FREUD-BERGSON-SARTRE

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

SIGMUND FREUD
(1856-1939)
Alla fine dell’Ottocento, la psichiatria austro-tedesca sosteneva posizioni di tipo positivistico e naturalistico : spiegava le sofferenze mentali come conseguenze di lesioni o di disfunzioni cerebrali. Inoltre la sfera della psiche era identificata con quella della coscienza, che era capace di esercitare un dominio sugli istinti e di fungere da motore delle azioni. Freud scoprirà invece che la causa delle psiconevrosi è da ricercarsi in un conflitto tra forze psichiche inconsce, ossia operanti al di là della sfera di consapevolezza del soggetto, i cui sintomi risultano quindi psicogeni, cioè non derivano da disturbi organici bensì da traversie della psiche stessa. La scoperta dell’inconscio segna l’atto di nascita della psicoanalisi.
LA PRIMA TOPICA. Per spiegare i fenomeni psichici bisogna tenere conto della distinzione tra un livello conscio ed un livello inconscio ed attribuire a quest’ultimo una azione causale sul primo. Da ciò deriva che i moventi del comportamento umano, sia normale che patologico, hanno la loro collocazione, più che nella coscienza, nelle profondità dell’inconscio (raffigurato dall’immagine dell’iceberg : la parte sommersa, la più grande è appunto l’inconscio; la parte che emerge, più piccola, è il conscio; le onde che toccano la superficie sono il preconscio). La psiche è dunque una realtà complessa che viene divisa da Freud in un primo tempo in tre zone o luoghi che definiscono la prima topica (dal greco topoi, luoghi) descritta nel cap. 7° della Interpretazione dei sogni. Essi sono il conscio, il preconscio e l’inconscio. L’inconscio è una forza attiva, dotata di proprie finalità e operante con una propria logica, diversa dalla logica della vita cosciente (che è basata ad es. sul principio di causalità, di non contraddizione, sulle sequenze temporali ordinate di passato, presente e futuro ecc.). Esso comprende quegli elementi psichici stabilmente inconsci che sono mantenuti tali da una forza specifica, la rimozione (è quel meccanismo psichico che rimuove cioè allontana dalla coscienza le nostre esperienze e i nostri pensieri, soprattutto se sono spiacevoli; è dunque in pratica un meccanismo di difesa), e che possono tornare consci solo con grande sforzo e con tecniche analitiche apposite. Si badi : allontanare dalla coscienza non vuol dire però annullare del tutto il ricordo delle esperienze traumatiche, ed è qui che possono sorgere problemi; se vi è stata un’esperienza traumatica, essa può infatti, prima o poi, "tornare a galla", ed in modi più o meno spiacevoli (ad es. nel caso dell’isteria i sintomi somatici della malattia sono appunto ciò che è stato rimosso).
Il preconscio comprende l’insieme dei ricordi, rappresentazioni, desideri, insomma dei fattori psichici che, pur essendo momentaneamente inconsci, possono, in virtù di un piccolo sforzo, diventare consci.
Il conscio si identifica con la nostra coscienza o, meglio, con la nostra attività diurna e consapevole, ed è, per forza di cose, una situazione alquanto fluida : quando mai, infatti, siamo perfettamente consapevoli di tutto quello che facciamo e che vogliamo? quando mai facciamo completa attenzione a ciò che viviamo?
LA PSICOANALISI. Come è possibile forzare la barriera costituita dalla rimozione, accedere all’inconscio, ricostruendo il passato rimosso e curare, ad es., una nevrosi? Secondo Freud la via di accesso è data dalla psicoanalisi. Essa non usa l’ipnosi (anche se Freud stesso in un primo tempo la usò) perché conoscere la causa di un trauma non riesce ancora a riequilibrare le forze psichiche in conflitto. Né fa uso di elettroterapia o dei vari farmaci della medicina ufficiale. Essa è una cura con le parole (talking cure), che analizza i sogni e usa il metodo delle libere associazioni. Questo metodo consiste nel mettere il paziente in uno stato di rilassamento (da qui il divano su cui l’analizzando si sdraia) in modo che egli possa abbandonarsi al corso dei propri pensieri che vengono espressi ad alta voce. L’analizzando è invitato a dire tutto quello che gli passa per la testa, senza nessuno scrupolo di ordine religioso, morale, sociale, e senza omettere nulla, neppure quello che può sembrargli irrilevante, ridicolo o sgradevole. Lo scopo è appunto quello di eliminare il più possibile quelle resistenze, quelle selezioni più o meno volontarie dei propri pensieri che sono messe in atto dal "paziente". Accade però che il fluire delle parole abbia a volte un blocco improvviso : è qui che si avverte che c’è qualcosa che non va, che è stato probabilmente rimosso, cioè tenuto lontano dalla coscienza per evitare le sofferenze del ricordo. Compito dell’analisi è ricostruire ciò che non va e scoprirne le cause per poi riequilibrare le forze psichiche in conflitto. Con questo metodo, la persona non è più il destinatario passivo della terapia (come nella medicina comune in cui il medico dice e il paziente ascolta e segue i suoi consigli) ma diventa essa stessa colei che si "cura", colui che vuole "guarire". Freud evidenzia l’importante ruolo rivestito dalla relazione affettiva che si instaura (si deve instaurare) tra l’analizzando e l’analista, ossia dal transfert (= trasferire sull’analista stati d’animo ambivalenti di amore e di odio provati dal "paziente"). grazie al transfert, il "nevrotico" è indotto gradualmente ad abbandonare le sue resistenze, ossia tutto quello che nei suoi discorsi e nei suoi atti gli impediva di accedere a quei conflitti psichici di cui non era conscio ma che producevano la sua nevrosi. Ciò porterà sulla buona strada per la guarigione.
NEVROSI E PSICOSI. Le nevrosi sono forme di "malattia" senza alterazioni anatomiche, in cui il soggetto mantiene il contatto con la realtà : in altri termini, sa di avere qualcosa che non va ma non riesce a capire il perché e, a parte qualche disturbo, per il resto conduce una vita "normale". Si tratta in genere di ansietà, fobie, idee fisse, certe forme di asma e di allergia ecc. Le psicosi sono invece malattie molto più gravi, in cui vi è una alterazione profonda della personalità e l’individuo non ha più coscienza della gravità del suo male per cui ha perso il contatto con la realtà. Si tratta di quei fenomeni definiti in termini psichiatrici come la schizofrenia (che porta dissociazione, autismo, allucinazioni, deliri) e la psicosi maniaco-depressiva o ciclotimia (fasi cicliche di depressione e di esaltazione).
