Canne al vento, Deledda

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

Voto:

2.5 (2)
Download:454
Data:28.09.2001
Numero di pagine:8
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
canne-vento-deledda_1.zip (Dimensione: 8.25 Kb)
readme.txt     59 Bytes
trucheck.it_canne-al-vento,-deledda.doc     34.5 Kb


Testo

“CANNE AL VENTO”
Il romanzo di Grazia Deledda è ambientato in Sardegna e ruota intorno ad un personaggio, Efix, un contadino, un servo aggrappato con amore ad un poderetto posseduto dalle sue padrone, le dame Pintor, tre sorelle nobili ma di pochissimi mezzi.
-Cap. I- Quel giorno Efix aveva lavorato tutto il giorno per rinforzare l’argine del fiume situato in fondo al poderetto che da anni coltivava. Scesa la sera, in attesa che si facesse l’ora di andare a dormire, intrecciava una stuoia di giunchi, e mentre lavorava pregava. Udì un passo e tendendo l’orecchio ascoltò anche i rumori della notte popolata di fate, folletti e spiriti erranti. Si sentì chiamare. Era il ragazzo che abitava accanto alle dame Pintor che gli disse, da parte delle padrone, di andare in paese il giorno successivo perchè queste avevano ricevuto una lettera e gli volevano parlare. Si fece l’ora di coricarsi ed Efix steso sulla stuoia pensava alle sue padrone, alla morte della madre di queste Donna Cristina, al loro padre Don Zame severo e prepotente e alla loro sorella Donna Lia che una notte era sparita e non si era saputo più nulla di lei. Con la fuga di Donna Lia, il padrone era diventato sempre più tiranno nei confronti delle figlie fino alla sua morte. Una mattina fu trovato morto nello stradone fuori dal paese. Le tre sorelle rimaste a casa non avevano mai perdonato a Lia di essere fuggita, perchè le aveva disonorate. Quando questa comunicò loro di aver avuto un figlio di nome Giacinto, le donne inviarono un regalo al nipotino ma non scrissero alla madre. Gli anni passavano, le sue padrone non si maritavano e campavano della rendita del podere colticato da Efix che non veniva pagato da anni.
-Cap. II- All’alba il servo partì, lasciando a guardia del podere il ragazzo. Giunto alla casa delle padrone bussò. Gli aprì Donna Ruth. Donna Ester era andata a messa e Donna Noemi non si era ancora alzata. Ruth ed Efix attesero che arrivassero le altre due donne e finalmente aprirono la lettera: il nipote Giacinto scriveva che sarebbe arrivato tra pochi giorni. Passato il primo momento di sgomento e stupore, decisero alla fine di accoglierlo in casa ed Efix da parte sua promise che sarebbe intervenuto lui qualora il giovane si fosse comportato male. Parlarono di tante cose e il servo che era venuto con l’intento di chiedere il pagamento per i suoi servizi si rese conto che le sue padrone non avevano soldi e così non chiese nulla. Decise così di andare da Kallina l’usuraia. Camminando si fermò a salutare la nonna del ragazzo che era rimasto a guardia del podere e la giovane nipote Grix che tornava dal fiume dove era andata a lavare i panni. L’usuraia gli prestò 5 lire d’argento ed Efix promise che avrebbe ristituito tutto il denaro chiesto in prestito in breve tempo. Con le monete in tasca si recò alla bottega del paese per acquistare un berretto nuovo per fare bella figura all’arrivo di Don Giacinto. Sulla soglia della bottega incrociò Don Predu, il parente ricco delle sue padrone che ridendo gli consigliò di lasciare il ragazzo dov’era se non volevano guai e Efix si allontanò sprezzante.
-Cap. III- Intanto i giorni passavano e le donne aspettavano l’arrivo del nipote. Ai primi di Maggio Donna Noemi era sola in casa perchè le sorelle erano andate alla festa di Nostra Signora del Rimedio e da sola ripensava al passato, alla fuga di Lia, ad Efix che affannosamente la cercava per tutto il paese e al ritorno del padre Don Zame. Per sfuggire al ricordo del padre, si alzò e andò a frugare nell’armadio dove custodia la lettera che Lia aveva inviato dopo la sua fuga. A quel punto si udì bussare al portone. Sentì una voce sconosciuta e tremante, aprì la porta immaginando chi fosse lo straniero. Il giovane alto e pallido era vestito di verde e stava davanti al portone appoggiato ad una bicicletta. Quando la zia aprì la porta la abbracciò calorosamente e chiese dove fossero le altre due zie. Noemi fece entrare il giovane e dopo averlo fatto rinfrescare gli cominciò a fare tante domande. Il giovane cominciò a raccontare del viaggio e chiese quanto distava da lì Nuoro dove voleva recarsi perchè lì c’era un amico del padre che gli aveva promesso lavoro presso un mulino di sua proprietà. Chiese poi delle persone del paese, quindi volle uscire. Non appena Giacinto si allontanò la donna uscì per cercare qualcuno che andasse a chiamare Efix.
