Per cosa si uccide, G. Biondillo

Materie:Scheda libro
Categoria:Italiano
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Data:24.04.2007
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Testo

Rossi Christian San Donà di Piave
I B 21/01/07
Relazione di lettura del libro
“Per cosa si uccide”
Gianni Biondillo (1966) è nato a Milano, nel quartiere di Quarto Oggiaro, da padre campano e madre siciliana.
Si è laureato al politecnico ed è architetto e scrittore: autore di romanzi, testi per il cinema e la televisione, articoli di tema artistico, letterario e politico, saggi su Pasolini e Proust. È membro del blog collettivo Nazione Indiana, un blog costituito da scrittori, teatranti, uomini di cinema e altro, in cui ciascun collaboratore ha un accesso personale che gli permette di pubblicare autonomamente ciò che vuole senza passare attraverso filtri di redazione o alcun tipo di mediazione.
Nei suoi romanzi Biondillo racconta molto del suo quartiere e di episodi da lui vissuti da ragazzo.
I suoi romanzi:
• Per cosa si uccide (2004) ambientato a Quarto Oggiaro, estrema periferia nord della città di Milano, ha un notevole successo di critica e di pubblico. Viene segnalato dalla giuria del Premio del Giovedì “Marisa Rusconi”.
• Con la morte nel cuore (2005) Milano, Quarto Oggiaro e l’ispettore Ferraro.
• Per sempre giovane (2006) lo “spin off” di un personaggio minore delle avventure di Ferraro: una storia d’amore e un viaggio, nel tempo e sulla strada, in salsa Rock.
La vicenda si svolge ai giorni nostri in un clima di forte incertezza economica e sociale dovuta alla forte immigrazione e ai crolli di grandi multinazionali, come sotto specificato:
• 1993 con la ratifica del trattato di Maastricht da parte di 12 nazioni della Comunità Europea, alle quali nel ’95 si sono aggiunti altri tre stati, nasce l’UE organizzazione di Paesi europei, volta a rafforzare l’integrazione economica e la cooperazione tra i Paesi membri per far fronte alle emergenti potenze economiche.
• 1998 nasce ufficialmente l’Euro, la moneta unica dell’UE e diviene operativa la Banca Centrale Europea.
• 1998-1999 guerra in Kosovo e Cecenia.
• 2001 Elezioni negli Usa: viene eletto presidente George Bush.
In Italia le elezioni politiche vedono l'affermarsi del centro-destra: secondo governo Berlusconi.
11 settembre 2001 In un attentato vengono distrutte le Twin Towers di New York, con un bilancio di circa tremila vittime. Gli Stati Uniti avviano una campagna militare contro l'Afghanistan e al-Qaeda, la maggiore organizzazione terroristica internazionale, capeggiata da Bin Laden, ritenuto responsabile dell'attacco.
Purtroppo quello alle “Torri Gemelle” non è che il primo di una lunga serie di attentati che colpiranno l’America e l’Europa, con lo scopo di far ritirare le loro truppe.
• 2002 ( 1° gennaio):l’Euro diventa moneta corrente per oltre 300 milioni di europei .
l’Italia è uno dei Paesi che aderiscono da subito alla moneta unica, ma questa si rivela un’arma a doppio taglio: infatti se da una parte la moneta forte aiuta il Paese a resistere ai dissesti finanziari di alcune multinazionali e agli investimenti speculativi da parte del sistema bancario ai danni dei risparmiatori, dall’altra, a causa della mancanza di controlli da parte del governo, i prezzi salgono in maniera incontrollata causando alle famiglie una forte perdita di potere d’acquisto e di conseguenza, una brusca frenata all’economia nazionale.
Scandali finanziari in USA (Enron, Worldcom ecc.).
• 2003: Stati Uniti e Gran Bretagna invadono l'Iraq dando inizio alla seconda guerra del Golfo. Viene destituito Saddam Hussein che, a partire dal 1979, era stato prima presidente poi dittatore del paese.
Segni di recessione economica nell'area europea nonostante il processo di ristrutturazione economica derivato dall'euro.
• 2004 ( 1° maggio): l’Unione europea accoglie i nuovi dieci Stati membri
26 dicembre 2004: un maremoto (tsunami) coinvolge le coste di Sumatra (Indonesia),
Sri Lanka, Thailandia. Il bilancio parla di oltre 273 mila morti.
• 2005 (2 aprile): muore il papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla).Gli succede Benedetto XVI (Ratzinger).
• 2006 ( 30 dicembre) Viene giustiziato Saddam Hussein, in esecuzione di una sentenza di condanna a morte, pronunciata da un tribunale iracheno, per crimini contro l’umanità.
• 2007: Bulgaria e Romania entrano a far parte dell’UE.
I governi dell’Unione affrontano oggi il problema impellente di come gestire, in uno spazio senza frontiere interne, l’afflusso crescente di immigrati legali e clandestini.
