Il viaggio nell'Oltretomba

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Testo

IL VIAGGIO NELL’OLTRETOMBA
Il tema del viaggio nell’oltretomba è a tutti gli effetti un vero e proprio “topos letterario”, infatti viene riproposto in vari poemi, anche molto distanti tra loro nel tempo.
Il primo esempio di questo aspetto si ritrova nel ciclo di storie di Gilgamesh, il leggendario re della città di Uruk, risalenti addirittura al terzo millennio avanti Cristo, trascritte poi su delle tavolette nel secondo millennio a.C. Qui si narra del viaggio del protagonista nell’oltretomba alla ricerca dell’immortalità a seguito della morte del suo amico Enkidu, che gli ha rivelato il limite dell’uomo: la morte. Gilgamesh giunge nel giardino degli dèi, dove incontra l’unico uomo divenuto immortale, Utnapistim.
Nell’antichità generalmente il viaggio nell’oltretomba veniva concepito come un mezzo dell’eroe per venire a conoscenza del proprio futuro attraverso l’incontro con un’anima che glielo predice (ricordiamo ad esempio l’incontro di Odisseo con l’indovino Tiresia).
Successivamente però, questo tema acquista uno scopo di purificazione, così come ce lo propone Dante nella “Divina Commedia”, e di crescita interiore, come si nota nei romanzi di formazione tipici dell’Ottocento, di cui “I Promessi Sposi” di Manzoni sono l’esempio più famoso e significativo.
In quasi tutti i testi in cui compare, l’oltretomba viene situato sottoterra, un luogo buio, angusto e sconosciuto spesso associato alla morte, in netta contrapposizione con il mondo terrestre, caratterizzato invece dalla luce e dalla vita. L’unica eccezione a questa considerazione si trova in Cicerone, che invece colloca l’aldilà nella Via Lattea.
I testi più significativi nei quali si parla della discesa negli inferi da parte di un uomo ancora in vita sono l’Odissea e l’Eneide per quanto concerne l’epoca classica, la medioevale “Divina Commedia” , e “I Promessi Sposi” per quanto riguarda l’epoca moderna.
➢ ODISSEA
Nell’Odissea l’eroe protagonista in realtà non discende nell’oltretomba, questo perché al tempo dei poemi omerici non si era ancora formata una concezione precisa dell’oltretomba, ma c’era solo l’idea di un mondo di tenebre, un luogo buio dove non c’erano distinzioni di anime o di colpe. Odisseo approda infatti con i suoi compagni nel paese dei Cimeri, sulla riva opposta al fiume Oceano; qui compie tre libagioni, ovvero dei sacrifici necessari per parlare con le anime dei defunti. Egli scava infatti una fossa dove vi versa prima latte e miele, poi vino dolce e acqua. Infine immola un agnello e una pecora nera, animali sacri agli dei degli inferi, facendo scorrere il loro sangue nella fossa per farlo bere alle anime. La presenza del sangue è fondamentale in quanto è l’elemento simboleggiante e caratterizzante la vita, e attraverso di esso le anime, pur non riacquistando il loro corpo, ottengono temporaneamente la forza di parlare con i vivi. Odisseo fa bere per primo Tiresia, che come abbiamo anticipato svolge la funzione di predizione del futuro tipica del periodo classico, poi è il turno della madre di Odisseo: l’eroe cerca di abbracciarla, ma non vi riesce in quanto ella è ormai solo un’anima priva di consistenza. Questo passo evidenzia il contrasto e l’opposizione del mondo dei vivi a quello dei morti, talmente diversi che non è possibile alcun contatto tra di loro o tra gli esseri a loro appartenenti. Successivamente compare anche un Agamennone in netto contrasto con quello presentatoci nell’Iliade, in quanto la sua figura non è più eroica, come si nota soprattutto dal suo pianto. Attraverso gli epiteti onorevoli con cui Odisseo invoca Agamennone, pienamente discordanti con la sua attuale situazione, possiamo notare nuovamente come vengano messi a confronto la forza e la potenza dei vivi con la debolezza degli ormai inerti defunti. Odisseo dialoga con il nuovo arrivato, chiedendogli come fosse morto, ed egli racconta di essere deceduto nel modo a suo avviso più disonorevole: è stato ucciso insieme ai suoi compagni durante un banchetto (descritto tra l’altro in modo raccapricciante) dalla moglie Clitemestra. Quest’ultima è rea di aver spezzato l’importantissimo legame della fede coniugale, ed è per questo descritta attraverso gli epiteti peggiori, come ad esempio “esperta di inganni” ( “ooooooooo” ) o “faccia di cagna” ( “”””””””” ). Come si evince dal loro dialogo, Agamennone odia le donne perché le giudica delle traditrici, per questo dice ad Odisseo di non fidarsi di Penelope. Questa considerazione contrappone le donne alla moglie dell’eroe, ma si rivela un’esaltazione della figura di quest’ultima, in quanto resta fedele al marito fino alla fine.
