Le isole Galapagos

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Testo

LE ISOLE GALAPAGOS

INCIDENTE AMBIENTALE ALLE GALAPAGOS
La Jessica si incaglia
È la sera del 16 gennaio 2001, nel clima caldo e umido dell’equatore.
La petroliera ecuadoriana “Jessica”, carica di petrolio destinato alla flotta di navi da crociera che fanno servizio alle Galapagos, si arena su una secca a poche centinaia di metri dal porto dell’isola di San Cristobal.
“Ho scambiato la boa della secca per il faro”, confesserà poi il comandante, arrestato dalla polizia insieme a tutto l’equipaggio. “No, non usavo le carte, né il radar: conoscevo bene la zona e mi sentivo sicuro sul ponte”.
Dopo l’impatto, la nave si inclina su un fianco e dai serbatoi squarciati cominciano a riversarsi in mare migliaia di litri di petrolio.
Mentre la nave da turismo “Galapagos Explorer II” se ne resta immobile al molo, accorrono invece le lance dei pescatori per scaricare il combustibile (diesel e bunker) dalla “Jessica”.
Subito, però, arriva anche il rappresentante della Petrocomercial, la compagnia proprietaria del petrolio, che pretende di essere pagata per quel combustibile scaricato dai pescatori, i quali quindi si fermano.
Così il petrolio continua a fluire in mare, e solo due giorni dopo vengono allertate le squadre d’emergenza dell’Ecuador, che arrivano sul posto quando già il carburante si è esteso su migliaia di chilometri quadrati, raggiungendo le coste Sud americane.
Gli effetti del gravissimo incidente
Raggiunti dalla marea nera, uccelli e pesci muoiono a migliaia.
Mentre gli equipaggi dei guardacoste arrivati dagli Stati Uniti cercano di raddrizzare la “Jessica” per fermare la fuoriuscita del carburante, altre squadre di soccorso si danno da fare per raccogliere il petrolio dalla superficie marina, e comunque per ridurre con solventi chimici la massa nera.
Altre squadre di volontari si preoccupano di raccogliere e curare gli animali (pellicani, leoni marini, tartarughe elefantine ecc.) rimasti invischiati nel petrolio e nel catrame: li lavano e li alimentano, prima che il freddo e le sostanze venefiche li uccidano.
Per fortuna le correnti marine sono dirette verso nord e spingono quindi, seppur lentamente, le chiazze nere fuori all’arcipelago.
Una parte del combustibile tuttavia - il pericoloso bunker - è troppo denso per galleggiare e si inabissa nel mare, distruggendo ogni forma di vita vegetale e animale sui fondali.
Alla fine di gennaio, quando gran parte della marea nera si è ormai allontanata dall’arcipelago, l’emergenza intorno alla “Jessica” è però sempre molto alta.
I danni ambientali sono ingentissimi, ma sembra scongiurato - grazie alle correnti marine - il pericolo di un vero e proprio disastro ecologico.
Alcuni tratti di costa sono stati chiusi al turismo, ma il danno economico più grave è stato subito dai pescatori, che già prima di questo gravissimo incidente avevano di che lamentarsi e protestare.

Exxon Valdez, Haven, Erika, Ievoli Sun. E ora, Jessica. Nomi utilizzati per battezzare navi, soprattutto petroliere. Nomi che oggi significano una cosa sola: disastro ecologico. Perché quelle navi, quelle petroliere hanno, quasi sempre per colpa dell'uomo, qualche volta per cause naturali, perso il loro carico in mare: petrolio o micidiali componenti chimici (Ievoli Sun).
La sorte ha voluto che alcuni di questi immani disastri si rovesciassero su luoghi celebri come ultimi paradisi naturali.
La fuoriuscita dal ventre della petroliera ecuadoriana di 600 mila litri di carburante a poche centinaia di metri dalle coste delle Isole Galapagos, nell'Oceano Pacifico, il 19 gennaio, non è che l'ultima di una disgraziata quanto lunga serie.
Un incidente che rischia di distruggere un ecosistema essenziale per lo studio della vita sul pianeta. Le isole Galapagos, sin da quando vi giunse Charles Darwin, infatti (che vi teorizzò l'evoluzione delle specie), non cessano di sorprendere scienziati e naturalisti di tutto il mondo.