È inoltre necessario uno sforzo di coordinamento per combattere le organizzazioni di criminali cui fanno capo le reti di immigrazione clandestina, tratta e sfruttamento di esseri umani: donne e bambini in primo luogo.
La criminalità organizzata è sempre più sofisticata, si avvale regolarmente delle reti europee o internazionali per le sue attività e ha già dimostrato di poter colpire con estrema brutalità ovunque nel mondo.
Su queste premesse è nato il sistema di informazione Schengen (SIS), un complesso archivio comune a tutti gli Stati membri dello spazio Schengen in cui sono centralizzate informazioni concernenti le persone ricercate o poste sotto sorveglianza e i veicoli o gli oggetti ricercati, per esempio i documenti d’identità, e cui possono attingere le forze dell’ordine o le autorità giudiziarie competenti.
Il progresso più spettacolare sul fronte della cooperazione fra le forze dell’ordine è l’istituzione di Europol. L’Ufficio europeo di polizia, fondamentalmente un centro di coordinamento di polizia, è stato pensato e realizzato nel 1995 per svolgere attività di intelligence e portare a termine complessi studi (raccolta, analisi e diffusione di informazioni) sulle attività criminali svolte in più Stati dell’Unione. Le sue competenze abbracciano vari settori dell’attività criminale: narcotraffico, commercio di auto rubate, tratta degli schiavi, immigrazione clandestina, sfruttamento sessuale di donne e bambini, pornografia, falsificazione, traffico di scorie radiottive e nucleari, riciclaggio di denaro sporco, terrorismo e contraffazione dell’euro.
RIASSUNTO
PRIMO CASO - ESTATE
Da pag. 7 a pag. 22
Il racconto ha inizio con un cane sgozzato su un terrazzino.
Il padrone, un marocchino, dopo aver trovato il cane morto aveva iniziato a dare in escandescenza, la volante lo aveva fermato mentre tentava di abbattere la porta di due vecchietti suoi vicini ma poco dopo l’uomo era stato rilasciato e la mattina seguente era stato trovato brutalmente ucciso nel suo appartamento.
Il caso era stato affidato all’ispettore Ferraro che, interrogando i vicini dell’uomo aveva ottenuto da ognuno le stesse risposte:
1-“il marocchino” era di certo stato ucciso da qualche suo connazionale.
2-“il marocchino” era uno schifoso delinquente che maltrattava tutti, compreso il suo povero
cane.
Le indagini avevano portato Ferraro nell’ ospedale dove lavorava il dottor Brunelli, figlio di due condomini vicini di casa del “marocchino” e mentre Ferraro quasi accusava il medico di omicidio, questo si preoccupava di curargli la spalla dolorante.
Il sovrintendente Comaschi dimostrò che Ferraro aveva preso un granchio: il medico era del tutto innocente, Ahmed, solo adesso scopriamo il suo nome, era un piccolo boss di quartiere, ad assassinarlo era stato il connazionale Idris che voleva prenderne il posto.
Ferraro se ne tornò a casa avvilito e preoccupato dalla minaccia di querela del dottor Brunelli.
SECONDO CASO - AUTUNNO
Da pag. 25 a pag. 87
Quella mattina in commissariato, il vicequestore Zeni aveva affidato a Ferraro e a Lanza il compito di indagare sull’omicidio di un uomo, investito mentre attraversava un ponte.
Il defunto, secondo quanto diceva l’ispettore capo Lanza, si chiamava Francesco Donnaciva ed era una delle persone più influenti di Milano.
Così Ferraro e il suo collega si recarono a parlare con Mario Donnaciva, figlio del defunto, un riccone costantemente “fatto” di coca. Da lui Ferraro e Lanza scoprirono che il signor Donnaciva si era fatto molti nemici soprattutto tra i dipendenti di una ditta, da lui licenziati.
Dopo la conversazione con Mario, Ferraro e il collega andarono a far visita alla sorella, Luisa Donnaciva che invitò l’ispettore Ferraro al funerale del padre.
Il giorno seguente l’ispettore, dopo una serata trascorsa in pizzeria con la figlia Giulia, si recò a parlare con Carlo Minelli, il geometra che avrebbe dovuto occuparsi della progettazione del nuovo quartiere residenziale che Donnaciva intendeva costruitre, nonché ex fidanzato di Luisa.
Secondo Minelli, Donnaciva aveva un carattere impossibile però per lui era stato come un padre: i due avevano condiviso da subito la passione per il progetto del nuovo quartiere.
Dopo avere parlato con Minelli, Ferraro tornò in commissariato per farsi aggiornare da Lanza su ciò che aveva scoperto. La stessa sera, l’ispettore si recò, dietro invito di Luisa Donnaciva, alla commemorazione di Francesco. In questa occasione conobbe Alexej Baginov socio in affari del defunto e fidanzato di Luisa Donnaciva. L’ucraino, un uomo decisamente spiritoso e affascinante, si dimostrò subito disponibile a rispondere alle domande di Ferraro.
Dopo la commemorazione, Ferraro non rientrò a casa, restò alla villa e passò la notte con Luisa.
