Giacomo Leopardi

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Testo

Giacomo Leopardi

Leopardi, poeta o filosofo?
Leopardi non può essere definito un filosofo, poiché la sua filosofia sarebbe incompleta, in quanto non scrive mai opere che affrontano tutte le tematiche a cui i filosofi erano rivolti. Le sue opere possono però essere intese come riflessioni filosofiche, in particolar modo per quanto riguarda lo “Zibaldone”, il suo diario spirituale.

Il superamento della visione cattolica e della cultura classica, dall’erudizione al “bello”
Leopardi nasce a Recanati nel 1798, da una famiglia nobiliare decaduta. La madre bigotta ed ottusa fa estrema economia, mentre il padre Monaldo spreca tutti i soldi. In un primo momento fu istruito da precettori ecclesiastici, ma ben presto inizia a studiare da solo. E’ il periodo dell’ “erudizione”, caratterizzato dall’influenza delle idee antiquate del padre Monaldo.
Tra il 1815 e il 1816 si ha il passaggio dall’ “erudizione” al “bello”, in cui si ha l’abbandono delle idee antiquate del padre, come la visione cattolica e le sue idee politiche. Comincia ad apprezzare l’illuminismo e il romanticismo e Pietro Giordani diventa il suo padre spirituale.

Dal “bello” al “vero”: pessimismo storico e teoria del piacere
Nel 1819 si ha il passaggio dal “bello” al “vero”. Questo è il periodo del pessimismo storico e della teoria del piacere: la sua visione materialistica lo porta a considerare la storia umana una degenerazione dallo stato di natura, dove l’uomo riusciva a realizzare se stesso, cioè a raggiungere la felicità che Leopardi, materialista, identifica con il piacere. La tendenza al piacere è irresistibile in ogni uomo, aspaziale e atemporale, ma il piacere è reso finito, limitato e determinato dalla consapevolezza dell’infimità della condizione umana, cioè dalla ragione, dal progresso. La natura assume dunque il ruolo di madre benigna dispensatrice di illusioni attraverso cui l’uomo può raggiungere il piacere. Quelli dunque che possono raggiungere la felicità sono i fanciulli, gli ignoranti e gli antichi.

Le canzoni e l’impegno politico
Leopardi dà un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni, la vede dominata dall'inerzia e dal tedio; ciò vale soprattutto per l'Italia, miserevolmente decaduta dalla grandezza del passato. Scaturisce di qui la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime canzoni leopardiane.
1. All’Italia (1918): in questa canzone troviamo le idee politiche di Leopardi che si avvicinano ad un certo liberalismo e al rifiuto della religione, in contrasto con le idee del padre. Si nota anche un atteggiamento titanico: il poeta, come unico depositario della virtù antica, si erge solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l'Italia a tanta bassezza.
2. Ad Angelo Mai (1820): La canzone fu composta nel 1820 in occasione del ritrovamento di parti del De republica di Cicerone nella Biblioteca Vaticana da parte del filologo classico Angelo Mai (definito “italo ardito”, “bennato ingegno”). Fino a quel momento dell’opera ciceroniana era conosciuto solo il “somnium Scipionis” tramandato da Macrobio. La canzone esprime un forte spirito patriottico: in un tale momento di decadenza, in cui gli italiani sono vili e incapaci di azioni eroiche, la riscoperta di antichi manoscritti diviene una forma di riscatto, un richiamo agli antichi valori, a quel tempo dimenticato in cui gli uomini facevano scintille. Leopardi loda poi il rinascimento, nel corso del quale è avvenuta la riscoperta dei classici. Rievoca il tempo felice in cui visse il Tasso, anche se la sua grandezza non fu riconosciuta dai tiranni. La mente del Tasso ha schiuso grandi orizzonti alla poesia, per questo egli vorrebbe che tornasse in vita, per capire l’angoscia di quei tempi che alberga nel cuore di Leopardi. Per fortuna l’Alfieri, pieno di sdegno patriottico, non ha visto questa decadenza.
3. Ultimo canto di Saffo (1822): Si tratta di un monologo lirico attribuito alla poetessa Saffo che, secondo la leggenda, si sarebbe uccisa gettandosi dal promontorio di Leucade per amore del bellissimo Faone che l’aveva respinta a causa del suo aspetto. Saffo si chiede quale mai colpa possa aver compiuto prima della nascita tale da farle meritare quelle sgraziate sembianze. Tutto è arcano, tranne il nostro dolore. Noi, figli trascurati dagli dei, siamo stati creati per il dolore e il motivo ci è nascosto. La morte deporrà il velo indegno che copre l’anima di Saffo correggendo il crudele errore del destino che assegnò ad un’anima così elevata un corpo così brutto.