Là vivono gruppi animali unici. Alterare l'ecosistema delle isole significa mettere a rischio specie che non potrebbero vivere da nessun'altra parte della mondo.
La "task force"
Certo, gli Stati Uniti hanno già inviato una loro "task force". Al largo di San Cristobal, dove si è arenata la petroliera Jessica, sono già al lavoro i tecnici della "Strike Force" specializzata nei disastri ambientali e quelli dell'Amministrazione dell'atmosfera e dell'oceano (Nnoaa).
Stanno tentando l'impossibile per arginare la fuoriuscita di carburante.
Ma la marea nera finora si è allargata per un perimetro che nessuno sa indicare con precisione. Si parla di un'estensione che potrebbe arrivare a più di 1000 chilometri. Rodolfo Rendon, il ministro dell'Ambiente dell'Ecuador, Paese che esercita la sovranità sulle Galapagos, ha confermato il "danno ecologico estremamente grave" causato da un "macchia nera" composta da due carburanti: il diesel e il bunker.
Quest'ultimo è considerato pericolosissimo per l'ambiente e difficile da dissolvere.
Secondo Mauricio Velazquez, biologo del Parco nazionale Galapagos, il bunker galleggia per qualche ora e poi affonda, "attaccando alghe e altre specie acquatiche di cui si nutrono i pesci".

L'intervento –
Per le prime operazioni di soccorso sono stati utilizzati 1.000 metri di materiale assorbente e 12.000 litri di solventi chimici.
Il problema con questi ultimi è che provocano anche essi danni al fragile ecosistema dell'arcipelago. Come se non bastasse, il maltempo ha frammentato l'area inquinata e chiazze oleose hanno raggiunto spiagge delle isole San Cristobal e Santa Fè, mentre si dirigono alla velocità di un nodo l'ora verso Plaza e Espanola, dove è presente una importante colonia di leoni marini. Maria Eugenia Proano, responsabile della Stazione scientifica Charles Darwin (1809-1882), ha indicato che una ventina fra leoni marini, albatros, pellicani e sule dai piedi blu, hanno già subito gli effetti della "marea nera" e sono stati portati a San Cristobal per essere "trattati".
Il Wwf ha chiesto al governo dell'Ecuador di limitare la navigazione nelle acque delle isole Galapagos. L'organizzazione mondiale per la tutela dell'ambiente sottolinea che è di vitale importanza che il mare che circonda l'arcipelago, parco naturale dove vivono tartarughe giganti e leoni marini, diventi zona protetta.
Purtroppo non è finita. E' in arrivo anche la beffa, dopo il danno. La Exxon Valdez, che il 24 marzo 1989 ha rovesciato 35 mila tonnellate di greggio di fronte alla Baia del Principe William, in Alaska, provocando danni per oltre settemila miliardi di lire, è stata condannata a ripagare lo sfacelo fino all'ultimo dollaro. Cosa che è avvenuta.
Il disastro delle Galapagos, invece, finirà quasi certamente nel nulla: la petroliera Jessica infatti navigava senza carte a bordo e, soprattutto, senza copertura assicurativa.
Disastro Galapagos: danni incalcolabili, ma nessuno pagherà.
La nave equadoregna viaggiava “senza rete” nel mare piu’ prezioso del mondo, senza mappe a bordo e senza copertura assicurativa. Le ultime notizie che arrivano dall’arcipelago rendono disperata e paradossale una situazione gia’ grave legata al rilascio del combustibile al largo delle isole Galapagos. Ancora una volta si dimostra che il traffico del petrolio in molte parti del mondo resta ancora in mano a veri e propri “pirati del mare” .
“Chissa’ cosa diranno gli abitanti delle Galapagos e soprattutto i responsabili del Parco Nazionale quando si accorgeranno che nessuno paghera’ i danni incalcolabili che il petrolio produrra’ sulla preziosissima fauna dell’arcipelago - ha dichiarato Fulco Pratesi, Presidente del WWF Italia”.
A rischio soprattutto due delle centinaia di specie presenti sulle isole: il Cormorano Attero (Phalacrocorax harrisi) e il Pinguino delle Galapagos (Spheniscus mendiculus).