La mattina dopo, all’arrivo in commissariato, l’ispettore venne informato da Lanza che Mario Donnaciva, era stato trovato morto, per overdose, nella casa al mare.
A questo punto Ferraro pensò che Baginov, daccordo con Luisa, avesse assassinato Mario che si opponeva al progetto del padre e che Luisa fosse andata a letto con lui solo per crearsi un alibi. Furioso convocò in commissariato la Donnaciva e Minelli per interrogarli. Al termine del duro interrogatorio Luisa se ne andò ferita e arrabbiata.
L’ispettore, che dagli interrogatori non aveva ricavato nulla decise di fare un giro per il quartiere dove abitava Minelli e, parlando con un anziano signore, scoprì due cose fondamentali:
1- Minelli era molto amato nel suo quartiere poiché anche se era diventato ricco non aveva abbandonato i suoi vecchi amici e non solo non se ne era andato, ma voleva ristrutturare tutta la zona .
2- Il padre di Minelli, Filippo Gattuso, era stato ucciso da Francesco: molti anni prima l’uomo era stato investito e abbandonato morente in mezzo alla strada, dal giovane Donnaciva, che tornava a casa ubriaco dopo una festa. Il caso era stato però insabbiato poiché il padre di Francesco era una persona molto influente.
Alla fine Ferraro scoprì che Francesco Donnaciva non era stato ucciso a causa dei licenziamenti ingiustificati o delle speculazioni edilizie, ma per vendetta, proprio da Carlo Minelli al quale Francesco, durante una notte di baldoria, aveva raccontato la storia dell’incidente.
TERZO CASO - INVERNO
Da pag. 91 a pag. 116
La storia cominciò un pomeriggio di dicembre quando l’ispettore Ferraro rincasando dal lavoro, venne invitato a cena dal suo vecchio amico Armandino.
La mattina dopo Ferraro si recò al supermarket e stava tranquillamente facendo la spesa quando dei rapinatori entrarono e nella confusione uccisero Armandino.
Sulla scena del crimine intervennero i carabinieri, comandati dal capitano Gerini.
Dopo il funerale di Armandino, l’ispettore tornò in commissariato deciso ad ottenere il caso, purtroppo per lui il vicequestore Zeni era fuori per una conferenza e il commissariato era stato lasciato sotto il comando di De Matteis che detestava, ricambiato, Ferraro. Il vicecommissario rifiutò categoricamente di assegnare il caso a Ferraro e gli affidò invece un caso minore: pedinare Domenico Jodice detto “Mimmo o’ Animalo”, contrabbandiere di sigarette.
De Matteis non lo sapeva ma aveva fatto un grosso favore a Ferraro, lui e Mimmo infatti erano amici d’infanzia così l’ispettore chiamò il suo vecchio amico, gli chiese di “starsene buono” per 48 ore e in cambio gli regalò un passi, per accedere alle sfilate di alta moda, che aveva ricevuto in regalo da Luisa Donnaciva. Anche Mimmo era amico di Armandino e accettò di buon grado di collaborare.
A questo punto l’ispettore si recò al comando dei carabinieri deciso a scoprire l’assassino di Armandino. Qui il capitano Gerini gli parlò della “banda dei Supermarket” e del loro “modus operandi” poi i due organizzarono un appostamento in un supermarket che sembrava il bersaglio più probabile.
Mentre Ferraro si stava recando sul luogo dell’appostamento sentì degli spari provenienti dal supermarket li di fronte, l’ispettore si lanciò all’inseguimento dei due rapinatori ma non riuscì a raggiungerli. Improvvisamente ebbe un’intuizione, corse verso la stazione ferroviaria, saltò su un treno in partenza e chiamò Gerini per richiedergli un posto di blocco sulla statale, poi, aiutato dal controllore, cominciò a fare il giro delle carrozze per controllare i passeggeri, sembrava tutto tranquillo: c’erano pochi passeggeri tra i quali una coppietta di studenti intenta a sbaciucchiarsi, Ferraro stava già pensando di aver preso un granchio quando Gerini lo chiamò per informarlo che lui e i suoi uomini avevano fermato una Punto, che corrispondeva alla descrizione di Ferraro, con a bordo due ragazzi di Garbagnate. Gerini disse che i due erano “puliti” ma l’ispettore lo pregò comunque di trattenerli.
Intanto il treno stava entrando nella stazione di Garbagnate, Ferraro riagganciò e saltò giù dal treno.
Appena uscito dalla stazione li vide: i due ragazzi che fino a poco prima si baciavano stavano salendo su un motorino, con un borsone decisamente sospetto. Ferraro cercò di fermarli ma non ci riuscì, allora prese la pistola e sparò alle gomme del veicolo. I due caddero e dal borsone uscirono un mucchio di banconote, nel frattempo arrivarono i carabinieri: il caso era stato brillantemente risolto.
