Annessione dell'Austria

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Testo

L’ANNESSIONE DELL’AUSTRIA

Per un certo periodo sembrò che la rivoluzione nazista stesse dando ciò che aveva promesso. Hitler nulla sapeva di economia ma sapeva ciò che volevano i tedeschi: lavoro e orgoglio nazionale. In alcune zone le misure naziste ebbero in realtà un benefico effetto sull'economia. Furono vietati gli scioperi e, grazie ai piani di lavoro - particolarmente nelle industrie belliche, agricole ed edili - nel 1935 la disoccupazione era scesa da sei milioni di persone a 1,7 milioni. In generale, però, il recupero dell'economia tedesca fu dovuto più all'opera intelligente degli amministratori finanziari che non alle iniziative naziste. Sotto la guida di Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank e ministro dell'economia furono nuovamente ripianati i debiti con l'estero, concessi sussidi per l'esportazione al fine di incrementare il commercio estero e raggiunti accordi di scambio per ottenere le materie prime d'importanza vitale. Di conseguenza, la produzione pro capite aumentò del 64 per cento nei primi sei anni di governo hitleriano e, alla fine degli anni '30, la produzione nazionale di petrolio, materie plastiche, fibre e gomma sintetiche era duplicata.
I risultati del benessere economico tedesco furono per la maggior parte impiegati nella ricostruzione della potenza militare nazionale. Hitler aveva espresso chiaramente, già qualche settimana dopo. la nomina a cancelliere, le sue priorità. «Qualsiasi progetto pubblico atto a produrre occupazione deve essere valutato con un solo criterio: è, o no, indispensabile alla restaurazione delle capacità belliche della nazione tedesca?». Le condizioni del trattato di Versailles stabilivano che l'esercito tedesco non doveva superare le centomila unità, che la marina doveva essere simbolica e l'aeronautica inesistente. Hitler aveva sempre ritenuto queste limitazioni inique. Pertanto ora pretendeva uno stato di parità. Forse, propose, altre nazioni dovrebbero livellare il loro disarmo a quello tedesco ma la proposta non fu accolta. Pertanto, si ritirò dalla Società delle Nazioni, l'organizzazione internazionale costituita dal trattato di Versailles a salvaguardia della pace mondiale. Hitler mise a punto, agli inizi segretamente poi apertamente, un massiccio piano di riarmo con lo scopo di creare per la Germania le condizioni idonee a muovere una guerra offensiva entro il 1940. Nel 1936 annunciò la sua intenzione di sestuplicare gli stanziamenti bellici che, da quasi sei miliardi di marchi, avrebbero, nel 1939, dovuto superare i trentadue miliardi. lì 5 novembre 1937, nel corso di una conferenza riservata con i suoi capi militari Hitler li mise al corrente delle sue mire a lungo termine in Europa. Il Lebensraum era necessità assoluta e pertanto era di importanza basilare che nell'arco di tempo tra il 1938 e il 1943 la Germania si aggregasse l'Austria e la Cecoslovacchia, occupasse la Polonia e per ultimo invadesse e conquistasse la Russia.

