L'ambiente

Materie:Tesina
Categoria:Interdisciplinare

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Testo

L’Ambiente
“O genitrice degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dei ,
alma Venere che sotto i mobili astri del cielo riempi la vita ,
il mare solcato dalle navi e le terre feraci di messi
è per mezzo tuo infatti che ogni specie vivente è concepita e,
appena nata , guarda il lume del sole”.
(Libro I) Lucrezio - De Rerum Natura -
Indice
- Percorso guidato ed illustrato della mappa proposta p. 1
- De Rerum Natura di Lucrezio 2

- Il Positivismo 9
- La Rivoluzione industriale 13
- Sport e Ambiente 16
- Magnetismo Terrestre 22
- Il Verismo : G.Verga 28
- Charles Dickens e il romanzo sociale 33
- Poesias de Castilla 36
Ambiente

T. Lucretius Caro
La figura storica di Lucrezio. – Non poca meraviglia desta il fatto che attorno ad uno dei più grandi poeti della letteratura universale ed uno dei massimi ingegni di Roma tanta indifferenza abbia gravato da parte dei contemporanei, e quasi una congiura del silenzio abbia avvolto la figura di quel solitario veggente. La grande storiografia , che traccia le linee maestre degli umani avvenimenti mettendo alla ribalta i principali attori di questa tragicommedia rappresentata sulla terra trascurò Lucrezio ; la grande politica che regola i fatti salienti la cui storia assume le su volte fatali ignorò – ne poteva essere altrimenti – il solitario poeta ; il gran mondo romano non lo degnò di uno sguardo.
Tranne un fuggitivo accenno di Cicerone in una lettera al fratello Quinto , ove non si sa , in definitiva , se prevalga l’ammirazione o una critica demolitrice, una lode sincera di Ovidio e poi, più tardi , una breve nota di un poeta mediocre Stazio, sul docti furor arduus Lucreti, nulla o quasi; bisogna scender al IV secolo per avere una notizia su Lucrezio .
Mutuo disprezzo questo di uomini e di storia per un poeta filosofo che gli uomini che degli uomini ha veduto le lotte, le invidie , il mestiere di procaccianti e nella storia troppo spesso solo la tragica tela di oscure vicende segnata da bagliori di sangue senza speranza di salvezza.
Vita
L’unico fra i grandi poeti latini la cui vita quasi nulla sappiamo, è proprio Lucrezio . Fatto più singolare in quanto gli scrittori romani si distinguono per i numerosi elementi autobiografici che inseriscono nelle opere : Lucrezio invece non parla mai di se stesso e solo con vaghi e misteriosi accenni. Egli è, come Omero, tutto nascosto e, al tempo stesso, tutto spiritualmente evidente nell’opera sua: la quale perciò è autobiografica .
Ignoti sono il luogo e l’anno di nascita. Le uniche notizie di fede e di una certa consistenza le abbiamo da San Gerolamo da cui ricaviamo dunque l’anno di nascita (94 a.c.), la pazzia dovuta ad una bevanda amorosa(propinatogli da una donna perversa, forse per vendetta), la composizione dell’opera duranti i lucidi intervalli della pazzia; ed infine il suicidio all’età di 44 anni. Ma poiché d’altra parte Donato, autore di un importante vita virgiliana, attesta che Lucrezio morì l’anno e il giorno stesso in cui Virgilio indossò la toga virile , allora Lucrezio nel 53 (Virgilio era nato nel 70; la toga virile si indossa a 17 anni); e dato che il poeta morì a 44 anni, bisogna allora spostare di qualche anno la data di nascita e fissarla attorno al 98-97.
De Rerum Natura
Nell’opera “De Rerum Natura”, creata in un delirio fecondo, è racchiuso dunque il vero profilo di Lucrezio il quale, su quel secolo pervaso da passioni e da vizi giganteschi ma ricco pure di grandi uomini, si leva come una solitudine di pensiero e potenza, a mirare le varie attività umane dall’alto tempio della sua saggezza, dalla rocca munita della filosofia.

Il De Rerum Natura è un poema in 6 libri (più di 7000 versi), dedicato ad un personaggio importante dell’epoca, quel pretore Memmio, cui seguito fu Catullo nel suo viaggio in Bitinia. su di lui evidentemente molte speranze poneva Lucrezio, perché soccorresse la patria in quel torbido periodo del I Triumvirato (60 a.c.): patriae tempore iniquo.
Il poema ebbe un illustre editore, nientemeno che Cicerone: il quale se non poteva approvare la dottrina epicurea su cui si reggeva, ne ammirava l’arte e la poesia in esso contenuta.
Del resto Cicerone simpatizzava per i poeti di scienza e per i veteres; per quelli che, come Lucrezio, s’ispiravano all’antica tradizione romana ed avevano concezioni solenni e grandiose. del tutto opposte ai poetae novi, cultori del tenue e del leggero.
Il I Libro si apre con il magnifico inno a Venere genitrice di tutte le cose: a questa forza dell’amore che governa il cielo, il mare e la terra.
Poi Lucrezio enuncia i principi fondamentali della fisica epicurea: la materia è eterna, che nulla nasce dal nulla e nulla al nulla ritorna; tutte le cose altro non sono raggruppamenti e disgregazioni di atomi; questi si muovono nel vuoto; infinito è l’universo.
Il II Libro è quello della scienza atomica: ne è infatti protagonista l’atomo. Vi si dimostra come esso giri vertiginosamente ed incessantemente nello spazio vuoto (inane), sebbene non si veda. Ma Lucrezio ne mostra l’esistenza con una visione indimenticabile.
Gli atomi urtandosi tra di loro, danno origine alle cose ed agli esseri, che altro non sono appunto che aggregati di atomi; vi si spiega le legge del clinamen, della deviazione dalla line verticale di caduta, rendendo così possibile lo scontrarsi degli atomi.
Il III Libro è quello dell’anima umana. La quale è composta anch’essa di atomi sia pure sottilissimi, e destinati fatalmente a disgregarsi. Finchè si vive, indissolubile è l’unione dell’anima e del corpo: con esso l’anima nasce, cresce, invecchia, muore.
Se dunque l’anima è mortale, nulla è per noi la morte poiché tutta la nostra sensibilità viene annullata: anche avvenissero dopo la nostra morte il più grandiosi cataclismi, nulla sentiremmo, come nulla provammo prima di nascere. E’ un passo che discopre un immenso panorama storico ed etico.
Nel IV Libro si spiega la percezione sensoriale e la conoscenza, sempre secondo la dottrina di Epicureo : dalla superficie dei corpi si staccano particelle sottilissime (i rerum simulacra ) che vengono ad impressionare i nostri sensi. Tali particelle conservano le sembianze del corpo dal quale provengono: sono esse che producono il fenomeno della sensazione. Sono analizzati tutti i nostri sensi che sono organi perfetti che non ci ingannano mai. Il libro termina con una penetrante analisi di quella che la più forte e talora tragica sensazione: quella d’amore, che spesso, divenuta cieca passione, porta l’uomo a rovina.
V Libro. Il mondo ed il genere umano si sono formati non per opera divina, ma solo dal concilia, dai raggruppamenti degli atomi: sono fatti dunque di elementi mortali, soggetti a disgregazione. La parte più alta del libro è nel grandioso finale: dove Lucrezio descrive come nacquero dal grembo della madre Terra, gli uomini come vissero allo stato ferino e come piano piano s’incivilirono.
VI Libro. E’ il canto dei grandiosi fenomeni naturali: le nubi, i tuoni, i fulmini, i terremoti, i maremoti, i vulcani, tutte le collere del cielo e della terra ne sono i protagonisti. Tutto è prodotto da cause naturali e non dalla divinità , come credono gli uomini ignoranti e superstiziosi.
