Opere di Pirandello

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Categoria:Italiano

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Testo

LE OPERE PRINCIPALI
Enrico IV
Il dramma esprime i temi fondamentali della drammaturgia pirandelliana: la solitudine e l’incomunicabilità dell’individuo, la sua continua alienazione nella società e nella vita, la sua incapacità di esistere come persona libera e autonoma, travolto com’è dalla forza oscura e impetuosa dell’esistenza. In questo dramma Pirandello mette in scena la pazzia; qui è lo stesso rapporto tra pazzia vera e pazzia finta a riflettere l’assurdo della vita. In una grande villa della campagna toscana viene fatta una festa in maschera. La festa riprende la vicenda medioevale dell’imperatore Enrico IV, che chiede perdono al Papa (il quale lo aveva scomunicato), mettendosi le ceneri in testa. Tutti sono mascherati dai personaggi di quest’epoca. Durante la festa il protagonista, che ha assunto il travestimento dell’imperatore tedesco, cade da cavallo per colpa del barone Belcredi, suo rivale in amore; Belcredi è infatti innamorato della donna mascherata da Matilde di Canossa, fidanzata del protagonista. In seguito a questa caduta Enrico IV diviene pazzo: la sua fissazione consiste mel credersi realmente l’imperatore tedesco, ed egli vive così per dodici anni , prigioniero di questa follia, circondato da servi opportunamente istruiti e cammuffati, come lui, in costumi del XI secolo, assistito e assecondato pietosamente da una sorella. Dopo dodici anni il protagonista si risveglia dalla sua pazzia, ma per altri otto anni finge di esserlo ancora per la disperazione di essersi ritrovato al risveglio ormai vecchio, escluso dalla vita. Il rinchiudersi nello spazio senza tempo della pazzia diviene così per lui l’unica possibilità di essere se stesso. Quando si apre il sipario, vent’anni dopo l’evento, la sorella è morte e il figlio, che ha promesso alla madre di non abbandonare lo zio, è venuto a compiere un estremo tentativo di risanarlo, accompagnato da un medico. Questi pensa di riportarlo alla ragione e ricostruire la scena di vent’anni prima. Quando il medico gli fa apparire all’improvviso davanti Matilde e Frida, somigliantissima alla madre qual era al tempo della giovinezza, per procurargli uno choc che rimetta per lui in movimento il tempo, avviene la catastrofe. Travolto da un violento scoppio di passione, nel momento in cui vede Belcredi insidiare Frida, Enrico estrae la spada e lo uccide. Enrico si ritrova alla fine solo, coi servi, a riprendere indefinitamente la recita della simulata follia: una maschera ora non più liberamente scelta, ma imposta dalle leggi della convivenza sociale. ******
Sei personaggi in cerca d’autore
La commedia è uno dei capolavori del teatro pirandelliano. Mentre una compagnia d’attori sta provando “Il giuoco delle parti” di Pirandello, irrompono d’improvviso sul palcoscenico sei persone. Sono, in realtà, dei personaggi nati dalla mente d’un autore che però, dopo averli creati, li ha rifiutati. Egli, cioè, ha dato loro l’essere, non la ragion d’essere. Per questo i personaggi chiedono ora al Capocomico di ripetere, anzi, di rivivere davanti a lui e agli attori la loro storia, nella speranza che egli prenda il posto dell’autore e li fissi per sempre in una forma definitiva e armonica. Appassionatamente e caoticamente presentano ciascuno il proprio dramma, soverchiandosi a vicenda e cercando ciascuno di svolgerlo secondo il proprio punto di vista rigidamente soggettivo, chiusi a ogni possibilità di dialogo vero fra loro, di incontro, di reciproca comprensione; e in tal modo riflettono in forma surreale e affascinante il tema di fondo del teatro e, soprattutto, della concezione pirandelliana della vita. La loro storia di desolata miseria morale si viene tuttavia delineando ed esasperando in alcune scene e gesti conclusivi. Il Padre, dopo aver avuto un Figlio, induce la Madre ad andarsene con un altro uomo, capace, secondo la sua psicologia tortuosa, di comprenderla e amarla meglio di lui. Dalla nuova unione nascono tre figli: la Figliastra, il Ragazzo, la Bambina. Anni dopo, il Padre troverà la Figliastra, ancora in lutto per la morte del proprio padre, in una casa d’appuntamenti, e solo l’intervento della Madre troncherà sul nascere lo squallido rapporto. Si ricostituisce così la famiglia, su una base di reciproco rancore, di vergogna e d’incomprensione, che condurrà alla tragedia: la