Purgatorio: canti I-VI

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Testo

Canto I

Il primo canto si apre con un proemio (vv 1-12) che comprende:
- invocazione alle muse
- oggetto dell’opera: il viaggio
- il destinatario non è espresso ma ha già detto che si tratta dell’umanità.
Si nota subito un’innalzarsi dello stile, dalla “navicella del mio ingegno”, ripresa dalla IV Egloga di Virgilio, al grecismo della “morta poesì” (poesia dei morti). Nell’invocazione alle muse Dante cita il mito delle Pieridi: figlie di Pierio, re della Tessaglia, sfidarono le muse al canto e, vinte da Calliope (musa dell’epica e massima tra le muse), furono trasformate in gazze. Già narrato da Ovidio nella Metamorfosi, si ha dunque la contrapposizione del sublime canto delle muse con il gracchiante imitare delle gazze. Il cielo è “color d’oriental zaffiro” ed in Dante rinasce il piacere dopo l’oscurità dell’Inferno. In cielo vide quattro stelle che furono viste solo dai primi uomini: le quattro virtù cardinali (temperanza, fortezza, giustizia e sapienza), riprese da Cicerone nel “De officiis”. Voltandosi notò Catone: un “veglio solo”, con barba e capelli lunghi e bianchi che era illuminato da queste stelle come se avesse davanti il sole. Egli chiede a Virgilio il perché della loro presenza, se mai le eterne leggi fossero mutate, ma questi risponde, come nell’Inferno aveva detto a Cavalcanti, che una donna del cielo l’ha pregato di accompagnare Dante che vive, ma a causa del peccato era vicino alla morte dell’anima e lo prega:
“Or ti piaccia di gradir la sua venuta
libertà va cercando ch’è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta”.
Invece lui non è legato a Minosse poiché sta nel Limbo insieme agli altri spiriti magni. Tra questi c’è anche Marzia, moglie di Catone, e Virgilio utilizza una “captatio benevolentiae” per assicurarsi il passaggio. Catone lo rimprovera dicendo di essere stato molto legato a Marzia nella vita, ma ora che sono separati dall’Acheronte più Amore non li lega, ed è sufficiente che lo preghi in nome della donna del cielo. Dopo gli ordina di lavare dal viso di Dante la sporcizia dell’inferno e di cingergli la vita con un giunco, che rappresenta l’umiltà e si piega alle percosse: nessun altra pianta potrebbe vivere nella valletta. Proseguendo il cammino Virgilio lava il viso di Dante con la rugiada e lo cinse in vita con un giunco che una volta strappato era subito stato sostituito da un altro. Questo nasce in una spiaggia che non vide mai nessuno che poi riuscisse a far ritorno. È un chiaro riferimento ad Ulisse, così pure come il “mi cinse sì com’altrui piacque”, che sprofondò con la nave ed i compagni quando era in vista della montagna del Purgatorio. Qui si mette in contrapposizione l’humanitas di Ulisse con l’humilitas di Dante e Virgilio.