Gli dei che emanano nelle loro sedi celesti vita serena e tranquillità, non hanno la più piccola parte in questi fenomeni. Il fulmine, ad esempio, è sempre stato ritenuto segno dell’ira di Giove : ed invece da altro non è che prodotto che dai sensi del fuoco che ci sono dentro le nubi e che s’incendiano ed esplodono ad opera del vento:
L’opera ha un suggello funenereo: si chiude infatti con la descrizione della peste ad Atene, che serve a Lucrezio come terrificante esempio delle malattie e le loro cause . Il poeta aveva qui un illustre predecessore: Tucidide nel II libro della Storia della guerra nel Peloponneso aveva un’impressionante descrizione della peste ateniese. Lucrezio segue passo per passo il grande storico, infondendo però la sua anima di poeta che drammatizza la narrazione .
Il Positivismo
Il Positivismo rappresenta un composito movimento di pensiero che ha dominato gran parte della cultura europea, nelle sue manifestazioni filosofiche, politiche, pedagogiche, storiografiche e letterarie dal 1840 fino ad arrivare quasi ad arrivare alle soglie della I guerra mondiale. Passato l’uragano del 1848, l’era del Positivismo è un’epoca di sostanziale pace in Europa.
In questo contesto l’Europa da fondo alla sua trasformazione industriale, e gli effetti di tale rivoluzione sulla vita sociale sono molteplici: l’impiego delle scoperte scientifiche trasforma l’intero modo di produrre; le grandi città si moltiplicano; cresce la rete dei traffici; si rompe l’antico equilibrio tra città e campagna; aumentano produzione e ricchezza. In poche parole la Rivoluzione industriale muta dalle radici il modo di vivere . E gli entusiasmi si concentrano attorno all’idea che di un progresso umano e sociale inarrestabile, poiché di li in poi l’uomo avrebbe posseduto gli strumenti risolutivi di ogni problema.
Una sostanziale stabilità, il processo di industrializzazione e gli sviluppi della scienza e della tecnologia costituirono i pilastri dell’ambiente socio-culturale che il Positivismo interpretò, esaltò e favorì.
Certo, i grossi mali della società industriale non tardarono a farsi sentire: squilibri sociali, lotte per la conquista dei mercati, la condizione di miseria del proletariato, sfruttamento minorile, sfruttamento dell’ambientale.
Il positivismo si sviluppò in tutta Europa in modo diverso a secondo delle tradizioni di cultura differenti.
In ogni caso, nonostante le diversificazioni, esistono nel Positivismo dei tratti di fondo che ne permettono l’identificazione come movimento di pensiero:
1) Nel positivismo si rivendica il primato della scienza: noi conosciamo solo quello che ci fanno conoscere le scienze e l’unico metodo di conoscenza è quello delle scienze naturali.
2) Il metodo delle scienze naturali non vale solo per lo studio della natura ma anche per lo studio della società.
3) Per questo la sociologia, intesa come scienza dei “fatti naturali” che sono i rapporti umani e sociali, è un tratto qualificante del programma filosofico positivistico.
4) Nel Positivismo la scienza viene esaltata come l’unico mezzo in grado di risolvere, nel corso del tempo , tutti i problemi umani e sociali.
5) Di conseguenza, l’era del Positivismo è un’era pervasa da un ottimismo generale, che scaturisce da una certezza in un progresso inarrestabile verso condizioni di progresso generalizzato in una società pacifica e pervasa da umana solidarietà.
6) Sempre in linea generale, il Positivismo (tranne qualche eccezione) è caratterizzato da una fiducia acritica e spesso sbrigativa e superficiale nella stabilità e nella crescita senza ostacoli della scienza.
La I Rivoluzione industriale
e l’età dell’egemonia europea
La rivoluzione industriale, che si attua in Inghilterra, vede una prima fase dal 1750 agli anni ‘80, con il susseguirsi di invenzioni che incrementano la produzione tessile e i primi opifici realizzati con non grossi investimenti, spesso dagli stessi artigiani-inventori; mentre la seconda fase si ha con l’affermazione dell’utilizzo della macchina a vapore e una più decisa trasformazione della vita economica e della società. Essa è parallela a una «rivoluzione agricola» avviatasi già in età medievale con innovazioni tecnologiche quali la rotazione triennale e l’aratro pesante e concretizzatasi nell’Inghilterra di età moderna con le recinzioni (atti di soppressione delle terre comuni dal XV a metà XIX sec.).
Su scala mondiale questo è il periodo dell’egemonia europea che va dalla fine del XVIII sec. a inizio XX, caratterizzata dal controllo coloniale e produttivo inglese e, in misura molto minore, francese (per Braudel Londra è centro dell’economia mondo dal 1783 a inizio ‘900). Questa supremazia viene preparata nei secoli precedenti a partire dalle innovazioni nella tecnologia nautica che consentono la scoperta dell’America e attraverso i commerci e la Rivoluzione scientifica del XVII sec. Tuttavia per lungo tempo la bilancia dei pagamenti europea è stata in deficit rispetto all’oriente, da cui provenivano seta e spezie (India) o anche manufatti (Cina) e in cui sono presenti efficienti organizzazioni territoriali, statali o militari.
La supremazia europea è allora motivata da diversi fattori: 1) una struttura economica e politica che non ostacola artigiani e commercianti, ma anzi favorisce l’esercizio della proprietà privata e la formazione del capitalismo commerciale; 2) lo sviluppo tecnologico come capacità di costruire macchine, cioè di applicare le conoscenze scientifiche per ottenere risultati pratici (dalla bussola, agli occhiali, agli orologi); 3) la volontà di conquista, che rappresenta un elemento culturale.
Le innovazioni tecnologiche alla base della I Rivoluzione industriale sono sempre più rappresentate da nuovi brevetti: in Inghilterra dai circa 100 all’anno del 1650-1750 si passa agli oltre 450 del 1780.
Un po' di storia sull’Inquinamento
L'inquinamento dell'aria ad opera dell'uomo nasce dai fuochi accesi per la cottura del cibo e la protezione dal freddo nelle capanne dei nostri antenati (inquinamento interno più che esterno, dal momento che camini abbastanza larghi per ventilare lo erano anche per lasciare entrare la pioggia. Quindi si sviluppa negli insediamenti e, in seguito, nei villaggi e nelle città e di ciò si hanno antiche testimonianze: Orazio, ad esempio, si lamenta dell'annerimento da fuliggine degli edifici di Roma e Seneca scrive di avere migliorato la sua salute dopo essersi allontanato dai fumi della città.
Altre testimonianze interessanti ci arrivano dall'Inghilterra meridionale delle città piccole e sovraffollate e dei castelli. E' del 1250 circa la più antica documentazione d'inquinamento, per quei tempi rilevante, da fumi di forni a carbone, evidentemente mal preparati per lavori di riparazione del castello di Nottingham ordinati dal re Enrico II.
Intorno al 1285 l'inquinamento dell'aria a causa della combustione del carbone a Londra, di cui sono in particolare accusati i fabbri ferrai, è argomento di tale serietà da determinare la nomina da parte del re Edoardo I di una commissione per studiare e controllare.
Più tardi, intorno al 1310, il problema ambientale (inquinamento da fumi e scarico di detriti durante la costruzione di un mulino ad acqua) venne usato dal re Edoardo II come pretesto di persecuzione politica dei cavalieri Templari.
Attraverso altre testimonianze, tra cui quelle di Shakespeare e della regina Elisabetta I, di inquinamento dell'aria delle città e delle foreste (in cui venivano sempre più situate le fonderie) si giunge agli albori della rivoluzione industriale e all'affermarsi della scienza sperimentale di Galileo e Newton.