Bambina, lasciata incustodita durante una delle tante scenate domestiche, annega in una vasca, il Ragazzo si uccide, non potend vivere in quella perversa atmosfera d’odio. Terminata la rappresentazione, che è stata, in realtà, l’unico modo di vivere a loro concesso, sempre uguale e immutabile come un destino, i personaggi se ne vanno, mentre gli attori fuggono terrorizzati per la morte dei due ragazzi, dopo avere tentato, precedentemente, invano di rappresentare la loro parte, e il Capocomico riconosce la propria incapacità di realizzare il dramma. Il dramma non riesce per due ragioni di fondo: un po’ perché gli attori non sono sufficientemente bravi (quindi il personaggio critica l’attore che lo recita), un po’ perché il personaggio, passando nell’attore, entra in una forma in cui non si riconosce (infatti c’è sempre uno scarto tra quello che è il personaggio e la forma). *****
Uno, nessuno, centomila
Questo romanzo ebbe una lunga gestazione, di circa 15 anni. Diventò un riepilogo della sua produzione teatrale: un lungo monologo continuato per anni. Pirandello lo definì “romanzo di scomposizione della vita”: segna il progressivo autodistruggersi di una personalità, da quando comprende la propria impossibilità di “consistere”, di chiudersi in una forma coerente e autentica; da quando cioè comprende la falsità dei rapporti che possiamo avere con gli altri e anche con noi stessi. La crisi di Vitangelo Moscarda, il protagonista, ha inizio quando sua moglie gli fa osservare che il suo naso pende verso destra, cosa che egli non aveva mai avvertito. Nasce in lui la consapevolezza che la sua persona si riflette in centomila immagini: tante quanti sono gli altri che lo osservano, fissandolo in una forma da loro creduta e voluta, secondo i loro particolari interessi, ma mai corrispondente alla sua intima realtà. Essere centomila significa, dunque, essere nessuno. La prima reazione del protagonista è il proposito disperato di vedere e conoscere quell’estraneo che è in lui (il suo io, quale gli altri lo vedono), credendo erroneamente che esso sia uno solo per tutti. Ma l’atroce dramma si complica. Moscarda scopre di essere centomila, e non solo per gli altri, ma anche per se stesso: tutti rinchiusi in quel nome vano e in quel suo povero corpo che era uno anch’esso, uno e nessuno. Sentimento e volontà ci determinano volta per volta in un progetto attuale di vita, che poi la vita stessa dissolve nell’attimo successivo, e la realtà è questa continua metamorfosi di forme, anche di quel corpo nel quale e col quale crediamo di esistere. E’ una crisi della persona, del principio di identità. Il Moscarda cercherà di distruggere le false immagini di sè che sono negli altri e in lui stesso, ma non potrà farlo se non estraniandosi irreparabilmente dal contesto sociale e da quelle credenze e rappresentazioni sulle quali costruiamo il nostro io in opposizione alla natura. Egli rinuncerà alla velleità sempre vana di darsi una forma per lasciare che la vita si viva in lui, immergendosi nel suo flusso imprevedibile e indefinibile senza più volontà di costruirsi, senza più sentimenti e senza memoria. *******
“Così è (se vi pare)”
In quest’opera Pirandello entra nel vivo del problema della verità: non esiste una verità valida per tutti, ma ciascuno ha una sua verità, una propria visione delle cose. Da qui il concetto di relativismo: Pirandello sceglie di far risaltare l’assoluta relatività del reale attraverso la struttura stessa della vicenda. In un paesino vive, al secondo piano di una casa, la famiglia Ponza, al primo piano una vecchia signora, Frola, che sta sotto la finestra, in attesa che la giovane donna che abita di sopra gli butti giù dei bigliettini con i quali le due comunicano. Questo fatto però insospettisce un po’ tutti e lo stesso capo della polizia finisce per indagare; egli chiama i protagonisti a rispondere di questa situazione. Il signor Ponza dice che la signora Frola ritiene che la signora Ponza sia sua figlia; questo in un certo senso era stato vero, poiché in passato il signore aveva realmente sposato la figlia della signora Frola, se non che quella era poi morta in un terremoto e il signor Ponza aveva sposato una seconda donna. La signora Frola non aveva mai accettato la morte della figlia e aveva continuato a pensare che questa seconda moglie fosse sua figlia. Il signore aveva comunque pietà della signora e cercava di non turbarla stando al gioco. La signora Frola invece dice