Note: tratta il delicato tema del suicidio, come il Bruto minore, anche se in questo caso la motivazione non è politica. La canzone scandisce il passaggio al pessimismo cosmico: la natura bellissima dei primi versi inizia ad essere vista come maligna poichè trascura i propri figli. Il fato determina la rovina di Saffo, assegnando un corpo indegno ad una mente elevatissima che per questo motivo soffre molto (l’ingegno porta sofferenza). Lo spunto per la composizione è dato dalle Eroidi di Ovidio ma il personaggio diviene una proiezione autobiografica. A tal proposito il poeta dichiara di voler “rappresentare l’infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane”.
4. Il passero solitario (1829-bozza del 1819): La poesia nell’ordinamento dei canti è posta prima dell’infinito ma vari elementi, fra cui la struttura metrica, impediscono di ritenere che sia stata composta nella stagione dei primi idilli.
v.1-16
La poesia si apre con una prospettiva “a volo d’uccello”: partendo da una notazione paesaggistica reale, la torre campanaria della chiesa di S. Agostino, il poeta sembra discendere sulla valle in festa per via della primavera. Il passero solitario vive però isolato, disdegnando la compagnia degli altri uccelli, escludendosi consapevolmente e dolorosamente dalla festa della primavera.
v.17-44
Così come il passero Leopardi non ricerca i divertimenti e i piaceri tipici della giovinezza, nè l’amore tanto rimpianto nella maturità, ma si sente solitario ed estraneo all’ambiente in cui è nato. In occasione della festa di S.Vito, patrono di Recanati, tutti i giovani si fanno belli per festeggiare, suonano le campane e sparano i fucili. Ma il poeta è da solo, disteso a guardare il tramonto straziante che sembra ricordare che la gioventù si dilegua.
v.45-59
Ma il comportamento del passerotto è dato dalla natura. Il poeta invece, se non riuscirà ad evitare la vecchiaia, quando i suoi occhi non avranno più nulla da dire ai sentimenti altrui e il mondo avrà perso ogni attrattiva, si pentirà sconsolato guardandosi indietro. Ma egli non vuole gioire perchè non può partecipare ad una gioia effimera e breve.

La poetica dell’indefinito e del vago
Nel 1819 tenta la fuga per raggiungere il Giordani, ma non riesce nel suo intento. Questo fallimento crea in lui una “nera, barbara e cupa malinconia”. Scrive molte pagine sullo “zibaldone”, il suo diario spirituale. Proprio nello Zibaldone definisce la sua poetica dell’indefinito e del vago. Nella teoria del vago e dell’indefinito Leopardi esprime come ciò che è bello debba esprimere una certa indefinitezza:
1. Il vago,l’indefinito e le rimembranze della fanciullezza
Quando siamo bambini qualsiasi cosa che ci procuri piacere ha un carattere sempre vago ed indefinito. L’idea che ci dà piacere è sempre indeterminata e senza limiti e ci dà un piacere infinito, anche attraverso i più piccoli oggetti. Da grandi le stesse cose che ci davano piacere da piccoli o anche cose più grandi, ci daranno ugualmente piacere, ma non allo stesso modo di quando eravamo fanciulli. Il piacere è determinato e ben circoscritto. I piaceri che noi proviamo da adulti, a ben vedere, sono rimembranze di quei piaceri vaghi ed indefiniti che provavamo da bambini, il ricordo della fantasia che ci aveva dato piacere da fanciulli.
2. L’antico
L’antico porta alla sensazione del sublime per via della tendenza dell’uomo all’infinito. Infatti l’antico non è eterno ma lo spazio di molti secoli è percepito come indefinito e indeterminato, l’animo vi si perde. Nelle cose moderne invece l’animo vede subito il termine e non può spaziare nè perdersi; inoltre se anche non ne conoscesse i limiti può ricostruirli, mentre dell’antico, pur sapendo i confini, rimane indefinito tutto il resto.
3. Indefinito e infinito
La differenza tra il finito e l’indefinito è ben resa da una campagna declive in modo tale da non far vedere la valle in lontananza, da un filare di alberi di cui non si veda la fine, una torre che pare innalzarsi sopra l’orizzonte.
4. Il vero è brutto
Per il Leopardi ciò che è bello esprime il senso di indefinito e del vago. Per questo il futuro e il passato sono più belli del presente. Il futuro poiché presuppone l’immaginazione. Il passato poiché i ricordi, se pur sono cose vissute, presuppongono uno sforzo mentale paragonabile all’immaginazione. Inoltre il ricordo, anche se di cose brutte, ha un suo fascino ed una sua bellezza poiché propone una nuova visione del presente.