E' con il metodo sperimentale e deduttivo che muove i suoi primi passi l'osservazione della scienza delle deposizioni acide. All'inglese John Evelyn, con il trattamento Fumifugium, si può fare risalire la nascita della scienza dell'inquinamento dell'atmosfera; nel periodo 1661-66, i suoi studi consentono interessanti conclusioni sugli effetti delle emissioni industriali sulla salute e le piante, lo scambio di inquinanti tra Francia e Inghilterra, la dislocazione delle industrie inquinanti, l'uso di camini alti, ecc.
Nel secolo successivo si impongono gli studi dell'inglese Hales, che osserva l'acidità della pioggia, e dello svedese Von Linne (Linneo), che descrive gli effetti sulla salute, le piante ed i materiali delle emissioni di una fonderia prossima alla città di Falun (1734).
Si deve ad un altro britannico dell'era vittoriana, Angus E. Smith, il conio del termine pioggia acida (1872), in un libro, Air and rain: the beginnings of a chemical climatology, che è una pietra miliare della letteratura scientifica.
Ciò che segue appartiene alla scienza moderna della chimica atmosferica e delle deposizioni acide.
Infine, nel 1972, la coscienza del problema diventa globale sul palcoscenico della Conferenza di Stoccolma sull'acidificazione dell'ambiente, promossa dalla Svezia con la partecipazione di 21 stati e di rappresentanti di ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) e CE (Comunità Europea).

L’uomo con la sua ambizione e con il progresso industriale e tecnologico, si cura poco dei contraccolpi sulla natura. Eppure violando gli equilibri dell'Ecosistema, mette a rischio la sua stessa esistenza.
Il progresso industriale e tecnologico, sviluppatosi nell’ultimo secolo in gran parte del Pianeta, ha purtroppo il suo rovescio della medaglia: l’inquinamento dell’aria, del mare, del terreno. Il termine inquinamento sta ad indicare alterazioni dell’ambiente provocate, dall’uomo, che consistono nella dispersione di sostanze tossiche nell’aria, nell’acqua o nel terreno. Ma esistono anche altre forme di inquinamento. Per esempio le centrali termoelettriche usano l’acqua dei fiumi per raffreddare i loro impianti; di conseguenza questa si riscalda e le piante e gli animali che vivono nel fiume possono essere danneggiati. Questo fenomeno prende il nome di inquinamento termico, in quanto in tal caso l’ambiente non è alterato dalla dispersione di una sostanza, ma da quella del calore. Un’altra forma particolare di inquinamento è l’inquinamento radioattivo, prodotto dalle radiazioni sprigionate dalle sostanze radioattive. Altra forma di alterazione ambientale è il disboscamento; un terreno disboscato e abbandonato a se stesso, subisce una rapida erosione perché l’acqua piovana trascina via l’humus che gli dava fertilità, inoltre, esso provoca alluvioni nei terreni montani; infatti i suoli montani privati della vegetazione naturale, non trattengono l’acqua piovana che scorre a valle: perciò basta una pioggia intensa e persistente per far straripare i fiumi e danneggiare irreparabilmente l’equilibrio di quell’habitat. Le attività industriali possono inquinare l’ambiente sia con fumi e gas prodotti dalle combustioni sia per purificare le loro emissioni tossiche. Leggi severe impongono alle industrie di usare appositi impianti di depurazione per purificare le loro emissioni nell’ambiente. Ma non sempre queste sono rispettate, sicché a volte, i rifiuti che finiscono nelle discariche, nei fiumi o nell’aria sono tutt’altro che innocui. Vere catastrofi possono poi verificarsi in caso di incidenti .Il rischio di incidenti non riguarda solo gli impianti industriali, ma anche il trasporto di materiali o di combustibili. Ad esempio , il petrolio che , in seguito a un incidente, si riversa in mare, galleggia sull’acqua formando un velo sottile che si estende su superfici vastissime e blocca gli scambi di ossigeno e anidride carbonica fra il mare e l’atmosfera. La vita dei vegetali e degli animali marini, che dipende da tali scambi gassosi, è pertanto compromessa. Inoltre le particelle di catrame contenute nel petrolio vengono assorbite dai pesci e dai molluschi: pertanto, i prodotti della pesca nelle acque inquinate diventano pericolosi per la salute.
L’inquinamento prodotto dai combustibili fossili
L’effetto serra.
Tutti i combustibili comunemente usati (legna, carbone, petrolio, metano) contengono petrolio. Quando bruciano, questo elemento si combina con l’ossigeno formando anidride carbonica si disperde nell’aria. Le piante con il processo di fotosintesi clorofilliana, compiono la trasformazione inversa: decompongono l’anidride carbonica in carbonio e in ossigeno. Negli ultimo due secoli, con l’industrializzazione, l’uomo ha bruciato quantità così grandi di combustibili fossili, che l’azione delle piante è diventata insufficiente. Pertanto la quantità di anidride carbonica nell’aria è cominciata a crescere. Questo gas non è velenoso tuttavia, il suo aumento nell’aria è preoccupante, in quanto potrebbe alterare il clima terrestre.
Una serra è un ambiente le cui pareti sono costituite da vetri. Questo materiale è trasparente alla luce, ma non ai raggi calorifici (raggi infrarossi): pertanto la luce solare penetra nella serra riscaldandola, mentre il calore vi rimane intrappolato. Il risultato è che la temperatura all’interno della serra è più alta che all’esterno. L’anidride carbonica nell’aria si comporta in modo simile al vetro: essa infatti lascia passare la luce solare, mentre trattiene il calore intorno alla Terra. Questo fenomeno chiamato effetto serra, è assai importante: infatti assicura alla Terra un clima mite. Senza di esso il nostro pianeta sarebbe un corpo perennemente ghiacciato e, quindi privo di vita. Benché così utile l’effetto serra desta oggi gravi preoccupazioni. Infatti l’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, prodotto dalle combustioni, rende questo fenomeno più intenso. Di conseguenza la terra si potrebbe lentamente riscaldare. Si parla di inquinamento termico globale per descrivere questo pericoloso fenomeno. Se ciò davvero si verificasse, ne deriverebbero conseguenze drammatiche: per esempio, i ghiacci delle calotte polari si scioglierebbero parzialmente, sicché il livello degli oceani si alzerebbe sommergendo zone costiere assai popolose.
Le piogge acide
Il carbone e, in minor misura, il petrolio contengono sempre un pò di zolfo. Quando bruciano questi combustibili, lo zolfo si combina con l’ossigeno dell’aria,formando ossidi di zolfo. Questi a loro volta, reagendo con il vapore acqueo atmosferico,si trasformano in acido solforoso e acido solforico. Questi acidi rimangono nell’aria: quando piove l’acqua li trascina con sé al suolo. In modo analogo si forma l’acido nitrico, che ha origine dagli ossidi di azoto. Quando l’acqua piovana contiene disciolti questi acidi in quantità eccessive, si parla di piogge acide. Le piogge acide si verificano oggi quasi ovunque nel mondo, perché i venti spingono gli acidi anche in luoghi lontanissimi da quello dove si erano formati. I danni che esse causano sono di vari tipi. Gli alberi perdono le foglie e seccano. Le acque dei laghi diventano acide, mettendo a rischio la vita degli anfibi, dei pesci e dei molluschi che le abitano. Anche l’uomo per la presenza dell’acido solforico nell’aria; esso infatti irrita l’apparato respiratorio, favorendo l’insorgere dell’asma e delle bronchiti. Infine, le piogge acide attaccano il marmo e la pietra calcarea dei monumenti, trasformandoli in sostanze friabili. La gravità del problema delle piogge acide ha spinto molti Paesi ad accordarsi per diminuire l’emissione degli ossidi di zolfo.