che il signor Ponza è sempre stato molto geloso di sua moglie e da quando l’ha sposata ha voluto che non avesse contatti con nessun’altro; per questo la signora Frola, che è rispettosa della volontà del genero, comunica con la figlia attraverso questi bigliettini. Alla fine l’unica cosa da fare è chiamare la signora Ponza per sentire la verità. Lei si presenta sul palcoscenico e dice: “Io sono la verità”; lei è infatti la verità per il signor Ponza, cioè la sua seconda moglie, ed è la verità anche per la signora Frola, cioè sua figlia. Non è quindi possibile avere una verità che sia valida per tutti; la commedia si conclude così irrisolta ed ognuno, a questo punto, può pensarla come vuole. ******
“Il fu Mattia Pascal”
L’impossibilità di vivere in una “forma” e al contempo l’impossibilità di fuggirne, definiscono la dimensione tragica e allo stesso tempo comica della non esistenza del fu Mattia Pascal. Questo fu Mattia Pascal presenta sempre la situazione dell’uomo legato ad un’insostenibile situazione sociale. Mattia Pascal vive un’esistenza quotidiana opprimente e senza sbocchi, a causa soprattutto del suo matrimonio non riuscito. Ad un certo punto Mattia Pascal tenta un’evasione da questa situazione insopportabile e se ne va; egli vorrebbe in realtà andarsene definitivamente, ma si ferma a Montecarlo e qui fa una straordinaria vincita al gioco. Mentre sta facendo ritorno a casa legge sul giornale la notizia del ritrovamento del suo corpo privo di vita e gli viene così un’idea; ha la possibilità di uscire dalla sua forma, di rifarsi una vita. Si trasferisce così a Roma e qui ha un’altra identità, quella di Adriano Meis, però il senso esaltante di liberazione dura poco perché capitano sempre una serie di inconvenienti; egli ad esempio, subisce un furto, ma non può denunciarlo perché non ha una situazione anagrafica, oppure, vorrebbe un cane, ma non può permetterselo perché dovrebbe pagare un’apposita tassa. Decide allora di uscire da questa situazione, inscenando il suicidio di Adriano Meis. Torna così al suo paese; la moglie intanto si è risposata e tutti si sono ormai abituati all’idea della sua morte. Quando poi la moglie, che si è rifatta una vita con un altro uomo, lo riconosce, sente di aver trovato una sorta di tranquillità e ritorna a fare il mestiere del bibliotecario; ogni tanto egli va a trovare la tomba di quello sconosciuto che porta il suo nome. Pirandello vuole dimostrare che in effetti la fuga dalla società non è possibile e questa società, con tutti i suoi sotterfugi, la sua burocrazia, le sue ipocrisie, è per l’individuo un legame insolvibile. **********
“La carriola” (dalle Novelle per un anno)
Pirandello rappresenta un avvocato, padre di famiglia, professore universitario. E’ un uomo di successo a cui tutti, studenti, clienti, familiari, chiedono di essere saggio. La sua posizione sociale diviene quindi la sua forma, per la quale ha lottato. Il dramma comincia quando una persona esce dalla sua forma e si vede vivere; questo significa uscire dalla propria situazione e vedersi dall’esterno. Una volta, tornando in treno, l’avvocato vede attraverso il finestrino la campagna toscana. Improvvisamente ha la sensazione della vita che vive, che non gli piace, non è sua ma di un altro. Mentre riflette su questo si assopisce e quando si sveglia se ne è già dimenticato. Torna a casa e davanti a questa nota una targa con i suoi titoli di dottore, avvocato, …. All’improvviso questo “lui” gli sembra estraneo; non gli piace cosa fa e nemmeno la sua forma fisica. C’è stato quindi uno sdoppiamento: l’avvocato è uscito dalla sua forma. Questi apre poi la porta di casa e supera la sua situazione grazie all’amore dei figli, ma ormai si è visto vivere e non potrà più accettare la vita com’è. Si ribella, ma questa è una ribellione momentanea, perché la società è una morsa forte e si finisce comunque sempre per ritornare alla propria situazione iniziale. L’avvocato si reca tutti i giorni al suo studio con una vecchia cagnetta, chiude la porta, prende la cagnetta per le zampe posteriori e le fa fare la carriola, poi riapre la porta e riprende il suo lavoro, la propria forma. Questa situazione rappresenta una rivendicazione dell’essere sempre un saggio e per un momento della vita riesce ad uscire anche se solo momentaneamente dalla sua forma. Dalla forma l’individuo non può uscire e la ribellione è per questo sempre momentanea.

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