L’altissima specializzazione delle centinaia di specie animali (molte delle quali “endemiche”, esistenti esclusivamente lì) presenti sulle isole rendera’ ancora piu’ difficile qualunque loro adattabilita’ alle nuove condizioni ambientali che il disastro provochera’.
Ai danni prodotti dal combustibile “bunker” e diesel che la nave sta sversando in mare si stanno aggiungendo quelli prodotti dalle migliaia di litri di solventi utilizzati per disciogliere il petrolio: in un’area cosi’ delicata sarebbe meglio intervenire aspirando il petrolio sversato.
In ogni caso non arrivera’ nemmeno una lira alla popolazione delle isole vista l’assenza della copertura assicurativa della nave ma soprattutto a causa delle regole dell’IOPCF (Fondo per il risarcimento dei danni prodotti da inquinamento da idrocarburi) al quale aderiscono ben 70 paesi (Italia compresa) che dal 1992 non prevede alcun risarcimento del danno ambientale ma solo i costi di un “ragionevole ripristino”. Sola eccezione gli Stati Uniti che dopo l’esperienza della Exxon Valdez hanno adottato una specifica normativa (OIL POLLUCTION ACT) che ha consentito in Alaska di risarcire la popolazione di tremila miliardi di lire solo per il danno ambientale tra i 7mila complessivi.
Al danno quindi si aggiungera’ per gli Equadoregni la beffa di non poter avere dalle industrie petrolifere i fondi per poter risanare questo patrimonio mondiale.
LE ISOLE GALAPAGOS
L’Arcipelago delle Galapagos è famoso in tutto il mondo per il suo patrimonio faunistico che non ha eguali e non teme l’uomo: è possibile nuotare con i leoni marini, galleggiare in mezzo ai pinguini, osservare una sula piediazzurri mentre imbecca il suo piccolo e guardare una testuggine gigante di 200 Kg. mentre si trascina faticosamente attraverso i cactus, cercando al contempo di non calpestare le iguane che corrono qua e là sulla lava.
La fauna è veramente incredibile e il paesaggio è desolato, vulcanico, di una bellezza inquietante – nonostante alcuni lo trovino spoglio e brutto. La visita alle Galapagos è consigliabile a chi ama la natura selvaggia e gli animali, non certo al comune turista in cerca di sole,
Rispetto al resto dell'Ecuador, le Galapagos sono molto care. Il costo minimo per il volo da Quinto e una settimana di crociera tra le isole in alta stagione è di U.S. $ 900, anche per i viaggiatori più parsimoniosi.
Questa cifra aumenta più del triplo con la crociera più esclusiva, tenendo presente che anche le imbarcazioni più care non offrono molte comodità, pur consentendo di viaggiare in modo confortevole.
Le Galapagos sono quindi la meta consigliata solo a chi è veramente interessato alla fauna locale: L’ambiente infatti è delicato e le isole non hanno bisogno di visitatori annoiati che se ne vanno in giro chiedendosi perché hanno speso centinaia di dollari per stare seduti su di una roccia vulcanica sotto il sole cocente dell’equatore ad ascoltare le strida degli uccelli marini.
STORIA
L’arcipelago delle Galapagos fu scoperto nel 1535 dal vescovo di Panama Tomas de Berlanga, che durante un viaggio da Panama al Perù deviò dalla rotta prestabilita approdando accidentalmente sulle isole.
Il vescovo fece una relazione della sua scoperta al re Carlo V di Spagna nella quale descrisse la gigantesca galapago (testuggine) da cui prese il nome l’intero arcipelago.
Pur non avendo alcuna prova, è probabile che le popolazioni indigene del Sudamerica sapessero già dell’esistenza di queste isole prima del 1535.
Nel 1953 l’esploratore norvegese Thor Heyerdahl scoprì dei frammenti di vaso che ritenne appartenenti al periodo pre colombiano, ma pochi frammenti non costituiscono una prova sufficiente.
Dopo la loro scoperta, le Galapagos servirono per oltre tre secoli da base a corsari e cacciatori di foche e di balene ai quali offrivano un ancoraggio protetto, legname, acqua e cibo fresco in abbondanza, rappresentato dalle testuggini giganti catturate a migliaia e ammassate vive nelle stive delle navi. Questi animali potevano infatti sopravvivere anche più di un anno e così fornivano ai marinai una riserva di carne sempre fresca anche molto tempo dopo aver lasciato le isole.