5. Teoria della visione
Gli oggetti visti solo in parte suscitano idee indefinite: per questo la luce del sole e della luna piace di più se non si scorge la sorgente luminosa; ad esempio nei riflessi, nel cielo nuvoloso, nel penetrare in luoghi in cui diviene incerta come selve e canneti.. A questo piacere contribuiscono la varietà, l’incertezza, il non veder tutto e poter quindi spaziare con la fantasia. Allo stesso modo la vista del sole e della luna in una campagna vasta, in un cielo aperto.. è piacevole per la vastità della sensazione, per l’indefinita idea di estensione. Per queste ragioni è piacevolissima la vista di una moltitudine innumerabile: di stelle, persone...
6. Parole poetiche
Sono poetiche le parole lontano e antico poichè destano idee vaste e indefinite; così notte, oscurità, profondo poichè il buio confonde gli oggetti dandone un’immagine vaga, indistinta, incompleta.
7. Ricordanza e poesia
Le rimembranze che generano la bellezza di molte immagini nella poesia non derivano solo da oggetti reali ma spesso anche da altre poesie. Infatti un’immagine molte volte risulta piacevole in una poesia poichè suscita rimembranze di altre poesie.
8. Indefinito e poesia
Il bello della pittura, della musica, della poesia consiste nella scelta delle sensazioni indefinite da imitare.
9. Suoni indefiniti
Un suono che si allontana o decresce è piacevole per l’idea del vago. Però è piacevole anche il tuono, il colpo di cannone, il canto degli agricoltori e degli uccelli udito in piena campagna o in una gran valle.

Leopardi ed il saggio di Schiller sulla poesia ingenua e sentimentale
Nella polemica classico romantica Leopardi ha una poesia ben rispecchiata dal “Saggio sulla poesia ingenua e sentimentale” di Schiller, come spiega nel 1818: anche secondo lui la poesia antica è più valida perché più vicina allo stato di natura. E’ quindi più vicino al classicismo, ma non disprezza neanche il romanticismo.

I piccoli idilli
Dello stesso periodo in cui Leopardi definisce la poetica dell’indefinito e del vago fanno parte i piccoli idilli. La parola idillio significa “piccolo quadro”. Per Leopardi è un quadro paesaggistico ricollegabile a Recanati, da cui coglie lo spunto per delle riflessioni filosofiche. Vengono detti piccoli poiché relativamente brevi:
1. L’infinito
Composto a Recanati nel 1819 e pubblicato con altri Idilli nel 1825. Metro: endecasillabi sciolti.
Sempre caro mi fu questo colle (limite) solitario (poesia del vago) e questa siepe (limite) che impedisce alla vista di scorgere gran parte dell’estremo orizzonte. Ma sedendo e mirando nel pensiero mi immagino (“fingere”) spazi infiniti e sovrumani (poesia dell’indefinito) silenzi e profondissima quiete al di là di quelli; dove per poco in cuore non smarrisca.
E quando odo il rumore del vento tra le piante, lo paragono al silenzio infinito: e nasce nella mia mente il pensiero dell’eterno, delle passate stagioni, della presente ancora in corso e della sua voce. Così in questo infinito annega il mio pensiero: e ciò provoca piacere in me.
Commento
La poesia, formata da endecasillabi sciolti, è stata interpretata da molti come la rappresentazione in senso religioso dell’assoluto, del divino, tanto che il critico De Sanctis ha detto “così i primitivi scoprirono Dio”. Ma in realtà essa non allude all’unione mistica con Dio ma è “un sogno in presenza della ragione” come è stata definita da altri critici. Infatti ci sono dei limiti a cui si fa corrispondere l’infinito attraverso l’immaginazione, che è considerata un’attività razionale che attiene alla fantasia, priva di senso religioso. Tali limiti sono: il monte, la siepe e il vento (spaziali) e le stagioni (temporale).
Dal punto di vista stilistico la poesia esprime la poetica del vago e dell’infinito (ermo, mirare, infinito, sovvenire, eterno ecc…)
2. Alla luna
Ad un anno di distanza il poeta torna sul monte Tabor a rimirare la luna, che sovrastava la selva e rischiarava tutto. Ma il volto della luna appariva tremulo e nebuloso a causa delle lacrime negli occhi del poeta, la cui vita era travagliata così come in questo momento. Ma il ricordo delle cose passate nell’età giovanile, quando il cammino che la speranza ha innanzi a sè è più lungo di quello della memoria, è sempre gradito, anche quando si il ricordo è triste e il dolore del passato perdura nel presente. Questo perchè la lontananza rende piacevole ogni cosa.
Note: i versi perfetti della poesia richiamano il purismo. La natura è vista come bellissima, la luna è “graziosa” ovvero benevola, dispensatrice di grazia.