IL SOGNO. Il sogno rappresenta per Freud "la via regia che porta alla conoscenza dell’inconscio nella vita psichica". Durante il sonno, la censura, che durante il giorno era stata particolarmente attiva e non aveva permesso la manifestazione di quei contenuti psichici ritenuti inaccettabili per motivi morali o patologici, è indebolita e pertanto l’inconscio, con i suoi desideri rimossi, preme con maggiore intensità e produce tensioni. Il sogno allora, presentando all’immaginazione come realizzati quei desideri inconsci, rende possibile lo scaricarsi della tensione. In questo senso il sogno è definito da Freud come l’appagamento di un desiderio. tale realizzazione avviene però in maniera allucinatoria, attraverso mascheramenti e deformazioni operati dalla censura (=meccanismo che blocca la realizzazione dei desideri), la quale, si ricordi, pur affievolita, non è mai del tutto scomparsa. lo scopo di queste deformazioni o stranezze è quello di rendere accettabile alla coscienza i contenuti rimossi. in ciò consiste il lavoro onirico (=del sogno). Ogni sogno ha così un contenuto manifesto, che è quello che viene ricordato al risveglio cioè il racconto che possiamo fare del sogno; ed un contenuto latente cioè nascosto, che rappresenta il vero significato del sogno. Per interpretare correttamente un sogno, Freud ha scoperto cinque "regole" che permettono, nel corso dell’analisi, di venire gradualmente a capo del contenuto dei sogni. Si badi : ogni sogno è a sé, non esistono regole applicabili indistintamente ad ogni persona, per cui non hanno alcun senso i vari "manuali" dei sogni con le varie interpretazioni già date preconfezionate. detto questo, la logica dei sogni è del tutto autonoma rispetto alle solite categorie spazio-temporali della vita cosciente (ricordate? lo dicevamo già a proposito delle caratteristiche dell’inconscio). Le cinque regole sono : la condensazione (cioè la tendenza ad esprimere in un unico elemento più elementi collegati tra loro); lo spostamento (che consiste nel trasferimento di interesse da una rappresentazione ad un’altra); la drammatizzazione o alterazione di situazioni; la rappresentazione per opposto, in cui un elemento può significare il suo opposto; la simbolizzazione, in cui un elemento sta al posto di un altro. Tenendo dunque conto di tute queste regole, l’analisi può arrivare a decifrare il sogno, e ciò è particolarmente utile nel caso di "pazienti" nevrotici.
LA METAPSICOLOGIA. Tale termine fu coniato da Freud nel 1915 per designare la dimensione più propriamente teorica della nuova disciplina. La psicoanalisi, nata come terapia per malattie nervose, amplia il suo terreno originario e si presenta gradualmente come una nuova disciplina in grado di accedere ad una nuova conoscenza dell’uomo in genere e non solo in condizioni patologiche. Alla base dei fenomeni psichici vi è il principio del piacere che ha la funzione, come suggerisce il nome, di evitare il dispiacere e la sofferenza. Esso provvede a ciò scaricando le varie tensioni e ristabilendo uno stato di equilibrio mediante l’appagamento dei desideri, anche se ciò non avviene quasi mai per via diretta bensì per via allucinatoria, grazie a soddisfazioni sostitutive rispetto a quelle reali. Questa situazione genera inevitabilmente disillusione, in modo che viene a costituirsi e ad operare un secondo principio, il principio di realtà, che cerca il soddisfacimento in relazione alle condizioni imposte dalla realtà, anche se questa si può presentare come spiacevole. Il principio del piacere tende ad ottenere tutto immediatamente, mentre il principio di realtà può differire la soddisfazione in vista di una meta possibile, ritenuta più sicura e meno illusoria. Vi è qui la sublimazione, che consiste in breve nel reagire positivamente ad una situazione spiacevole, in modo da ottenere in qualche modo un soddisfacimento anche se non è proprio quello che si voleva.
Tale dualismo verrà ulteriormente precisato e corretto in Al di là del principio del piacere (1920), un saggio nel quale Freud, accanto alle pulsioni (non istinti!) sessuali, chiamate Eros, riconosce l’esistenza di una pulsione di morte, Thanatos, ossia di una tendenza distruttiva inerente alla vita stessa. Egli giunge a questa conclusione dall’osservazione dei comportamenti caratterizzati dalla coazione a ripetere, quando il soggetto ripete ossessivamente operazioni anche spiacevoli e dolorose che riflettono, in modo più o meno mascherato, elementi di conflitti passati. Secondo Freud, tali comportamenti mettono in discussione il primato che in genere si dà al principio del piacere, ed introducono l’ipotesi di una seconda tendenza originaria, la quale è portata verso la scarica totale delle pulsioni, ossia verso un principio di morte. Quando le pulsioni distruttive o di morte sono rivolte verso l'interno della persona, esse tendono all’autodistruzione, quando sono rivolte verso l’esterno assumono la forma di pulsioni di aggressione e di distruzione. Nella realtà psichica, le pulsioni si presentano sovente come ambivalenti, caratterizzate cioè dalla compresenza dei due principi di vita e di morte; anche la sessualità presenterebbe tale ambivalenza sotto forma di amore e di aggressività.
LA SECONDA TOPICA. Nell’opera L’Io e l’Es del 1923, Freud individua tre istanze dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e inconscio come aveva fatto nella prima topica, ma Io, Es e Super Io. Attenzione : non corrispondono alle tre componenti della prima topica! Freud riprende il termine Es, pronome neutro nella lingua tedesca, da un libro di Georg Groddeck, il quale scrisse appunto un’opera intitolata Il libro dell’Es(1923), per indicare il "serbatoio" dell’energia psichica, l’insieme delle espressioni dinamiche inconsce delle pulsioni, le quali sono in parte ereditarie ed innate e in parte rimosse e acquisite. L’Es è retto dal principio del piacere, mentre l’Io è retto dal principio di realtà e deve mediare tra le richieste pressanti dell’Es e quelle altrettanto pressanti del Super Io (che è in breve la coscienza morale, la quale si forma in seguito all’educazione e all’ambiente in cui si vive, e nasce al termine del complesso edipico. Ma su ciò vedi oltre, la parte dedicata alla sessualità). Il Super Io fa le funzioni del giudice e del censore nei confronti dell’Io (nell’Io, la percezione inconscia delle critiche del Super Io si esprime nel senso di colpa). Insomma, dice Freud, "spinto così dall’Es, stretto dal Super Io, respinto dalla realtà, l’Io lotta per venire a capo del suo compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli impulsi che agiscono in lui e su di lui; e noi comprendiamo perché tanto spesso non ci è possibile reprimere l’esclamazione : la vita non è facile!" (cfr. Introduzione alla psicoanalisi, 31^ lezione).
LA SESSUALITA’. L’interpretazione dei sogni dei "pazienti" condusse Freud a scorgere in essi la presenza di desideri sessuali risalenti all’infanzia. La scoperta della sessualità infantile fu una delle cose più scioccanti della psicoanalisi! Fino ad allora si identificava la sessualità con l’attività genitale dell’adulto. Freud invece non restringe la sessualità a mera genitalità bensì la intende come la ricerca del piacere corporeo e dunque, da questo punto di vista, è presente in tutte le età della vita umana; inoltre non ha più senso una distinzione netta tra eterosessualità che rappresenta la norma ed omosessualità che rappresenta la perversione. "Coloro che si definiscono omosessuali sono gli invertiti consci e manifesti". in realtà, impulsi omosessuali o, meglio, bisessuali, sono presenti in tutti gli esseri umani. Ciò non deve stupire, se si tiene conto che la sessualità è finalizzata alla ricerca del piacere.