Le prime rudimentali carte nautiche dell’arcipelago si devono ai corsari del tardo 1600, ma l’esplorazione scientifica ebbe inizio solo alla fine del 1700. Il più importante visitatore delle Galapagos fu Charles Darwin che vi giunse nel 1853, esattamente trecento anni dopo il vescovo di Panama. Darwin vi soggiornò cinque settimane osservando e raccogliendo esemplari della fauna locale che fornirono importanti prove alla sua teoria dell’evoluzione , allora ancora nella sua fase iniziale.
L’Ecuador si impossessò ufficialmente dell’arcipelago delle Galapagos nel 1832.
In seguito le isole furono abitate per circa un secolo da pochi coloni e servivano da colonie penali, l’ultima delle quali fu chiusa nel 1959.
Nel 1934 alcune isole furono dichiarate riserve naturali e nel 1959 l’arcipelago divenne ufficialmente parco nazionale. Il turismo organizzato iniziò verso la fine degli anni sessanta e ora si calcola che faccia registrare dalle 50.000 alle 60.000 presenze annue.
GEOGRAFIA
Le Galapagos formano un gruppo a se stante di isole vulcaniche situate nell’Oceano Pacifico a cavallo dell’Equatore, circa 90° a ovest di Greenwich. I due paesi della terra ferma più vicini sono l’Ecuador e il Costa Rica, localizzati rispettivamente circa a 1000 Km. a est e quasi 11000 Km. a nord – est.
La massa terrestre dell’arcipelago copre una superficie di 7.882 Kmq. e più della metà di essa è occupata dalla sola isola Isabela , che per dimensioni è la prima isola dell’arcipelago e la dodicesima del Pacifico meridionale. Disseminate su una superficie oceanica pari a circa 50.000 Kmq., le Galapagos sono un insieme di tredici isole principali (da 14 a 458 Kmq.), sei isole più piccole (da 1 a 5 Kmq) e numerosi isolotti che in alcuni casi sono ancora senza nome. Il punto più alto dell’arcipelago è il Volcan Wolf (1.797 mt.), sull’isola Isabela.
La maggior parte delle isole ha due nomi e a volte anche tre. Sulle prime carte nautiche erano segnalate sia il nome spagnolo sia quello inglese, poi nel 1892 il governo ecuadoriano decise per altri nomi ufficiali e così un’isola oggi può avere un nome spagnolo, un nome inglese e un nome ufficiale. In queste pagine è stato utilizzato per lo più il nome ufficiale.
GEOLOGIA
Le isole più antiche attualmente visibili si originarono in un periodo compreso tra quattro e cinque milioni di anni fa a seguito dell’eruzione ed emersione dall’oceano di vulcani sotto marini (le isole non sono mai state collegate alla terra ferma).
La regione delle Galapagos è caratterizzata da un’intensa attività vulcanica, con più di 50 eruzioni registrate dalla sua scoperta nel 1535. Nel 1991 ve ne fu una sull’isola Marcheana, situata nella parte settentrionale dell’arcipelago e poco frequentata dai turisti. E nel 1995 ne seguì un’altra sulla grande isola Fernandina, l’isola più occidentale del gruppo.
Si può quindi affermare che la formazione delle isole è un processo in corso, anche perché l’arcipelago è relativamente giovane se paragonato all’età della terra che è circa cento volte più antica.
Per spiegare la genesi delle isole, in genere i geologi si basano su due teorie abbastanza nuove. Secondo la teoria della tettonica a zolle, la crosta terrestre è composta da diverse zolle rigide che nel corso delle ere geologiche si spostano l’una rispetto all’altra sulla superficie terrestre. Ebbene, le Galapagos si trovano all’estremità settentrionale della Zolla Nazca in prossimità della congiunzione con la Zolla Cocos, due zolle che si stanno allontanando alla velocità di circa 1 Km. ogni 14.000 anni provocando un lento spostamento delle Galapagos verso sud est. che cosa rappresenta un chilometro ogni 14.000 anni? E’ circa la stessa velocità con cui crescono le unghie – per gli standard geologici si tratta quindi di un processo molto rapido.