Il pessimismo cosmico e la critica all’antropocentrismo
Nel 1822 riceve il permesso di andare a Roma, ma viene deluso perché nella città non ritrova niente di tutto quello che aveva studiato. L’unica cosa che ammira è la tomba del Tasso. Nel 1823 ritorna a Recanati, ma non riesce più a scrivere in versi, quindi si dedica alla prosa. Scrive le “operette morali”, un libro che Leopardi definisce “di sogni poetici, di invenzioni e di capricci malinconici” o “malinconico, sconsolato e disperato”. Queste operette rispecchiano la visione del pessimismo cosmico, una nuova visione rispetto a quella del vero. In una prima fase del cambiamento ritiene che la natura sia benigna e il male dipenda dal fato. Poi giunge a dire che la natura non è madre, ma madre-matrigna, poiché genera tutti gli esseri ma è indifferente alla loro morte. La ragione assume dunque un carattere positivo perché rende gli uomini consapevoli della malignità della natura rendendoli più forti.
Le operette, che rispecchiano questa nuova visione, si ispirano a Luciano di Samostasa, un greco che nelle sue opere faceva parlare tutti i personaggi, reali e non, in prima persona per fare delle riflessioni filosofiche, anche in tono ironico:
1. Dialogo di un folletto e di uno gnomo
Uno gnomo (definito figlio di Sabazio dal nome tracio di Dioniso, progenitore degli gnomi secondo fonti cabalistiche) chiede ad un folletto per quale motivo gli uomini abbiano perso interesse per il mondo sotterraneo delle miniere: forse sono state eliminate le monete in favore del baratto, della cartamoneta o sono tornate in vigore le leggi di Licurgo contro l’accumulazione delle materie preziose? Il folletto risponde che gli uomini sono tutti morti, è rimasto solo il succedersi regolare dei fenomeni atmosferici. La fortuna non interverrà più sui destini del mondo e starà in disparte a contemplare tranquilla, a braccia conserte, ciò che accade nel mondo. Non vi saranno più gazzette nè calendari; ciò non toglie che i giorni continueranno a susseguirsi come prima. Lo gnomo chiede come si siano estinti tutti in massa. Il folletto risponde che la cosa non è affatto insolita poichè altre specie si sono estinte senza lasciar traccia se non in fossili. L’uomo è scomparso perchè ha cercato in ogni modo di far uso della ragione contro natura. I due ironizzano sulla presunzione umana dell’antropocentrismo, che portava a credere a tutti gli uomini che ogni singolo aspetto della natura fosse fatto per loro: la zanzare dovevano far esercitare la loro pazienza, i porci essere cibo, le stelle lumi nel cielo. Ora che gli uomini si sono estinti il sole non si è coperto di ruggine come fece secondo Virgilio alla morte di Cesare, ma è tanto indifferente quanto la statua di Pompeo.
Note:il folletto esprime il punto di vista del narratore, lo gnomo del destinatario. Entrambi commettono lo stesso errore dell’uomo credendosi al centro dell’universo.
2. Dialogo della Natura e di un Islandese
v.1-20
Un islandese, in continua fuga dalla natura, giunge in Africa e, come Vasco de Gama sorpassando il Capo di Buona speranza vide il gigante guardiano dei mari australi che lo ostacolava nel suo percorso, così egli vide una donna grandissima come una statua dell’isola di Pasqua, bella, seducente e terribile: la natura stessa da cui fuggiva. Ma come lo scoiattolo che fugge il serpente a sonagli le era caduto nella fauci.
v.21-108
Cercando di tenere lontane le sofferenze e vivere tranquillamente, l’islandese si era allontanato dagli uomini che reputava responsabili di tali dolori, nella loro continua ricerca di felicità. Ma dopo molti viaggi aveva realizzato che questi erano connaturati nell’esistenza umana, poichè la natura stessa ostacolava la tranquillità umana con le avverse condizioni atmosferiche, le malattie e la vecchiaia.
v.109-139
Ma il mondo non è fatto per gli uomini; questo è solo un grande meccanismo in cui dolore, sofferenza e morte sono componenti fondamentali. L’islandese pone allora un paragone: è come se egli fosse stato invitato in una villa bellissima ma poi condotto in una cella rovinosa, sottoposto a pericoli e torture, avendo a disposizione solo lo stretto indispensabile all’esistenza. Ma perchè era stato invitato? Perchè gli era stato dato di vivere se egli non lo voleva? La natura risponde che il mondo è come un circuito di produzione- distruzione che non può essere bloccato, altrimenti l’intero sistema rovinerebbe. Per questo è necessaria la sofferenza.
v.140-150
L’islandese chiede a chi piaccia e giovi la vita dell’universo se tutti soffrono e muoiono. In quel momento però viene ucciso, non si sa se sbranato da due leoni o sepolto dal vento sotto un cumulo di sabbia in modo da farlo diventare una mummia. Dunque l’islandese pieno di curiosità diviene con la sua morte, per contrappasso, oggetto di curiosità.