Canto II

Erano le 6 nel Purgatorio, le 18 a Gerusalemme, le 24 sul Gange e le 12 nell’Ebro, quando Dante si accorse di un movimento sull’acqua rossa per i riflessi di Marte, il pianeta della musica (difatti il secondo è il canto della musica). Con la tecnica cinematografica che utilizza in questa descrizione, usata anche nell’Inferno con Gerione, il guardiano delle Malebolge, si ha la distinzione tra Dante agens (che vive le azioni passo dopo passo) e Dante auctor (che invece è un narratore onnisciente). Appare quindi l’angelo nocchiero, galeotto (non in senso dispregiativo, ma soltanto perché guida la galea) che disdegna gli argomenti umani. Dalla barca scende una serie di anime che cantano “In exitu Israel de Aegypto”. Questo è un tipico esempio di significato figurale, uno dei sensi della scrittura che Dante stesso spiega nella sua lettera a Cangrande della Scala:
- letterale (quello che si legge);
- allegorico (quello che si deve capire);
- morale (quello che si deve fare);
- anagogico (quello a cui si deve tendere);
- figurale (mette in correlazione due fatti storici, al contrario dell’allegorico in cui il primo è inventato, di cui il primo è chiamato prefigurazione e il secondo adempimento. Ad es. la liberazione degli ebrei dall’Egitto è la prefigurazione dell’adempimento che avverrà con la liberazione degli uomini dal peccato grazie al sacrificio di Cristo.).
Alcune anime chiedono la strada a Dante e a Virgilio, ma questi risponde che son giunti lì attraverso l’Inferno poco prima di loro. Accortesi che Dante è vivo le anime si raccolgono intorno a lui “come a messagger che porta ulivo”, scordando di andare a purificarsi. Tra queste Dante vede Casella e per tre volte tenta di abbracciarlo ma le mani ritornano al petto (qui abbiamo un’imitazione classica: Enea negli inferi tenta per tre volte di abbracciare prima il padre Anchise e poi la moglie Creusa ma non vi riesce). Egli chiede come mai va per il Purgatorio ancora vivo e Dante, una volta risposto, a sua volta interroga l’amico sul perché è giunto soltanto adesso, essendo morto ormai da tre mesi. Gli viene risposto che non era stato fatto alcun affronto e che l’angelo era andato a prenderlo in quel giorno perché era stato indetto il giubileo dal papa Urbano VIII. Alla richiesta di Dante di un canto, Casella attacca “Amor che nella mente mi ragiona”. Questo è uno dei titoli del Convivio assieme a “Voi che‘ntendendo il terzo ciel movete” e “Le dolci rime d’amor ch’io solia”, rispettivamente la prima e la terza canzone. Però si pone il problema che il Convivio era un testo filosofico, abbandonato da Dante per iniziare la stesura della Commedia, e come tale non musicabile, quindi probabilmente si tratta di un verso di un altro brano. Le anime ascoltano rapite il canto, ma giunge d’improvviso Catone che le rimprovera e, come quando i piccioni se sono assaliti da una paura mentre mangiano abbandonano l’atteggiamento orgoglioso e fuggono lasciando tutto, così esse si disperdono correndo a purificarsi.

Canto III

Dopo il rimprovero di Catone Dante e Virgilio furono spinti:
- o nel luogo dove la coscienza li pungolerà a pentirsi
- o verso il luogo dove vengono mandati a pentirsi
Il rimprovero era per le anime, affinché si andassero a purificare e non riguardava Dante in quanto ancora vivo (anche se potrebbe essere inteso come un rimprovero per essersi soffermato a pensare alla filosofia del Convivio) e nemmeno Virgilio. Questi però sente “un tanto amaro rimorso per un così piccolo fallo”, ed è il simbolo della ragione che conosce i suoi limiti.
Dante nota di fronte a sé l’ombra, ma vedendone dolo una teme di essere stato abbandonato. Il maestro allora gli spiega che il suo corpo è a Napoli e se non fa ombra non deve meravigliarsi più di quanto non si ,meraviglia che i cieli lascino passare i raggi del sole. Dice anche che l’uomo non può conoscere tutto poiché se così fosse stato non sarebbe stato necessario che Maria partorisse e gli spiriti magni non starebbero nel limbo con la pena proprio si non poter mai conoscere Dio. In questo passo sono presenti:
- “Demostratio quia”, sive per causam, deriva dal lumen innatum ed è propria della filosofia naturale;
- “Demostratio propter quid”, sive per effectum, deriva dal lumen inter infusum ed è propria della teologia.
Gli uomini devono accontentarsi della demostratio quia.
Giunsero poi ai piedi del monte la cui salita era tanto ripida che a confronto il più scosceso e impraticabile sentiero sulla terra sembra una comoda scala. Virgilio guarda in basso e non trova la via perché pagano mentre Dante, cristiano, guarda in alto e scorge un gruppo di anime. Si avvicinano, ma queste vanno tanto piano che sebbene avessero percorso più di mille passi erano ancora più distanti di quanto un buon tiratore può coprire con un lancio. Virgilio si rivolge a loro (“ben finiti, spiriti eletti” e non più anime prave come nell’Inferno) per chiedere aiuto. Queste, come le pecorelle timidette escono e se si ferma la prima si fermano tutte semplici e quiete senza sapere il perché (demostratio quia), si mossero verso i due. Gli aggettivi “semplici e quiete” saranno in contrapposizione con la presunzione di Manfredi.
L’immagine è ripresa dal “Ritu pecorum sequntur” di Seneca e sta ad indicare gli uomini che seguono gli altri senza pensare.
Virgilio dice prima che venga chiesto che Dante è vivo e che viaggia per il Purgatorio per un buon motivo.
Una delle anime dei negligenti scomunicati chiese a Dante se l’avesse mai visto e questi riconosce Manfredi da una ferita sul petto. L’anima racconta la sua storia, sorridendo al pensiero della purificazione e piangendo invece al ricordo della vita, e chiede di parlare di lui alla figlia Costanza cosicché potesse pregare Dio, poiché, essendo morto scomunicato, sulla terra si diceva che era dannato. Racconta poi che deve restare fuori dal Purgatorio trenta volte il tempo della scomunica ma che la pena può essere abbreviata dalle preghiere umane.