QUARTO CASO - PRIMAVERA
Da pag. 119 a pag. 283
Francesco Paternò, detto Don Ciccio, era arrivato a Milano da un paesino della Sicilia molti anni prima.
Quella mattina Don Ciccio, di mestiere fruttivendolo, era furioso poiché qualcuno, da due settimane a quella parte, gli rubava, ogni mattina, la mela più bella dell’esposizione. Chiese così a Ferraro di rintracciare il “ladro”, non per punirlo, ma per principio.
Appena arrivò in commissariato Ferraro venne mandato, insieme a Lanza e a Comaschi, a indagare sulla scena dell’omicidio di Matilde Serrano: una ex bidella, coinvolta nel contrabbando di sigarette, che viveva nello stesso quartiere di Ferraro.
Ad ucciderla, secondo i vicini, era stato Domenico Jodice, amico d’infanzia dell’ispettore.
Mentre Ferraro e i suoi colleghi, concluso il sopralluogo, se ne stavano andando da casa Serrano, vennero contattati da Zeni che ordinò loro di recarsi alla palestra di Davide Cassi, figlio della defunta.
Arrivati sul posto Ferraro e i colleghi scoprirono che la palestra era stata incendiata, durante la notte, e che sulla scena del crimine c’erano anche i carabinieri, comandati da Gerini, che stavano ultimando i rilevamenti. Dopo il colloquio con Davide Cassi, uno dei titolari, l’ispettore si recò all’appuntamento con Mimmo, il quale sosteneva di non aver ucciso la Serrano: si era recato da lei solo per scoraggiarla dall’usare i bambini per smerciare le sigarette ma la discussione era degenerata e i due erano venuti alle mani, Mimmo aveva persino preso la Serrano per il collo, ma si era fermato in tempo e, quando se ne era andato, la donna era ancora viva.
Ferraro lasciò Mimmo in un museo, poco frequentato, con la promessa di trovargli un posto dove nascondersi finchè non avessero scoperto il vero colpevole.
Quindi l’ispettore andò al comando dei carabinieri dove Gerini gli consegnò le videocassette, registrate dalla telecamera della banca ubicata di fianco alla palestra: speravano così di rilevare eventuali movimenti sospetti.
Ferraro intanto decise di rivolgersi a Luisa Donnaciva per nascondere Mimmo. Inizialmente la donna era piuttosto riottosa perché non aveva ancora perdonato all’ispettore di aver sospettato di lei per l’omicidio del fratello, poi però si lasciò convincere: Ferraro le piaceva davvero e Mimmo le era molto simpatico.
La mattina dopo Lanza informò Ferraro che, secondo la scientifica, non era stato Mimmo ad uccidere la Serrano. Ferraro sollevato si recò da un informatore, raccomandatogli da Don Ciccio, il quale pensava che l’incendio della palestra fosse una “punizione” legata al rifiuto di pagare il pizzo. Quel pomeriggio Ferraro e Comaschi tornarono alla palestra per interrogare i dipendenti.
Durante il colloquio col secondo socio, Fabrizio Semola, Ferraro e Comaschi scoprirono che Semola e Cassi ultimamente litigavano spesso perché Davide nascondeva in palestra le sigarette che la madre contrabbandava e che Davide aveva ricevuto minacce dall’istruttore che Semola aveva licenziato perché gli sembrava un tipo losco.
Ferraro si recò a casa di Luisa per vedere se Mimmo aveva trovato qualcosa di interessante nelle videocassette di Gerini e scoprì che il padre di Davide Cassi, Luigi, la settimana precedente all’incendio, aveva fatto parecchie volte il giro della palestra come per ispezionare la zona.
Ferraro decise che la mattina seguente, grazie l’aiuto di Luisa che era socia, avrebbe fatto un sopralluogo “informale” allo “Sporting Club” una palestra molto esclusiva di cui Ferraro aveva notato le chiavi nella palestra di Davide Cassi. Gli armadietti dello Sporting, in realtà vere e proprie stanze, sembravano infatti un ottimo posto per nascondere grossi quantitativi di sigarette.
Così la mattina seguente Ferraro e i suoi amici si misero in viaggio ma, ben presto, si trovarono bloccati dal passaggio di una manifestazione, abbandonata la macchina proseguirono a piedi nascondendosi in mezzo ai manifestanti nella speranza che Mimmo, ancora ricercato, non venisse notato dalle forze dell’ordine.
Proseguire sembrava impossibile ma Luisa ebbe un’idea: prendere la metropolitana e farsi recuperare dal maggiordomo Ambrogio in una zona più tranquilla della città.
Finalmente i nostri riuscirono ad arrivare alla palestra, situata in collina, e mentre Luisa rimase al bar a fare il “palo” Mimmo e Ferraro, scassinando l’armadietto di Cassi, trovarono molto più delle sigarette di contrabbando che si aspettavano: la stanza era piena di videocassette e materiale pedopornografico.
I due raccolsero tutto il materiale dentro una sacca e si stavano preparando ad andarsene quando furono aggrediti da due uomini: uno era l’istruttore che Fabrizio Semola aveva licenziato poco tempo prima e l’altro doveva essere un suo complice, Ferraro non lo conosceva.