Il bambino è dunque un essere che vive una sua vita sessuale completa. Freud lo definisce perverso polimorfo nel senso che il bambino ricerca forme di godimento senza tenere in alcun conto del fine riproduttivo della sessualità (ecco la perversione, che non ha dunque nessuna connotazione morale negativa), e ricerca inoltre il piacere attraverso i vari organi corporei, (ecco il polimorfismo), nelle diverse zone erogene (parti del corpo che sono fonti di piacere). Freud distingue nello sviluppo della sessualità cinque fasi, ognuna delle quali è caratterizzata dall’organo che vi è privilegiato nella ricerca del piacere.
La prima è la fase orale, che va dalla nascita ai due anni circa ed in essa la libido (così Freud chiama l’energia sessuale) si concentra nella bocca (la bocca è la prima zona erogena) : il bambino prova piacere portando qualunque cosa alla bocca, dal seno della mamma agli oggetti che trova a parti del proprio corpo (dito, piede ecc.). Tale modo di fare è anche il suo primo modo di conoscere il mondo : in altri termini, portando qualcosa alla bocca il bambino comincia a capire che cos’è, lo distingue da altre cose ecc.
La seconda fase è chiamata fase anale, va dai due ai quattro anni circa, e durante essa il bambino prova piacere nel trattenere e nel rilasciare gli sfinteri anali : è collegata agli inviti materni o famigliari ad espellere o a ritenere le feci ("l’educazione al vasino"), che assumono quindi carattere ambivalente, buono e cattivo al tempo stesso. E’ anche il periodo del no, in cui il bambino inizia ad essere autonomo e vuole appropriarsi sempre di più della sua raggiunta autonomia.
La terza fase è ancora più importante e viene chiamata fase fallica (va dai quattro ai sei, sette anni circa) perché indica la scoperta del proprio organo genitale e la sua diversità da quello dalla sorellina o dal fratellino. In questa fase vi è la paura da parte del maschietto di perdere il proprio organo (complesso di castrazione: poiché il maschietto ha qualcosa più visibile e la bambina no, il maschietto crede che la bambina sia stata punita col taglio del suo organo sessuale e teme anche lui di fare la stessa fine) e l’invidia del pene da parte della femminuccia, che non ha quella cosa che il maschietto ha. Durante questa fase nasce il complesso d’Edipo, che indica la normale crisi emotiva, in genere a livello di fantasie più o meno inconsce, provocata dai desideri sessuali del maschietto verso la madre e la gelosia nei confronti del padre; analogamente succede nella bambina (è il periodo in cui, in breve, il bambino vuole sposare la mamma e la bambina vuole avere un figlio dal papà). Questo periodo è superato in genere col processo di identificazione nel genitore del proprio sesso, che è un processo importantissimo: visto che il bambino si rende conto di non potere sposare la mamma, che è già sposata col papà, allora impara ad assumere i vari atteggiamenti tipici del maschio adulto nella società in cui vive, identificandosi appunto nella figura del padre; analogamente succede con la bambina, che imparerà a diventare una "piccola donna" per far piacere al papà. E’ in questa fase che si impara a diventare maschi o femmine, nel senso che si identifica il proprio sesso biologico con le tendenze sessuali psicologiche e con le tendenze sessuali considerate "normali", mentre prima si era ancora "bisessuali". Ecco perché, secondo Freud, se il complesso edipico non viene superato normalmente, possiamo, nell’analisi, far risalire a questo periodo le origini di tendenze omosessuali (ad es. in comportamenti ambigui da parte dei genitori nei confronti del bambino, oppure nel rifiuto del bambino perché si preferiva una bambina ecc.) e addirittura di comportamenti delinquenziali : in quest’ultimo caso, ciò accade perché la fase fallica segna anche l’inizio della socializzazione e della formazione della coscienza morale, con la graduale introiezione delle norme morali (nasce il Super Io, cioè il bambino impara che cos’è giusto e che cos’è sbagliato e lo interiorizza), e quindi, se al bambino non viene insegnato chiaramente che cosa è bene e che cosa è male, può credere che sia bene fare il male e viceversa. Il che non fa che ribadire l’importanza fondamentale dell’educazione famigliare nei primi anni di vita del bambino!
Dopo queste prime tre fasi, caratteristiche della sessualità infantile, vi è una quarta fase, detta fase di latenza (latenza perché la sessualità è in questo periodo nascosta, latente, rispetto al resto), che corrisponde all’incirca all’ingresso del bambino nel mondo della scuola (dai sei agli undici anni). Quest’epoca segna una relativa "tregua" delle pulsioni sessuali perché adesso il bambino entra nell’ordine sociale e culturale del suo ambiente e quindi i suoi interessi principali sono ora focalizzati a vivere bene questo periodo : il bambino ci tiene ad andare a scuola, a diventare adulto, ad essere all’altezza di quello che gli altri si aspettano da lui (ecco perché un insuccesso scolastico è a volte così condizionante!) ecc.
Infine vi è la fase genitale vera e propria, che, come si vede, non è che l’ultima nello sviluppo della sessualità e corrisponde all’epoca della pubertà e della adolescenza, durante la quale si forma in maniera definitiva la propria personalità sessuale (con tutti i fenomeni connessi : la crescita, la prima mestruazione e la prima polluzione, lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari come peli, barba, seno ecc.) che preluderà al "normale" rapporto adulto eterosessuale.
LA RELIGIONE. Freud ha affrontato le tematiche religione in diverse opere (Totem e tabù, L’uomo Mosè e la religione monoteistica ecc.). In particolare, ne L’avvenire di una illusione (1927), egli critica la religione definendola appunto una illusione, nel senso che è un appagamento illusorio dei desideri più antichi dell’umanità (la felicità, l’immortalità, la giustizia, l’amore ecc.). La stessa figura di Dio, visto come un Padre sia amato che temuto, non sarebbe altro, per Freud, che la proiezione dei rapporti psichici ambivalenti che l’uomo ha col suo padre terreno. Con tutto ciò, comunque, Freud non intende dire che la religione sia necessariamente falsa, ma ribadisce che contiene in sé elementi di illusione, che ne fanno qualcosa di indimostrabile e, per ciò stesso, di inconfutabile. Egli auspica comunque che l’umanità futura possa vivere senza religione visto che essa, secondo Freud, non ha adempiuto al suo compito, cioè non è riuscita a rendere felice la maggior parte degli uomini e gli uomini non sono cambiati. Essa dunque può essere abbandonata e ciò segnerà il passo verso una maggiore maturità spirituale dell’umanità.