Canto IV

Il sole era salito di una cinquantina di gradi quando Dante e Virgilio lasciarono la schiera di anime ed intrapresero la salita. Dante è stanco, quindi rifermano a riposare e nota che il sole lo illumina da destra. Chiede spiegazioni e Virgilio lo informa che il Purgatorio si trova in antitesi a Gerusalemme. Spiega anche che il monte è più ripido alla base e più facilmente scalabile, questo perché salendo i peccati che s’incontra sono più lievi, e che quando l’andar su sarà leggero come andare per nave secondo corrente allora saranno giunti al termine del sentiero.
Una voce risuona vicino ad un masso dicendo che forse avrebbero avuto bisogno di fermarsi prima. Dante si avvicina all’anima seduta con le altre all’ombra di un sasso e che si mostra “più negligente che se pigrizia fosse sua serocchia”. Questa solleva un po’ il capo a guardarli e Dante sorride nel riconoscere Belacqua credendolo dannato. Gli chiede perché è seduto, se aspetta una guida o se ha ripreso la consueta pigrizia, e scopre così che la pena dei negligenti pigri è di sedere fuori dal Purgatorio tanto tempo quanto in vita indugiarono a pentirsi. Poi si allontana con Virgilio.

Canto V

Si erano allontanati dalle anime ma queste, accortesi dell’ombra di Dante lo guardavano con meraviglia. Virgilio lo rimprovera di non rallentare il passo per quel bisbigliare e di stare come la torre ferma la cui cima non crolla mai per quanto vento tiri, perché l’uomo in cui nasce un pensiero sopra l’altro si allontana dallo scopo.
Una schiera di anime camminava incontro a loro cantando un salmo, si meravigliarono dell’ombra di Dante e due vennero da loro come messaggeri. Ascoltata la spiegazione tornarono dagli altri più veloci di un lampo e poi tutte le anime si avvicinano e Virgilio dice a Dante di ascoltarle mentre cammina. Queste spiegarono di essere “peccatori infino all’ultima ora” e morti per violenza. Dante non ne riconosce alcuna ma chiede se può far qualcosa per loro in nome di quella pace che anch’egli sta cercando. Tra le anime parla Jacopo di Guccione che chiede di ricordarlo in Fano, la sua città, affinché possano pregare per lui, e racconta la sua storia. A lui segue l’anima di Buonconte da Montefeltro che nel presentarsi (“Io fui da Montefeltro, io son Buonconte”) distingue il titolo nobiliare che aveva sulla terra e il nome che lo contraddistingue come individuo. Come per Paolo e Francesca e per il conte Ugolino, Dante per la storia di Buonconte parte da fatti storici per poi romanzarli.
Dopo aver chiesto di essere ricordato sulla terra, alla richiesta di spiegazioni di Dante, Buonconte racconta di come morì ai piedi del Casentino pentendosi e pronunciando il nome di Maria; della disputa tra un angelo ed un diavolo per il suo possesso e della misera fine del suo corpo.
Dopo di lui prende la parola Pia dei Tolomei, che inizia con una formula di cortesia (“quando tu sarai tornato al mondo e riposato della lunga via”) prima di presentarsi come colei che fu nata a Siena e morta in Maremma uccisa dallo sposo e di chiedere di essere ricordata tra i vivi.