I due stavano per uccidere l’ispettore e Mimmo ma furono bloccati dal tempestivo intervento del capitano Gerini, che aveva riconosciuto Mimmo durante la manifestazione e aveva deciso di seguirlo.
Si scoprì così che Gerini non seguiva Davide Cassi per il contrabbando di sigarette ma perché sapeva che l’uomo era coinvolto nel giro della pedopornografia e cercava, da tempo, le prove per arrestarlo.
Tornato a casa Ferraro era uno straccio: quello che aveva visto alla palestra lo aveva sconvolto, in più, in seguito alle percosse, aveva riportato diverse fratture; finì così per litigare anche con la figlioletta che era venuta a trovarlo.
La mattina seguente l’ispettore ricevette una chiamata di Comaschi che lo informava che avevano arrestato Luigi Cassi e che lui doveva assolutamente venire ad interrogarlo, così Ferraro affidò la piccola Giulia a Don Ciccio e corse in ufficio.
Durante l’interrogatorio Ferraro venne a sapere che in realtà Luigi Cassi non aveva mai stuprato il figlio, la vera pedofila era la moglie, Matilde.
L’ispettore e i carabinieri si misero sulle tracce di Cassi e Semola e li raggiunsero proprio nella casa di quest’ultimo appena in tempo per fermare Davide che stava cercando di uccidere il socio.
La polizia portò Semola in commissariato e durante l’interrogatorio si scoprì che Fabrizio era diventato pedofilo in seguito al trauma subito dopo la stupro da parte della Serrano. Inizialmente il ragazzo aveva rimosso la violenza subita, ma un giorno i ricordi erano riaffiorati e l’uomo, distrutto, si era vendicato uccidendo la donna che gli aveva rovinato la vita.
Tutto ad un tratto Ferraro si ricordò di aver lasciato Giulia da Don Ciccio e si precipitò a riprenderla.
Colse così l’occasione per parlare con Kledy, il giovane apprendista albanese di Don Ciccio, e rivelargli che il ladro di mele era lo stesso Don Ciccio, l’uomo infatti inconsciamente cercava di ritardare il momento in cui avrebbe dovuto abbandonare la sua attività per andare in pensione e far ritorno in Sicilia.
I due concordarono di raccontare all’anziano fruttivendolo che il ladro era un ragazzo albanese e che Kledy lo aveva scoperto e scacciato.
Il ragazzo chiese poi a Don Ciccio di non lasciare completamente l’attività ma di trascorrere alcuni mesi all’anno a Milano per aiutarlo col negozio.
Tutto era risolto, Ferraro passò gli ultimi giorni di convalescenza a riflettere sulla sua vita e sul suo futuro e, alla fine, prese un’importante decisione: si dimise dalla polizia per riprendere a studiare.
ANALISI DEI PERSONAGGI
Michele Ferraro: è un giovane ispettore di polizia, nato e cresciuto nel quartiere di Quarto Oggiaro, gli amici d’infanzia gli hanno affibbiato il nomignolo di “Chiodo” perchè oltre ad essere magro era un vero rompiscatole. Nonostante questo Ferraro non li ha mai dimenticati e, anche se la vita li ha divisi, ponendoli su strade opposte, non esita a correre in loro aiuto anche a rischio della carriera e della vita. Da ragazzino ha rischiato di entrare in un “brutto giro” ed è anche grazie all’aiuto di Don Ciccio che, su richiesta del padre, lo ha preso con sé a lavorare, se non ha seguito le orme di Mimmo.
Soffre di lancinanti dolori alla spalla che si acutizzano sempre nei momenti meno opportuni. È separato e padre di una bimba di sei anni: Giulia, che vede solo nel fine settimana.
Dopo la morte del padre ha dovuto interrompere gli studi universitari e trovarsi un lavoro. È entrato in polizia sperando di potersi un giorno laureare ma le sue vicende personali non glielo hanno permesso.
Ferraro è sempre insoddisfatto di tutto, persino del suo cognome che trova “loffio”. questa situazione gli impedisce di sfruttare al meglio le sue capacità e di capire se fa il poliziotto perchè è quello che veramente desidera o “solo per avere lo stipendio alla fine del mese”. Il romanzo si conclude con la sua lettera di dimissioni e la decisione di riprendere, finalmente, gli studi.
Ispettore capo Lanza: è il collega di Ferraro, un ottimo poliziotto, geniale e capace di portare a termine qualunque tipo di ricerca in pochissimo tempo ma totalmente privo di senso dell’umorismo: prende alla lettera tutto ciò che gli viene detto creando situazioni surreali ed esilaranti.
Sovrintendente Comaschi: è un ottimo attore, capace di passare dal linguaggio gergale dei bassifondi a quello ricercato dei quartieri alti, la sua parte preferita? Il poliziotto cattivo naturalmente, mentre Ferraro gli fa da “spalla” interpretando il “poliziotto ancora più cattivo”.