La teoria dei punti caldi afferma che nelle viscere del globo terrestre (al di sotto delle zolle in movimento) si trovano alcune aree surriscaldate che rimangono stazionarie.
A intervalli frequenti (in termini geologici), il calore prodotto da questi punti caldi aumenta fino a provocare lo scioglimento della crosta terrestre e una conseguente eruzione vulcanica di portata sufficiente da causare la fuoriuscita della lava dal fondo oceanico e la sua risalita sopra la superficie.
Le Galapagos si muovono lentamente in direzione sud est su un punto caldo stazionario, di conseguenza è lecito supporre che le isole orientali siano più antiche di quelle nord occidentali.
Le cose effettivamente stanno così: le rocce più antiche rinvenute nell’arcipelago risalgono a circa 3.250.000 anni fa e provengono dall’isola sud orientale di Espanola, mentre le rocce più antiche scoperte sulle isole occidentali di Fernandina e Isabela hanno meno di 750.000 anni.
Le isole nord occidentali (soprattutto Isabela e Ferdinanda) sono dunque ancora in fase di formazione e ospitano vulcani attivi. Oltre alla deriva graduale della Zolla Nazca in direzione sud est, a complicare la situazione si aggiunge la deriva verso nord della Zolla Cocos che impedisce l’invecchiamento uniforme delle isole da nord ovest a sud est.
L’oceano che circonda la maggior parte delle Galapagos è molto profondo, così profondo da superare a meno di 20 Km. dalle coste delle isole occidentali i 3.000 metri.
I vulcani che si vedono visitando l’arcipelago sono appena un terzo di quelli esistenti e tutti gli altri si trovano sott’acqua, compresi alcuni dei più antichi pubblicati nel 1992 dalla rivista britannica Nature, recenti studi compiuti da Christie con altri scienziati rivelano che nel Carnegie Ridge, una catena montuosa marina est delle Galapagos, si trovano i resti di antiche isole vulcaniche, alcune delle quali risalenti a 9 milioni di anni fa.
A causa della completa erosione delle isole ora si ritrovano a 2000 metri sotto la superficie dell’oceano e si estendono per circa la metà della distanza che separa le Galapagos dalla terra ferma.
La roccia vulcanica dell’arcipelago è in gran parte costituita di basalto. Il basalto fuso ha la caratteristica di essere più fluido rispetto ad altri tipi di rocce vulcaniche e per tale motivo quando avviene un’eruzione tende a formare colate di lava anziché eruzioni esplosive. Ciò spiega dunque perché sulle isole Galapagos ci siano “vulcani a scudo” leggermente arrotondati, senza la tradizionale forma a cono di gelato che di solito viene associata a queto tipo di formazione geologica.
Mentre non tutti i visitatori hanno il tempo o l’energia per scalare un vulcano la visita delle colate di lava è alla portata di tutti. Se ne possono visitare diverse, ma quella nella Sullivan Bay all’estremità orientale di San Salvador (conosciuta anche come Santiago e James Island) merita un’attenzione particolare: ha infatti un centinaio di anni e non presenta alcun segno di erosione. In questa baia è possibile vedere la lava pahoehoe o “a corde”, formata dal raffreddamento della superficie liquefatta e dal suo incresparsi in forme simili a corde per il continuo flusso di lava sottostante.
Nella lava solidificata sono riconoscibili le impronte di alberi e le prime piante pioniere che come il cactus Brachycereus e l’erba Mollugo stanno lentamente trasformando questi campi sterili in terra.
COLONIZZAZIONE ED EVOLUZIONE
All’epoca della loro formazione. le Galapagos erano desolate isole vulcaniche prive di forma di vita. Dato che non sono mai state collegate alla terra ferma tutte le specie presenti devono aver in qualche modo attraversato i mille Km. di oceano.
Le specie in grado di volare o di nuotare per lunghe distanze ebbero maggiore facilità a raggiungere l’arcipelago, ma vi furono anche altri modi che resero possibile la colonizzazione di piante e di animali.
I semi di piante e le uova o le larve di insetti potrebbero essere arrivati viaggiando dentro lo stomaco di qualche animale o sulle penne e le zampe degli uccelli.