3. Il giardino sofferente
Partendo dalla descrizione di un bellissimo giardino, Leopardi giunge alla conclusione che il male non è individuale ma connaturato all’esistenza stessa. La sofferenza penetra nelle fibre vitali di ogni essere del giardino: piante erbe e fiori sono molestati dagli agenti atmosferici, dagli insetti e dall’uomo che falcia, calpesta.. Il giardino sembra quasi un ospedale, se almeno fosse un cimitero vi sarebbe meno sofferenza

I grandi idilli
Nel 1825 lascia la famiglia e già con gravi problemi fisici inizia a viaggiare. Nel 1828 si trova a Pisa e comincia a scrivere poesie. Necessità economiche lo costringono a tornare a Recanati, poi degli amici fiorentini lo aiutano con assegni. Si innamora della Tozzetti, ma viene deluso e respinto. Nel 1830 scrive il ciclo di Aspasia, dove spiega che l’amore è l’illusione massima che rende la vita degna di essere vissuta.
Questo è il periodo dei grandi idilli:
1. A Louis De Sinner
Leopardi nel 1832 risponde all’amico svizzero Louis De Sinner che gli ha inviato due articoli apparsi su un giornale di Stoccarda, dove si indicavano all’origine del suo pessimismo i suoi mali fisici. Egli risponde che ha sempre agito con coraggio: non ha mai cercato di sminuire il peso dei suoi mali con false speranze future nè si è mai rassegnato, ma ha sempre tenuto un atteggiamento combattivo contro il destino come nel Bruto minore. E con questo stesso coraggio ha abbracciato la filosofia disperante alla quale i suoi studi lo hanno portato; gli uomini vili, bisognosi di credere che l’esistenza meriti di essere vissuta, hanno voluto attribuire la sua filosofia alle sofferenze personali.
2. La quiete dopo la tempesta
v.1-24
La vita del paese riprende dopo una lunga tempesta: gli uccellini fanno festa e la gallina torna sulla sua strada. Il sereno squarcia il cielo, il fiume torna chiaro; ogni cuore si rallegra e torna al lavoro abituale. L’artigiano, col suo lavoro in mano, cantando guarda il cielo; la fanciulla raccoglie l’acqua piovana, l’erbaiolo torna ad urlare per le strade, i domestici aprono i terrazzi, dalla via maestra il carro passeggeri riprende, tintinnando il suo percorso.
Nota: l’alternanza di parole umili ed elevate serve a cogliere la quotidianità del tema.
v.25-41
Ogni cuore si rallegra, la vita non è mai così piacevole. Il piacere è figlio del dolore, una gioia vana frutto del timore: tutti nella paura dello scatenarsi della natura e della morte (frequente a quei tempi la folgorazione nel corso dei temporali) dimenticano di odiare la vita.
v.42-54
Questi sono i doni che la natura cortese ci pone. Sfuggire ad un dolore è per noi motivo di gioia e la natura sparge abbondantemente dolore. Il genere umano caro agli dei è felice se gli è concesso di trarre un sospiro di sollievo, beato se la morte gli concede di fuggire ogni dolore.
3. A Silvia
v. 1-14
Silvia, ricordi ancora la tua giovinezza, quando la bellezza splendeva nei tuoi occhi giocosi e schivi e tu, lieta e pensosa, raggiungevi il culmine della gioventù? Le stanze risuonavano del tuo eterno canto quando, tessendo, sognavi il futuro, nel maggio profumato.
v. 15-39
Il poeta, al suono della sua voce, lasciava gli amati studi letterari e “le sudate carte” (ipallage: figura retorica che consiste nell'attribuire ad un termine l'aggettivo che si riferisce ad un altro all'interno del verso) su cui spendeva la maggior parte della sua giovinezza per vederla tessere. Guardando il cielo, le strade, il mare e la montagna provava sentimenti che non possono essere espressi (vd. ineffabile). Le speranze di quei tempi generano un sentimento insopportabile. Perchè la natura inganna i suoi figli non rendendo ciò che promette?
v. 40-64
Prima che l’inverno inaridisse le erbe, vinta dalla tisi, Silvia moriva e non poteva vedere il fiore dei suoi anni, non poteva sentir lodare i suoi occhi e i suoi capelli dall’innamorato, parlare d’amore con le amiche. Di lì a poco sarebbe perita anche la speranza del poeta, il destino negò anche a lui la giovinezza, adesso svanita. È dunque questo il mondo tanto sognato? All’apparire della verità la speranza è tramontata, indicando con la mano la fredda morte e una tomba desolata come unica fine della vita.