-Cap. IV- Intanto al Santuario di Nostra Signora del Rimedio col giungere della sera i devoti avevano acceso i fuochi. Nelle loro capanne, dopo una cena molto frugale, le dame Pintor pensavano a Noemi lontana e al nipote Giacinto. Dopo la cena le giovani Grix e Natolia, serva del Rettore andarono a ballare ma si divertirono poco perchè non c’era nessun giovane che ballasse con loro. Ad un tratto Grixenda scorse in lontananza un uomo che avanzava su un cavallo gobbo ed accanto ad esso uno straniero su una bicicletta. Era Efix che aveva condotto Giacinto dalle zie. La giovane Grixenda si offrì di aiutare le dame e a preparare il letto per il nipote e ascoltava ogni parola che questo diceva e provava già un senso di gelosia perchè Natolia parlava con lui. Le giovani ripresero a ballare. Anche Efix ballò. Guardava il ragazzo che dormiva con infinita tenerezza e ricordava le sere lontane quando Lia seduta sulla pietra all’angolo del cortile meditava la fuga.
-Cap. V- Il giorno successivo Efix riportò in paese il cavallo e tornò al poderetto. Dopo tre giorni con le provviste per le sue padrone si avvio a piedi verso il paese. Intanto Don Predu che, dopo averlo un po’ deriso, gli chiese notizie del nipote e del perché fosse venuto e sentenziò che le cugine si sarebbero ulteriormente indebitate con l’usuraia Kallina. Gli ricordò che se queste si sarebbero trovate nella necessità di vendere, il poderetto lo voleva lui. Finalmente giunse al paese. Nel cortile c’erano le dame che parlavano con l’usuraia. In lontananza vide Grixenda e Giacinto che erano andati ad attingere l’acqua e tornavano sorridenti. Si sedette ed ascoltò le donne chiacchierare, quindi si alzò per recarsi al belvedere. Tornò dopo tre giorni. Il paese era in festa. La fisarmonica suonò tutto il giorno. Qualcuno giocava a morra, qualcunaltro cantava, bevendo di tanto in tanto un bicchiere di vino. Nel pomeriggio la festa fu più animata e la sera al chiarore dei ceri accesi la folla pregava ed intonava lodi sacre. Dopo cena riprese la festa con canti e grida attorno ai fuochi. Tutti ballavano. Don Giacinto seduto accanto all’usuraia sembrava stanco e pallido. Efix sentì le donne dire che in quella giornata il giovane aveva speso più di trecento lire, pagando da bere a tutti e divertendosi più di tutti. Efix preoccupato si avvicino a Giacinto riferendogli le chiacchiere delle donne. Questo era assorto a guardare Grixenda che ballava e, come se fosse immerso in un sogno, disse al servo che avrebbe sposato la giovane.
-Cap. VI- Nei tempi di carestia, la gente si industriava come poteva. La vecchia Pottoi, nonna di Grixenda, andava a pescare sanguisughe. Un giorno, trovandosi nei pressi del poderetto si recò da Efix. Chiacchierando gli chiese quali erano le intenzioni di Giacinto nei confronti della nipote. Il vecchio rispose che una sera alla festa aveva udito dire che avrebbe sposato la giovane, anche se lui pensava in coscienza che la cosa non sarebbe stata possibile. La vecchia se ne andò soddisfatta del fatto che il giovane aveva espresso il desiderio di sposare la nipote. Pensò che Giacinto era un bravo ragazzo. Efix però era preoccupato perché la vita che il giovane conduceva non era quella di un giovane onesto perché spendeva e non guadagnava. Una sera il servo vide arrivare al poderetto Giacinto che, appena giunto, si buttò a terra: aveva la febbre malarica. Ingoiò le compresse che Efix gli aveva dato e cominciò a parlare disse che le zie erano contrariate del fatto che frequentava Grixenda. Disse che voleva essere lasciato in pace, che avrebbe lavorato sia per sposare la giovane, sia per risollevare le sorti delle zie. Tacque un attimo, poi riprese a parlare. Raccontò di un suo amico impiegato alla dogana che aveva ricevuto soldi da un ricco capitano che doveva fare un pagamento l’amico, giocò e perdette i soldi consegnati e poi negò di averli ricevuti il suo amico fu cacciato e per stordirsi beveva. Si ammalò, non aveva casa nè pane e dormiva sotto gli archi di un ponte. Fu trovato lì dal capitano che aveva truffato. Questo lo accolse in casa propria, lo curò e lo trattò come un figlio. A questo punto Giacinto confidò che stava parlando di se stesso. Quando confessò ai suoi benefattori che doveva andare dalle zie, questi gli comprarono una bicicletta e gli diedero i soldi per il viaggio. A quel punto si udì fuori un rumore ed Efix spiegò che si trattava semplicemente di volpi in amore. Ciò ruppe l’incantesimo e Giacinto non parlò più. Il mattino successivo al risveglio Efix non trovò più Giacinto. Nei giorni successivi il vecchio era in pensiero, quindi quando capitò da quelle parti Don Predu gli chiese notizie del giovane e seppe che questo giocava e perdeva. Poi prese un cesto pieno di pani e di ortaggi e gli chiese la cortesia di farlo portare dalla sua serva alle sue padrone. Il giorno successivo Giacinto ritornò da Efix e gli riferì che le zie si erano molto risentite del fatto che era stata mandata loro della roba tramite il cugino e gli confessò di avere sottratto alle zie una lettera della madre. Efix si arrabbiò e gli intimò di consegnargli la lettera: avrebbe provveduto lui a riportarla dov’era.