➢ ENEIDE
Nell’Eneide, invece, l’eroe scende in una grotta vicino a Cuma, situata in Italia, vicino all’oracolo della profetessa Sibilla. Enea si reca proprio da quest’ultima per farsi guidare nell’aldilà, e ci riesce solo dopo essersi procurato, come richiesto dalla stessa Sibilla, il ramo d’oro. Quest’oggetto, oltre che rappresentare il lasciapassare da dare a Caronte, il guardiano dell’Acheronte, racchiude in sé un forte simbolismo: il ramo secco rievoca la morte, mentre il colore dell’oro, il metallo più prezioso per antonomasia, simboleggia la vita. L’utilizzo di questo artefatto composto di riferimenti ai due mondi contrastanti si rivelerà fondamentale per la prosecuzione del viaggio da parte dell’eroe. L’ingresso dell’oltretomba è una caverna “profonda e terribile” dalla quale è facile entrare ma da cui a solo rari privilegiati è possibile ritornare. Entrato nella grotta, Enea giunge nel luogo dove transitano le anime per andare nell’Altro mondo e dove albergano numerose entità mostruose che rappresentano l’”anima” dei mali del modo, quali malattia, vecchiaia, paura e fame, sogni ingannevoli, centauri, la chimera, le gorgoni e le arpie. Alla vista di questi mostri Enea sfodera la spada per affrontarli, ma non sarà necessario per lui usarla, perché essi sono già morti (come già visto nell’Odissea vengono così contrapposte le diverse caratteristiche del mondo dei vivi, reale e materiale, e di quello dei morti, inconsistente e privo di potere). In questo luogo le anime si trovano nello stato peggiore: non essendo né vive, in quanto incorporee, né morte, non avendo oltrepassato l’Acheronte, sono costrette a vagare senza pace. Successivamente il protagonista giunge al suddetto fiume Acheronte, dove incontra Caronte, presentato in questo poema come una specie di divinità degli inferi, che lo avverte di arrestare il suo viaggio, perché lo porterebbe nel luogo “delle ombre, del sonno e della soporifera notte. Enea non si fa intimorire, ma Caronte gli dice che lui non può essere trapassato, in quanto il suo corpo, dotato di peso e consistenza, farebbe affondare la sua barca ( ancora una volta notiamo la continua contrapposizione tra la vita e la morte attraverso le differenze tra i vivi e le anime ormai defunte che caratterizza l’episodio in questione ogni volta che viene preso in considerazione ). La situazione muta notevolmente quando la Sibilla offre allo “spaventoso nocchiero” il ramo d’oro, che persuade il guardiano a lasciarli passare. A questo punto i due incontrano Cerbero, il famelico e crudele cane a tre teste, prontamente neutralizzato dalla Sibilla, per poi addentrarsi in una sorta di isola suddivisa in settori ospitanti diversi tipi di anime, da fanciulli a giustiziati per errore ,da suicidi a morti per amore, finchè tra questi non incontra anche Didone. Da quest’ultima parte del viaggio si nota la nuova concezione dell’oltretomba, che diversamente dal modello proposto da Omero individua alcuni caratteri geografici e suddivide le anime in base a come sono defunte
➢ I PROMESSI SPOSI
Anche nell’opera di Manzoni ritroviamo, anche se in modo ben diverso da come abbiamo visto finora, il tema in questione. Ciò avviene infatti nell’episodio in cui Renzo, durante la rivolta del pane di Milano, si ferma alla taverna della “luna piena”.
