono l'abitazione, forse trovarono manifestini anti-austriaci, alcune copie del suo giornale che andava spesso sotto sequestro, trovarono insomma la "giusta causa" e una vaga motivazione per l'arresto e per sbatterlo in prigione. Dopo aver odiato gli svizzeri, Mussolini in galera iniziò a odiare i trentini austriaci, quando, pur non provata né trovata nessuna accusa, seguitarono a tenerlo in carcere senza un preciso motivo. Tanto che per protesta, e informando i socialisti con chissà quali mezzo, iniziò a fare un plateale sciopero della fame per attirare l'attenzione.
Per non farlo diventare un pericoloso martire dei socialisti o creare incidenti diplomatici, i gendarmi lo accompagnarono con i soli vestiti sdruciti addosso al confine di Ala, e lo diffidarono a non mettere più piede nella terra del Kaiser. Mussolini raggiunta Verona a piedi, racimolato qualche soldo alla stazione per il viaggio in treno, rientrò a Forlì, dove visibilmente umiliato passò l'inverno ad aiutare il padre vedovo a servire clienti in un osteria gestita assieme a una certa Annina Guidi, una sua vecchia amante, che morta la moglie si era deciso a viverci insieme, gestendo con lei appunto la trattoria. Un antico rapporto questo che alcuni mormoravano che da lei aveva avuto quella bimba cui avevano dato il nome di Rachele, che la donna allevò. Benito aveva conosciuto Rachele bambina prima di andare in Svizzera, ora al suo rientro l'aveva ritrovata donna e piuttosto attraente; le sue attenzioni furono pari a quelle della fanciulla che a sua volta si invaghì presto del fratellastro.
Forlì' gli stava stretta e lo divenne ancora di più quando anche in questa città lo arrestarono e lo misero di nuovo in carcere per quindici giorni per aver fatto un comizio non autorizzato.
Nel comizio, teorizzava la rivolta, e incitava a dare alle fiamme il Codice, ne auspicava un altro con nuove leggi. Il suo attivismo lo portava a porsi al di sopra delle comuni norme, e quindi auspicava la "necessita' della rivolta". Leggendo Nietzsche lo aveva colpito una frase "vivere pericolosamente", e ne fece il proprio motto, tanto che pubblico' un saggio in tre puntate sul giornale "Pensiero Romagnolo", La filosofia della forza, dove troviamo il pensiero del filosofo tedesco (il superuomo nicciano) che indubbiamente lo aveva affascinato e conquistato (altrettanto quello di G. Sorel - La funzione della violenza nell'agire storico).
In carcere in quei pochi giorni dove era stato ospite utilizzò il tempo a scrivere. Dopo l'esperienza fatta a Trento, dove si era documentato storicamente di un certo periodo della vita politica di quel paese, scrisse un breve satirico romanzo proprio sul Trentino. Cesare Battisti lo pubblicò a puntate sul "Popolo", a 15 lire a puntata, e il pubblico lo lesse avidamente. Era un racconto fantapolitico "Claudia Particella, l'Amante del Cardinale", un modo per far la "sua" feroce propaganda politica anticlericale, irridendola.
Ma Forlì dopo le vicende del carcere gli divenne antipatica, anche perchè inutilmente bussò a tutti i giornali; infine pensò di emigrare anche lui in Brasile, come avevano fatto tanti abitanti del suo paese Dovia; infatti aveva tanti vecchi amici di infanzia che appunto in Sud America erano emigrati.
Valutò pure di accettare un posto come messo comunale ad Argenta; "sono stanco di stare in Romagna e sono stanco di stare in Italia", scrive a tutti; ma il 9-1-1910 la federazione socialista di Forlì lo nomina segretario della federazione e gli fa dirigere i quattro fogli di "Lotta di Classe". Mussolini e' entusiasta, vede già il suo successo, ne e' convinto, e' sicuro di sè, si sbilancia anche troppo "alla prossima ventata spazzero' via Giolitti", ed economicamente non teme più il futuro perchè prende 120 lire al mese; infatti dopo 8 giorni torna a casa e presa Rachele sotto braccio, comunicò al padre e alla matrigna che sposava la sorellastra "senza vincoli ufficiali, ne' civili, ne' religiosi", e con una pistola in mano minacciò in caso di diniego il duplice suicidio. La notte stessa prese due lenzuola, quattro piatti con le posate, la rete di un letto e con Rachele si trasferì in una stanza in affitto con cucinino a 15 lire il mese, e "mise su casa". Era il 17 gennaio del 1910.
Mussolini aveva 27 anni e Rachele 17. Dopo 9 mesi, il 1° settembre 1910 nasceva Edda. 27 giorni dopo si svolse lo sciopero di Forli! Con Mussolini attivista in prima fila che gli valse questa volta la condanna a cinque mesi di carcere. Comunque utile per trasformarsi in vittima, martire e quindi diventare ancora più popolare. (Hitler nel '23, a Monaco ottenne la stessa cosa. Quel processo fu il suo trionfo).