L’inquinamento prodotto dall’agricoltura
L’aumento della produzione agricola negli ultimi decenni è stato possibile soprattutto grazie all’uso massiccio di fertilizzanti e di antiparassitari. Tuttavia queste sostanze producono anche un pericoloso inquinamento dell’ambiente. Esse, infatti, vengono trascinate via dalle acque di pioggia o di irrigazione e, infiltrandosi nel sottosuolo, contaminano le riserve idriche alle quali attingono gli acquedotti, mettendo a rischio la fornitura di acqua potabile alle città. Inoltre, i fiumi portano sostanze inquinanti nei laghi e nei mari,dove esse si accumulano. I fertilizzanti hanno gli effetti più pericolosi. Essi infatti favoriscono lo sviluppo delle alghe, che si moltiplicano in modo eccessivo e, quando muoiono, imputridiscono, rendendo impossibile la vita ai pesci e a altri animali acquatici. Il fenomeno detto eutrofizzazione delle acque riguarda soprattutto i laghi, ma può verificarsi anche in certi mari. Ma i danni dei fertilizzanti non finiscono qui. I fertilizzanti e gli antiparassitari entrano nelle catene alimentari degli animali, sia terrestri che marini: è possibile che le sostanze tossiche finiscano nei cibi di cui ci nutriamo. Gli insetticidi, poi, non distruggono soltanto gli insetti dannosi, ma anche quelli utili. Eliminando gli insetti scompaiono anche gli animali che si nutrono di essi.
Inquinamento radioattivo
Gli atomi di certi elementi sono instabili, cioè si trasformano spontaneamente in atomi di altri elementi. Ciò si verifica,per esempio, per l’uranio, che è contenuto in vari tipi di rocce: esso si trasforma prima in torio e in altri elementi anch’essi instabili; e, infine , in piombo. Nel caso dell’uranio, si tratta di un processo lentissimo; il suo tempo di dimezzamento,cioè il tempo necessario perché la metà dei suoi atomi si trasformino in atomi di altri elementi, e di ben 4,5 miliardi di atomi. Ma vi sono anche elementi il cui tempo di dimezzamento è di pochi milionesimi di secondo. Gli atomi degli elementi instabili vengono detti radioattivi perché, quando si trasformano emettono radiazioni (alfa) cioè nuclei di elio che sono assai poco penetranti; radiazioni (beta), cioè elettroni che sono in grado di attraversare un sottile foglia di metallo; radiazioni (gamma) che hanno la stessa natura della luce, ma possiedono energia maggiore. Gli esseri sono esposti da sempre a queste radiazioni presenti in natura. Esse però diventano pericolose se sono troppo intense e possono provocare il cancro o modificare le cellule sessuali provocando malformazione alla prole. L’inquinamento radioattivo è la dispersione di sostanze radioattive nell’ambiente . Il caso più drammatico sarebbe l’esplosione di una bomba atomica. Ma anche le centrali elettronucleari possono rappresentare un pericolo. E’ accaduto a Chernobyl, dove il surriscaldamento dell’impianto fece verificare due esplosioni e fece saltare l’edificio del reattore. Questo fece diffondere una grande quantità di sostanze radioattive nell’ambiente, provocando enormi danni. Altri rischi possono essere gli attentati alle centrali, lo smaltimento delle scorie (combustibile nucleare esaurito) ma ancora radioattivo.
Nella corsa alla grande produzione, per rispondere alla domanda crescente di prodotti tecnologici, energetici, chimici, alimentari, le industrie pur di assicurarsi fette di mercato sempre più vaste, non hanno lesinato a disperdere nell’ambiente sostanze residue delle lavorazioni spesso molto tossiche e in alcuni casi addirittura radioattive.
Le autorità preposte ai controlli, spesso con il beneplacito dei governi locali, sono state molto superficiali, chiudendo "un occhio" (e a volte anche tutti e due) sulle irregolarità compiute dalle industrie nello smaltimento dei rifiuti speciali nonché sulle emissioni di sostanze tossiche derivanti dai processi produttivi.
I governi locali infatti si sono sempre preoccupati soltanto di far competere le aziende del proprio territorio per garantire posti di lavoro.
Una politica atta a limitare l’impatto ambientale degli agenti inquinanti, era considerata controproducente, perché i maggiori costi da sostenere a carico delle aziende si sarebbero inevitabilmente ripercossi sui prezzi al consumo dei prodotti. I consumatori, preferendo i prodotti a più basso prezzo delle aziende estere non sottoposte a parametri ecologici da rispettare, avrebbero decretato di fatto il successo di queste ultime a discapito delle aziende locali, con riflessi negativi sull’occupazione, quindi sullo sviluppo tecnologico ed economico del Paese.
In effetti trovare l’equilibrio non è facile in nessuna situazione e con l’avvento della "globalizzazione" diventa sempre più difficile.
Occorre una strategia comune di tutti gli Stati del mondo. Ma i recenti summit internazionali sul tema, come l’ultimo tenutosi a Kyoto, si sono rivelati un fallimento a causa della resistenza, anche di grandi potenze economiche (leggi USA), a intraprendere una strada che porterebbe in rotta di collisione con gli interessi di potentissime lobby multinazionali.
Purtroppo però i danni sono stati fatti e bisogna assolutamente correre ai ripari al più presto. Il fenomeno "Effetto Serra" non si aggiusta da solo se non interveniamo almeno riducendo le emissioni di gas di ogni tipo nell’aria! I fiumi, i mari non diventano miracolosamente "acqua azzurra acqua chiara" se continuiamo a sversare dentro rifiuti di ogni tipo!
I recenti "allarmi alimentari" come il caso "mucca pazza", "polli alla diossina", "pesce al mercurio", ecc. devono farci riflettere. A tutto c’è un limite. Forse il limite l’abbiamo già oltrepassato.
La vita è il bene più prezioso. La "sopravvivenza" si può accettare solo per calamità naturali e per brevi periodi, non è accettabile che sia l’uomo stesso a causarla!
L’uomo è artefice della sua vita e, se è vero come è vero che siamo una "razza" intelligente, se è vero come è vero che siamo tutti "democraticamente" partecipi di questo mondo, ebbene, sta ad ognuno di noi levare una voce univoca, forte, determinata. Un grande NO! planetario per dire basta ad abusi e offese alla natura che danneggiano anche la salute di tutti noi.

CAMPO MAGNETICO
Il campo magnetico è una grandezza fisica vettoriale che esprime le proprietà dello spazio dovute alla presenza in esso di un magnete permanente o di una corrente elettrica. Per rilevare un campo magnetico, è sufficiente osservare il comportamento dell’ago di una bussola: se esso si orienta in una direzione ben precisa, nel punto in cui si trova l’ago è presente un campo magnetico di direzione e verso uguale a quelli dell’ago orientato. Il campo magnetico agisce su qualunque carica elettrica in movimento, a mezzo di una forza detta forza di Lorentz.
Campo magnetico terrestre La Terra è circondata da un intenso campo magnetico, come se al suo interno fosse situato un enorme magnete. I geofisici ritengono che tale campo sia prodotto dai moti convettivi degli elementi metallici presenti allo stato fuso nel nucleo terrestre. Nel corso delle ere geologiche, la polarità di questo campo si è invertita più volte; attualmente i poli Nord e Sud magnetici coincidono con i rispettivi poli geografici.