Vicecommissario De Matteis: è ambizioso, arrivista e vendicativo ha la capacità di farsi detestare da tutti: colleghi e superiori. Tant’è che il vicequestore gli consiglia di chiedere il trasferimento perché finchè ci sarà lui De Matteis avrà la carriera bloccata.
Vicequestore Zeni: è una persona ferma, seria e saggia, che ama il suo lavoro.
È stato trasferito a Quarto Oggiaro per punizione, dopo essersi scontrato coi suoi superiori.
Ma presto si è reso conto che quel posto gli piace perchè Ferraro, Comaschi e Lanza sono ottimi investigatori e lavorare con loro è stimolante.
Ahmed (Il marocchino): è un piccolo boss di quartiere rissoso e pericoloso. Ha un cane che maltratta di continuo: lo tiene rinchiuso su un terrazzino, lo picchia, lo lascia vivere tra i suoi escrementi e spesso non gli dà neppure da mangiare.
Signori Brunelli: sono i vicini di casa di Ahmed. la signora Maria è flebitica mentre il marito è appena stato operato. I due anziani coniugi hanno un figlio che fa il medico a Milano. Sono brave persone, hanno fatto studiare il figlio a costo di grossi sacrifici e ora chiedono solo un po’ di tranquillità.
Dottor Brunelli: è il figlio dei coniugi Brunelli, Ferraro si reca da lui, in ospedale, per interrogarlo e finisce quasi per accusarlo di omicidio. Lui però, fedele al suo giuramento di medico e forte della sua innocenza, si occupa più della spalla dolorante di Ferraro che delle accuse che questo gli muove.
Idris: è anche lui un marocchino, dice di essere amico di Ahmed e invece è proprio lui l’assassino.
Francesco Donnaciva: la descrizione fisica che fa Lanza è pressochè perfetta: caucasico, cinquantanove anni, un metro e sessantotto, ottantatrè chili, brizzolato, sposato, un figlio, divorziato, risposato, una figlia… E’ un pezzo grosso, uno dei personaggi più influenti di Milano, amministratore delegato di due società e proprietario di parecchie altre.
Il figlio lo dipinge come un pessimo padre ma un uomo d’affari sensazionale.
Mario Donnaciva: figlio del defunto, è un uomo di circa 35 anni, elegante ma senza ricercatezza particolare e costantemente “fatto” di coca. Secondo lui il padre era un pessimo genitore, però stando a ciò che dice la sorella Mario ha sempre fatto di tutto per farsi notare da lui, al punto di seguirne le orme e di abbandonare tutti i suoi reali interessi trasformandosi in uno “squalo” tale e quale al padre.
Luisa Donnaciva: secondo l’ispettore è una donna di bellezza ambigua, elegante, intelligiente e sportiva. È fiera del cognome che porta, almeno fino a quando Lanza non le rivela che forse Donnaciva non significa “dominatrice della città” ma “prostituta”.
Luisa lavora nel settore della moda e si occupa di import-export e di fashion design.
Con lei Ferraro trascorre una notte “infuocata” ed è a lei che si rivolge quando cerca di scagionare Mimmo dall’accusa di omicidio.
Ambrogio: silenzioso, serio, efficiente, onnipresente. È il maggiordomo di casa Donnaciva, nonché l’uomo che ha dato il volto al maggiordomo della pubblicità dei cioccolatini che tutti ricordiamo.
Proprio come nella pubblicità, previene ed esaudisce i desideri della sua “padroncina”.
Alexej Baginov: socio in affari del defunto e fidanzato di Luisa. L’ucraino è un uomo decisamente spiritoso e affascinante oltre che colto.
Francesca: ex moglie di Ferraro. Non gli perdona di non aver ripreso a studiare e di essersi “accontentato” del lavoro in polizia. Lei voleva una vita diversa per se e per la figlia, voleva andarsene da Quarto Oggiaro ed era disposta a farlo con o senza di lui. Ha la capacità di farlo sentire “una pezza da piedi”.
Giulia: è la figlia dell’ispettore Ferraro. Una bella bambina di sei anni, dolce e con gli occhietti furbi Vede il padre solo nei finesettimana. È appassionata di cartoni giapponesi e documentari, spesso riesce a far dimenticare al padre tutte le sue preoccupazioni solo grazie a un sorriso.
Carlo Minelli: è il geometra che avrebbe dovuto occuparsi della progettazione del nuovo quartiere residenziale che Donnaciva intendeva costruitre, nonché l’ex fidanzato di Luisa.
Secondo Minelli, Donnaciva aveva un carattere impossibile però per lui era stato come un padre: almeno fino a quando Carlo non ha casualmente scoperto la sconvolgente verità sulla morte di suo padre.
Visto il rapporto che lo legava a Francesco, si è sentito doppiamente tradito ed ha deciso di vendicarsi.
Filippo Gattuso: era il padre di Minelli, era stato investito e ucciso Francesco molti anni prima.