Infatti nel 1912 Mussolini lo troviamo a dirigere l'organo del partito socialista L'Avanti. Si fa portavoce del proletariato ed inizia il 7 gennaio 1913 una feroce campagna contro "gli assassinii di Stato". Con indignazione si era scatenato per gli incidenti mortali verificatisi durante gli scioperi dei lavoratori che chiedevano miglioramenti salariali, riduzioni d'orari, previdenze, pane e lavoro. Conflitti dove scopriamo all'interno di queste manifestazioni non solo una forte tensione sociale fra padronato e operai, ma anche la prima forte spaccatura dentro i sindacati socialisti, tra i riformisti e i rivoluzionari. Due correnti di pensiero che divideranno in eterno le sinistre; e non solo quelle italiane.
Poi venne la ferale notizia da Sarajevo. L'inizio di quella che doveva essere per tutti una breve guerra, si trasformò ben presto -dopo le prime battute- in una guerra mondiale che andrà a cambiare il mondo. Crolleranno tre imperi, il Reich tedesco verrà sbriciolato, muterà l'intera politica del vecchio continente, nasceranno due grandi influenze ideologiche, e l'intera economia mondiale inizia a prendere due sole direzioni; che non viaggiano in parallelo, ma inizieranno a correre una contro l'altra fino al grande scontro ideologico. Ognuna durante questo lungo viaggio cercando -con tutti i mezzi- di allargare il proprio regno; che questa volta non è uno Stato, nè un Continente, ma è in gioco l'egemonia sull'intero Pianeta. Una lotta quindi tra due giganti.
MUSSOLINI dallo stesso giornale, il 20 settembre 1914 lo troviamo prima contro l'intervento in guerra dell'Italia, promuovendo perfino un plebiscito pacifista, poi subito dopo il 18 ottobre 1914 (l'articolo é una "bomba") lo troviamo improvvisamente schierarsi a favore; titola "da una neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante" che gli costa la radiazione dal giornale e dal partito, il PSI. Un socialismo neutralista ad oltranza, che già in crisi con la disgregazione dell'Internazionale socialista, messo di fronte alle scelte sull'intervento in guerra, che tutti ormai consideravano imminente, e nelle alte sfere necessaria per biechi motivi, lo troviamo -il partito socialista- schierarsi contro la guerra e a promuoverne il disfattismo e fin dall'inizio il suo fallimento. Mussolini non é disposto ad accettare questo fallimento né le limitate vedute di molti dirigenti del suo partito.
L'idea che si é fatta Mussolini (ed é l'unico ad avere una certa lucidità in anticipo sui tempi) é che la rivoluzione socialista é fallita prima ancora di iniziare, e mai il socialismo potrà uscire dalla guerra, vinta o persa, con nuove prospettive.
Le masse - andava dicendo Mussolini- i milioni di individui, dopo aver combattuto potranno imporre domani, a vittoria ottenuta, la propria pace alla borghesia con tutte le carte in regola, perché avranno una propria forza autonoma per farlo, e non avranno bisogno dei socialisti. A guerra persa invece le colpe ricadrebbero solo sui socialisti, che il conflitto non lo volevano e hanno sempre disprezzato chi era stato chiamato a parteciparvi: (tanti, tantissimi, quattro milioni e mezzo di uomini saranno poi).
Insomma i socialisti erano dentro un vicolo cieco. Questo in sostanza aveva sostenuto Mussolini alla vigilia del conflitto, e il ragionamento era impeccabile; ma il guaio grosso fu che la guerra che doveva essere "lampo" fu invece lunga e quando finì terminò in un modo anomalo, non accontentò proprio nessuno; infatti i vincitori (per come furono trattati a Versailles) si ritrovarono in mano quella che fu poi definita una "vittoria mutilata"; in altre parole, una frustrazione per entrambi, per chi l'aveva sostenuta la guerra e anche combattuta (Mussolini e i 4,5 milioni di Italiani) e chi aveva remato contro e profetizzato il totale fallimento (i socialisti - questi erano convinti di poter fare dopo la guerra la rivoluzione del proletariato).
Il 15 novembre del 1914, dopo l'articolo "bomba" e dopo la radiazione all'Avanti, MUSSOLINI fonda a Milano il Popolo d'Italia (finanziato e non del tutto disinteressatamente dalla Edison, dalla Fiat di Agnelli, dall'Ansaldo dei fratelli Perrone ecc. ecc.) con un indirizzo antisocialista, e con iniziali palesi appoggi all'irredentismo che va predicando D'Annunzio e De Ambreis (Ma poi con la "Vicenda Fiume "Mussolini prenderà le distanze dai due "rossi" - vedi partendo dal 1919).
Infine il 6 maggio del 1915, l'altra "bomba": Mussolini esce con l'articolo "E' l'ora". Poi abbandona non del tutto il giornale (terrà un diario di guerra fino al febbraio 1917) e molto coerentemente con quello che ha scritto, si offre volontario.
Non è il solo, parte D'Annunzio, parte Marinetti, e parte Cesare Battisti che incita "tutti al fronte con la spada e col cuore", poi in agosto parte finalmente anche Mussolini.
C'è in questo slancio forse anche un motivo umano, odia gli Austriaci; il suo é anche un conto personale da regolare! I giorni di carcere a Trento, le accuse infamanti, e le umiliazioni ricevute hanno lasciato il segno!