INTENSITÀ, DIREZIONE E VERSO
Trattandosi di una grandezza vettoriale, il campo magnetico B – detto anche induzione elettrica – è definito da un’intensità, una direzione e un verso. La sua intensità può essere quantificata misurando la forza che esso esercita su un filo conduttore di lunghezza l, percorso da una corrente elettrica di intensità i: tale forza dipende dall’orientazione del filo rispetto alla direzione del campo magnetico, e risulta proporzionale a i ed l. Nella situazione in cui il filo è perpendicolare alle linee di forza del campo, si può definire l’intensità B del campo magnetico come il rapporto tra la forza esercitata sul filo e il prodotto tra la lunghezza l e la corrente i. In formule:
B = F/il.
La direzione e il verso del campo magnetico si possono evidenziare con l’aiuto di un po’ di limatura di ferro e di un aghetto magnetico. Nel caso del campo generato da un filo conduttore percorso da corrente elettrica, se si tiene il filo in posizione verticale e si sparge della limatura di ferro su un piano ad esso perpendicolare, si vedono i frammenti metallici disporsi ordinatamente in circonferenze concentriche, centrate sul filo. Tali circonferenze evidenziano le linee di forza del campo magnetico, vale a dire la sua direzione in ogni punto dello spazio.
Il verso di un campo magnetico si può più facilmente determinare con l’aiuto dell’ago di una bussola. Ogni ago ha una polarità ben definita: l’estremità che punta verso il polo Nord della Terra è detta polarità nord, l’altra estremità, polarità sud (la Terra, infatti, è sede di un campo magnetico, detto appunto campo magnetico terrestre, che attualmente presenta i due poli magnetici quasi coincidenti con i rispettivi poli geografici). Definite in questo modo le due polarità di un ago magnetico o di un magnete, il verso del campo è quello che va dalla polarità sud alla polarità nord dell’ago magnetico posto nel campo.
3 UNITÀ DI MISURA
L’intensità del campo magnetico, nel Sistema internazionale, si misura in Tesla (T). Un Tesla è pari a 1 newton / (1 ampere)(1 metro). Per avere un’idea dell’ordine di grandezza di questa unità di misura, il campo magnetico misurato sulla superficie terrestre è dell’ordine di 1/10.000 T, mentre quello generato da una piccola calamita è di circa 1/100 T.
Verismo
Letteralmente legato al Naturalismo francese, e sulle istanze positivistiche e realistiche della nostra cultura si sviluppo il Verismo italiano, la cui poetica si venne elaborando tra il 1870 e 1890.
Il Verismo prese spunto dall’arte naturalista che ,non rinunciava alle finalità morali e sociali, ma utilizzava la narrazione poetica per un miglioramento effettivo della società.
Di qui parte il nostro Verismo, sia pure con un rinnovato interesse al rinnovamento sociale assai meno deciso e attenuando l’analisi naturalista dei fenomeni patologici, ma trasferendo nell’arte il metodo della scienza e fondandosi sulla concezione positivistica della realtà.
La sua poetica può essere riassunta : l’arte è lo studio disinteressato del documento umano. Di qui si vede la differenza fra esso e il realismo romantico. Per il Manzoni il vero era sempre illuminato da un’interpretazione religiosa o idealistica della vita ; nei veristi l’angolo visuale è materialistico e scientifico . Antiromantico è soprattutto il canone dell’impersonalità: il verista si proponeva di rappresentare la realtà oggettivamente senza alcuna intrusione soggettiva , né di sentimenti né di ideologie, procedendo dallo studio scientifico dei fatti alla formulazione delle leggi che li determinano.
Presa alla lettera questa poetica rischierebbe a semplice fotografia delle cose, mentre la poesia è sempre un’interpretazione della realtà, filtrata attraverso una coscienza.
Ma l’importanza del Verismo va considerata nel contesto culturale del suo tempo.
Esso, infatti, mentre rigettava il sentimentalismo romantico, e il romanzo storico convenzionale, riprendeva e continuava le esigenze più profonde del Romanticismo realistico. Suo fine era, infatti, una letteratura che fosse strumento di conoscenza e diffusione del vero, considerazione critica delle strutture sociali presenti, onde stabilire nuovi rapporti tra gli uomini e fondare la ricerca degli ideali di libertà e giustizia fuori da ogni utopia, estendendoli a tutta la società e non a una piccola parte di essa.
Dietro l’impassibilità dei veristi c’era dunque una indignazione polemica, un desiderio di denuncia dei falsi miti e soprattutto uno stato d’animo di disperazione e di pessimismo, che rivelavano tuttavia l’urgente necessità di risolvere i problemi di fondo della società italiana.
Aspetti e limiti del Verismo Italiano
Il Verismo è l’espressione più profonda della crisi che seguì l’Unità d’Italia ì, quando apparvero chiare le insufficienze della rivoluzione risorgimentale e del contraddizione del nuovo Stato italiano.
Sotto l’aspetto della libertà e della democrazia sopravviveva una struttura burocratica e poliziesca inetta a produrre una vera solidarietà delle forze sociali diverse, a immettere nella vita dello Stato, come forza attiva e partecipe, le plebi meridionali soffocate dall’ignoranza e da un’inveterata consuetudine di rapporti fedudali (Sapegno).
Per questo il nostro verismo ebbe come principali rappresentanti degli scrittori meridionali, anche se il suo centro fu Milano, la città dove si erano svolti i movimenti illuministico e romantico, propugnatori d’una cultura moderna e antiaccademica.
Esso assunse un carattere regionale e dialettale, epico e primitivo, adeguato al mondo delle plebi del Mezzogiorno e delle isole, ancora chiuse in una civiltà arcaica, fra barriere d’una secolare solitudine e d’un secolare abbandono.
Mentre però gli scrittori realistici erano i portavoce di un’esigenza consapevole d’una intera società, i nostri veristi dovevano interpretare il desolato silenzio d’una moltitudine inerte e miserabile estranea alla cultura e ai problemi della vita nazionale.
Per questo la loro opera appare più solitaria di quella degli altri scrittori europei, è un inchinarsi pietoso sui diseredati, ma sempre un pò distaccato, pessimistico e senza slancio rivoluzionario: senza la fiducia razionale nel progresso che fu propria del positivismo ed espresse, altrove, il sostanziale ottimismo con cui una borghesia saldamente egemone contemplava una realtà sociale da lei stessa determinata. E limitata rimase pertanto l’adesione al nuovo movimento delle classi più colte, che ben presto aderirono ai miti più appariscenti carducciani e dannunziani.
Tuttavia il Verismo rappresentò il desiderio di rottura nei confronti di una tradizione letteraria troppo spesso accademica ed estetizzata, la ricerca di un’adesione sostanziale alla verità e di uno stile semplice, diretto, legato alle cose e al parlato ,tale da assorbire nella lingua nazionale modi, forme e sintassi dialettali.
Dall’esperienza naturalistica e psicologica del Verismo, presero le mosse altri scrittori, che la volsero però ,secondo nuove forme di sensibilità ormai decisamente antipositivistiche e ispirate in maniera diversa al Decadentismo.
Giovanni Verga
Vita
Il Verga nacque a Catania nel 1840 e in Sicilia trascorse l’infanzia e la prima giovinezza. Qui scrisse i suoi primi romanzi, Amore e Patria (‘54), I Carbonari della montagna, Sulle lagune, primo rivelarsi di una vocazione narrativa, per la quale interruppe gli studi di giurisprudenza. Dal 61 al 71 visse a Firenze, dove entrò in contatto con il mondo letterario, strinse amicizia col Capuana e scrisse i suoi primi romanzi Una Peccatrice e Storia di una capinera la più fortunata delle opere minori. Passò poi dal 72 al 91 a Milano, dove frequentò i salotti letterari.
Proseguiva intanto la sua attività da romanziere – con Tigre reale, Eva, Eros – incentrata sull’esperienza degli ambienti borghesi.
