Einstein, scienziato o filosofo?

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

Einstein

"Diderot aveva intuito che è proprio dalle concezioni del mondo piú rigidamente deterministiche che si può trarre una carica propulsiva per la libertà individuale, come se volontà e libera scelta possano essere efficaci solo se aprono i loro varchi nella dura pietra della necessità", Italo Calvino, Il gatto e il topo da la Repubblica 24/6/84, ora in Perché leggere i classici.
Determinismo
Einstein parte da posizioni fortemente deterministiche e meccanicistiche: "Non credo affatto alla libertà dell’uomo nel senso filosofico della parola. […] L’aforisma di Schopenhauer "È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuole" mi ha vivamente impressionato fin dalla giovinezza" e ancora "non voglio e non possono figurarmi un uomo che sopravviva alla sua morte corporale; quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee!". Ha una grande ammirazione per Schopenhauer e, in gioventù, ha passato momenti di profondo sconforto ("Sarebbe meglio se non fossi mai nato", scrive alla sorella Maja nel 1898). Come Leopardi anche Einstein ha posizioni inizialmente empiriste ed evita di rifugiarsi nel misticismo: "La tendenza al misticismo della nostra epoca […] non è altro che un sintomo di debolezza e di confusione. Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell’anima senza il corpo mi pare del tutto privo di significato".
Volontà di vivere
Diversamente che in Leopardi, però, l’insignificanza umana non solo è accettata, ma trasporta con sé la volontà di vivere, il sì alla vita di Nietzsche: "Non ho mai visto una burrasca come quella di stanotte… Il mare ha un aspetto di indescrivibile grandiosità, specialmente quando è illuminato dal sole. Ci si stente immersi nella natura. Ancora piú del solito si avverte la nullità dell’individuo e questo ci riempie di felicità. Quanto l’uomo con i suoi sforzi appassionati riesce a strappare alla verità è una parte minima. Ma quegli sforzi ci liberano dalle catene dell’io e ci rendono compagni degli uomini migliori e piú grandi"; sembra quasi di risentire l’incipit del canto secondo del De rerum natura: "Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, / e terra magnum alterius spectare laborem" (È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare / guardare da terra il grande travaglio degli altri); la nullità dà forza, l’uomo accetta il proprio fato e lo affronta non solo con coraggio, ma addirittura con humour, l’uomo non è un fine, si dà un fine e per Einstein questo fine è l’umanità tutta: "Ci nutriamo di alimenti prodotti da altri uomini, portiamo abiti fatti da altri, […] la maggior parte di quanto sappiamo o crediamo ci è stato insegnato da altri per mezzo di una lingua che altri hanno creato, […] perciò la nostra priorità sugli animali consiste prima di tutto nel nostro modo di vivere in società. […] Il valore di un uomo, per la comunità in cui vive, dipende anzitutto dalla misura in cui i suoi sentimenti, i suoi pensieri e le sue azioni contribuiscono allo sviluppo dell’esistenza degli altri individui".
Etica
Ad Einstein non interessa il fine dell’esistenza umana ("Proccuparsi del senso o del fine della nostra esistenza […] mi è sempre parso assolutamente vuoto di significato"), ma, ciononostante, ha delle linee guida, degli ideali ("il bene, la bellezza e la verità") e considera invece benessere e felicità come "l’ideale dei porci", in forte critica dunque con la mentalità borghese ed utilitarista. Solo staccandosi dal proprio io, cercando di trascendersi, di superarsi l’uomo può dirsi tale: "Quando il mondo cessa d’essere il luogo dei nostri desideri e speranze personali, quando l’affrontiamo come uomini liberi, osservandolo con ammirazione, curiosità ed attenzione, entriamo nel regno dell’arte e della scienza"; arte e scienza partono quindi dagli stessi presupposti, dal proprio superamento, "se usiamo il linguaggio della logica per descrivere quel che vediamo e sentiamo, allora ci impegniamo in una ricerca scientifica. Se lo comunichiamo attraverso forme le cui connessioni non sono accessibili al pensiero cosciente, ma vengono percepite mediante l’intuito e l’ingegno, allora entriamo nel campo dell’arte. Elemento comune alle due esperienze è quella appassionata dedizione a ciò che trascende la volontà e gli interessi personali".
Arte e scienza
Come per Leopardi, anche per Einstein l’artista deve descrivere la natura, osservandola con stupore ed ammirazione, ma per lo scienziato questo è possibile anche attraverso il linguaggio della logica, perché la natura tende alla semplicità e cosí la matematica (può sembrare strano per chi non ha grande dimestichezza con questa dottrina, ma la matematica nasce per semplificare, chiarire, risolvere). Questo implica credere che la natura sia fondata sulla ragione e che possa essere compresa, cosa di cui abbiamo vari indizi e prove sperimentali, da qui la religiosità di Einstein: "Questa convinzione, legata al sentimento profondo dell’esistenza di una mente superiore che si manifesta nel mondo dell’esperienza, costituisce per me l’esistenza di Dio; in linguaggio corrente si può chiamarla panteismo (Spinoza)".
Religione
Il suo rapporto con le religioni istituzionalizzate è quindi piuttosto freddo: "Non posso considerare le tradizioni confessionali che da un punto di vista storico e psicologico: non ho altri rapporti con esse", sebbene nel corso della sua vita si modifichi, fino a fare di Einstein un importante portavoce del movimento sionista, riavvicinandosi alla tradizione israelita.
Considerazioni
finali
In Einstein il meccanicismo trova il suo punto estremo: si accetta la nullità del mondo, si sorpassa la volontà di annullamento, ci si distacca dall’enfasi nietzscheana e dal proprio io e si guarda al mondo consci e forti della propria debolezza, facendo dell’umanità il proprio fine, ricordando, però, che "gli animi piú alti e piú nobili sono sempre e necessariamente soli, e che perciò possono respirare la purezza della propria atmosfera".
Rimane sempre il dubbio leopardiano se poi, tutto questo pensare, valga davvero a qualcosa.

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