IL DISAGIO DELLA CIVILTA’. In un saggio del 1929, Il disagio della civiltà, Freud ritiene che la civiltà sia una tappa necessaria nel divenire dell’umanità ma che essa comporti inevitabilmente un certo grado di infelicità. Essa infatti obbliga l’uomo ad inibire molti desideri e pulsioni (in tedesco la parola "pulsione" è Trieb, che è diversa dall’istinto ereditario e si riferisce a processi psichici dinamici) e a rinunciare al soddisfacimento di molte esigenze, a meno che non le possa deviare verso delle mete socialmente e moralmente accettabili (ecco la sublimazione, di cui abbiamo già accennato ). Le ragioni che inducono una società a reprimere la libido sono chiare : da un lato essa deve neutralizzare una forza che opera in modo individualistico e amorale(si ricordi l’Es, il principio del piacere ecc.), minando i presupposti stessi della convivenza civile (ecco il perché del tabù dell’incesto!); dall’altro la società non può fare a meno delle forze e dell’energia dei suoi membri e dunque deve obbligare ciascuno di essi ad "investire" l’energia libidica (che altrimenti ognuno di noi investirebbe in altri passatempi molto più piacevoli : ecco il perché dei vari divieti e regole sessuali in tutte le società) in prestazioni di tipo socialmente accettabile. Se del resto fosse permesso all’uomo di dare libero sfogo ai suoi desideri e istinti, la società decadrebbe e … a quest’ora non ci sarebbe più nessuno vivo! Vi è quindi la necessità di reprimere gli istinti distruttivi, e la civiltà lo fa attraverso norme, divieti e permessi, metodi educativi all’interno della famiglia e poi nella scuola, nella società ecc. Però, visto che è impensabile il dominio assoluto del Super Io sull’Es, allora un certo grado di disagio, di infelicità, di sofferenza, di nevrosi è inevitabilmente connesso con la civiltà stessa. insomma, l’uomo non può sopravvivere senza civiltà ma nella civiltà non può mai vivere del tutto felice. L’uomo potrà trovare, tra le pressioni delle varie passioni e la necessità di costringerle, soltanto una tregua ma non la serenità completa.
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Sigmund Freud nacque a Freiberg, in Moravia, allora sotto l’impero absburgico, il 6 Maggio 1856, da una famiglia di ebrei commercianti che, qualche anno dopo, si stabilì definitivamente a Vienna. Laureatosi in medicina nel 1881, freud lavorò per un po’ nel laboratorio di neurofisiologia diretto da Brücke. Nel 1882, per ragioni economiche, abbandonò la ricerca scientifica e si dedicò alla professione medica, specializzandosi in neurologia. Nel 1885 ottenne una borsa di studio e andò a Parigi, alla scuola di neuropatologia della Salpetrière, diretta da Charcot, che lasciò una profonda impressione sul giovane studioso (anche se Freud non accettò le conclusioni di Charcot, il quale considerava l’isteria una malattia dovuta a cause organiche e la paragonava ad uno stato di ipnosi; fece però sua una osservazione che per Charcot era marginale : la connessione tra isteria e sessualità). Nel 1886 si sposò con Martha Bernays, da cui ebbe sei figli (la più famosa tra loro fu Anna Freud, che continuò le ricerca del padre nell’ambito della psicoanalisi infantile). nel 1889 Freud passò un periodo di studio a Nancy, dove studiò l’ipnosi presso una scuola in aperto contrasto con Charcot. Tornato a Vienna, si dedicò completamente alla professione di neurologo. Nel frattempo strinse amicizia con Josef Breuer, con cui pubblicò nel 1895 gli Studi sull’isteria e con cui iniziò l’avventura e la scoperta della psicoanalisi. Breuer, infatti, utilizzando l’ipnosi, era riuscito a far ricordare ad una sua paziente, Anna O., gli eventi traumatici connessi con l’insorgere dell’isteria. Avvertendo però che nella paziente si stava sviluppando una forma di amore e di dipendenza nei suoi confronti (quel fenomeno che poi sarà chiamato transfert), Breuer aveva interrotto la terapia e aveva affidato la paziente a Freud. Freud riuscì, grazie ad un nuovo metodo, la talking cure, la cura con le parole, come l’aveva chiamata la stessa Anna O., a guarire la giovane. Era nata la psicoanalisi!
Nel 1899 (ma con data simbolica del 1900) Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni (Traumdeutung), opera fondamentale che segnava l’inizio di una nuova epoca del pensiero occidentale! da allora in poi Freud si dedicò completamente ad approfondire i fondamenti della sua scoperta, che ebbe, all’inizio, moltissimi denigratori e critici (soprattutto nei confronti della teoria freudiana della sessualità infantile). Nel 1908 vi fu il primo Congresso della Società psicoanalitica Internazionale, che vide presenti, tra gli altri, Jung (il quale si staccherà poi da Freud, così come farà Adler, e darà origine ad una forma diversa di psicologia del profondo, la psicologia analitica; mentre Adler chiamerà la propria teoria psicologia individuale).
Nel 1933 a Berlino i nazisti bruciarono , in un rogo tristemente famoso, anche le opere dell’ebreo Freud. Egli cercò di resistere il più possibile all’avanzare della barbarie nazista ma nel 1938 Freud fu costretto ad andarsene e si trasferì a Londra. Lì vivrà ancora un anno e poi morirà, per un cancro alla mascella, il 23 Settembre 1939.

HENRI BERGSON
(1859-1941)
Henri Bergson è stato considerato il filosofo francese più importante del suo tempo. Il suo influsso è stato notevole sulla filosofia del primo Novecento ed anche in campo più genericamente culturale (si pensi a Proust e alla concezione del tempo): è stato il primo filosofo che ebbe il Nobel per la letteratura nel 1928. Il pensiero di Bergson ha come suo presupposto la ridefinizione dei rispettivi ordini di competenza della scienza e della filosofia. Egli dichiara infatti che il suo tentativo è duplice : da un lato quello di purificare la scienza dallo scientismo, ossia da una metafisica che si maschera da conoscenza scientifica positiva, e dall’altro quello di liberare la filosofia da una concezione di se stessa che non ne salva l’originalità, in quanto la riduce ad una sorta di super-scienza, il cui compito si risolverebbe nel sintetizzare i risultati delle scienze positive, portandoli ad un livello di generalizzazione.
Negli anni giovanili, Bergson si entusiasmò per la teoria evoluzionistica di HERBERT SPENCER (1820-1903), al punto che egli non voleva far altro che perfezionare e consolidare i Primi principi (1862) di Spencer (è il primo volume dell’opera Sistema di filosofia sintetica, in cui la teoria dell’evoluzione è presentata come una grandiosa metafisica dell’universo, che dà luogo ad una concezione ottimistica del divenire, visto come un inarrestabile progresso). Ma fu proprio riflettendo su queste tematiche che Bergson si accorse che il Positivismo non mantiene affatto la promessa di fedeltà ai fatti, come appare ad es. nella trattazione del problema del tempo.