E piccoli mammiferi, uccelli terrestri e rettili potrebbero aver attraversato l’oceano su masse vegetali galleggianti, così come piante e insetti.
La fauna è costituita in massima parte da uccelli (soprattutto marini) , mammiferi marini e rettili: Mancano gli anfibi in quanto la loro pelle umida non è in grado di sopportare l’azione disidratante dell’acqua salata.
Ci sono però un’infinità di pesci tropicali e diversi invertebrati marini,. I mammiferi terrestri e gl’insetti sono pochi rispetto alla terra ferma.
I grandi predatori non sono mai giunti a colonizzare le Galapagos fino all’arrivo recente dell’uomo. Proprio l’assenza di predatori potrebbe spiegare la famosa mancanza di paura mostrata dagli animali delle isole, almeno finché i coloni non introdussero maiali, capre, gatti, asini, ecc.
Non trovando alcuna competizione, gli animali domestici fuggiti ritornarono allo stato selvatico e ora rappresentano un serio problema per gli abitanti dell’arcipelago.
Le prime specie giunte milioni di anni fa nelle Galapagos al loro arrivo trovarono due importanti differenze rispetto alla terra ferma: prima di tutto le isole erano diverse dal punto di vista fisico e in secondo luogo c’erano poche specie con cui competere. Alcune specie colonizzatrici riuscirono a sopravvivere e a riprodursi.
Naturalmente i figli appartenevano alla stessa specie dei genitori, ma in alcuni casi cominciavano a notarsi le differenze.
Il classico esempio è rappresentato dall’uccello che genera un pulcino con un becco leggermente diverso da quello dei genitori e dei fratelli,
Nel diverso habitat delle isole i pulcini con un becco leggermente modificato possono sfruttare meglio l’ambiente e si dice “adattati meglio”, avendo maggiori possibilità di sopravvivere e di allevare una propria nidiata.
Questi sopravvissuti adattatisi meglio possono trasmettere tratti genetici favorevoli (in questo caso il becco un po’ modificato) ai geni dei loro figli e nel corso delle generazioni avviene la selezione delle caratteristiche migliori con il conseguente abbandono di quelle più svantaggiose.
Alla fine, la differenza tra i colonizzatori originari e i loro discendenti è così grande da poter considerare discendenti una specie a parte. E questa è l’essenza della teoria dell’evoluzione tramite selezione naturale formulata da Darwin.
Dovendo affrontare una scarsa competizione e avendo a disposizione diversi habitat le prime specie colonizzatrici subirono cambiamenti diversi a secondo dall’habitat in cui si trovarono a vivere.
Adattamento quindi non significa avere solo un becco più lungo, più corto o più piccolo perché c’erano vari tipi di becco che potevano risultare vantaggiosi nelle diverse nicchie ecologiche. Una specie ancestrale poteva quindi originare diverse specie moderne nel corso di questo processo evolutivo che è chiamato radiazione adattativa.
Questo spiega la presenza nelle Galapagos di tredici specie simili di fringuelli, chiamati fringuelli di Darwin in onore dello scienziato che formulò la teoria evoluzionista.
Durante la visita compiuta nel 1835, Charles Darwin rilevò le differenze nel becco di queste tredici specie di fringuelli e notò modifiche simili in altri gruppi di animali.
Aggiunte a molte altre tali osservazioni portarono alla pubblicazione nel 1859 di On the Origin of Species, un libro che ebbe un ruolo fondamentale e che è tuttora il cardine del moderno pensiero biologico.
Tali processi evolutivi avvennero nel corso di migliaia o milioni di generazioni – di norma le specie non appaiono nel corso di una sola generazione (sebbene ci siano eccezioni, come in tutto).
Per molti anni i biologi evoluzionisti si chiesero come potevano essersi evolute così tante specie uniche nel tempo relativamente breve di circa 4 milioni di anni (età delle isole più antiche). La risposta è stata fornita recentemente da geologi e oceanografi che a est delle isole attualmente esistenti hanno trovato sotto l’oceano i resti delle isole a nove milioni di anni fa.
Presumibilmente erano abitate da antenati della fauna locale che quindi ebbero almeno nove milioni di anni per evolversi – un periodo di tempo giudicato plausibile dai biologi evoluzionisti.

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