-Cap. VII- all’alba si avviò al villaggio, giunse alla casa delle sue padrone e trovò una grande agitazione. In un primo momento pensò che fosse a causa del cesto che aveva inviato tramite Don Predu. Chiese spiegazioni e si sentì accusare di aver mancato alla sua parola: infatti aveva promesso che sarebbe intervenuto se Giacinto si fosse comportato male, ma non l’aveva fatto. Non gli aveva infatti vietato di frequentare una giovane che non era degna di lui e nemmeno aveva impedito che questo prendesse i soldi a usura da Kallina, facendosi firmare le cambiali dal loro parente malvisto Don Predu. Efix disse di non sapere nulla di ciò, uscì e andò da Kallina. Chiese spiegazioni e questa confermò che gli doveva dei soldi. Le cambiali le avevano firmate Don Predu e la zia Ester. Efix capì allora che il giovane aveva falsificato la firma della zia. Sconcertato andò alla Basilica a pregare. Tornò quindi alla sua capanna. Lì trovò Giacinto che lo aspettava. Efix gli consigliò di andarsene a Nuoro per trovare lavoro e pagare così i suoi debiti.
-Cap. VIII- Il Giovedì successivo Giacinto si recò da Kallina per chiedere i soldi che gli avrebbero consentito di pagare il viaggio fino a Nuoro. La vecchia non volle farsi firmare nessuna cambiale per il biglietto da cinquanta lire che gli chiese. Andò in paese per salutare il rettore ed incontro lo zio Predu con un amico il Milese. Fu invitato a sedersi e a bere con loro. Dopo una debole resistenza, preso dall’euforia di divertirsi, si uni a loro a bere e a giocare e perse.
-Cap. IX- Era una sera luglio. Noemi era sola e si era seduta nel cortile a cucire. Sentì bussare al portone, aprì e vide la vecchi Pottoi. Questa piangendo le disse che sua nipote Grixenda, per amore di Giacinto si era ridotta quasi simile ad uno scheletro e per questo chiedeva alla signorina che intervenisse presso Giacinto chiedendogli o di sposare odi lasciar perdere la giovane. Le chiese ciò in nome della madre delle dame, Maria Cristina, che quella notte le era apparsa in sogno. Noemi turbata rispose di andare pure tranquilla e che tutto sarebbe andato bene. La vecchia andò via e Noemi pensando si addormentò. Fu svegliata da qualcuno che picchiava alla porta. Aprì e l’usciere che si trovò davanti le consegnò una carta: era la cambiale che portava la firma di Ester. Rimase immobile e così la trovarono le sorelle quando rientrarono. Dopo alcuni minuti di agitazione, decisero di mandare a chiamare Efix e Noemi si affacciò per vedere se passasse qualcuno. Passò Don Predu, che vedendo la cugina turbata, chiese se avesse bisogno di aiuto. Entrò in casa e Noemi gli spiegò che il nipote aveva falsificato la firma di Ester, che Kallina aveva protestato la cambiale e che quindi erano rovinate. Donna Ruth, era ancora seduta sulla sedia dove si era accasciata nell’apprendere la notizia ed era immobile. Don Predu la guardò e capì che era morta.
-Cap. X- Dopo la morte di Donna Ruth, Efix aspettava il ritorno di Giacinto con un vago senso di paura, ma il giovane non tornava. Le dame accusavano il vecchio di non aver mantenuto la parola data, cioè quella di difenderle se il giovane avesse fatto loro del male; così decise di partire per cercare Giacinto. Questo si trovava ad Oliena ed avendo saputo del disastro provocato non si decideva a tornare per paura. Non si decideva, però, neppure ad andare a Nuoro e così girovagava per il paese e fu lì che Efix lo trovò. Lo rimproverò duramente, ma il giovane gli disse che lui non aveva alcun diritto di parlare dal momento che era un assassino. A questo punto Efix con una strana calma disse che era vero, che aveva ucciso lui il nonno, padre delle signorine, ma l’aveva fatto per disgrazia e per proteggere la madre Lia che voleva fuggire. Giacinto senza parlare andò via ed Efix tornò al suo villaggio. A casa trovò le signorine che sembravano invecchiate e per otto giorni tutti e tre vissero nella speranza che Giacinto tornasse per riparare al malfatto e che poi andasse via per non tornare mai più.

ANTONIO CELESTINO

Esempio



  


  1. adasofia del moro

    scheda libro canne al vento

  2. adasofia delmoro

    canne al vento scheda libro


Come usare