Nel ‘74 componeva la sua prima novella di ambiente siciliano e d’ispirazione veristica, Nedda, alla quale seguirono, nei quindici anni successivi,i suoi capolavori: le novelle Vite dei campi (80), I Malavoglia (81), le Novelle rusticane (83), Mastro- Don Gesualdo (89), il dramma Cavalleria rusticana. Tutte queste opere erano ambientate in Sicilia, ed esprimevano con linguaggio scarno. Essenziale e una tecnica ispirata al Verismo, il dramma della lotta per la vita, colto nelle classi umili e diseredate.
Meno felici sono, invece i racconti,nei quali l’autore alla vita delle plebi cittadine del Settentrione, raccolti in Per le vie (83), Vagabondaggio (87) e Don Candeloro e C.(94), dove rappresenta la squallida vita dei guitti.
Ricordiamo ancora tra le opere di questo periodo, Il marito di Elena (82). I ricordi del capitano d’Arce (91), che sono un ritorno alla psicologia raffinata e mondana dei primi romanzi, e Dal tuo al mio, nella duplice versione narrativa e teatrale, e il dramma In portineria.
Dal ‘93 in avanti Verga si ritirò a Catania, dove visse per circa un trentennio in un silenzio pressoché completo, amareggiato dall’incomprensione che circondava la sua opera. Morì nel 1922.
Fu la sua una vita spiritualmente concentrata e solitaria, dominata dalla sua passione di scrittore. Nonostante il carattere e la tendenza, nelle opere maggiori, a calarsi totalmente nel racconto oggettivo, senza sfoghi autobiografici, sentiamo che l’arte fu per lui costante e appassionata ricerca della verità, un guardare con occhio fermo e coraggioso, ma intimamente desolato, il dramma della condizione umana.

Le idee e la poetica
Lo svolgimento della narrativa verghiana. Prima di aderire alla poetica del verismo – un’adesione peraltro originale e sostanziata da profonde ragioni, non solo letterarie ma umane e sociali – il Verga sembra ripercorrere il cammino nella nostra narrativa ottocentesca. Infatti, nelle sue prime prove ricalca i modelli del romanzo storico con echi di romanticismo, in Una Peccatrice, Storia d’una capinera,Tigre reale, Eva, Eros, appare legato al tardo romanticismo e alla Scapigliatura.
La materia di questi romanzi è erotica e passionale, l’ambiente è quello di una vita borghese individualistica e raffinata che nell’amore cerca un diversivo e una romantica evasione alla piattezza del vivere quotidiano e un mondo di sensazioni nuove intense, anche se, alla fine piomba nell’angoscia della passione delusa.
Ma già in esse c’è l’ispirazione più genuina del Verga comincia a farsi strada pur attraverso un fondo di torbido romanticismo autobiografico. Nelle pagine migliori c’è, infatti la tendenza a un’analisi psicologica obbiettiva, volta a studiare con sguardo lucido il meccanismo delle passioni; inoltre i personaggi e loro vicende romanticamente aristocratiche sono calati in un ambiente quotidiano, rappresentato realisticamente, indicativo del contrasto che è nell’autore, fra l’abbandono ai miti romantici e un bisogno di verità più autentica. Interessa ancora, in questi romanzi, un senso di fatalità cupa, un pessimismo dolente che sarà anche nelle opere maggiori, e lo stile ancora sciatto e provvisorio, da deliberatamente antiaccademico, attento alle cose e non alle parole.
I migliori tra questi romanzi, sono Storia d’una capinera e Eva. Nel primo la storia dell’educanda costretta dalla famiglia a farsi monaca, che, innamoratasi, impazzisce e muore,consumata dalla tisi, tra le mura tetre del convento, rivela una sensibilità ultraromantica. ma presente anche uno studio dell’ambiente ben documentato e la ricerca di verità e di efficacia sociale. Il secondo racconta, invece, la passione di Enrico Lantieri per la ballerina Eva; una passione che conduce il giovane, abbandonato dall’amante, a morire per passione nella natia Sicilia.
Anche qui, accanto alla materia ultraromantica, appare un notevole realismo nello studio della psicologia di Eva e nella considerazione del motivo economico che incide in modo definitivo sulla vicenda amorosa.
L’approdo al Verismo – Alla Sicilia ritorna decisamente il Verga con la novella Nedda (74) che costituisce l’inizio della sua “conversione” letteraria, o meglio, la tappa decisiva nella conquista del suo mondo poetico originale. E’ una storia di miseria e sventura: Nedda, una giovane bracciante siciliana, lavora duramente per mantenere la madre ammalata; dopo la sua morte, cede all’amore di un giovane povero come lei, Janu, ma questo muore prima di poterla sposare e di stenti muore la bimba nata dalla loro unione.
La novità di questa novella sta nel tentativo di un’arte oggettiva, che lasci, cioè parlare le cose, che segua il meccanismo della vicenda, senza intrusioni soggettive dell’autore, ma cogliendone la concatenazione necessaria.
Questo mondo di passioni elementari, di storie “vere”, di dolore “vero”, non nato dalle artificiose costruzioni d’una fantasia romantica, ma dalla vita crudele e oppressiva è rappresentato in tutte le opere maggiori del Verga, nelle novelle Vita dei campi e Novelle rusticane, nei romanzi I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo.
La poetica de Verismo serve all’autore a ritrovare la verità autentica della vita e a rappresentarla senza intrusioni autobiografiche e soggettive, come uno “studio – dice egli nella prefazione dei Malavoglia – sincero e spassionato”.
La prefazione ai Malavoglia rivela l’ambizione del Verga di fare della sua opera una rappresentazione e un’interpretazione della vita totale dell’uomo.
I due suoi romanzi maggiori dovevano costituire l’inizio di un Ciclo dei vinti, inteso ad esprimere la condizione universale dell’individuo, proteso ad affermare se stesso, in tutte le classi sociali e in vari modi, dalla ricerca del benessere materiale alle più elevate ambizioni, cooperando, inconsapevolmente, al cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso.
Il pessimismo verghiano pervade tutta la sua opera, raggela le speranze e le vicende dei protagonisti. La denuncia sociale non approda né una speranza rivoluzionaria né al riscatto degli umili: la sventura e la morte sommergono implacabilmente l’ansia di vita dei suoi personaggi.
Essa si esprime soprattutto nel mito della roba, cioè nel desiderio di possedere,di costruirsi, con il duro lavoro,una fortuna, nel tentativo di dominare la vita.
Ma tutto si infrange e calpesta il destino: i personaggi del Verga vivono la loro pena in una dura solitudine, quella dell’uomo in un mondo senza Dio, sommerso dal meccanismo impietoso di una natura impassibile. L’unico valore che resta è la dignità umile ed eroica con cui l’uomo sopporta il destino, senza ribellione e senza viltà.
Lo stile di Verga – All’originalità del mondo rappresentato fa riscontro, nell’opera verghiana, l’originalità dello stile, antiaccademico, antiletterario, semplice ed elementare come le reazioni psicologiche dei protagonisti, e il loro modo di vedere le cose. Quello del Verga è un linguaggio intimamente dialettale, non nel lessico, ma nella sintassi e nelle immagini che riflettono il discorso mentale prevalentemente emotivo degli umili personaggi popolari.
Lo scrittore, soprattutto nei Malavoglia, sembra anch’egli far parte di quel coro di umili,essere una voce recitante che racconta la vicenda monotona e implacabile del loro destino. Una vicenda dolorosa sottolineata da splendidi paesaggi che a tratti affiorano nel racconto .
Nei momenti più intensi dialogo e descrizioni si modulano in quella che è stata chiamata “la mesta cantilena siciliana”, chiusa e rassegnata, intrisa di un dolore antico quanto l’uomo.