Qui, a causa di qualche bicchierino di troppo, il silenzio prudente e circospetto del protagonista si scioglie in dialoghi eccezionalmente lunghi, trasformando quasi il montanaro di poche parole in un oratore. Euforico per la nuova esperienza e confuso dalla frettolosa interpretazione degli eventi, Renzo è pieno di ideali e di speranze di giustizia e non esita a cercare alleati nel popolo e fra le autorità a difesa della legge. È in questo frangente che la vicenda collettiva si fonde con la sua coscienza personale, e che il personaggio si rende conto di aver imparato la lezione e di poter inquadrare anche all’interno della società le ingiustizie che ha sofferto. Da questo momento Renzo non combatte più contro il solo Don Rodrigo, ma contro tutti gli oppressori. In poche parole, è a seguito di queste vicende che avviene e si concretizza la maturazione e la crescita della personalità del protagonista.
➢ DIVINA COMMEDIA
Nella Divina Commedia Dante immagina di compiere un viaggio che lo condurrà attraverso i regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Questo itinerario inizia da una sorta di foresta che rappresenta simbolicamente il peccato in cui sta vivendo in quel periodo. Egli cerca di uscire da quella situazione finchè si imbatte in una figura che si presenta come il famoso poeta Virgilio. Quest’ultimo si è allontanato dal primo cerchio dell’Inferno per aiutare Dante che si è smarrito. Grazie all’aiuto di questo personaggio, che rappresenta simbolicamente la ragione, Dante compie parte del suo viaggio visitando i peccatori dell’Inferno e le anime ormai salve del Purgatorio. Per accedere al Paradiso, poiché la sola ragione non è sufficiente, Dante avrà poi bisogno dell’incontro con l’anima di Beatrice, simboleggiante la fede. Diversamente da quanto analizzato finora, la struttura di quest’opera è estremamente curata, sia nelle tecniche narrative che nel contenuto. Anche senza considerare le numerosissime componenti simboliche adottate dal Sommo poeta ( la componente numerica –religiosa nella suddivisione dei canti, nelle date, i molteplici significati celati dietro a luoghi e personaggi incontrati ecc..), in quest’opera troviamo un’idea precisa e organizzata dell’oltretomba, descritto come un mondo ricco di elementi geografici ben definiti (foreste, fiumi, deserti..) e spesso ripresi da paesaggi realmente esistenti e perfettamente e rigidamente organizzato, nel quale le anime dei peccatori subiscono determinate punizioni in relazione alla propria colpa per opera di determinate figure mitologiche che assolvono un compito ben determinato, e le anime salve sono anch’esse organizzate in una sorta di scala sociale. Nella prima parte dell’Inferno, dove vengono puniti i peccati minori, il protagonista incontra mostri provenienti dalla mitologia classica, tra i quali ricordiamo Cerbero e Caronte, presenti anche nella già citata Eneide. Come nei poemi classici, l’oltretomba ( in questo caso solo l’Inferno, poiché il Purgatorio è immaginato come una montagna, mentre il Paradiso è descritto come il più ampio e lontano dei cieli) viene collocato sottoterra. Dante, però, vede il suo viaggio come l’unico modo per superare il peccato e ottenere una piena visione di Dio, e asserisce che tutti gli uomini dovrebbero compiere il suo stesso tragitto verso la luce e la vita.