Al fronte Mussolini non ha la vita molto facile, sia con i soldati che lo ritengono un interventista e sia con lo Stato Maggiore che diffidano di questo ambiguo soggetto fino a ieri a sinistra come oppositore all'intervento. Era nota la sua renitenza, il suo antimilitarismo in piazza del 1911-12, e il suo passato di socialista.
Al Distretto non si fidano proprio. Senza tanti riguardi al suo diploma e al suo mestiere di giornalista lo mandano al fronte, come soldato semplice col grado di caporale. Dopo 16 mesi di guerra, per quaranta giorni Mussolini va anche in trincea, sul Carso, in prima linea sotto le granate austriache; si guadagna perfino il nastrino. Nel febbraio 1917 una sventagliata di schegge, non proprio del nemico, lo colpisce. Resta gravemente ferito. Trascorre in stampelle quattro mesi all'ospedale di Ronchi. Qui nel portare conforto ai feriti troviamo una visita di Re Vittorio Emanuele III. Di certo non immagina nemmeno lontanamente, nel preoccuparsi della salute e nello stringere la mano di questo semplice caporale sulle grucce, di trovarsi di fronte all'uomo che fra soli 5 anni legherà il suo destino a quello di Casa Savoia e a tutta la sua dinastia. Il Destino se era da quelle parti a fare qualche scherzo, quel giorno ne organizzò uno dei più sensazionali.
Dopo la convalescenza, MUSSOLINI rientra al giornale nel luglio 1917. Le cose in Italia sono molto cambiate nel frattempo, l'interventismo, dopo tre anni di guerra, quasi inutili sul piano militare e politico, é in crisi, e sembra - dopo Caporetto- che il disfattismo socialista fra le masse trovi un buon appoggio. Così andava dicendo Cadorna per giustificare i suoi tragici rovesci.
Ma non é così, Mussolini è molto attento, si accorge che le masse hanno avuto uno scollamento dal socialismo e che questo (dopo la disfatta di Caporetto del 24 ottobre) non può certo aspirare alla vittoria di una rivoluzione dopo una guerra persa. Infatti le cose cambiarono, per tanti motivi, interni ed esterni. E anche per tante coincidenze a favore. L'entrata in guerra degli Usa, la Rivoluzione d'Ottobre in Russia, le Germania in difficoltà (più politicamente che militarmente), l'Austria in sfacelo, ecc.
Alla fine, la guerra non fu persa, ma nemmeno vinta, passerà alla storia come la "vittoria mutilata" dopo le liti a Versailles con Wilson. Questo finale andò ancora di più a complicare le cose. Non c'erano politicamente né vinti né potevano rallegrarsi quelli che la guerra l'avevano boicottata con il disfattismo. Con troppo accanimento, questo esito negativo (nonostante tanta retorica e i proclami) dai socialisti fu fatto pesare molto ai reduci; "che cosa vi dicevamo, ecco il risultato!" e giù il resto. Non era certo il modo per fare proseliti nel chiamarli grulli. E chi era ritornato dal fronte non voleva certo sentirselo dire, dagli "imboscati" poi.
Quello che temeva Mussolini accadde, come aveva previsto e profetizzato. I socialisti riformisti (con Treves e Turati) sono in difficoltà più di prima della guerra, e nemmeno parlarne di poter avviare un dialogo con i padroni; invece di concertare hanno preferito la linea dura con il risultato che gli industriali si sono uniti e hanno adottato la strategia delle serrate.
Mentre i massimalisti dichiaratamente rivoluzionari (con Gramsci e Bordiga), hanno guardato con molta attenzione i fatti russi che avrebbero potuto far aprire delle nuove prospettive; la prossima fine del capitalismo con la tanto attesa rivoluzione. Ma non hanno i seguaci, hanno solo i pochi (e difendono solo questi) che ancora lavorano e che sono poi quelli che non hanno fatto la guerra. Non hanno nemmeno le masse contadine (che per la maggior parte non sono salariati ma sono milioni di piccoli proprietari di "fazzoletti" di terra) timorosi di perdere con l'avvento del bolscevismo il loro podere, quindi sordi a tutte le sirene comuniste.
Insomma nelle due correnti, e tra queste e le masse si è creata una barriera di totale incomunicabilità. Non esiste più spazio per i socialisti. Mussolini è lapidario, caustico ma anche realista "Vogliono fare la rivoluzione, ma se li contiamo i conti proprio non tornano"
IL FASCISMO
Il Programma del Fascismo
Il Fascismo è un movimento di realtà, di verità, di vita che aderisce alla vita. E' pragmatista. Non ha apriorismi. Né finalità remote. Non promette i soliti paradisi dell'ideale. Lascia queste ciarlatanate alle tribù della tessera. Non presume di vivere sempre e molto. Vivrà sino a quando non avrà compiuto l'opera che si è prefissa. Raggiunta la soluzione nel nostro senso dei fondamentali problemi che oggi travagliano la nazione italiana, il Fascismo non si ostinerà a vincere, come un'anacronistica superfetazione di professionisti di una data politica, ma saprà brillantemente morire senza smorfie solenni.
[Il fascismo (Il Popolo d'Italia - 3 luglio 1919)]
Il Fascismo è anti-accademico. Non è politicante. Non ha statuti, né regolamenti. Ha adottato una tessera per la necessità del riconoscimento personale, ma potendo ne avrebbe volentieri fatto a meno. Non è un vivaio per le ambizioni elettorali. Non ammette e non tollera i lunghi discorsi. Va al concreto delle questioni.
