"Amphitruo" di Plauto

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

I personaggi
• Mercurio
• Sosia, servo
• Giove
• Alcmena, moglie di Anfitrione
• Anfitrione, generalissimo
• Una tessala, ancella
• Bromia, ancella
In questa commedia non si può definire un protagonista o un personaggio che ha più rilievo sugli altri. Possiamo solo notare come Bromia compaia solo nelle battute finali, svolgendo però un importante ruolo: quello di raccontare la nascita dei figli di Anfitrione allo stesso.
Il ruolo che ricopre Mercurio è invece quello di “temporeggiatore”, subordinato al volere del Padre. La figura di Mercurio, che si tramuta in Sosia, è forse la più ben riuscita, a mio avviso. O, almeno, è quella più dinamica e spassosa, insieme a quella del Sosia reale. Leggete la prima parte del libro e ditemi se non vi strappa più di un sorriso!
Alcmena e Anfitrione sono gli unici personaggi mortali a comparire per tutta la commedia. Marito e moglie, egli la mise incinta poco prima di partire per una guerra.
L’intreccio che hanno i vari personaggi è molto fitto: infatti tutti interagiscono tra di loro.
Questo di seguito potrebbe essere uno schema dei legami principali:
La storia
La vicenda si svolge a Tebe. Un Giove assai donnaiolo, bramoso della gravida Alcmena, assume le sembianze di suo marito Anfitrione, lontano da casa perché impegnato in guerra come generale, e in questo modo riesce a raggiungere il suo scopo. Dopo poco tempo, la donna resta gravida pure del dio.
La commedia vera e propria inizia quando Mercurio e Sosia si incontrano: già dalle prime battute si può intuire come la commedia si basi tutta sull’equivoco e sul doppio senso.
Sosia, il personale e fedelissimo servo di Anfitrione, stava recandosi a casa dopo essere da poco sbarcato nel porto della città, mentre il padrone era rimasto al molo per sistemare alcuni affari. Quasi dinanzi a casa lo stava attendendo Mercurio, incaricato da Giove – che intanto se la “spassava” con Alcmena – di impedirgli di entrare. Dopo un battibecco energico e divertentissimo, Mercurio riesce nel suo intento.
Nella scena successiva vi è un breve dialogo fra Giove e Alcmena, con i pungenti commenti di Mercurio, incentrato sulla partenza del “marito” e su domande tanto care alle donne: perché te ne vai? non mi ami più? Perché prima i tuoi impegni e dopo me? . Finché il bravo Giove riesce con la sua ars amatoria a tranquillizzare e rabbonire Alcmena.
Nelle scene seguenti la commedia invece si focalizza sul tema dell’equivoco, con spiritosi dialoghi e un sapiente uso delle parole per rendere il dialogo. Dapprima Anfitrione si arrabbia con Sosia perché non ha sbrigato alcune faccende, che erano state infatti dettate a Mercurio, poi vi è l’incontro tra Alcmena e il vero marito, che alla fin fine accusa la moglie di tradimento.
Rientra così in scena Giove, il quale non poteva di certo stare in disparte dopo l’accaduto e riesce ancora una volta, a forza di moine, a riappacificare l’animo della donna.
La commedia riprende quindi dal V atto, in quanto ben due atti sono andati perduti – ne rimangono solo pochissimi frammenti, dai quali è assai difficile intuire lo svolgersi delle vicende - . In esso vi è la parte più piena di pathos: la nascita dei due gemelli, l’uno figlio di Giove, l’altro figlio di Anfitrione.
Bromia, una nutrice, nonché ancella cara a Alcmena, racconta ad un Anfitrione agitatissimo nonché commosso i fatti accaduti in sua assenza – era stato infatti fulminato da Giove – .