Note: la tradizione identifica Silvia in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta ragazza per la tisi. Diviene in questo canto un mito della giovinezza. La poesia assume il ruolo di rievocazione delle speranze e di celebrazione del loro crollo. Il metro della poesia è costituito da strofe libere di settenari ed endecasillabi alternati, poiché la lirica, secondo Leopardi, deve seguire solo la musica del cuore, non la metrica precostituita.
Dal punto di vista delle struttura formali risalta a livello morfologico l’opposizione dei tempi verbali: l’imperfetto, tempo della memoria e delle illusioni, che segna l’immersione nella durata indefinita dei sogni; il presente, tempo della consapevolezza e della delusione. Il lessico utilizzato risponde alla poetica dell’indefinito (vd le parole fuggitivi, quiete, vago, perpetuo, dolce..). la sintassi è piana e limpida, in stile greco.
La poesia prende spunto da un dato reale, tuttavia la realtà vissuta, per essere assunta in poesia, deve essere sottoposta ad una serie di filtri che la depurino:
• filtro fisico: il mondo esterno è percepito da Leopardi attraverso la finestra della casa paterna, che lo allontana e separa dal mondo, impedendo il contatto immediato con la realtà
• filtro dell’immaginazione: l’immaginazione è per Leopardi un’elaborazione fantastica su base razionale.
• filtro della memoria: il ricordo, la rimembranza della fanciulla suscitano la memoria permettendo di rivivere il passato
• filtro letterario:all’immagine di Silvia che canta al telaio si sovrappongono memorie poetiche: vi è infatti una precisa corrispondenza verbale fra il canto e la descrizione di Circe nel VII libro dell’Eneide virgiliana: “La figlia del sole fa risuonare le selve del suo perpetuo canto, percorrendo col pettine sonoro le sottili tele”
• filtro filosofico:l’illusione recuperata dalla memoria non può essere vissuta ingenuamente come nella giovinezza poiché nel frattempo egli ha maturato una visione pessimistica del mondo. L’illusione risorge prepotentemente, ma sempre accompagnata dalla consapevolezza dell’infinita vanità del tutto
4. Il sabato del villaggio
v. 1-30
La donzelletta viene dalla campagna al tramonto portando un fascio d’erba e un mazzolino di rose e viole con cui si adornerà il petto e i capelli l’indomani. Rivolta al tramonto sta una vecchierella che racconta storie della sua giovinezza. Cala la sera e la campana da segno della festa, confortando il cuore. I fanciulli fanno un lieto rumore nella piazza e lo zappatore torna alla povera casa pensando al giorno di riposo.
Nota: La donzelletta rimanda ad una serie di figure letterarie che si ornano con ghirlande di fiori ad esempio la Matelda del purgatorio dantesco. Pascoli, in un suo saggio, rimprovera a Leopardi di aver unito le rose, che fioriscono in maggio, e le viole, che fioriscono in marzo, nello stesso mazzo. La critica risponde a quella che era la poetica pascoliana secondo cui il poeta doveva avere chiara la varietà immensa della piccole cose, che dovevano essere chiamate con i nomi dialettali, nomi dei contadini. Leopardi invece, essendo un po’ generico, intende ottenere l’idea di vago e indefinito. La vecchierella è una figura emblematica, rappresenta il futuro della donzelletta. È posta ad ovest perchè ella stessa sta tramontando.
v. 31-42
Quando ogni luce è spenta e tutto tace si sente il legnaiuolo lavorare, affrettandosi a finire l’opera prima dell’alba. Questo è il giorno più gradito, pieno di speranza e gioia. Domani le ore porteranno tristezza e noia e ognuno farà ritorno col pensiero al lavoro consueto.
Nota: il legnaiuolo è la vittima maggiore della speranza collettiva poiché lavora fino a tardi per avere la domenica libera da ogni pensiero.
v. 43-51
Fanciullo spensierato, la fanciullezza è come un giorno pieno di allegria che precede la festa della tua vita. Godi di questo stato soave, di questa stagione lieta. Non ti affliggere se la maturità ancora tarda ad arrivare.
5. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
v. 1-20
Un pastore errante dell’Asia confronta la propria esistenza con quella della luna e le pone delle domande insistenti sull’esistenza umana, ansioso di dare un senso alla propria vita. Ella sorge la sera contemplando i deserti, mai annoiata dal percorrere sempre le stesse vie, per poi tramontare. La sua vita è come quella del pastore che si alza all’alba per pascolare le pecore, vedere greggi, fontane ed erbe per poi riposare la sera. Qual’è lo scopo della vita del pastore? Quale quello degli astri?
v. 21-60
Un vecchio bianco di capelli, infermo, mezzo vestito e scalzo corre per monti e valli, fra caldo e gelo, sanguinante e carico di peso fino ad arrivare ad un abisso orrido e immenso dove, precipitando, dimentica ogni cosa. Vergine luna (secondo la mitologia), questa è una allegoria della vita umana. L’uomo nasce con fatica, dolore e pericolo e durante tutta la vita è consolato dai genitori per questa sua sofferenza. Perchè nascere se la vita è sofferenza? Forse la luna, immortale e superiore non è interessata al dolore umano.
v. 61-104
La luna pensosa forse capisce quale sia il significato di questa nostra esistenza terrena, della sofferenza, della morte. Di certo sa il motivo dell’alternanza del giorno e della notte, sa a chi rida la primavera, sa a chi giovi il caldo, a chi il gelo. La luna sa mille cose che il pastore non conosce e questi guardandola vorrebbe chiederle per quale ragione esistano tante stelle, cosa voglia dire quella solitudine, chi sia egli (le domande esistenziali fanno raggiungere l’acmè dell’angoscia). La luna sa molte cose, il pastore può solo ipotizzare che a qualcuno giovi il moto delle stelle e la sua fragile esistenza; ma per lui la vita è solo dolore.
v. 105-132
Non ricevendo risposte dalla luna il pastore si rivolge al suo gregge. Egli lo invidia perchè questo non ha coscienza della sofferenza, nè memoria. Ma sopratutto il gregge non prova il tedio esistenziale; entrambi passano la maggior parte del tempo a riposare sull’erbe ma se il gregge ne trae serenità il pastore è sempre assalito dall’inquietudine. Eppure egli non ha nulla da chiedere, da desiderare.
v. 133-143
Forse se il pastore avesse le ali e potesse volare e conoscere gli astri sarebbe più felice. O forse il suo pensiero si allontana dal vero perchè la nascita è funesta(da funeris, pieno di morte) per ogni creatura.
Note: il canto, a differenza dei precedenti, non prende spunto da una scena di Recanati, ma dalle steppe asiatiche. Leopardi riprende un articolo pubblicato da Meyendorff sul “Journal de savants” che descriveva la vita dei Kirghisi. Lo stile di trova una nuova sintesi, le frasi si accorciano.
6. A se stesso
v. 1-16
Il cuore del poeta riposerà per sempre, poichè è finito l’inganno estremo che egli credeva immortale. In lui si è spenta non solo la speranza ma anche il desiderio delle dolci illusioni d’amore. Niente è degno del suo palpitare o del suo affetto. Il mondo è solo dolore e noia. Il destino ha concesso al genere umano solo di morire ormai disprezza te stesso, la natura, il potere malvagio che domina il mondo avendo come fine il male di tutti gli esseri e disprezza l’infinita vanità dell’universo.
Note: componimento rivolto al suo cuore, scritto per consolarsi dalla delusione d’amore con Fanny Targioni Tozzetti. Si ispira ad Archiloco da Paro. Le frasi brevi e aspre mostrano un Leopardi delusissimo.
7. Ad Arimane
Al di fuori dei Canti si ha un abbozzo di inno Ad Arimane (1833), dio delle tenebre e principio del male secondo l'antica religione persiana (in opposizione ad Auramasda, dio del sole) in cui Leopardi vede la forza del male implicita all’umana condizione.

Il Leopardi antidillico: il nuovo stile secco e perentorio
Segue la fase del Leopardi eroico e antidillico, in cui si propone un nuovo modo di scrivere, opposto alla poetica dell’indefinito e del vago. Si ha una poesia nuda, severa, secca e perentoria; il linguaggio si fa aspro, antimusicale, la sintassi complessa e spezzata; vi compaiono atteggiamenti energici, combattivi, eroici. Avviene anche una evoluzione nel pessimismo cosmico: ritiene che tutti gli uomini ragionevoli si debbano opporre alla natura in modo eroico. Tutti devono spingersi verso l’amore e la solidarietà. La critica leopardiana si indirizza contro tutte le ideologie dell’ottimismo ottocentesco che esaltano il progresso, che dà false illusioni, e profetizzano un miglioramento indefinito della vita degli uomini, grazie alle nuove scienze sociali ed economiche e alle scoperte della tecnologia moderna.