[Ibidem]
E' un po' difficile definire i fascisti. Essi non sono repubblicani, socialisti, democratici, conservatori, nazionalisti. Essi rappresentano una sintesi di tutte le negazioni e di tutte le affermazioni. Nei fasci si danno convegno spontaneamente tutti coloro che soffrono il disagio delle vecchie categorie, delle vecchie mentalità. Il fascismo mentre rinnega tutti i partiti, li completa. Nel fascismo che non ha statuti, che non ha programmi trascendenti, c'è quel di più di libertà e di autonomia che manca nelle organizzazioni rigidamente inquadrate e tesserate.
[La prima adunata fascista (Il Popolo d'Italia - 6 ottobre 1919)]
Il fascismo è una mentalità speciale di inquietudini, di insofferenze, di audacie, di misoneismi, anche avventurosi, che guarda poco al passato e si serve del presente come di una pedana di slancio verso l'avvenire. I melanconici, i maniaci, i bigotti di tutte le chiese, i mistici arrabbiati degli ideali, i politicanti astuti, gli apostoli che fanno i dispensieri della felicità umana, tutti costoro non possono comprendere quel rifugio di tutti gli eretici, quella chiesa di tutte le eresie che è il fascismo. E' naturale, quindi, che al fascismo convergano i giovani che non hanno ancora un'esperienza politica e i vecchi che ne hanno troppa e sentono il bisogno di rituffarsi in un'atmosfera di freschezza e di disinteresse.
[Verso l'azione (Il Popolo d'Italia -13 ottobre 1919)]
Si nasce fascisti, ma è assai difficile diventarlo.
[Dal discorso all'assemblea del Fascio milanese di combattimento (Milano, sede dell'Alleanza industriale e commerciale in Piazza San Sepolcro: 5 febbraio 1920)]
Tutte le altre associazioni, tutti gli altri partiti, ragionano in base a dei dogmi, in base a dei preconcetti assoluti, a degli ideali infallibili, ragionano sotto la specie della eternità per partito preso. Noi, essendo un antipartito, non abbiamo - si passi il pasticcio - partito preso.
Per essere fascisti occorre essere completamente spregiudicati; occorre sapersi muovere, elasticamente, nella realtà adattandosi alla realtà e adattando la realtà ai nostri sforzi; occorre sentirsi nel sangue l'aristocrazia delle minoranze, che non cercano popolarità, leggera prima, pesantissima poi; che vanno controcorrente; che non hanno paura dei nomi e dispregiano i luoghi comuni.
[In tema di politica estera (Il Popolo d'Italia - 3 luglio 1920)]
Il fascismo ha soltanto una storia; non ha ancora una dottrina, ma l'avrà, quando avrà avuto il tempo di elaborare e coordinare le sue idee.
[La marcia del fascismo (Il Popolo d'Italia - 6 novembre 1920)]
Il fascismo non si abbatte, perché è nel solco della storia, perché rappresenta e difende valori morali altissimi - non interessi di borghesi - senza dei quali la società nazionale si dissolve e precipita nel caos. Il fascismo italiano è una tipica creazione del popolo italiano, il quale è stufo di metafisiche oltremontane, ora russe, ora tedesche, e vuole trovare in sé la dottrina e la praxis del suo progresso verso forme migliori di vita e di civiltà.
[Gridi di dolore! (Il Popolo d'Italia - 20 ottobre 1920)]
Io non sono, non voglio essere, non sarò mai un padre eterno; il fascismo non è, non vuole essere, non sarà mai una ridicola, grottesca e sinistra congrega come sono i vecchi partiti e i frammenti dei vecchi partiti; il fascismo è tale in quanto permette una pragmatica latitudine di atteggiamenti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente.
[Il Popolo d'Italia - 29 ottobre 1920]
Il fascismo rappresenta lo sbocciare della nuova coscienza nazionale maturata colla vittoria. Lo si può perseguitare, ma non lo si può estirpare! E' una terribile gramigna ed ha una indegna non meno terribile: E' pronto ad uccidere, è pronto a morire!
[Manovra vile (Il Popolo d'Italia - 19 dicembre 1920)]
Fascismo significa che a mutate condizioni di fatto, nuovi atteggiamenti si impongono: se non è più necessario il piombo e il petrolio, bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e di agire in conseguenza.
[La pace e il resto (Il Popolo d'Italia - 6 luglio 1921)]
Qui, alla Camera dei Deputati, e fuori di qui, io ho sempre accettato la responsabilità di tutte le mie azioni, di tutto quello che ho fatto e che qualce volta i miei compagni hanno fatto. Io non rinnego niente, accetto il fascismo in blocco, così come i rivoluzionari accettano la rivoluzione in blocco. E se da qualche tempo noi porgiamo il ramoscello d'olivo, non lo facciamo già perchè ci siano degli elementi di retroscena politici e parlamentari che ci spingano a questo, perchè noi siamo alieni a queste manovre e il Parlamento ci interessa mediocremente e nel Parlamento ci sentiamo discretamente a disagio, ma lo facciamo per ragioni superiori di nazione e di umanità.
