Kant-La critica del giudizio

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Testo

LA CRITICA DEL GIUDIZIO

Caratteri generali:

Quest’opera è del 1790 e attraverso essa Kant completa la sua indagine critica della facoltà cognitive.
La Critica della Ragion Pratica rivela l’esistenza di un mondo morale le cui leggi sono determinate dalla ragione in assoluta autonomia. La libertà è la condizione della vita morale. La Critica della Ragion Pura dimostra come l’intelletto costituisca il mondo dell’esperienza interpretabile solo secondo le leggi della causalità meccanica.
Sembra crearsi così una frattura per l’uomo, che vive entrambi le situazioni e deve esercitare la libertà in un mondo fenomenico.
Come è possibile l’accordo fra natura e libertà? E’ questo che deve mostrare la Critica del Giudizio.
Ma poiché il mondo fenomenico e quello morale non si possono unire, non si tratterà di un’opera di fusione: si cercherà di trovare il passaggio da un punto di vista trascendentale tra il modo di pensare di un mondo e quello dell’altro.

Giudizio determinante e giudizio riflettente

Nel titolo “Giudizio” significa “facoltà di giudicare”, che a sua volta vuol dire “pensare il particolare come contenuto nell’universale”, universale inteso come il concetto puro dell’intelletto che fa pensare la natura come legalità. Dobbiamo dunque abbandonare la vecchia idea di giudizio come unione di predicato e soggetto.
Il giudicare può avvenire in due modi:
° sottoponendo il particolare ad una legge universale (Giudizio determinante);
° muovendo dal particolare all’universale (Giudizio riflettente).
Nel primo si muove l’universale, nel secondo si muove il particolare alla ricerca delle leggi che devono spiegare la natura.
Il Giudizio determinante è costitutivo dell’oggetto e serve a scoprire una nuova realtà; il Giudizio riflettente svolge funzione euristica, cioè attraverso esso riorganizzo i fenomeni, interpretandoli come armonia. Grazie a questa armonia della natura, il Giudizio riflettente teorizza il principio a priori della finalità della natura (noi infatti abbiamo la tendenza ad unire tutto secondo un fine).
Sempre attraverso il Giudizio riflettente si esprime il sentimento, facoltà posta tra la conoscenza e la volontà. Fin ora il sentimento era stato escluso sia dal fondamento della conoscenza, sia da quello della moralità (solo il rispetto era un sentimento possibile), perché entrambe devono essere universali e necessarie.
La situazione non cambia, però nel Giudizio riflettente il sentimento è inteso come facoltà che contiene un modo particolare di vedere gli oggetti, riportandone la forma rispetto al sentire del soggetto. L’oggetto ci può portare piacere o dispiacere, e il piacere è sempre legato ad una finalità: il conseguimento di qualunque scopo, infatti, porta piacere.

Estetica e teleologia

Ci sono due modi in cui può essere rappresentata la finalità in un oggetto: di fronte ad un cielo stellato potrò prendere in considerazione il mio piacere soggettivo di guardarlo, e allora avrò il Giudizio riflettente estetico, oppure potrei ricercarvi una finalità oggettiva, come per esempio un’organizzazione in vista di un fine, e allora avrò il Giudizio riflettente teologico.

° Giudizio riflettente estetico: è ciò che riguarda il bello. Volendo trovare un fondamento di universalità a questo concetto, Kant divide il bello in piacevole e bello. Il piacevole è soggettivo, condizionato da come io considero gli oggetti utili o meno. Il bello è ciò che piace universalmente e necessariamente, interesse. Perché sia possibile creare un “bello” di questo genere, devo formulare un giudizio estetico puro, che è utilizzato molto raramente.
Il chiarimento di cosa si intende perché un oggetto possa essere chiamato “bello” avviene attraverso i giudizi di gusto. Il gusto è la facoltà di giudicare del bello.
Il Giudizio di gusto è possibile grazie alla comunicabilità e al senso comune: tutte le conoscenze sono comunicabili e la comunicabilità nel gusto è garantita dal senso comune.
L’universalità del gusto è possibile perché tutti abbiamo la stessa propensione ad unire immaginazione e intelletto.

PARAGRAFO PAG.1233

Sempre per quanto riguarda il Giudizio riflettente estetico, Kant opera una riflessione sul sublime. Bello e sublime, per Kant, hanno in comune il piacere disinteressato e il carattere riflessivo, ma divergono per motivi importanti: il bello è la contemplazione della forma dell’oggetto, quindi della sua limitatezza, mentre il sublime contempla l’informe, l’illimitato.
Si tratta di un sentimento contraddittorio, di attrazione-repulsione, che si sviluppa prima con la coscienza dell’inadeguatezza dei nostri mezzi a comprendere l’infinito e della nostra piccolezza, poi con la consapevolezza della nostra grandezza perché riusciamo a renderci conto della capacità che abbiamo di cogliere l’illimitato.
Si tratta non più, dunque, dell’accordarsi di intelletto e immaginazione, ma del contrasto armonico tra le due.
Il sublime è diviso in sublime matematico (di fronte alla grandezza della natura) e sublime dinamico (di fronte alla potenza della natura).

° Nell’analisi del Giudizio teologico Kant spiega i fenomeni organici della vita naturale, considerando che nella natura esistono delle causalità finali. La causalità finale è formata da ciò che in una direzione chiamiamo “effetto”, nell’altra “causa”, cioè, nella natura una cosa esiste come fine quando è causa e effetto di sé stessa. Per esempio: quando un albero ne genera un altro, questo è effetto del primo, ma è anche causa, perché poi ne genererà un altro uguale.
Dunque la natura è un processo attuato in vista di un fine, processo che si realizza grazie ad una forza formatrice che la natura possiede per se stessa.
Ma dobbiamo pensare che questa finalità non è propria della cose in sé, ma del nostro modo di giudicare le cose. E’ un principio soggettivo, insomma, pensato in analogia con l’agire dell’uomo in vista di fini.
Dall’idea di natura come processo per un fine, Kant ricava la possibilità che l’uomo sia lo scopo finale della natura stessa. Scopo finale è quello che non dipende da nessun altra condizione se non la sua idea. L’unico essere che può rappresentare lo scopo finale è l’uomo, perché è l’unico che può agire secondo una causalità diretta a uno scopo, cioè la volontà, e l’unico che si può dare la legge di questa volontà, cioè la legge morale. Quindi l’uomo è l’unico in grado di sottomettere a sé la natura.
Sempre l’uomo è l’unico essere in cui riconosciamo la libertà e che ha come fine supremo il sommo bene del mondo.

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