Canto VI

Il canto inizia in stile umile, con il racconto del gioco della zara ed una similitudine tra il vincitore circondato da approfittatori e Dante stesso all’interno della ressa di anime tra cui Benincasa da Latrina, Ghino di Tacco, Guccio dei Tarlati che ebbe la morte correndo in caccia; questo era usato sia all’attivo che al passivo e può significare sia mentre inseguiva che mentre fuggiva. C’erano anche Federigo Novello, Gano, Orso degli Alberti, Pierre de la Brosse.
Liberatosi dalla ressa Dante chiede a Virgilio se veramente aveva letto in un suo scritto che il decreto divino non poteva essere alterato dalle preghiere e se, allora, tutte quelle anime erano illuse. Il maestro risponde che il giudizio divino è immutabile, ma la soddisfazione che deve avere prima che il peccatore sconti la sua pena può pervenire in modi diversi ed è maggiore se viene dalla carità ispirata nei vivi. Sono le preghiere dei pagani che non hanno valore perché non sono ascoltate da Dio. Dante è ansioso di raggiungere Beatrice nel Paradiso, ma Virgilio gli dice che prima di arrivare dovrà passare qualche giorno. Vedono poi un’anima “sola soletta” che li guardava “altera e disdegnosa” senza dire niente, “a guisa di leon quando si posa”. Virgilio le si avvicina pregandola di mostrare la più semplice salita, ma questa non risponde e chiede invece informazioni sul loro paese. Non appena Virgilio pronuncia “Mantua” i due si abbracciano e l’anima si presenta come Sordello, anch’esso mantovano. Dante da questo abbraccio tra due concittadini coglie lo spunto per un’apostrofe all’Italia, un tempo gran signora ma allora devastata dalle continue guerre tra le diverse città e spesso anche all’interno di una stessa, si combattono genti separate da un solo muricciolo. Segue un’invettiva contro la chiesa, accusata da Dante di immischiarsi troppo nella politica e nelle sue corruzioni tralasciando i propri doveri spirituali.
Nell’apostrofe all’imperatore Alberto lo invita a guardare come sia lui che suo padre, preoccupandosi soltanto della Germania, abbiano permesso che diventasse l’Italia, dilaniata da conflitti e senza un giusto capo ed anche ad assumere il comando per risolvere la situazione.
Invoca inoltre una punizione divina per lui e per i suoi discendenti, poi cita alcuni esempi delle guerre come le famiglie Montecchi e Cappelletti e Monadi e Filippeschi, sostenendo poi che Roma invoca un bravo governatore.
Si chiede inoltre se le disgrazie d’Italia facciano parte di un disegno divino che poi porterà al bene. L’apostrofe a Firenze è fortemente ironica, affermando che può ben dirsi contenta poiché i fiorentini hanno la giustizia nel cuore e la buona volontà. Nel verso “tu ricca, tu con pace, tu con senno” ritroviamo un’ironia di concetto analoga a quella dell’Inferno, tranne per l’aggettivo ricca, dove l’ironia è invece di sentimento, poiché dice di rallegrasi di qualcosa che invece ritiene un male. Sempre con ironia parla dei grandi antichi governi di Atene e Sparta, che non sono niente in confronto a Firenze dove i provvedimenti di ottobre non giungono che a metà novembre.
Termina con paragonando un’inferma che si rigira nel letto credendo di poter far cessare il dolore solo cambiando posizione a Firenze che nel “tempo che rimembre” ha spesso cambiato leggi, monete, usanze e perfino cittadini (con l’esilio).

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