[Dopo i fatti di Sarzana (Camera dei deputati: 22 luglio 1921)]
Se il fascismo è mio figlio - com'è stato fin qui universalmente riconosciuto in migliaia di manifestazioni, che devo, fino a prova contraria, ritenere sincere - io, con le verghe della mia fede, del mio coraggio, della mia passione o lo correggerò o gli renderò impossibile la vita.
[Fatto compiuto (Il Popolo d'Italia - 3 agosto 1921)]
Io comprendo, e compiango un poco, quei fascisti delle molte Peretole italiane, i quali non sanno astrarre dai loro ambienti; vi si inchiodano e non vedono altro, e non credono alla esistenza di un più vasto e complesso e formidabile mondo. Sono i riflessi del campanilismo, riflessi che sono estranei a noi, che vogliamo sprovincializzare l'Italia.
Comincia un nuovo periodo nella storia del fascismo italiano e non sarà meno aspro e difficile del precedente: è il periodo della rielaborazione spirituale e delle applicazioni pratiche. Bisogna smentire i nostri nemici, i quali ci hanno detto a sazietà "Voi sapete distruggere, ma non sapete costruire! Siete ottimi sul terreno della negazione, ma, portati sul terreno positivo, vi rivelate nella vostra impotenza".
Il fascismo può fare a meno di me? certo, ma anch'io posso fare a meno del fascismo. C'è posto per tutti in Italia: anche per trenta fascisti, il che significa, poi, per nessun fascismo. Io parlo chiaro, come l'uomo che avendo molto dato, non chiede assolutamente nulla, salvo a ricominciare...
[La culla e il resto (Il Popolo d'Italia - 7 agosto 1921)]
Siamo in troppi nel fascismo, ormai, e quando la famiglia aumenta la secessione è quasi fatale.
Il fascismo che non è più liberazione, ma tirannia; non più salvaguardia della nazione, ma difesa di interessi privati e delle caste più opache, sorde, miserabili che esistano in Italia; il fascismo che assume questa fisionomia, sarà ancora fascismo, ma non è quello per cui negli anni tristi affrontammo in pochi le collere e il piombo delle masse, non è più il fascismo quale fu concepito da me, in uno dei momenti più oscuri della recente storia italiana.
Io non ho bisogno di ribattere l'accusa sciocca di volere essere una specie di padrone del fascismo italiano. Io sono "duce" per modo di dire. Ho lasciato correre questa parola, perché se non piaceva a me, che detesto le parole e le arie solenni, piaceva agli altri. Ma io sono un duce ligio al più scrupoloso pedantesco costituzionalismo. Non ho mai imposto nulla a chicchessia. Ho accettato di discutere con tutti, anche con coloro che trattano la politica con una faciloneria sconcertante; anche con coloro che sono infettati da tutti i morbi maligni in diffusione cronica tra i vecchi partiti.
Finirà lo spettacolo del fascista liberale, nazionalista, democratico e magari popolare: ci saranno solo dei fascisti.Questa individuazione è un segno di forza e di vita. E' una vittoria. Una grande vittoria. Un titolo d'orgoglio. Il fascismo è destinato a rappresentare nella storia della politica italiana una sintesi tra le tesi indistruttibili dell'economia liberale e le nuove forze del mondo operaio. E' questa sintesi che può avviare l'Italia alla sua fortuna.
[Punti fermi (Il Popolo d'Italia - 4 novembre 1921)]
Ce ne vuole di corda socialista per impiccare la ribelle genia del fascismo italiano! Ce ne vuole d'inchiostro (sia pure quello rosso-sbiadito dell'Avanti!), per annegare il fascismo italiano!
[Riprende fiato... (Il Popolo d'Italia - 17 novembre 1921)]
Prima il fascismo ha voluto affermarsi come forza e capacità di vita (vivere, sapere e potere vivere è già un programma massimo!); poi, sulle basi dei principi fondamentali che ispiravano la sua azione, il fascismo ha costruito a poco a poco l'edificio del suo programma teorico e pratico.
[Programma (Il Popolo d'Italia - 22 dicembre 1921)]
Il programma fascista non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua; è sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto.
[Prefazione al programma (Il Popolo d'Italia - 28 dicembre 1921)]
Il fascismo fu concepito come un'aristocrazia; ma se diventa una demagogia che copia pedissequamente i sistemi del Partito socialista, i peggiori e più antinazionali e distruttivi sistemi del P.S.U, può chiedere una tessera ai preti rossi e finirla.
[Aspro richiamo (Il Popolo d'Italia - 30 dicembre 1921)]
La conclusione è che non si può debellare il fascismo né cogli agguati criminali degli uni, né coi patteggiamenti o le partecipazioni ministeriali degli altri. Nessuna forza legale è capace di espellere il fascismo dalla vita italiana. Sperare che passi, come passa un uragano, è puerile. Altrettanto fatuo è credere che sia possibile disintegrarlo dall'interno.
[Al bivio (Il Popolo d'Italia - 30 maggio 1922)]
Noi suoniamo la lira su tutte le corde: da quella della violenza a quella della religione, da quella dell'arte a quella della politica. Siamo politici e siamo guerrieri. Facciamo sindacalismo e facciamo anche delle battaglie nelle piazze e nelle strade. Questo è il fascismo così come fu concepito e come fu attuato.