Armandino: è un amico d’infanzia di Ferraro, alcolizzato e “povero in canna”. Abita in una squallida pensione e vive di carità, dei regali dei vecchi amici, e di qualche lavoretto. Secondo Ferraro “È più surreale di Groucho Marx”.
Capitano Gerini: è il capitano della stazione dei carabinieri di Quarto Oggiaro. Secondo Ferraro è un carabiniere da manuale: sempre perfettamente in ordine, ha il senso del dovere, è eroico ed sempre in servizio.
Ha un bel sorriso: dolce e quasi paterno. È lui che aiuta Ferraro a trovare gli assassini di Armandino. I due collaboreranno anche nel caso della pedo-pornografia.
Domenico Jodice (Mimmo O’ Animalo): fin da bambino aveva una forza smisurata e un’innata crudeltà verso tutti: uomini e animali. Dopo essersi fatto qualche anno al riformatorio cambiò vita e andò a lavorare come apprendista in un cantiere dove tutti lo sfruttavano per via della sua forza e gli facecevano fare i lavori più duri.
Dopo essersi ammalato ed essere stato licenziato decise che il lavoro sotto padrone non faceva per lui e così iniziò a contrabbandare sigarette. È amico di Ferraro e di Armandino fin dall’infazia per questo non esita ad aiutare l’Ispettore quando questi gli spiega che vuole indagare sulla morte del vecchio compagno di giochi.
Banda dei supermarket: è composta da quattro elementi: due ragazzi e due ragazze. Studenti universitari, giovani, belli, innamorati, in una parola: insospettabili, ma le apparenze ingannano!
Il controllore: di lui si sa soltanto che la mattina in cui incotra Ferraro sul treno per Garbagnate, vive il giorno più eroico ed emozionante della sua vita.
Francesco Paternò detto Don Ciccio: alto e magro tanto da sembrare un lampione, capelli bianchi, che un tempo erano stati biondi; occhi di ghiaccio, “da pura razza ariana”. Si era trasferito a Milano, dalla Sicilia, viaggiando su un treno coi vagoni di legno, Milano gli era subito piaciuta ed aveva deciso che avrebbe passato lì tutta la vita. Don Ciccio si muove lentamente, non si arrabbia mai, è sempre gentile con tutti e tutti gli vogliono bene, lo rispettano e si rivolgono a lui per un consiglio. Nonostante tutti gli anni trascorsi a Milano Don Ciccio si esprime in un suo personalissimo dialetto italiano-siculo che lo rende molto simpatico.
Kledy: è un giovane albanese, Don Ciccio lo ha sorpreso a rubare il melone più bello del suo negozio, ma invece di denunciarlo, gli ha offerto una casa ed un lavoro. Il ragazzo ci sa veramente fare con la frutta e con i clienti e tutti finiscono per affezionarsi a lui che in fondo è un bravo ragazzo: è serio, lavora sodo, manda un quarto del suo stipendio alla famiglia lontana e mette il resto da parte per sposarsi con la sua fidanzata, Maria Antonietta.
Quando Don Ciccio andrà in pensione lascerà l’attività a Kledy.
Matilde Serrano: Ufficialmente è un bidella in pensione, ma da anni contrabbanda sigarette.
I vicini la considerano una persona riservata ma gentile, in realtà è una donna spietata: vuole ottenere il controllo del territorio per il contrabbando delle sigarette e per farlo non esita a servirsi dei bambini. Questa però non è la sua unica attività, c’è qualcosa di molto più grave: Matilde in realtà è una pedofila ed è coinvolta in un traffico di materiale pedo-pornografico.
Fra gli altri ha stuprato il figlio Davide e il suo amico Fabrizio.
La sua collezione di bamboline ed orsacchiotti di peluche nasconde un orribile segreto: quegli innocenti pupazzetti sono dei trofei, ognuno di essi appartiene ad una delle sue piccole vittime.

Davide Cassi: è il figlio della Serrano, un uomo di circa trent’anni, alto, spalle larghe si è diplomato all’ISEF ed ha aperto una palestra insieme al suo amico d’infanzia Fabrizio Semola.

Luigi Cassi: piacentino, marito di Matilde Serrano e padre adottivo di Davide. È stato in prigione accusato ingiustamente di pedofilia, infatti la vera pedofila è la moglie Matilde.
L’uomo zoppica a causa di una ferita che si è procurato durante gli anni di carcere
Fabrizio Semola: è un uomo sulla trentina, palestrato, ma con un viso dolce. Lavora come “talent- scout” ossia recluta giovani e promettenti atleti per farli allenare nella palestra che gestisce con Davide.
Ha rimosso la violenza subita da bambino ma è diventato a sua volta un pedofilo.
Quando i vecchi ricordi riaffiorano l’uomo sconvolto uccide Matilde.