LA CONCEZIONE DEL TEMPO. Alla concezione scientifica, meccanica sfugge il tempo dell’esperienza concreta. Nel Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), Bergson sostiene che il tempo è considerato dalla meccanica come una serie di istanti uno accanto all’altro : è un tempo spazializzato ed anche reversibile, perché possiamo tornare indietro e ripetere infinite volte lo stesso esperimento. Inoltre per la meccanica ogni momento è esterno all’altro ed è uguale all’altro : un istante si sussegue ad un altro, e non c’è un istante più intenso o più importante di un altro. Il tempo vissuto invece dall’esperienza concreta è totalmente diverso. Se la spazialità è la caratteristica delle cose, la durata è la caratteristica della coscienza. Durata vuol dire che l’io vive il presente e nel presente con la memoria del passato e l’anticipazione del futuro. Passato e futuro possono vivere soltanto in una coscienza che li salda nel presente. La durata vissuta non è quindi il tempo spazializzato della meccanica. Si badi : il tempo spazializzato funziona bene per le finalità pratiche della scienza, ma la scienza è del tutto inadeguata per l’esame dei dati concreti della coscienza.
LA LIBERTA’. all’idea della durata, quale fondamentale caratteristica della coscienza, Bergson lega la sua difesa della libertà e la sua critica al determinismo, se esso presume di poter spiegare la vita della coscienza. La vita della coscienza non è divisibile in stati separati e distinti, l’io è una unità in divenire. E quindi dove nulla vi è di identico, non vi è nulla di prevedibile. Se la vita dell’io è presa nel suo flusso ininterrotto, allora si può scorgere che alcuni atti nascono dalla totalità della personalità e, proprio per questo, sono liberi : "Siamo liberi quando i nostri atti scaturiscono da tutta la nostra personalità, quando la esprimono, quando hanno con essa quella indefinibile rassomiglianza che si trova talora tra l’artista e la sua opera". La libertà non è quindi definibile, giacché ogni definizione è il risultato di un’analisi, la quale implica la trasformazione di un processo in una "cosa"; mentre la libertà è qualcosa di cui noi siamo immediatamente consapevoli ma che non può essere dimostrata. Siccome poi essa è propria dell’io profondo, non sempre noi siamo veramente liberi nel nostro agire, anzi spesso è l’io superficiale che predomina : l’io cioè che subisce le varie determinazioni, tra le quali hanno particolare incidenza le pressioni sociali.
MEMORIA, RICORDO, PERCEZIONE. In Materia e memoria (1896), Bergson cerca di "cogliere più chiaramente la distinzione del corpo e dello spirito e di penetrare più intimamente nel meccanismo della loro unione". Contro quelli che riducono lo spirito a materia o che considerano gli stati mentali e quelli cerebrali come due diversi modi di riferirsi allo stesso processo, Bergson ribadisce che il cervello non spiega lo spirito e che "in una coscienza umana c’è infinitamente di più che nel cervello corrispondente". Egli distingue a questo proposito tra memoria, ricordo e percezione. La memoria coincide in pratica con la stessa coscienza e non può essere collocata spazialmente nel cervello. La memoria, per realizzarsi, ha bisogno dei meccanismi legati al corpo, ma essa è indipendente dal corpo stesso, così che ad es. una lesione del cervello non colpisce propriamente la coscienza ma i ricordi, i collegamenti tra la coscienza e la realtà (la coscienza resta intatta anche se perde il contatto con le cose). Da questa memoria spirituale, che è la durata della coscienza, si distingue appunto il ricordo. La funzione del cervello consiste nel far filtrare solo quei ricordi che possono interessare l’azione da compiersi. Il cervello, in altri termini, passa solo una parte molto piccola di quello che è il processo della coscienza. La percezione è, per Bergson, "l’azione possibile del nostro corpo sugli altri corpi". Con tale definizione egli intende dire che la percezione non ha un carattere puramente conoscitivo ma pratico, operativo perché percepire significa modificare la realtà materiale in base alle esigenze del nostro corpo, cioè in pratica agire.
L’EVOLUZIONE CREATRICE. Ne L’evoluzione creatrice (1907), Bergson elabora una "visione del mondo" che sintetizza il suo pensiero. Al pari della vita della coscienza, la vita biologica non è una macchina che si ripete, sempre identica a se stessa, bensì è continua ed incessante novità, è creazione, imprevedibilità, è vita sempre nuova che, inglobando e conservando l’intero passato, cresce su se stessa. La nozione di evoluzione creatrice permette a Bergson di andare al di là del meccanicismo e del finalismo, giacché la vita è vista come "una realtà che si stacca nettamente sulla materia bruta". La vita – abbiamo detto – è creazione libera e imprevedibile, è slancio vitale, mentre la materia non è altro che il momento dell’arresto di quello slancio vitale. La vita è continua creazione di forme, dove quel che viene dopo non è una semplice ricombinazione degli elementi che c’erano prima; essa è azione che di continuo si crea e si arricchisce, mentre la materia è azione che si dissolve e si logora, che si depotenzia e si degrada. In altri termini, la materia è slancio vitale degradato, slancio che ha perduto di creatività; è un riflusso dello slancio vitale che, a partire da una originaria unità, si irraggia e ricade in una molteplicità di elementi, il cui slancio e creatività vanno spegnendosi. L’evoluzione creatrice, dunque, non è un processo uniforme. Essa dà origine alla vita vegetale, a quella animale e a quella razionale. Non si tratta di tre gradi successivi di una medesima tendenza, ma di tre tendenze divergenti, di una attività che si è divisa nel suo sviluppo : il mondo vegetale è caratterizzato dalla fissità e dalla insensibilità, mentre nel mondo animale si trovano la mobilità e la coscienza, con prevalenza della vita istintiva di alcune specie e di quella intelligente in altre. Anche se Bergson considera praticamente ogni animale dotato della coscienza ("Sarebbe assurdo rifiutare la coscienza ad un animale, perché non ha cervello, quanto dichiararlo incapace di nutrirsi perché non ha stomaco"), vi sono naturalmente molte differenze tra l’uomo e gli altri animali, ed una non trascurabile è quella tra istinto e intelligenza.
ISTINTO, INTELLIGENZA E INTUIZIONE. L’istinto, dice Bergson, è necessariamente specializzato, non essendo che l’utilizzazione di uno strumento determinato; in altre parole, è la facoltà di usare e anche di costruire strumenti organici cioè che sono parti dell’organismo stesso. L’intelligenza è invece la facoltà di riuscire a fabbricare oggetti artificiali, in particolare degli utensili per fare degli altri utensili, e di variarne indefinitamente la fabbricazione, il che gli animali non riescono a fare. Così l’uomo, per Bergson., prima di essere sapiens, è soprattutto homo faber. Se l’intelligenza è consapevole, conosce i rapporti tra le cose, distaccandosi dalla realtà immediata, può anche prevedere quella futura. Per ragioni pratiche, dunque, l’intelligenza analizza e astrae, classifica, distingue e frantuma la durata reale. Però "mille fotografie di Parigi non sono Parigi". Dunque né l’intelligenza né tantomeno l’istinto ci danno la vera realtà : "ci sono cose che soltanto l’intelligenza è capace di cercare, ma che da sé non troverà mai; soltanto l’istinto potrebbe scoprirle, ma esso non le cercherà mai". Fortunatamente per l’uomo, egli possiede anche l’intuizione : essa è immediata come l’istinto e consapevole come l’intelligenza. L’intuizione è "la visione dello spirito da parte dello spirito". L’intelligenza gira attorno all’oggetto, ma non entra in esso, come fa l’intuizione. Ed è sempre l’intuizione che ci svela la durata della coscienza e il tempo reale, e che ci rende consapevoli di quella libertà che siamo noi stessi.