[Al circolo rionale fascista Sciesa (Milano: 4 ottobre 1922)]
La funzione specificatamente storica del Gran Consiglio fascista in questo momento è nettamente delineata. Il Gran Consiglio fiancheggia e salvaguardia l'azione del Governo e compie, nel seno del Partito e nella vita della Nazione, quell'opera di orientamento politico generale che deve serviredi base consensuale all'opera del Governo stesso.
[Dichiarazioni durante la riunione del Consiglio dei Ministri (Roma: 15 gennaio 1923)]
1 - Io non cerco nessuno.
2 - Io non respingo nessuno.
3 - La mia politica, chiara e netta, Non può essere presa di fronte e meno ancora aggirata alle spalle.
[Lettera al giornalista Sandro Giuliani, redattore capo del Popolo d'Italia (Roma: 6 febbraio 1923)]
Ho orrore dei dogmi. Non potrebbe esservi un dogma nel Partito fascista. Per il bene della Patria vi sono solo necessità che possono essere assolte oggi, ma che possono essere relative domani.
[Dichiarazioni all'inviato dell'Excelsior (Roma: 22 aprile 1923)]
Il tentativo di separare Mussolini dal fascismo o il fascismo da Mussolini è il tentativo più inutile, più grottesco, più ridicolo che possa essere pensato.
Io non sono così orgoglioso da dire che colui che vi parla ed il fascismo costituiscono una sola identità, ma quattro anni di storia hanno dimostrato assai luminosamente che Mussolini ed il fascismo sono due aspetti della stessa natura, sono due corpi ed un'anima, o due anime ed un corpo solo.
[Al congresso fascista femminile delle tre Venezie (Padova: 1° giugno 1923)]
Io non posso abbandonare il fascismo perché l'ho creato, l'ho allevato, l'ho fortificato, l'ho castigato e lo tengo ancora nel mio pugno: sempre! quindi è perfettamente inutile che le vecchie civette della politica italiana mi facciano la loro corte gaglioffa. Sono troppo intelligente perché possa cadere in questo agguato di mediocri mercanti, di fiere da villaggio.
Il fascismo è un fenomeno religioso di vaste proporzioni storiche ed è il prodotto di una razza. Nulla si può contro il fascismo. Nemmeno gli stessi fascisti potrebbero nulla contro questo movimento gigantesco che si impone.
[Rispondendo a un indirizzo di omaggio del Sindaco di Cremona (18 giugno1923)]
In astratto, il fascismo è vecchio come è vecchio il senso dell'uomo per la bellezza dei grandi ideali; in concreto, esso è una cosa che si esprime nella vita della gioventù italiana, una cosa fatta di energia ed ardimento e una cosa inflessibile affidata allo spirito di sacrifizio.
[Dall'intervista concessa al redattore capo del Chicago Daily News (Roma: 24 maggio 1924)]
Il fascismo è emozione, teoria, pratica; è sentimenti, idee e azioni; è qualche cosa di sentito, qualche cosa di pensato e qualche cosa di fatto; è ispirazione spirituale, sostanza di dottrina e sistema di politica di Stato. Esso è moralmente risoluto e intellettualmente preciso. Le sue ultime sorgenti vanno ricercate nella storia e nella coscienza italiana.
Il fascismo sarà quello che sarà, ma è l'unica cosa potente, viva, degna di avvenire, che abbia la nazione italiana.
[Al Consiglio nazionale del PNF (Roma: 2 agosto 1924)]
Il fascismo non ha mai avuto tendenze, né le avrà mai. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c'è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato. E siccome noi non promettiamo qualche cosa di definito per l'avvenire ma lavoriamo per il presente con tutte le nostre forze, così credo che il Partito Nazionale Fascista non sarà mai tediato, vessato e impoverito dalle interminabili discussioni tendenziali che facevano, una volta, nella piccola Italia d'ieri, il piccolo trastullo della non meno piccola borghesia italiana.
[Al consiglio nazionale del PNF (Roma: 7 agosto 1924)]
Il fascismo nel suo animo è incorruttibile e non disposto a vendere, per un piatto di lenticchie miserabili, i suoi diritti ideali; ma non intende nemmeno chiudersi in una torre d'avorio aristocratica e inaccessibile.
[Ai minatori del Monte Amiata (Badia S. Salvatore: 31 agosto 1924)]
Malgrado gli egoismi individuali, vi sono degli interessi collettivi comuni. Il fascismo insegna a subordinare gli interessi individuali e gli interessi di categoria agli interessi della nazione.
Il "modo" della polemica fascista è condizionato anche dal modo della polemica avversaria. Non si può pretendere che i fascisti non paghino di eguale moneta chi li offende e li diffama, spesso sanguinosamente e ingiustamente.
[Intervista al direttore del Giornale d'Italia (Roma: 2 settembre 1924)]
Il fascismo è un fenomeno di linee imponenti. E' una creazione originale italiana. Non si può disperdere come il sole disperde al mattino la nebbia nei prati. E' un fenomeno che interessa tutto il mondo. In tutto il mondo da due anni non si fa che discutere di fascismo. E' sorta una letteratura in tutte le lingue. Individui partono dal Giappone, dalla Cina, dall'Australia per venirlo a studiare. Evidentemente là si soffre dei mali di cui noi abbiamo sofferto: la crisi dell'autorità.