Don Stefano: è il prete della parrocchia di Quarto. Uno di quei sacerdoti che negli anni settanta venivano chiamati preti operai. Un vero gigante, un montanaro che faceva rigare diritto i suoi ragazzini, Mimmo e Chiodo in testa, a forza di scapaccioni e parolacce. Tutti gli volevano bene e lo seguivano volentieri perchè sapeva raccontare storie e leggende straordinarie.
Era stato lui a portare i ragazzi in gita nella chiesa di San Maurizio e questa chiesa “doppia”, che dietro il tramezzo dell’altar maggiore nasconde un’altra chiesa, alla quale si accede attraverso un piccolo passaggio nascosto, aveva scatenato la fantasia dei bambini: Mimmo e Chiodo decisero che quella era la loro “base segreta” e, dopo tanti anni, è la che Mimmo trova rifugio quando è accusato dell’omicidio della Serrano.

“Il pelato” ex istruttore nella palestra di Cassi è diventato capo della sicurezza allo “Sporting Club” per meglio gestire il traffico del materiale pedo-pornografico. È un uomo violento e senza scrupoli.

Il romanzo è interamente ambientato a Milano, soprattutto nel quartiere periferico di Quarto Oggiaro, un quartiere di forte immigrazione, dove vive stipata una grande quantità di persone provenienti da varie parti d’Italia e del mondo.
Un quartiere totalmente privo di servizi e attività sociali tranne quelle autogestite e quelle degli oratori, un quartiere popolare dove non c’è neppure una piazza.
Biondillo è nato e cresciuto a Quarto Oggiaro e molte delle cose che scrive nei suoi libri le ha vissute in prima persona.
Negli ultimi tempi però il quartiere sta cambiando, infatti sono stati aperti molti negozi, i palazzi sono stati ristrutturati, vengono organizzate feste di quartiere ed è stato realizzato anche un sito internet dedicato a Quarto.
Infatti molti dei figli dei primi immigrati, dopo essersi laureati, sono rimasti a vivere nel quartiere ed hanno contribuito a migliorarlo. Come dice Biondillo, una volta ci si vergognava di abitare a Quarto Oggiaro, ora invece i ragazzi ne vanno fieri.
Durante un’intervista Biondillo ha definito i suoi romanzi “romanzi plebei” sia per i temi trattati sia per il suo desiderio di utlizzare un linguaggio antiaccademico.
Secondo lui tutti i linguaggi (dotto e popolare, dialettale e teatrale, alto e triviale) hanno dignità letteraria anzi, devono convivere per dare più vivacità al racconto.
(informazioni tratte da un intervista
rilasciata da Biondillo nel 2005)
Il libro Per cosa si uccide, pubblicato per la prima volta nel 2004, ha avuto un grande successo.
Ecco come lo definì la critica:
“Un giallo tra i più divertenti che abbia mai letto. Un ritratto di Milano con scene degne di antologia.”
Corrado Augias, IL VENERDI’ DI REPUBBLICA
“Uno scrittore di razza. Un umorismo poetico, trasognato e irresistibile.”
Gianfranco De Cataldo, LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
“…ci siamo complimentati con Gianni Biondillo per le sue doti, per così dire, urbanistiche, per come ha catturato l’anima persa della città di Milano e dei suoi abitanti. Ma il suo giallo si fa amare anche per la varietà e la vitalità dei suoi personaggi.”
Antonio D’Orrico, CORRIERE DELLA SERA/SETTE
Questo libro mi è particolarmente piaciuto perché è molto scorrevole, è diverso dai soliti gialli, infatti alterna momenti drammatici ad altri davvero esilaranti specialmente nei “duetti” Ferraro-Lanza e Ferraro-Comaschi.
Biondillo descrive ambienti e situazioni a lui familiari (come la rissa in cortile) in modo tale che sembra quasi di vederli accadere davanti ai nostri occhi, inoltre l’utilizzo dei vari dialetti rende più credibili i personaggi che sono veramente molti, ma tutti così diversi fra loro che è impossibile confonderli.
È un romanzo contemporaneo e, in alcune parti, mi sono riconosciuto in Ferraro ragazzo e nel suo modo di giocare e di stare con gli amici.
Ma questo libro non è solo divertente, scorrevole e pieno di parolacce!
Insieme all’ispettore Ferraro scopriamo un caso dopo l’altro, quali sono i motivi che possono spingere un uomo ad uccidere: l’odio, il denaro, il sesso, ma non solo: si può uccidere anche per amore o perché ti hanno impedito di amare. Inoltre il libro riprende un’argomento che abbiamo ampiamente trattato in classe e cioè che non bisogna farsi accecare dal pregiudizio, non bisogna fermarsi alle apparenze, perché le apparenze ingannano: la gentile e schiva bidella è, in realtà, un “mostro” che ha rovinato la vita di tanti bambini mentre il teppistello sadico e violento non esita ad affrontare la rivale quando scopre che questa sfrutta i bambini per espandere il proprio illecito commercio e così via, in un gioco di specchi dove nulla è come sembra.
Questo libro mi è stato consigliato dalla mia mamma e io consiglio a tutti i miei amici.

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