Charles Dickens
Charles Dickens was born on February 7, 1812, the son of John and Elizabeth Dickens. John Dickens was a clerk in the Naval Pay Office. He had a poor head for finances, and in 1824 found himself imprisoned for debt. His wife and children, with the exception of Charles, who was put to work at Warren's Blacking Factory, joined him in the Marshalsea Prison. When the family finances were put at least partly to rights and his father was released, the twelve-year-old Dickens, already scarred psychologically by the experience, was further wounded by his mother's insistence that he continue to work at the factory. His father, however, rescued him from that fate, and between 1824 and 1827 Dickens was a day pupil at a school in London. At fifteen, he found employment as an office boy at an attorney's, while he studied shorthand at night. His brief stint at the Blacking Factory haunted him all of his life -- he spoke of it only to his wife and to his closest friend, John Forster -- but the dark secret became a source both of creative energy and of the preoccupation with the themes of alienation and betrayal which would emerge, most notably, in David Copperfield and in Great Expectations.
In 1829 he became a free-lance reporter at Doctor's Commons Courts, and in 1830 he met and fell in love with Maria Beadnell, the daughter of a banker. By 1832 he had become a very successful shorthand reporter of Parliamentary debates in the House of Commons, and began work as a reporter for a newspaper.
In 1833 his relationship with Maria Beadnell ended, probably because her parents did not think him a good match (a not very flattering version of her would appear years later in Little Dorrit). In the same year his first published story appeared, and was followed, very shortly thereafter, by a number of other stories and sketches. In 1834, still a newspaper reporter, he adopted the soon to be famous pseudonym "Boz." His impecunious father (who was the original of Mr. Micawber in David Copperfield, as Dickens's mother was the original for the querulous Mrs. Nickleby) was once again arrested for debt, and Charles, much to his chagrin, was forced to come to his aid. Later in his life both of his parents (and his brothers) were frequently after him for money. In 1835 he met and became engaged to Catherine Hogarth.
The first series of Sketches by Boz was published in 1836, and that same year Dickens was hired to write short texts to accompany a series of humorous sporting illustrations by Robert Seymour, a popular artist. Seymour committed suicide after the second number, however, and under these peculiar circumstances Dickens altered the initial conception of The Pickwick Papers , which became a novel (illustrated by Hablot K. Browne, "Phiz," whose association with Dickens would continue for many years). The Pickwick Papers continued in monthly parts through November 1837, and, to everyone's surprise, it became an enormous popular success. Dickens proceeded to marry Catherine Hogarth on April 2, 1836, and during the same year he became editor of Bentley's Miscellany, published (in December) the second series of Sketches by Boz, and met John Forster, who would become his closest friend and confidant as well as his first biographer.
After the success of Pickwick, Dickens embarked on a full-time career as a novelist, producing work of increasing complexity at an incredible rate, although he continued, as well, his journalistic and editorial activities. Oliver Twist was begun in 1837, and continued in monthly parts until April 1839. It was in 1837, too, that Catherine's younger sister Mary, whom Dickens idolized, died. She too would appear, in various guises, in Dickens's later fiction. A son, Charles, the first of ten children, was born in the same year.
Nicholas Nickleby got underway in 1838, and continued through October 1839, in which year Dickens resigned as editor of Bentley's Miscellany. The first number of Master Humphrey's Clock appeared in 1840, and The Old Curiosity Shop, begun in Master Humphrey, continued through February 1841, when Dickens commenced Barnaby Rudge, which continued through November of that year. In 1842 he embarked on a visit to Canada and the United States in which he advocated international copyright (unscrupulous American publishers, in particular, were pirating his works) and the abolition of slavery. His American Notes, which created a furor in America (he commented unfavorably, for one thing, on the apparently universal -- and, so far as Dickens was concerned, highly distasteful -- American predilection for chewing tobacco and spitting the juice), appeared in October of that year. Martin Chuzzlewit, part of which was set in a not very flatteringly portrayed America, was begun in 1843, and ran through July 1844. A Christmas Carol, the first of Dickens's enormously successful Christmas books -- each, though they grew progressively darker, intended as "a whimsical sort of masque intended to awaken loving and forbearing thoughts" -- appeared in December 1844.
In that same year, Dickens and his family toured Italy, and were much abroad, in Italy, Switzerland, and France, until 1847. Dickens returned to London in December 1844, when The Chimes was published, and then went back to Italy, not to return to England until July of 1845. 1845 also brought the debut of Dickens's amateur theatrical company, which would occupy a great deal of his time from then on. The Cricket and the Hearth, a third Christmas book, was published in December, and his Pictures From Italy appeared in 1846 in the "Daily News," a paper which Dickens founded and of which, for a short time, he was the editor.
In 1847, in Switzerland, Dickens began Dombey and Son, which ran until April 1848. The Battle of Life appeared in December of that year. In 1848 Dickens also wrote an autobiographical fragment, directed and acted in a number of amateur theatricals, and published what would be his last Christmas book, The Haunted Man, in December. 1849 saw the birth of David Copperfield, which would run through November 1850. In that year, too, Dickens founded and installed himself as editor of the weekly Household Words, which would be succeeded, in 1859, by All the Year Round, which he edited until his death. 1851 found him at work on Bleak House, which appeared monthly from 1852 until September 1853.
In 1853 he toured Italy with Augustus Egg and Wilkie Collins, and gave, upon his return to England, the first of many public readings from his own works. Hard Times began to appear weekly in Household Words in 1854, and continued until August. Dickens's family spent the summer and the fall in Boulogne. In 1855 they arrived in Paris in October, and Dickens began Little Dorrit, which continued in monthly parts until June 1857. In 1856 Dickens and Wilkie Collins collaborated on a play, The Frozen Deep, and Dickens purchased Gad's Hill, an estate he had admired since childhood.
The Dickens family spent the summer of 1857 at a renovated Gad's Hill. Hans Christian Anderson, whose fairy tales Dickens admired greatly, visited them there and quickly wore out his welcome. Dickens's theatrical company performed The Frozen Deep for the Queen, and when a young actress named Ellen Ternan joined the cast in August, Dickens fell in love with her. In 1858, in London, Dickens undertook his first public readings for pay, and quarreled with his old friend and rival, the great novelist Thackeray. More importantly, it was in that year that, after a long period of difficulties, he separated from his wife. They had been for many years "tempermentally unsuited" to each other. Dickens, charming and brilliant though he was, was also fundamentally insecure emotionally, and must have been extraordinarily difficult to live with.
In 1859 his London readings continued, and he began a new weekly, All the Year Round. The first installment of A Tale of Two Cities appeared in the opening number, and the novel continued through November. By 1860, the Dickens family had taken up residence at Gad's Hill. Dickens, during a period of retrospection, burned many personal letters, and re-read his own David Copperfield, the most autobiographical of his novels, before beginning Great Expectations, which appeared weekly until August 1861.
1861 found Dickens embarking upon another series of public readings in London, readings which would continue through the next year. In 1863, he did public readings both in Paris and London, and reconciled with Thackeray just before the latter's death. Our Mutual Friend was begun in 1864, and appeared monthly until November 1865. Dickens was in poor health, due largely to consistent overwork.
In 1865, an incident occurred which disturbed Dickens greatly, both psychologically and physically: Dickens and Ellen Ternan, returning from a Paris holiday, were badly shaken up in a railway accident in which a number of people were injured.
1866 brought another series of public readings, this time in various locations in England and Scotland, and still more public readings, in England and Ireland, were undertaken in 1867. Dickens was now really unwell but carried on, compulsively, against his doctor's advice. Late in the year he embarked on an American reading tour, which continued into 1868. Dickens's health was worsening, but he took over still another physically and mentally exhausting task, editorial duties at All the Year Round.