SCIENZA E FILOSOFIA. Ora, la scienza usa come strumento l’intelligenza, e proprio per questo mira al controllo concettuale e pratico dell’ambiente in cui l’uomo vive. La filosofia, al contrario, intesa come metafisica, si serve dell’intuizione e "riserva per sé lo spirito". Non si tratta di svalutare la scienza a favore della filosofia, ma di tenere presente che esse ci offrono due mondi diversi : la scienza ci dà un mondo costruito in forma di simboli, senza del quale non si potrebbe vivere, giacché si può agire solo in un mondo in cui le cose sono distinte; la filosofia ci dà la coscienza della realtà, come continuo flusso del divenire; essa intuisce e così ci fa entrare in contatto diretto con le cose e con quell’essenza della vita che è la durata. D’altronde entrambe sono in relazione tra loro : la scienza può fornire verifiche per la metafisica, mentre quest’ultima può, proprio perché basata sull’intuizione, aiutare la scienza a correggere i suoi errori. Né tutto nella filosofia si riduce ad intuizione, giacché uno sforzo di riflessione rimane necessario per afferrare il contenuto dell’intuizione stessa. Per questo la filosofia non può fare a meno del lavoro di concettualizzazione e del linguaggio, ed essa si instaura proprio sul continuo rimando tra intuizione ed espressione. Anche nella forma più alta di intuizione come quella di cui godono i mistici, l’uso del linguaggio, anche se immaginoso, diviene la via più appropriata per comunicare qualche cosa agli altri delle esperienze avute.
SOCIETA’ E RELIGIONE. E proprio al tema della creatività morale e religiosa dell’uomo. Bergson dedica la sua ultima opera, Le due fonti della morale e della religione (1932). Le norme morali hanno due origini : o la pressione sociale oppure lo slancio d’amore. Nel primo caso, le norme sono appunto il frutto della pressione sociale, esprimono le esigenze della vita associata. L’individuo, in genere, segue la via che trova già battuta dagli altri e codificata nelle norme della sua società; si adegua alle regole di questa, ne esalta gli ideali e cerca di conformarvisi. Alla base della società c’è solo l’abitudine di contrarre abitudini. Questa morale dell’obbligazione è tipica di una società chiusa, dove l’individuo agisce come parte di un tutto, e questo tutto è un gruppo determinato come la nazione, la famiglia o il club. Esiste poi anche la morale della società aperta. E tale è la morale del cristianesimo, dei saggi della Grecia e dei profeti di Israele. tale morale è l’opera creatrice di eroi morali che vanno al di là dei valori del gruppo cui appartengono per guardare all’uomo in quanto uomo, all’intera umanità. Il fondamento della morale aperta è la persona creatrice; il fine ne è l’umanità; il suo contenuto è l’amore verso tutti gli uomini; la sua caratteristica è l’innovazione morale, capace di rompere gli schemi fissi delle società chiuse.
Anche nella vita religiosa Bergson distingue una religione statica e una religione dinamica. La religione statica è quella basata su miti e favole. Essa, con le sue favole, miti e superstizioni, rafforza i legami sociali tra l’uomo e i suoi simili; inoltre dà la speranza nell’immortalità, offre all’uomo l’idea di una difesa contro l’imprevedibilità e la precarietà del futuro, gli dà il senso di una protezione soprannaturale e la credenza di poter influire sulla realtà, specialmente quando la scienza e la tecnica risultano impotenti. Ma non è l’unica forma di religione. Vi è anche la religione dinamica o aperta, che è quella dei mistici. Il misticismo è "una presa di contatto e, di conseguenza, una coincidenza parziale, con lo sforzo creatore, che la vita manifesta. Questo sforzo è di Dio, se non è Dio stesso… Dio è amore ed oggetto di amore : qui è tutto il misticismo". L’esperienza del divino come amore deve tradursi in una operosità che mira a promuovere la creatività dell’uomo e l’amore per i propri simili. Di qui, a giudizio di Bergson, la differenza tra misticismo orientale e quello cristiano. Mentre il primo è contemplativo e non crede all’efficacia dell’azione, il secondo (quello di San Paolo, S. Francesco, S. Teresa, S. Caterina, S. Giovanna d’Arco ecc.) è un superiore punto di slancio per l’azione del mondo. L’amore di Dio diventa, così, amore per tutta l’umanità. Oltre a ciò, è solo l’esperienza mistica, secondo Bergson, che può fornire l’unica prova per dimostrare l’esistenza di Dio : l’accordo tra i mistici delle varie religioni indica appunto l’esistenza reale di quell’essere col quale l’estasi mistica mette in contatto. L’umanità odierna, conclude Bergson, ha urgente bisogno di genî mistici. Il potere dell’uomo sul mondo, grazie alle scienze, si è ingrandito a dismisura. Ebbene, tutto ciò "attende un supplemento di anima e la meccanica esigerebbe una mistica", visto che l’universo ha come sua funzione essenziale quella di essere una macchina per fare dèi.
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Henri Bergson nacque a Parigi nel 1859 da famiglia ebrea. Studiò alla Scuola Normale e conseguì il dottorato in filosofia nel 1889 con due dissertazioni, una in latino e l’altra in francese. Quest’ultima, il Saggio sui dati immediati della coscienza, fu pubblicata nello stesso anno ed ebbe un grande successo. La seconda opera importante, Materia e memoria, apparve nel 1896 ed ebbe una notevole influenza su William James (del pragmatismo americano) e su Marcel Proust (di cui Bergson sposò una cugina). Tre anni dopo, Bergson venne chiamato ad insegnare al Collège de France. Il filosofo continuò a scrivere e a mietere successi : Introduzione alla metafisica (1903), L’evoluzione creatrice (1907), Durata e simultaneità (1922). Divenuto accademico di Francia, nel 1928 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. La sua ultima opera importante è del 1932 : Le due fonti della morale e della religione.
Negli ultimi anni di vita egli si avvicinò al cattolicesimo, senza tuttavia abbracciarlo ufficialmente per solidarietà con la comunità ebraica ormai oggetto delle persecuzioni naziste. Morì a Parigi, ancora occupata dai Tedeschi, nel 1941.
JEAN-PAUL SARTRE
(1905-1980)
Sartre è stato il maggiore rappresentante dell’esistenzialismo francese (insieme ad Albert Camus e a Simone de Beauvoir). Poligrafo, si è trovato a suo agio nei più diversi generi letterari : dal saggio al romanzo, dal teatro alle grandi opere filosofiche all’articolo giornalistico. Nel 1964 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura che però Sartre rifiutò. E’ morto a Parigi, nel quartiere latino, al numero 47 di rue Bonaparte, nel 1980.
