Tema: il viaggio

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Testo

Il viaggio ultraterreno di Dante vanta alcuni precedenti illustri come l’Eneide. Tuttavia Enea non è il solo ad aver preceduto Dante, da vivo, nel mondo dei morti. La discesa agli inferi infatti è un topos presente in quasi tutte le tradizioni. Confronta le diverse motivazioni e i diversi significati del viaggio di Orfeo, Ulisse, Enea e Dante.
Il regno dei morti è un tema che da sempre affascina l’uomo, tanto quanto il dubbio stesso della sua esistenza. Il grande mistero della morte e del passaggio ad un mondo ultraterreno è uno degli argomenti più affascinanti e incerti sul quale l’uomo ha da sempre meditato e non esiste probabilmente religione o dottrina che non abbia proprie teorie in proposito. Indagare sul regno dei morti è in primo luogo per l’uomo un modo per esorcizzare la morte stessa e in secondo luogo lo sfogo alla grande curiosità e alla speranza di un’altra vita dopo la morte. Un viaggio nel mondo dei morti ha inevitabilmente risvolti affascinanti e trova grandissimi riscontri sia in letteratura sia in mitologia: discendono infatti negli Inferi Orfeo, Ercole, Téseo, Ulisse, Enea, San Patrizio, San Brandano, Tungdalo, frate Alberigo, San Paolo e Dante, mentre Protesilao fu resuscitato dagli dei, affinchè potesse avere un colloquio con la moglie Laodamia.
Orfeo, che secondo il mito era figlio di Calliope e Apollo, esercitò un potente fascino sui narratori delle epoche a lui successive che composero diverse opere sul suo viaggio nell’oltretomba. A spingere Orfeo a varcare la soglia del mondo dei morti fu la speranza di poter riportare in vita sua moglie Euridice, morta a causa di un morso di un serpente, mentre fuggiva da Aristeo che voleva possederla. Grazie alle sue sovraumane abilità artistiche, Orfeo giunse, ammansendo con la lira Cerbero e Caronte, fino al trono di Persefone, che commossa, permise ad Orfeo di riportare in vita sulla terra Euridice. Un antico divieto, che sottolineava l’abisso tra i morti e i viventi e in origine si riferiva anche all’invisibilità dei defunti, gli proibiva però di voltarsi a guardarla per tutto il cammino che conduce dal regno dei morti a quello dei vivi. Orfeo non resistette e si voltò, perdendo per sempre Euridice che fu subito riportata da Ermes negli Inferi. Il mito narra che Orfeo, disperato, trovò consolazione nel canto e rifiutò l’amore di tutte le donne trace che per punirlo lo fecero a pezzi. Il suo corpo fu lasciato al mare, che portò il capo a Lesbo, dove fu sepolto.
Ulisse invece affronta questo viaggio per conoscere il suo destino. Tiresia infatti predice a Ulisse tutto quello che gli sarebbe accaduto ma pone una clausola che gli preclude o gli apre due sorti diverse: se non toccherà le vacche sacre di Elio Iperione, potrà tornare, pur subendo sciagure a Itaca, se invece lui o i suoi compagni ne mangeranno egli sarà costretto a ritornare in patria solo, dopo aver perduto tutti i compagni e su nave straniera, trovando inoltre al suo arrivo pretendenti al suo trono che gli sperpereranno i beni. Nell’Eneide, scritta da Virgilio, che accompagnerà Dante nel suo viaggio ultraterreno fino alle porte del paradiso, il protagonista, Enea, chiede alla Sibilla di guidarlo nel regno dei morti per consentirgli di riabbracciare suo padre. La Sibilla avverte Enea che per raggiungere l’Ade egli necessita di un ramoscello d’oro da offrire a Persefone, di seppellire un compagno e di sacrificare delle pecore nere. Gli dei concedono ad Enea di affrontare il viaggio affinchè dalla visione dei campi elisi trovasse coraggio e stimolo alla guerra di conquista e porre le basi del futuro Impero Romano.
Sia nel mito di Orfeo, sia in quello di Ulisse si afferma l’importanza dell’uomo negli eventi della propria vita. Egli non può più solo ritardare le decisioni di un destino inevitabile, ma ne può anche influenzare pesantemente il suo compiersi. L’uomo assume una nuova dimensione, nella quale, pur sempre subordinato agli dei, è libero di influenzare il suo destino con le sue azioni.
L’esito negativo del viaggio di Orfeo è dovuto ad una sua debolezza, al fatto che non riesce a controllarsi, mentre il viaggio di Ulisse doveva portarlo alla piena conquista di sé, ricerca che non si conclude con la discesa agli Inferi. Qui Ulisse apprende quanto i suoi bisogni abbino influito negativamente sulla vita delle persone a lui care ed allarga i suoi orizzonti culturali solo quantitivamente.
Dante presenta il suo viaggio come analogo a quello di Enea e di San Paolo e lo contrappone a quello avventuroso di Ulisse, cioè guidato da Dio e non animato dal desiderio umano di conoscere. Sia nel viaggio di Enea, che in quello di San Paolo vi è una necessita storica e provvidenziale: Enea doveva incontrare suo padre Anchise per ricevere informazioni circa la fondazione di Roma, alla quale sarebbero in seguito legati i due istituti politici e spirituali con funzione di guida per gli uomini: l’Impero ed il Papato. San Paolo fu rapito dal Paradiso affichè svolgesse una missione religiosa, cioè trarre incitamento e conforto dalla fede che egli doveva diffondere tra gli uomini. Il viaggio di Dante è analogo a quello di Enea, in quanto entrambi sono voluti da Dio e sono necessari alla realizzazione di un disegno provvidenziale voluto da Dio stesso. Sia Enea vhe Dante non intraprendono il viaggio spontaneamente, ma hanno una missione da compiere, entrambi accettano l’idea di un destino voluto da forze superiori all’uomo e per fini più alti. La missione di Dante è di tutte compimento e tra di esse è la più nobile, in quanto ciò che ha appreso nel suo viaggio deve ripeterlo agli uomini, mediante il suo poema, in modo che essi possano trovare la “retta via”.

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