During 1869, his readings continued, in England, Scotland, and Ireland, until at last he collapsed, showing symptoms of mild stroke. Further provincial readings were cancelled, but he began upon The Mystery of Edwin Drood.
Dickens's final public readings took place in London in 1870. He suffered another stroke on June 8 at Gad's Hill, after a full day's work on Edwin Drood, and died the next day. He was buried at Westminster Abbey on June 14, and the last episode of the unfinished Mystery of Edwin Drood appeared in September.

SPAGNOLO
ANTONIO MACHADO
Antonio Machado nació el 26 de julio de 1875 en Sevilla. Fue el segundo de cinco hermanos de una familia liberal. Su padre, Antonio Machado Álvarez, amigo de Joaquín Costa y de Francisco Giner de los Ríos "Demófilo", publicó numerosos estudios sobre el folclore andaluz y gallego. Su madre, Ana Ruiz. Su abuelo, Antonio Machado Núñez, era médico y profesor de Ciencias Naturales.
En 1883, su abuelo es nombrado profesor de la Universidad Central de Madrid y toda la familia se traslada con él a dicha ciudad. Antonio Machado completará entonces su formación en la célebre Institución Libre de Enseñanza, fundada por Francisco Giner de los Ríos.
Machado interrumpe varias veces sus estudios, afectado por los problemas económicos de su familia tras la muerte de su padre por tuberculosis en 1893. El influjo familiar y su centro de estudios marcarán su camino intelectual.
En 1899, Antonio Machado viaja a París, donde vive su hermano Manuel, y trabaja de traductor en la editorial Garnier. Allí entrará en contacto con, por ejemplo, Oscar Wilde y Pío Baroja. Vuelve a España y trabaja de actor mientras alcanza el título de bachiller.
En 1902 vuelve a París y conoce a Rubén Darío. De vuelta a Madrid entabla amistad con Juan Ramón Jiménez y publica Soledades (1903).
En 1907 publica Soledades, galerías. Otros poemas y gana las oposiciones al puesto de catedrático de francés, eligiendo la vacante del instituto de Soria, donde conoce a Leonor Izquierdo, con la que se casará dos años después teniendo ella 15 años y él, 34.
En 1911 viajará a París al conseguir una beca para ampliar sus estudios.
Leonor cae enferma de tuberculosis y muere en 1912, lo que sume a Machado en una gran depresión y éste solicita su traslado a Baeza (Jaén), donde vivirá con su madre dedicado a la enseñanza y al estudio.
En 1912 publica Campos de Castilla, obra en la que el autor se separa de los rasgos modernistas que presentaba su obra Soledades y del intimismo hacia el que había evolucionado en Soledades, galerías. Otros poemas, acercándose a los autores de la Generación del 98.
En 1917 conoce a Federico García Lorca y en 1919 se traslada a Segovia. En 1932 se le concede un puesto de profesor en el Instituto Calderón de la Barca, de Madrid.
Escribe textos en prosa que luego serán recogidos en los dos apócrifos Juan de Mairena y Abel Martín.
Con el estallido de la Guerra Civil marcha a Valencia. En 1937 publica su última obra, La guerra. En 1939 con la derrota del ejercito republicano huye de España y se exilia en Collioure (Francia),donde poco después se produce la muerte de la madre del poeta y la de él mismo con sólo tres días de intervalo. En su bolsillo se encuentra un último verso: "Estos días azules y este sol de la infancia".
Casa donde vivió Antonio Machado en Fasgar, España
Su obra poética se inicia con Soledades (1903), que fue escrita entre 1899 y 1902. En el breve volumen notamos ya muchos rasgos personales que caracterizarán su lírica posterior. En Soledades, Galerías y otros poemas (octubre de 1907) la voz del poeta se alza con personalidad propia. En este mismo año, se instala en la ciudad de Soria para enseñar francés. En esta ciudad conocerá a la que será su esposa Leonor. Quizá lo más típico de esa personalidad sea el «tono» nostálgico, suavemente melancólico, aun cuando hable de cosas muy reales o de temas muy de la época: jardines abandonados, parques viejos, fuentes, etc. Espacios a los cuales va aproximándose a través del recuerdo, del sueño o de las ensoñaciones.
En lo fundamental este intimismo nunca desaparece, aunque en la entrega siguiente, Campos de Castilla (1912), Antonio Machado explore nuevos caminos (no en vano, es su libro noventayochista). En la colección de 1912 el poeta mira, sobre todo, al espacio geográfico que le rodea —las tierras castellanas— y a los hombres que lo habitan. A la sección Campos de Castilla que figura en la edición de Poesías completas (1917) se añadirán nuevos textos que no figuran en la de 1912:
a) un grupo de poemas escritos en Baeza tras la muerte de su mujer Leonor en los que la memoria tiene un papel fundamental,
b) una serie de poemas breves, de carácter reflexivo, sentencioso, que el poeta llamará «Proverbios y cantares» y
c) unos cuantos textos muy críticos: crítica social y crítica a la España de aquel momento.
El libro Nuevas canciones (1924), escrito parcialmente en Baeza, recuerda en alguna de sus partes el tono nostálgico del primer Machado. Hay una presencia de las tierras sorianas, evocadas desde lejos; la hay, también, de la Alta Andalucía, espacio geográfico real y mítico a la vez; continúa, además, en el nuevo libro, la línea sentenciosa (proverbios y cantares).
Las ediciones de Poesías completas de 1928 y 1933 presentan novedades dignas de ser destacadas. Especialmente, hay que reseñar la aparición de dos importantes apócrifos, «Juan de Mairena» y «Abel Martín» —maestro de Mairena—, más un tercero, que lleva el mismo nombre que el poeta. Son, todos ellos, autores de los poemas añadidos a estas nuevas ediciones. Juan de Mairena es, además, autor de comentarios en prosa: de éste ha de decir Machado algunos años más tarde que es su «yo filosófico». Entre los textos que a dichos personajes se atribuyen destacaremos, por una parte, los de carácter filosófico (filosofía impregnada de lirismo); por otro lado, unos cuantos poemas eróticos, cuya inspiradora (Pilar de Valderrama en la vida real; Guiomar en la poesía) fue el último gran amor del poeta.
En 1936, ya en vísperas de la Guerra Civil, publica un libro en prosa: Juan de Mairena. Sentencias, donaires, apuntes y recuerdos de un profesor apócrifo. Se trata de una reunión de ensayos que venía publicando en la prensa madrileña a partir de 1934. Este volumen muestra que su autor es uno de los más originales prosistas de nuestro siglo. A través de esas páginas Machado-Mairena habla sobre la sociedad, la cultura, el arte, la literatura, la política, la filosofía. Usa una gran variedad de tonos, que va desde la aparente frivolidad hasta la gravedad máxima, pasando por la ironía, la gracia, el humor, etc.
La tumba de Antonio Machado en el cementerio de Cotlliure (Francia)
Durante la contienda civil marcha con su familia a Valencia. Uniéndose al movimiento Alianza de Escritores Antifascistas participando activamente en el II Congreso Internacional de celebrado en la ciudad de Valencia. Machado escribió unos pocos textos en verso y muchos en prosa. Algunos —verso y prosa— se recogen en su último libro, La guerra (1937, con ilustraciones de José Machado). Si buena parte de la escritura última debe verse como puramente testimonial, hay —no obstante— ciertos textos de grandísima calidad literaria. Entre ellos, El crimen fue en Granada.
Durante la década del veinte y primeros años de la del treinta, escribe teatro en colaboración con su hermano Manuel. Ambos estrenan en Madrid las siguientes obras: Desdichas de la fortuna o Julianillo Valcárcel (1926), Juan de Mañara (1927), Las adelfas (1928), La Lola se va a los puertos (1929), La prima Fernanda (1931) y La duquesa de Benamejí (1932).
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