La matrona stava partorendo, quando si udì un gran tuono, che rese luccicante d’ora l’intera casa. Poco dopo, senza alcun dolore né complicazione, nacquero i due gemelli: Bromia incentra la sua narrazione su uno in particolare, che era così robusto che a fatica poteva essere messo in fasce. Non appena ripose i due bimbi nella culla, due grandissimi serpenti gli si avventarono contro. Ma uno dei due, prontamente, balzò fuori e gli strozzò. In quel momento Alcmena udì una voce: era Giove, che le spiegava che colui col quale aveva diviso il letto in quei giorni era lui e che il prodigioso figlio era suo, l’altro di Anfitrione.
Dopo aver udito ciò, l’uomo diede disposizioni di preparare le offerte e i vasi sacri per rendere giusta ricompensa al sommo dio e aveva in mente di chiamare Tiresia, un interprete dei sogni, per conoscere da lui il da farsi.
Ma un tuono spaventò Anfitrione: era Giove, che spiegò al mortale “quae futura e quae facta”.
Commento
Sono rimasto piacevolmente sorpreso da questa commedia a tal punto che me la sono letta più e più volte. Penso sia la prima volta in vita mia che leggo un libro più volte di seguito: direi che è un buon segno, indicante l’effettiva appetibilità del libro.
La lettura, grazie a un parlato sì ricercato ma anche molto immediato e comico, scorre via velocissima e fluente: è difficile, davanti a un testo come questo di Plauto, fermarsi per stanchezza o perché ci si stufa. Il ritmo incalzante degli avvenimenti e il susseguirsi frenetico in alcune parti di botta e risposta rapidissimi tengono incollato il lettore a questa opera dall’inizio alla fine.
La commedia offre però anche squarci di vita domestica romana: la situazione della donna, sempre chiusa in casa e circondata da ancelle; la posizione apparentemente dominante del maschio, che però si china di fronte alla moglie nei momenti in cui ella è in collera; la posizione sociale dello schiavo… e molti altri, che però sarebbe meglio trattare in altra sede.
Il libro presenta un ritratto degli dei abbastanza insolito per me: Mercurio è un burlone, che si diverte a prendere per i fondelli un povero schiavo e che lo insulta, mentre Giove è un donnaiolo abbastanza “spregiudicato”, a cui inizialmente non importa della confusione sollevata dai suoi desideri amorosi. Ma non appena le divinità si accorgono di manipolato gli avvenimenti in modo troppo calcato, cercano di rimediare, riportando la pace fra gli uomini. Quindi divinità che manipolano gli avvenimenti, non come lo Zeus di Virgilio – di tre secoli dopo – che è limitato dal fato e deve attenersi ad una forza superiore ai suoi stessi poteri.
Non credevo che un autore latino di più di duemila anni fa riuscisse a farmi divertire così, con una comicità non chiassosa e costantemente presente, nonché attuale.
Tito Maccio
Plauto
Sarsina 255/250 - Roma [?] 184 a.C.

Di Plauto non si conoscono con esattezza né il nome (tramandato anche sotto la forma M. Accius, Accius e Maccus) né l'anno di nascita, che oscilla tra il 255 e il 250, e neppure le origini e le vicende della vita.
Sulle notizie provenienti per lo più da Varrone, parrebbe certo che, ancora giovanetto, dalla natia Sarsina venne a Roma, dove, al servizio di una compagnia teatrale, non si sa bene con quali funzioni, imparò il greco, si impratichì del mestiere di commediografo e mise insieme anche un discreto gruzzolo.
L'esperienza acquisita gli fu utile quando, datosi al commercio del grano, in seguito a fallite speculazioni perdette tutto il suo danaro e per guadagnarsi la vita, dopo essere stato in prigione per debiti, si ridusse a girare la macina presso un mugnaio. Scrisse allora, nelle pause del duro lavoro, tre commedie (Saturio, "Il panciapiena"; Addictus, "Lo schiavo per debiti" e una terza dal titolo sconosciuto) che, rappresentate con successo, furono l'inizio di una fortunata attività teatrale durata oltre un quarantennio.