Sartre iniziò la sua attività di scrittore con studi di psicologia fenomenologica, in opposizione alle concezioni contemporanee che erano dominate da una visione naturalistica dei fatti psichici e dal primato assegnato al problema della conoscenza. Sartre ritiene che la fenomenologia di Husserl permetta di cogliere i significato autentico dei vari fenomeni psichici, grazie al concetto di intenzionalità, che consente di evitare la riduzione sia del soggetto all’oggetto e sia dell’oggetto al soggetto, ossia gli scogli opposti di realismo-materialismo e idealismo. A differenza di Husserl poi, Sartre ritiene che il rapporto tra la coscienza ed il mondo non sia di tipo soprattutto conoscitivo. L’ego è soltanto una delle modalità della coscienza, la modalità riflessa, che è secondaria rispetto alla modalità irriflessa, mentre le emozioni sono delle modalità essenziali e non secondarie nelle quali la coscienza si rapporta al mondo e gli conferisce un significato. Meglio ancora, l’ego non è "nella coscienza, ma è fuori, nel mondo : è un ente del mondo come l’io di un altro". Il che vuol dire che l’uomo è quell’essere la cui apparizione fa sì che esista un mondo. E’ l’uomo che dà senso al mondo, mentre il mondo, di per sé, non ha alcun senso.
Quest’ultima tesi viene rielaborata in forma letteraria nel famoso romanzo La nausea (1938), in cui si narrano le vicende di un certo Antoine Roquentin, il quale, riflettendo sulle ragioni della propria esistenza e del mondo che lo circonda, ha l’esperienza rivelatrice della nausea. La nausea è il sentimento che ci invade quando si scopre l’essenziale assurdità e contingenza della realtà. Leggiamolo dalle parole stesse di Sartre. Ecco un brano :
"Il mondo … questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava : senza dubbio non c’era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse. Era impensabile : per immaginare il nulla occorreva trovarcisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era solo un’idea nella mia testa, un’idea esistente, fluttuante in quella immensità : quel nulla non era venuto prima dell’esistenza, era un’esistenza come un’altra e apparsa dopo molte altre".
Scoprire che il mondo non ha senso, che è assurdo, provoca la nausea. Sartre scrive ancora :
"L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente : gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza : la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare … ecco la Nausea".
La vita di Roquentin si scopre dunque priva di senso; nessun scopo riesce più ad orientarla; egli esiste come una cosa, come tutte le cose che emergono, nell’esperienza della nausea, nella loro gratuità ed assurdità. "Ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione".
Ne L’essere e il nulla (1943), Sartre giustifica le stesse idee in un saggio filosofico di ampio respiro che esprime i concetti che diverranno famosi di un clima esistenziastico del Dopoguerra : assurdità, non senso, nulla ecc.
La coscienza – dice Sartre – è sempre coscienza di qualche cosa, e di qualche cosa che non è la coscienza : questo essere è definito da Sartre come l’essere-in-sé o, brevemente, l’in-sé. In altri termini, sono tutte le cose che non sono la coscienza, gli oggetti che incontriamo ecc. L’essere-in-sé è ciò che è, non è possibile né necessario, è semplicemente. La coscienza viene invece definita da Sartre come l’essere-per-sé o, brevemente, per-sé, che indica che essa è presenza a sé stessa. In altri termini : io ho coscienza degli oggetti del mondo, ma nessuno di questi oggetti è la mia coscienza. Se poi la coscienza è presenza a se stessa, questa presenza a se stessa implica una sorta di scissione, di separazione interiore nell’essere della coscienza perché essa fonda se stessa in quanto si determina perpetuamente a non essere l’in-sé. La realtà umana è quindi, per Sartre, nullificazione, mancanza di essere. Il nulla, nel linguaggio sartriano, è la condizione necessaria del per-sé, cioè della coscienza umana, che fa sempre l’esperienza del nulla in ogni atto dell’esistere e dell’agire. Questo è dimostrato ad es. dal desiderio : esso non è forse un bisogno di completamento poiché desidero ciò che mi manca, ciò che non ho ? Ma non solo : si pensi alla figura di un cerchio incompiuto, ad un quarto di Luna : essi non mancano forse qualcosa per la coscienza, la quale si aspetta o pretende il loro completamento, e cioè quello che non è? Analogamente, tutti i tratti della realtà umana sono visti da Sartre come rapporti di nullificazione : ad es. la conoscenza è tale perché l’oggetto si presenta alla coscienza come ciò che non è la coscienza; oppure gli altri, le altre persone : l’altra esistenza è tale in quanto non è la mia, anzi qui la negazione è reciproca.
Il nulla è dunque intrinsecamente legato all’essere, ma non è generato dall’essere, bensì dall’essere della coscienza che, come abbiamo già detto, si perpetua a non essere l’in-sé. Ma, per potere fare ciò, per poter decidere continuamente di non essere l’in-sé, la coscienza vivere in una condizione particolare, deve cioè essere libera. E in effetti, per Sartre, la coscienza è assolutamente libera. E per libertà Sartre intende proprio quella possibilità di nullificazione o rottura del mondo che è la struttura stessa dell’esistenza umana. L’uomo è inoltre perpetuamente minacciato dalla nullificazione della sua scelta attuale, è, in altri termini, perpetuamente minacciato di scegliersi, quindi di diventare altro da quello che è. L’uomo, dice Sartre, è "condannato ad essere libero" nel senso che è "condannato" perché non si è creato da sé, ma, una volta nato, è però responsabile di tutto quello che fa, del suo progetto fondamentale, della sua vita e di quella degli altri. Dunque tutto ciò che accade all’uomo dipende dalla libertà e dalla responsabilità della scelta originaria. Da questo punto di vista, nulla di ciò che accade all’uomo, per quanto terribile sia, può essere detto inumano, poiché tutto è dipeso dall’uomo. E nessuno ha scuse : se si fallisce, si fallisce perché si è scelto di fare fallimento. Cercare delle scuse significa essere in malafede: la malafede presenta infatti il voluto come fosse una necessità inevitabile.
L’uomo quindi si sceglie. La sua libertà è incondizionata (perché egli può mutare in ogni istante, l’abbiamo già detto, il suo progetto fondamentale). E come la nausea costituiva l’esperienza metafisica che rivelava la gratuità e l’assurdità dell’esistenza e delle cose, così l’angoscia è l’esperienza metafisica del nulla, cioè della libertà incondizionata dell’uomo, che può ad ogni momento cambiare ciò che è e diventare qualcos’altro.
Se le cose del mondo sono gratuite, prive di senso e di fondamento, allora è solo l’uomo che può dare ad esse un valore e un senso. L’uomo è quindi l’essere "per cui i valori esistono". Una volta stabilito questo, però, per Sartre bisogna riconoscere che, in fondo, tutte le attività umane sono equivalenti e che tutte sono votate per principio allo scacco (ecco il tanto contestato pessimismo sartriano ) ! "E’ la stessa cosa – scrive Sartre – in fondo, ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli. L’uomo è una passione inutile".