1. La ginestra o il fiore del deserto
Il canto fu composto presso Torre del Greco, in una villa alle falde del Vesuvio, nel 1836 perciò racchiude il testamento spirituale di Leopardi. Fu pubblicato da Antonio Ranieri. Si apre con una citazione del vangelo di Giovanni: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Il santo intendeva dire che gli uomini hanno sempre preferito il male, per Leopardi invece le tenebre sono le concezioni spiritualistiche e ottimistiche, la fede nel progresso e nell’ordine provvidenziale del mondo, mentre la luce è la consapevolezza della tragica condizione dell’uomo.
v. 1-51
Sul fianco riarso del formidabile (da formido=paura) Vesuvio la ginestra, pianta che si accontenta dei deserti, sparge i suoi solitari cespi. Il poeta aveva già visto il fiore ornare le campagne attorno a Roma, dominatrice dei popoli, che sembra ricordare l’antica potenza. Questo fiore che predilige luoghi tristi e abbandonati dalla gente adesso ricopre quei campi cosparsi di ceneri e di lava sotto cui un tempo sorgevano case, villaggi, città famose, giardini, campi che il vulcano all’improvviso ha sommerso. Adesso intorno vi è solo rovina e la ginestra sembra rivelare compassione per l’altrui sciagure, emanando al cielo un profumo dolcissimo che consola. Chi ha l’abitudine di esaltare con ottimismo la nostra condizione venga in queste campagne desolate a constatare quanto alla natura stia a cuore il genere umano. Su questi pendii sono rappresentate le magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Note: la ginestra, fiore pieno di vita, è metafora dell’anima del poeta che si apre agli uomini cantando la desolazione della vita; è simbolo della poesia che fiorisce sulla desolazione. Vi sono molte parole secche e aride (ricoperti, impetrata..). L’ultima frase è una citazione sarcastica dagli Inni Sacri di Terenzio Mamiani, cugino di Leopardi.
v. 52-86
Venga a verificare le sue certezze in questi luoghi il XIX secolo, superbo e sciocco, che ha lasciato la via percorsa fino a quel momento dal pensiero risorto con il Rinascimento, ha fatto passi indietro alle precedenti dottrine chiamando ciò progresso. Tutti gli intellettuali nati in questo periodo esaltano il suo ragionamento infantile, tuttavia talvolta lo deridono. Leopardi non si macchierà della vergogna di lodare quel secolo e per questo verrà presto dimenticato. Solo la civiltà rende migliore il destino della società. Il XIX secolo non è stato in grado di accettare la verità illuminista, secondo cui la natura ci ha assegnato un’esistenza dolorosa; per questo le ha rifiutate ed esalta chi illudendo se stesso e gli altri esalta la condizione umana.
Note: Leopardi vede il rinascimento come un periodo in cui l’uomo ha vissuto razionalmente, pensando con la propria testa. Tutti gli uomini devono unirsi per lottare contro la natura. La loro forza nasce dalla consapevolezza.
v. 86-157
Leopardi esorta a fare come un uomo povero e malato il quale non si finge ricco e forte ma palesa le proprie condizioni. Chi riempie i suoi scritti di orgoglio è stolto, chi confessa il male datoci in sorte nobile. L’uomo non ha colpa della sua condizione, responsabile di tutto è la natura matrigna che è quindi nostra nemica. Tutti gli uomini devono unirsi in un abbraccio contro la natura. Se questi non lotteranno insieme non ci sarà giustizia nè pietà.
v. 156-201
Sedendo la notte a contemplare il cielo, il poeta riflette sulla vastità dell’universo, rispetto al quale la terra è poco più di un punto, e, pensando alla concezione antropocentrica che l’età a lui contemporanea rinnovava, viene pervaso da riso e pietà.
v. 202-236
Una piccola mela, cadendo dall’albero poichè è matura, ha distrutto un formicaio. Così la bocca del vulcano (definita per contrasto utero dato che invece di dar vita annienta), ha sepolto Pompei, uccidendone gli abitanti e distruggendo ogni cosa. L’uomo è dunque agli occhi della natura come una formica. L’unico motivo per cui muoiono più formiche che uomini è che queste ultime sono più prolifiche.
v. 236-296
Pur essendo passati molti anni dall’ultima eruzione, il contadino ha sempre molta paura ed è pronto a fuggire al minimo segnale di pericolo. La minaccia non cessa mai. Adesso Pompei sta risorgendo dalle sue rovine, ma l’immagine del Vesuvio (simbolo della natura incombente) è sempre presente. Così la natura sta immobile e sempre giovane, indifferente all’uomo, alle età che egli chiama antiche; nel frattempo i popoli vanno in rovina senza accorgersene vantando l’immortalità, mentre la natura osserva indifferente.
Note: il poeta allude agli scavi iniziati nel 1748 sotto Carlo III Borbone.
v. 297-315
Anche la ginestra piegherà il capo sotto la lava ma avrà sempre dignità maggiore di quella dell’uomo: ella infatti non supplicherà la natura di risparmiarla e non avrà mai l’orgoglio di credersi immortale.

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