➢ PLATONE
Di diverso stampo è invece la concezione dell’aldilà del filosofo Platone: egli considera infatti l’anima come un principio di vita e di movimento, immortale e indipendente dal corpo, descritta nel “Fedro” come un carro guidato da due cavalli alati. Secondo l’idea del filosofo quando prevale il cavallo bianco, che guida gli impulsi buoni e razionali, l’anima vola nel mondo delle idee, mentre quando prevale il cavallo nero, che guida le passioni sensibili e carnali, l’anima cade sulla terra ed è costretta a reincarnarsi in altri corpi. Platone afferma che l’anima conserva i ricordi del mondo divino anche dopo la caduta nel corporeo e nel sensibile, e la visione delle cose nel mondo sensibile risveglia i ricordi delle essenze contemplate nel mondo intelligibile e accende l’anima con un sentimento divino che si concretizza nella forma più alta dell’amore. Nel “Fedone”, inoltre, raccontando le ultime ore di Socrate, Platone avverte la realtà in cui viviamo come una prigione, e il corpo come un impedimento dell’anima di raggiungere la sapienza. A suo avviso è quindi compito del filosofo morire per liberare l’anima dai vincoli corporei e tornare nel mondo puro delle idee, altrimenti raggiungibile solo con la ricerca rigorosa e disinteressata della verità e della virtù.
➢ CONCLUSIONI
Come già anticipato, dall’analisi dei brani trattati si nota come il modo di pensare e di concepire l’oltretomba, così come la sua funzione nelle “interazioni” con i vivi, sia variato moltissimo nel corso della storia dell’umanità. Innanzitutto è opportuno evidenziare l’evoluzione seguita dall’idea vera e propria dell’aldilà da parte degli intellettuali, che gradualmente sono passati dalla concezione di un mondo semplicemente buio e misterioso ( incontrato nell’Odissea ) ad un luogo conosciuto e descrivibile, anche se in minima parte, in cui le anime vengono sommariamente classificate (descritto nell’Eneide), fino al complesso sistema di regni e gironi ideato da Dante in cui ogni anima viene collocata in un luogo ben preciso attraverso rigorose regole concepite dal poeta. In secondo luogo evidenziamo la presenza di elementi comuni a più opere ma in parte discordanti tra loro. Ne è un esempio la figura di Caronte, presentato nell’Eneide come una divinità degli inferi descritta in modo preciso nell’aspetto e nella funzione, mentre nella Divina Commedia viene rappresentato in forma più demoniaca, apparendo prima come una macchia bianca lontana di cui se ne percepisce solo la durezza e l’asprezza, per poi assumere la forma del crudele nocchiero traghettatore di anime. Infine è bene ricordare che in ogni visione dell’oltretomba è sempre presente una netta distinzione tra i vivi e le anime incorporee, che si trovano sempre in mondi normalmente separati e privi di interazioni tra di loro, ma mentre nei poemi di Omero e Virgilio la condizione dei vivi è indubbiamente la più invidiabile in quanto forte e reale, nell’opera di Dante ci sono anime di defunti sicuramente in condizioni terribili, ma anche anime che hanno raggiunto la piena felicità e realizzazione nell’avvicinamento a Dio, mentre secondo Platone addirittura le anime degli uomini devono riuscire a liberarsi del corpo terreno e della vita per raggiungere il loro stato ideale. Complessivamente si può dire che, anche se in modi molto diversi, mentre nei poemi classici si affida tutte le speranze e le ambizioni degli uomini nella vita terrene, nel Fedro e nella Divina Commedia si offrono speranze di una vita migliore, o comunque di felicità, anche nell’oltretomba, purchè vengano però perseguiti certi obiettivi durante la vita terrena, la sapienza in un caso, e la fede e la rettitudine nell’altro.

Martina Nannelli
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