L’uomo cerca indubbiamente di porre rimedio a questa situazione : l’uomo è infatti quell’essere che … progetta di essere Dio! Tuttavia, l’uomo non può che essere un Dio mancato. L’uomo si proietta sempre al di là di se stesso, ricerca sempre un valore fondato e fondante, mentre, deve ammettere, prima o poi, lo scacco finale : le attività umane sono tutte equivalenti perché tendono a sacrificare l’uomo per far nascere la causa di sé, Dio, ma poiché questo è impossibile, tutte sono votate allo scacco. Anche perché c’è sempre un altro a contrastare questo progetto. L’altro, dice Sartre, è colui che mi fissa e mi paralizza col suo sguardo; mentre, fino a quando l’altro non c’era, io ero completamente libero, ero cioè soggetto e non oggetto. Quando appare l’altro, nasce il conflitto. Ecco perché "l’inferno sono gli altri" (A porte chiuse, 1945).
Ne L’esistenzialismo è un umanismo (1946), Sartre cerca di smorzare il pessimismo delle sue tesi precedenti. Anzi si dichiara apertamente per l’esistenzialismo e lo considera una dottrina dell’impegno e della responsabilità. L’esistenzialismo viene da lui definito come quella dottrina per la quale "l’esistenza precede l’essenza", nel senso che l’uomo, in primo luogo esiste, cioè si trova nel mondo, e dopo si definisce per quello che è o vuole essere. Se dunque l’esistenza precede l’essenza, non sarà mai possibile spiegarla in riferimento ad una natura umana data e immodificabile. In altre parole, non c’è determinismo, l’uomo è libero, l’uomo è libertà. E se l’uomo è libero, è anche responsabile di quello che fa. Così, dice Sartre, il primo passo dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità totale della sua esistenza. E quando l’uomo sceglie, sceglie anche per tutti gli uomini. Così la nostra responsabilità è molto più grande di quello che potremmo supporre, poiché essa obbliga l’umanità intera. "Se Dio non esiste – scrive Sartre – non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini in grado di legittimare la nostra condotta. Così non abbiamo … delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli, senza scuse. E’ ciò che esprimerò con le parole che l’uomo è condannato ad essere libero. Condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa". In conclusione, l’esistenzialismo è una dottrina ottimistica perché afferma che il destino dell’uomo è nelle mani dell’uomo stesso e che l’uomo non può nutrire speranza se non nell’azione.
Nell’ultima sua grande opera di contenuto teoretico, la Critica della ragione dialettica (1960), Sartre presenta la teoria dell’azione e della storia come una reinterpretazione originale dei rapporti tra esistenzialismo e marxismo. In primo luogo la libertà, che nelle opere precedenti era stata considerata da Sartre come assoluta e incondizionata, viene adesso ridimensionata. L’uomo è sempre dichiarato libero ma la sua libertà dipende anche dagli altri e dal contesto sociale in cui si trova. "Dire di un uomo ciò che egli è, significa dire ciò che egli può e reciprocamente : le condizioni materiali della sua esistenza circoscrivono il campo delle sue possibilità … così il campo del possibile è lo scopo verso il quale l’agente oltrepassa la sua situazione obiettiva. E questo campo, a sua volta, dipende strettamente dalla realtà sociale e storica". Perciò Sartre dice di accettare la concezione materialistica di Marx, per cui "il modo di produzione della vita materiale domina in generale lo sviluppo della vita sociale, politica e intellettuale". Egli rifiuta però nettamente il materialismo dialettico di Engels. Sartre rifiuta in primo luogo le leggi della dialettica della realtà proposte appunto da Engels dicendo che "questa dialettica può effettivamente esistere, ma bisogna riconoscere che non ne abbiamo la benché minima prova". Egli insomma non accetta le leggi proposte da Engels come regole che guiderebbero lo sviluppo della natura, della storia e del pensiero. L’ammissione di quelle leggi, secondo Sartre, implicherebbe un "beato ottimismo" che proclama un finalismo di tipo hegeliano e, cosa ancora più inammissibile, ridurrebbe l’uomo ad un semplice strumento passivo della dialettica, incapace di sottrarsi al più rigido determinismo. La dottrina della dialettica – nota Sartre – è diventata oggi una sorta di dogma per cui il marxismo odierno "non sa più di nulla : i suoi concetti sono Diktat; il suo fine non è più di acquistare cognizioni, ma di costituirsi a priori come sapere assoluto". E poiché il marxismo ha dissolto gli uomini "in un bagno di acido solforico", l’esistenzialismo ha potuto invece "rinascere e mantenersi perché affermava la realtà degli uomini".
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Jean-Paul Sartre nacque a Parigi il 21 Giugno 1905. Studiò alla Scuola Normale, dove trovò amici quali Paul Nizan, Merleau-Ponty e Raymond Aron, che gli fa conoscere Husserl e Heidegger. Nel 1929 conosce Simone de Beauvoir, che sarà sua compagna per tutta la vita. Dopo aver insegnato filosofia al liceo di Le Havre, Sartre usufruisce di una borsa di studio presso l’Istituto francese di Berlino e intraprende lo studio della fenomenologia di Husserl. Sotto la sua influenza e anche sotto quella del pensiero di Heidegger, escono i suoi primi studi : L’immaginazione (1936), Abbozzo di una teoria delle emozioni (1939), L’immaginario (1940), nonché il romanzo La nausea (1938) e la raccolta di racconti Il muro (1939). Richiamato alle armi, nel giugno del 1940 è fatto prigioniero dei Tedeschi, ma è poi liberato e torna a Parigi. Nel 1943 pubblica la sua opera filosofica più impegnativa, L’essere e il nulla, e il suo primo lavoro teatrale, Le mosche. Terminata la guerra, Sartre dà inizio ad una serie di romanzi intitolata I cammini della libertà e, in collaborazione con altri, fa uscire la rivista "Les temps modernes". In risposta agli attacchi della sua opera filosofica da parte di marxisti e di cattolici, pubblica nel 1946 il breve saggio L’esistenzialismo è un umanismo. Egli si avvicina quindi ai comunisti francesi ma i fatti del 1956 come il rapporto Kruscev e la repressione della rivolta in Ungheria sono l’occasione per la pubblicazione dell’articolo Il fantasma di Stalin, che segna il distacco di Sartre dai comunisti. Egli intraprende quindi una riflessione sul marxismo che darà luogo al saggio Questioni di metodo, comparso in una rivista polacca nel 1957 e poi incluso, come prima parte, nella Critica della ragione dialettica (1960). In seguito pubblica l’autobiografia Le parole (1963), e l’anno dopo riceve il Nobel per la letteratura, da lui però rifiutato. In ultimo si dedica ad una imponente biografia su Flaubert che uscirà col titolo L’idiota di famiglia (1971-72). Sempre in prima linea nel prendere posizione sui problemi politici del suo tempo, Sartre si schiera contro la politica francese in Algeria, entra a far parte del Tribunale Russell contro i crimini americani nel Vietnam e nel 1968 appoggia il movimento studentesco. E’ morto a Parigi il 15 Aprile 1980.

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