Alieno dalla politica, ma non insensibile agli avvenimenti del tempo, visse interamente della sua arte, praticata con instancabile fervore creativo. Delle 130 commedie che, dopo la morte, passavano sotto il suo nome, Varrone fece una triplice ripartizione divenuta poi canonica: 21 autentiche, giunte a noi pressoché integre, tranne l'ultima ridotta a frammenti (Vidularia); 19 dubbie, di cui restano soltanto i titoli (Commorientes, "I commorienti"; Colax, "L'adulatore"; Anus, "La vecchia"; ecc.) e 90 spurie, andate del tutto perdute. Le commedie autentiche, disposte nei codici, con eccezione delle Bacchides, in ordine alfabetico sono: Amphitruo (Anfitrione), Asinaria Aulularia, Bacchides (Le Bacchidi), Captivi, Casina, Cistellaria (La commedia della cassetta), Curculio, Epidicus (Epidico, Menaechmi (Menecmi), Mercator (Il mercante), Miles gloriosus, Mostellaria, Persa (Il Persiano), Poenulus, Pseudolus, Rudens, Stichus, Trinummus, Truculentus (Lo zotico) e Vidularia (La commedia del banchetto). Tranne che per lo Pseudolus (191) e lo Stichus (200), non risulta l'anno della loro composizione, per cui ci si limita a una datazione approssimativa, basata su criteri stilistici e allusioni storiche, e compresa tra il 212 e il 185.
A un pubblico che non apprezzava se non ciò che era di provenienza greca, Plauto offrì pretese traduzioni da Menandro, Difilo e Filemone. Ma il colorito greco era soltanto un travestimento, poiché i costumi erano di fatto romani. Plauto trasformò radicalmente i suoi esemplari adattandoli alla folla romana desiderosa di una sana allegria, più che dotata di buon gusto e non aliena anche dalla trivialità. Conservò gli intrecci convenzionali e sempre immutati, nei quali il più delle volte ricorre il personaggio di un giovane che, dopo aver dissipato i beni paterni, cerca, con la complicità di uno schiavo intrigante, il danaro necessario per strappare dalle grinfie di un mercante di schiavi o di un lenone la giovane che egli ama e che nello scioglimento dell'azione viene riconosciuta di condizione libera.
Ma l'intreccio ha scarsa importanza. Il poeta con perfetta disinvoltura fa entrare e uscire personaggi, tralasciando talora di dare le spiegazioni necessarie, allunga le scene a effetto, in cui l'attore può far mostra di tutta la sua bravura, e introduce bruschi scioglimenti spesso del tutto gratuiti. Fa progredire inoltre l'azione a scatti, senza preoccuparsi né della sua unità, né della verisimiglianza, per lo più mediante le trovate ingegnose e che si susseguono a ritmo serrato di un servo, maestro in furberia, il quale è il personaggio di maggior rilievo e il vero eroe della commedia, che si ordina e si svolge intorno a lui. Insomma l'intreccio è sacrificato al dialogo, la logica allo spettacolo, così che gli avvenimenti contano meno dei personaggi, tutti fortemente pittoreschi e portanti ciascuno la propria nota particolare nel concerto comico. Presenti in ogni dramma come elemento essenziale nella loro singolare varietà e vivezza, essi preannunciano i tipi della commedia dell'arte: il vecchio barbogio moralista, la cortigiana, il lenone astuto e cinico, il parassita accattone e adulatore, il soldato fanfarone, il giovane incapricciato di una bella schiava e, infine, il servo, intraprendente e spregiudicato. Anche la tradizionale metrica della commedia greca è piegata ai ritmi sempre vari dell'azione attraverso una gran quantità di metri nuovi, mentre altri sono presi a prestito dalla lirica ellenistica. Plauto, la cui personalità artistica nella geniale e fantasiosa rielaborazione degli esemplari greci è ormai fuori discussione, con il suo spirito vivido e buffonesco, l'arguta creazione di vocaboli nuovi, il ritmo vario e brillante dei dialoghi (diverbia) e dei monologhi (cantica) e la naturalezza giocosa e robusta (vis comica, sales plautini, arguzie plautine) che animano lo sviluppo dell'azione, ha influito su tutto il teatro comico dell'Europa occidentale.

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