[All'Associazione costituzionale (Milano: 4 ottobre 1924)]
Non crediate che il fascismo sia vicino al tramonto. Sarebbe un errore colossale. Un Partito che ha parlato così profondamente alla gioventù italiana, che raccoglie cinquanta medaglie d'oro sulle sessantadue viventi, che ha nel suo seno il sessanta per cento dei combattenti, credete che passi come la nebbia estiva alla viva luce del sole? Se lo credete, siete in errore e la storia si incaricherà di dimostrarvelo.
[Al Senato del Regno (5 dicembre 1924)]
Oggi il fascismo è un Partito, è una Milizia, è una corporazione. Non basta: deve diventare un modo di vita. Ci debbono essere gli italiani del fascismo come ci sono, a caratteri inconfondibili, gli italiani della Rinascenza e gli italiani della latinità. Solo creando un modo di vita, cioè un modo di vivere, noi potremo segnare delle pagine nella storia e non soltanto nella cronaca.
[Al quarto Congresso nazionale del PNF (Roma, "Augusteo": 22 giugno 1925)]
La camicia nera non è la camicia di tutti i giorni e non è nemmeno una uniforme: è una tenuta di combattimento e non può essere indossata se non da coloro che nel petto alberghino un animo puro.
D'ora innanzi per avere una tessera ad honorem del PNF, bisognerà o avere scritto un poema più bello della Divina Commedia, o avere scoperto il sesto continente, oppure aver trovato il mezzo d'annullare il nostro debito cogli anglosassoni.
Il fascismo è fenomeno italiano, squisitamente italiano, intimamente connesso con la nostra storia, la nostra psicologia, le nostre tradizioni e rappresenta il culmine di una lunga e complicata evoluzione politica. Senza una profonda conoscenza di questa evoluzione, senza note in margine a questo grande libro, nessuna giusta analisi è possibile.
[Dall'intervista concessa al corrispondente romano dell'Associated Press (Roma: 3 agosto 1926)]
Quando il fascismo si è impadronito di un'anima non la lascia più.
[Al popolo di Perugia (5 ottobre 1926)]
Le qualità, anzi le virtù immutabili del "vero" fascista devono essere la franchezza, la lealtà, il disinteresse, la probità, il coraggio, la tenacia. Tutti coloro che si appalesano, per poco o per molto, infetti dal vecchio male, devono essere banditi dal nostro Esercito. Essi costituiscono le impedimenta ritardatrici della nostra marcia; sono il loglio che dev'essere sceverato dal grano; è la ganga che deve cadere, onde lasciare libera la nuova aristocrazia per i maggiori compiti del domani.
[Messaggio agli italiani per il quarto anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre 1926)]
Nel cantiere del regime fascista c'è un posto, c'è un lavoro e c'è gloria per tutti: per coloro che sono al tramonto della vita e per coloro che sono all'alba, per gli intellettuali e per i lavoratori, per i soldati e per i contadini, per tutti quelli che lavorano con disciplina, con passione, con concordia di intenti e di spiriti diretti a costruire la grande Italia.
[Agli avanguardisti del Lazio, Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo (Roma: 28 ottobre 1926)]
Il fascismo è un metodo, non un fine: una autocrazia sulla via della democrazia.
[Dall'intervista concessa all'inviato del Sunday Pictorial di Londra (Roma: 12 novembre 1926)]
E' semplicemente assurdo lo squadrismo fatto in ritardo. I fascisti devono essere tempisti. Io non posso soffrire fisicamente coloro che sono ammalati di nostalgia, che ad ogni minuto traggono dai loro petti sospiri e respiri profondi: "come erano belli quei tempi!". Tutto ciò è semplicemente idiota. La vita passa, e continuamente si ha di fronte la realtà vivente.
[Alla Camera dei Deputati (26 maggio 1927)]
Per essere all'altezza della propria missione, il fascista deve essere libero nel modo più assoluto da qualsiasi vincolo o rapporto di interdipendenza che potrebbe limitare la propria azione di regolatore e di controllo. Deve soprattutto essere disinteressato, per dimostrare in ogni momento che tutto ciò che riguarda la sua attività privata è completamente estraneo alla sua funzione politica.
[Direttive ai Federali del PNF (Carpena: 3 aprile 1929)]
I rapporti fra gerarchi piccoli e grandi debbono essere improntati alla più aperta e nobile schiettezza. I sotterfugi, le conventicole, le piccole congiure, la calunnia, la critica subdola, le miserie di ogni genere, ripugnano alla concezione morale del fascismo.
Il fascismo è una casa di vetro, nella quale tutti debbono e possono guardare. Guai a chi approfitta della tessera o indossa la camicia nera per concludere affari che altrimenti non gli riuscirebbe di condurre a termine.
[Ai gerarchi milanesi (Roma: 10 luglio 1929)]
Noi fascisti respingiamo qualsiasi concetto statico di felicità materiale o morale. La nostra felicità è nella lotta.
[Felicità (Il Popolo d'Italia: 12 luglio 1933)]
La rivoluzione nel nostro pensiero è una creazione che alterna la grigia fatica della costruzione quotidiana, ai momenti folgoranti del sacrificio e della gloria. Sottoposto a questo travaglio che segue la guerra, è già possibile vedere, e sempre più si vedrà, il cambiamento fisico e morale del popolo italiano. Ecco iniziata la quarta grande epoca storica del popolo italiano, quella che verrà dagli storici futuri chiamata epoca delle camicie nere.