Al momento del suo incontro con Mussolini nel 1934 Hitler aveva già in mente la sua prima avventura all'estero, l'annessione dell'Austria. Da quando era salito al potere, il partito nazista viennese aveva dimostrato grande interesse a che la Germania saldasse un'unione indissolubile - Anschluss - con il paese che gli aveva dato i natali. Nel luglio 1934 alcuni membri del partito, vestiti da soldati austriaci, uccisero, sparandogli, il cancelliere austriaco, Engelbert Dollfuss, un dittatore che odiava alla stessa stregua nazisti e comunisti. Ai cospiratori, però, non fu dato appoggio né dall'esercito né dal governo austriaco. Essi infatti vennero arrestati mentre Mussolini, che era garante dell'indipendenza austriaca, inviò cinquantamila soldati al confine del Brennero. Hitler ne fu colpito: gli era sembrato che, quando si erano incontrati a Venezia il mese prima, il duce gli avesse dato la sua approvazione. Per il momento desistette da ogni ulteriore azione, rinnegando un suo qualsiasi collegamento con l'assassinio, ma cercò di distogliere , Mussolini dal suo impegno con l’Austria.
I due anni successivi furono deludenti per Hitler. Fu solo nel 1936, quando il suo esercito era cresciuto a più di mezzo milione, che gli riuscì il suo primo colpo in politica estera. Il 7 marzo, colonne di soldati di fanteria marciarono al passo dell'oca su Colonia e altre città importanti tra il Reno e il confine francese. A termini del trattato di Versailles, la Renania era zona smilitarizzata. In pratica Hitler aveva violato il trattato. Un'immensa folla di tedeschi lo acclamò entusiasticamente e con un plebiscito, pratica ormai radicata per far mostra di popolarità, il popolo delle Renania approvò la sua azione con uno schiacciante 93,8 per cento di voti.
La Francia e la Gran Bretagna protestarono ma non agirono: nessuno era disposto a credere che Hitler stesse attivamente preparando la guerra. La maggior parte degli statisti preferì pensare che cercava semplicemente di cancellare le umiliazioni che molti avevano comunque giudicate ingiuste. Se la Francia avesse mandato le sue truppe, i simbolici reparti militari di Hitler si sarebbero dovuti ritirare, ma nessuno se la sentiva di fare guerra a Hitler per la sua marcia in territorio tedesco. Come poi si espresse il Times di Londra, in fondo Hitler era solo andato nel giardino di casa sua.

Nel frattempo Mussolini aveva volto il suo sguardo verso lidi lontani. Poiché negli anni '30 l'economia italiana non era molto stabile, cercò di estendere i possedimenti in Africa, dove le colonie italiane - Eritrea, Somalia e Libia - erano, a suo dire, solo le «briciole avanzate da sontuosi bottini altrui». La Somalia confinava con una possibile vittima, l'Etiopia, che egli asseriva essere una cassaforte di oro, platino, petrolio, carbone e beni agricoli. Nell'ottobre 1935, truppe italiane, trecentomila uomini con artiglieria, bombardieri e gas invasero l'Etiopia. I loro avversari, in stracci e malamente armati, furono facile preda. Il figlio di Mussolini, Vittorio, che combatteva come pilota, scrisse che sarebbe stato bene per tutti i giovani italiani fare prima o poi l'esperienza della guerra perché fra tutti gli sport quello era il più inebriante. Il 5 maggio 1936 i carri armati italiani entrarono in Addis Abeba, senza incontrare resistenza. L'imperatore Hailé Selassié, con la famiglia e centinaia di sostenitori, si rifugiò in esilio in Gran Bretagna.

Soldati etiopi, a piedi nudi, in marcia per combattere l'esercito italiano che aveva invaso il loro paese nel 1936. Date le miserevoli condizioni delle forze armate etiopi, Mussolini era convinto che «la più grande guerra coloniale della storia», come la chiamava, sarebbe stata «una guerra senza lacrime». Invece, per quanto gli etiopi non avessero obiettivamente possibilità di difesa contro le colonne motorizzate, i bombardieri e i gas del duce, gli italiani impiegarono otto mesi prima di riuscire a entrare nella capitale, Addis Abeba. Nel corso della guerra l’Italia perse cinquemila soldati; per la maggior parte appartenevano alle truppe coloniali africane; Mussolini commentò che avrebbe preferito maggiori perdite italiane, avrebbero conferito alla guerra un carattere di maggior gravità.
Gli altri paesi espressero la loro indignazione ma non intervennero. La Società delle Nazioni si mostrò penosamente inadeguata nei procedimenti internazionali che impose. Stigmatizzò Mussolini come aggressore e impose sanzioni economiche che fin dagli inizi rimasero lettera morta. Nessuno voleva spingere Mussolini a una guerra in Europa, né da solo né - molto peggio - in alleanza con la Germania, altra minaccia alla pace internazionale. Conseguentemente, sin dall'inizio le sanzioni non intendevano essere punitive. Non includevano prodotti di prima necessità quali carbone, acciaio e petrolio né includevano alcuna proibizione all’Italia di usare il Canale di Suez, passaggio principale per le importazioni italiane d'oltremare.
Comunque sia, le sanzioni ebbero un risultato nettamente opposto a quello desiderato. In collera con la Francia e la Gran Bretagna, che fin allora avevano intrattenuto rapporti abbastanza amichevoli con l’Italia, Mussolini espresse parole amare contro i governi europei, accusandoli di preferire «un'orda di negri bastardi» alla «madre della civiltà». Inoltre, cominciò a vedere in Hitler un possibile alleato. Verso la fine del 1936, quando ambedue i paesi avevano mandato aiuti militari ai nazionalisti nella guerra civile spagnola, duro conflitto tra i repubblicani appoggiati dai comunisti e le forze della destra del generale Francisco Franco, Mussolini per la prima volta fece accenno all'«Asse» Roma-Berlino. L'anno seguente si recò, in visita di stato, in Germania. Per l'occasione Hitler organizzò una parata di SS, manovre militari e un'adunata di un milione di persone a Berlino. Ovunque risuonavano osanna per i due capi. Grazie a questa accoglienza i dubbi di Mussolini sul conto di Hitler si dissiparono, così come svanì anche il suo impegno a proteggere l'indipendenza dell'Austria.
Finalmente Hitler era libero di risolvere la faccenda rimasta in sospeso con il suo paese di nascita. Il 12 febbraio 1938 invitò il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg al suo rifugio di montagna di Berchtsgaden, a sud-est di Monaco. Lì lo sottopose ad una diatriba di due ore, avanzando le sue pretese che nel governo austriaco venisse incluso un gruppo di nazisti e che tutti i nazisti fossero rilasciati. Poi presentò un ultimatum: Schuschnigg doveva firmare un accordo, che era già stato redatto, con il quale si accettavano le richieste di Hitler. Se non avesse firmato, la questione sarebbe stata risolta con la forza. «Rifletteteci, Herr Schuschnigg, rifletteteci bene, Aspetterò solo fino a oggi pomeriggio. E farete meglio a prendere le mie parole per buone. Non ho l'abitudine di bluffare e il mio passato lo dimostra». Dopo averci riflettuto, l'intimidito Schuschnigg firmò. Tuttavia, tornato a Vienna. il suo coraggio si risvegliò e indisse un plebiscito popolare per stabilire se, o meno, l'Austria dovesse restare indipendente. Fuori di sé, Hitler gli intimò di revocare il plebiscito, pena l’invasione. Schuschnigg capitolò, poi si dimise. il suo successore provvisorio il ministro degli interni Arthur Seyss-Inquart, informatore nazista alle dipendenze di Berlino, prontamente sollecitò l'invasione tedesca per «ripristinare l'ordine». Prima di agire, però, Hitler si preoccupò di chiarire la sua decisione con Mussolini che nulla eccepì.
Le truppe tedesche attraversarono i confini il 12 marzo ed ebbero un'accoglienza tumultuosa.
Hitler seguì due giorni dopo: fu un ritorno trionfante alla città dove tanto tempo prima moriva di fame nell'ombra. Un mese dopo, con plebiscito, il 99,75 per cento degli austriaci approvarono l'Anschluss. I socialisti, i comunisti e gli ebrei furono umiliati pubblicamente. Schuschnigg fu mandato in un campo di concentramento.
Anche questa volta nessun paese si mosse. Così come aveva fatto per la Renania, Hitler, mentre pubblicamente affermava il suo impegno per la pace, fidando sulla riluttanza degli altri paesi ad arrivare alla violenza, prese quello che voleva. Il primo sulla lista dei suoi tanti obiettivi era stato conseguito senza che fosse stato sparato un solo colpo. Ora cominciò a dedicarsi al suo prossimo obiettivo. Durante il volo di ritorno da Vienna, Hitler mostrò al suo capo di stato maggiore Wilhelm Keitel un ritaglio di giornale. Era una carta muta delle nuove frontiere del Reich, che circondavano la Cecoslovacchia su tre lati. Poggiò la mano sinistra sulla carta, posando l'indice e il pollice sulle frontiere cecoslovacche. Fece l'occhietto a Keitel e strinse le due dita.

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