[Alla seconda assemblea quinquennale del regime (Roma, "Teatro dell'Opera": 18 marzo 1934)]
Noi non siamo gli imbalsamatori di un passato, siamo gli anticipatori di un avvenire.
[Al popolo di Milano (1° novembre 1936)]
Così, come il costume, la dottrina, l'atmosfera del secolo scorso fu democratico-liberale (e noi siamo così obbiettivi da non considerare tutto ciò "stupido", come vorrebbero i nazionalisti francesi), il costume, la dottrina, l'atmosfera di questo secolo sarà fascista nel senso lato della parola. I due popoli portatori di questo nuovo tipo di civiltà non sono gli ultimi venuti nel campo del pensiero e della creazione spirituale. La stolta accusa che il fascismo sia adatto ai popoli di rango inferiore a paragone di quelli beatificati dalle attuali superstiti democrazie, cade davanti a popoli come l'italiano e il germanico, il cui contributo allo sviluppo civile del genere umano è stato ed è formidabile.
[Europa e fascismo (Il Popolo d'Italia: 6 ottobre 1937)]
La Marcia Su Roma
O Roma o morte!" - 27 ottobre 1922
L'idea di marciare a Roma era già stata fatta circolare dai legionari fiumani, ma anche i Fascisti avevano simulato una "marcia" su Ravenna, alla guida di Italo Balbo. La decisione di marciare su Roma fu presa durante l'adunata di Napoli, il 24 ottobre 1922. Furono prescelti i comandanti delle varie colonne (Perrone Compagni, Bottai e Igliori, al comando rispettivamente di 4000, 8000 e 2000 Fascisti, provenienti da Civitavecchia, Tivoli e Monterotondo), e al termine della parata per le vie della città Mussolini proclamò: "O ci daranno il governo o lo prenderemo, calando su Roma".
Il 27 ottobre il governo Facta dà le dimissioni, mentre i Fascisti cominciano la marcia di avvicinamento. Durante la marcia si impadroniscono senza resistenza di uffici postali e telegrafici, di grande utilità per i collegamenti delle varie colonne. Anche le stazioni ferroviarie furono occupate, permettendo ai Fascisti di "marciare" in treno fino all'interruzione delle linee.
Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, Facta chiese al Re di firmare lo stato d'assedio, in modo da far intervenire il Regio Esercito, ma ottenne un rifiuto. Infatti, Vittorio Emanuele III diede ascolto ai consigli di Federzoni, noto nazionalista, e al generale Armando Diaz, che proponevano un accordo con Mussolini.
Mussolini era rimasto a Milano per attendere lo sviluppo degli eventi, e nella notte raggiunse Roma in un vagone letto. Il 28 ottobre si presentò al Sovrano che gli diede incarico di formare il governo.
Il governo fu formato il 30 ottobre 1922, mentre le squadre marciavano per la città. Il Governo era composto da una coalizione di Fascisti, nazionalisti, popolari, democratico-sociali nittiani, giolittiani, salandrini, indipendenti filofascisti. Non era un vero e proprio governo di coalizione, in quanto Mussolini non aveva consultato i gruppi parlamentari, ma si era rivolto direttamente ai singoli. Il Duce, oltre che essere Capo del Governo, assunse ad interim i ministeri dell'Interno e degli Esteri. Ai fascisti andarono i ministeri di Giustizia, Affari di Culto, Finanze, Tesoro, Assistenza e Pensioni, Terre Liberate. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio fu nominato Acerbo, l'estensore della legge elettorale del 1924.
La Camera votò la fiducia con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti.
Patti Lateranensi


Accordi stipulati l'11 febbraio 1929 per regolamentare le relazioni tra lo Stato italiano e la Santa Sede.
I negoziati per la composizione dell'annosa questione si aprirono nel 1926 e si conclusero nel 1929 con la solenne firma apposta ai Patti lateranensi dal re d'Italia Vittorio Emanuele III, dal capo del governo Benito Mussolini e (per il papa Pio XI) dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di stato pontificio. Gli accordi comprendevano un trattato politico e un concordato. Con il primo veniva ufficialmente creato lo stato indipendente della Città del Vaticano, sotto la piena sovranità della Santa Sede; il papa si impegnava a mantenersi neutrale nelle questioni internazionali e ad astenersi dalla mediazione nel caso di conflitti se non specificamente richiesto da tutte le parti in causa.
Il concordato riconosceva il cattolicesimo religione di stato in Italia, definiva una nuova disciplina del matrimonio e dell'insegnamento della religione, mentre un'intesa di natura finanziaria accordava alla Santa Sede un compenso monetario di 750 milioni di lire in contanti e un miliardo in consolidato come risarcimento della perdita del potere temporale avvenuta nel 1870. Nel 1984 la Santa Sede, nella persona del segretario di stato, il cardinale Agostino Casaroli, e il governo italiano, nella persona del presidente del Consiglio Bettino Craxi, procedettero alla revisione del trattato, con l'innovazione di non considerare più il cattolicesimo religione ufficiale dello stato italiano.

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